Una scuola “social” ?

una scuola social photo

Buonasera e chiediamoci un perché. Perché, per esempio, non è giusto demonizzare i social e l’uso appropriato che ne fanno gli insegnanti? Ospito con grande piacere un pezzo dell’amica e collega scrittrice Giorgia Loi, insegnante con le idee molto chiare in merito. 

Una questione spinosa, quella dei rapporti virtuali tra docenti e studenti, sulla quale ora il governo vorrebbe addirittura mettere un diktat:

“vietato ai prof avere contatti Facebook e WhatsApp coi loro studenti”:

lapidaria e inopportuna, come al solito, la Fedeli e, sulla sua scia, alcuni presidi che con una circolare hanno categoricamente posto questo veto nei loro istituti.

Molti i pareri contrastanti.

Ora la vera domanda è: la scuola è “social” o è un mondo a parte che sta fuori dai portali a scandalizzarsi ed emettere sentenze, senza sporcarsi le mani e calpestare le piazze frequentate dai nostri studenti e figli per camminare con loro?

Con il dovuto rispetto per le opinioni di tutti, vorrei dire la mia.

Insegnare è anzitutto intessere relazioni, talvolta sapendo di dover espugnare fortini invalicabili. Come si può scegliere di prescindere a priori dall’utilizzo di certi linguaggi che caratterizzano i giovani?

Uso Facebook e WhatsApp quotidianamente per la mia professione. Li uso con l’entusiasmo che ogni giorno mi fa varcare la porta dell’aula. Li uso come strumenti insostituibili che mi consentono di intrecciare relazioni interessanti e proficue sotto il profilo educativo ed efficaci sotto l’aspetto didattico. Li considero una grandissima opportunità per “sfondare” letteralmente le pareti dell’aula creando un continuum nella relazione, che può davvero lasciare il segno.

O forse non lo lascerà, ma questo è secondario ed è la scommessa anche di tutte le altre risorse che abbiamo a disposizione. Creo gruppi chiusi che sono una vera e propria prosecuzione dell’attività d’aula, per dibattiti, riflessioni condivise su argomenti dei programmi o d’attualità, comunicazioni, esercizi, letture di approfondimento, suggerimenti, materiali vari. Non mi preoccupa affatto che i miei studenti leggano nella mia bacheca i post che pubblico, le riflessioni o i link che condivido, non ho motivo di tenerne oscurate delle parti: sono e penso nella piazza virtuale quello che di me vedono e sentono in aula.

Non mi fa paura il termine “amico” che viene dato ai contatti virtuali.

In classe affrontiamo spesso il tema dell’amicizia con riflessioni profonde nutrite da letture e approfondimenti che svelano anche le moderne implicazioni di questa parola e il fatto che sia poliedrica e versatile secondo i contesti comunicativi. È evidente che l’amico su Facebook non è e non può essere il confidente alla pari che si incontra talvolta nella vita reale: i nostri ragazzi sono abbastanza intelligenti da arrivarci da soli. Nella mia filosofia della scuola ben vengano tutte quelle risorse innovative il cui uso intelligente permette alle persone di incontrarsi e crescere insieme. L’autorevolezza non la si costruisce certo mantenendo le distanze in un gioco freddo e distaccato dei ruoli, ma

COSTRUENDO PONTI IN TUTTI I MODI POSSIBILI CHE LA CREATIVITA’ PUO’ SUGGERIRE

e tenendo a mente quel vecchio detto latino che è sempre attuale: “In medio stat virtus”: sono l’equilibrio e il senso di responsabilità la strada da percorrere. Facebook non può pagare a prescindere. Le persone fanno la differenza e a provarlo c’è il fatto che gli abusi, gli sconfinamenti dei ruoli, le offese esistono da prima che ci fossero i social.
Con questo non mi sognerei mai di dire che, viceversa, i colleghi che scelgono di fare a meno dei social non possano praticare un’ottima didattica e stabilire con gli studenti un’empatia altrettanto forte. Il problema è rispettare fino in fondo la libertà d’insegnamento, dettata dalla Costituzione, che comprende, per la verità, le scelte personali sui linguaggi da utilizzare per raggiungere gli studenti. Una libertà che va garantita dal legislatore, altrimenti un diktat suonerebbe come antidemocratico, ma che va anche rispettata tra colleghi, evitando la pretesa di avere la verità in tasca, poiché l’esperienza insegna che nel processo educativo non esistono verità universalmente valide, ma solo buone pratiche che andrebbero condivise nella consapevolezza che, se hanno funzionato in un contesto, potrebbero benissimo fallire in un altro.
Il vero pericolo per gli studenti non sono certo i social network, ma quei docenti che, non riuscendo a realizzarsi in altri contesti lavorativi, come avrebbero desiderato, fanno questo lavoro per ripiego, vivendo con frustrazione quotidiana la fatica di una delle professioni più belle ma anche più difficili.

 

Sanremo e le altre liturgie

Hermal Meta e Federico Moro vincono Sanremo 2018

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, è inevitabile parlare di Sanremo, come lo è stato nei giorni scorsi e lo sarà oggi, ora che sappiamo com’è andata a finire?

Perché Sanremo, giunto alla sessantottesima edizione, non è solo una gara tra cantanti e canzoni, un evento televisivo, un imperituro fenomeno sociale tutto italiano.

Certo, è senz’altro anche tutte queste cose, ma ormai è assurto al rango di liturgia laica.

Quest’anno inoltre, per tutti noi figli di mamma però orfani d’Italia ai mondiali di calcio, ha ancora più valore, è … Una rassicurante mammella alla quale attaccarci, tutto il resto lo mettiamo in stand by almeno per quella settimana lì.

Hanno vinto Hermal Meta con Federico Moro che cantavano “Non mi avete fatto niente”, canzone sospesa i primi giorni in quanto in odore di plagio, poi riammessa e arrivata prima, come in una bella favola… Italiana.

Così com’è tremendamente italiana la canzone “Una vita in vacanza”, filastrocca orecchiabile e “furba” che sentiremo ovunque, quest’estate e nelle feste di là da venire, neanche… Fosse stata scritta apposta…

Splendida infine la voce di Annalisa che guadagna il terzo gradino del podio con la sua “Il mondo prima di te”, ma tutto questo è già… Ieri.

Premio della critica a Ron con “Almeno pensami”, scritta da Lucio Dalla e che se fosse stata cantata da quest’ultimo sarebbe diventata un successo senza tempo ma… Lucio non c’è più, è rimasto Ron.

Un ragazzo che ha scelto come nome d’arte “Ultimo” è arrivato primo con la canzone “Il ballo delle incertezze” e anche questa è un’altra favola italiana che sembra, inoltre, un giochino di parole.

Baglioni ingessato che fa il “dittatore artistico” e non azzecca una battuta, ma canta da “Baglioni” e indovina sia la coppia di compagni d’avventura sia gli ospiti, stracciando ogni record di ascolti precedente… Da Fiorello che fa Fiorello e gli “apre” magnificamente la prima serata e lo show intero alla Hunziker forse un tantino esagerata ma di sicuro agli antipodi rispetto alle “vallette mute” di molte altre edizioni, ad un insuperabile e praticamente perfetto Favino che, scoprono gli italiani ma soprattutto le italiane, è simpatico, sexy, sa fare praticamente tutto e parla benissimo l’inglese… Per lui Sanremo è un trionfo, una consacrazione.

Questa la cronaca succinta di un fenomeno, una liturgia come scrivevo in apertura, che ha distratto gli italiani che so, dalle elezioni imminenti, da un caccia israeliano abbattuto nei cieli della Siria, dall’interminabile guerra in quel Paese dove, per il petrolio, è già in corso la “libanizzazione”, dagli ultimi orrendi fatti – purtroppo anche quelli tutti italiani – di cronaca nera e, nello specifico, ennesime violenze sulle donne…

Certo, alcuni sono stati meno distratti, non si può negare, ma in milioni ci siamo lasciati rassicurare da quella tetta di cui sopra, perché la realtà fa sempre più paura, è diventata ingestibile (cit. Pietro Martinetti) così come l’oscuro futuro che pare ci attenda, prodotto dalle nostre scelte passate, presenti e appunto future ma per le quali… Incolperemo qualcun altro.

È snob non guardare Sanremo?

È snob guardarlo?

Non lo so, pare io sia un intellettuale schierato (così mi è stato detto) ma non ho ancora ben capito come ci si comporta accettando il ruolo, quindi fate voi che siete più intelligenti e capaci di me…

Confesso di averlo visto zippato, utilizzando le registrazioni e la funzione avanzamento veloce – quando qualcosa non mi piaceva – offerte dal decoder Sky e dal suo telecomando, ma…

Anche questo è il ventunesimo secolo, la tecnologia permette lussi prima impensabili, pigramente italiani anche loro…

Nel frattempo anche questa kermesse (forse non l’avevo mai scritta prima, ‘sta parolaccia, ma fa tanto figo …) è andata, così come sta per finire anche il carnevale, per lasciare il posto alla Quaresima…

Il rischio è che lo sia in tutti i sensi, la quaresima alla quale andiamo incontro, “in tutti i luoghi e in tutti i laghi” per fare un’altra citazione.

È l’Italia però, siamo noi, che continueremo a blaterarci in merito e parlarci e sparlarci sopra, fino alla…

Prossima edizione.

Chiudo citando Elio e le Storie tese, che ci tenevano ad arrivare ultimi e ci sono riusciti: arrivedorci.

Davide De Vita

Fonte:

http://www.repubblica.it/speciali/sanremo/edizione2018/2018/02/10/news/sanremo_2018_quinta_serata_finale-188537030/

 

Macerata d’odio

arresti a Macerata

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Il più semplice, doloroso, tragico, sarebbe “Macerata perché?” ma non lo userò perché credo l’abbiano già fatto in tanti.

Faccio, invece,  le solite doverose premesse: non conosco Macerata, i suoi problemi, i suoi abitanti, i suoi pregi e virtù che ritengo siano molti di più dei difetti (il peggio fa sempre più notizia…) e scrivo sulla base di quanto visto e sentito – come tutti – in tv e sui media di ogni genere.

Aggiungo – e ribadisco – inoltre che quanto accaduto poteva accadere ovunque, non ha il “marchio” maceratese.

Ho intitolato il pezzo “Macerata d’odio” perché, da qualunque angolo si voglia analizzare la vicenda, questo è ciò che traspare e si percepisce, un odio che si respira e infetta ambienti probabilmente immuni fino a poco tempo prima come, ripeto ancora una volta, dappertutto nel nostro Paese.

Nello specifico, anche se sono cose note, riassumo.

Una ragazza fatta a pezzi probabilmente dopo essere morta di overdose, con le membra, lavate, rinchiuse in due trolley. Le voci, poi rivelatesi false (tanto per cambiare) che le fossero stati asportati alcuni organi per un rito voodoo. Oppure quelle secondo le quali la ragazza non solo conosceva il secondo arrestato ma ne sarebbe stata addirittura la fidanzata, voci smentite categoricamente stamattina dai familiari.

L’arresto del presunto colpevole, di colore, sulla base di indizi pesantissimi a suo carico: gli abiti della ragazza a casa sua, con tracce di sangue, sempre della ragazza, lui che si avvale della facoltà di non rispondere…

Il raid di un individuo inqualificabile, definito folle forse per comodità, che spara all’impazzata ferendo diverse persone, come nelle cronache alle quali ci hanno abituato gli Stati Uniti.

L’individuo in questione – non entro in merito all’appartenenza politica – pare avesse avuto già problemi psichiatrici, ma era comunque in possesso di una pistola Glock regolarmente registrata: oltre tutto il resto, anche questo dà veramente da pensare.

Poi, sopra ogni altra cosa, fatto salvo il dolore inarrivabile per chi non è coinvolto in prima persona, le parole della madre della ragazza fatta a pezzi, pronunciate e diffuse dopo la sparatoria:

<< La violenza non è la risposta. >>

Già, la violenza non è la risposta.

Però la violenza parte anche dalle nostre parole, usate senza controllo alcuno in questo benedetto/maledetto mondo virtuale, parole che generano azioni nel mondo reale altrettanto incontrollate, capaci di produrre disastri, sangue, morte.

Tragicamente reali.

Che si sia oltrepassato un limite orrendo è davanti ai nostri occhi ogni giorno, ogni ora, non stupiamoci se adesso, domani, qualcosa di simile capita a noi, a casa nostra ovunque essa sia, coinvolgendo qualcuno dei nostri cari.

Non abbiamo fatto nulla di concreto per impedire che avvenisse, tranne scrivere quattro cazzate come queste che ora scrivo e voi leggerete, voi ed io al sicuro dietro uno schermo, convinti che <<tanto succede agli altri, da qualche altra parte. >>

Ancora una volta è bene ribadire che…

Gli altri siamo noi.

Nel bene e nel male, con la speranza che si trovi il modo di tornare almeno qualche passo indietro e non si vada a finire tutti con un’arma in mano, pronti a far fuoco contro chiunque non la pensi come noi, abbia parcheggiato al posto nostro, ci stia scrivendo una nota sul registro (altra vicenda dolentissima di questi giorni…), preferisca un colore che a noi non piace e via dicendo.

Tutto questo non è giusto, non è civile, non è progresso, non è cultura, non è educazione, ammesso che ricordiamo ancora il vero significato di questi termini.

Non è nemmeno questione di partito politico: i quasi tredici milioni (tredici milioni!) di attuali indecisi stimati dagli ultimi sondaggi la dicono più lunga di qualsiasi altro dato, in merito alle imminenti elezioni.

È invece questione di deriva, morale e sociale che ha origini lontane, indietro nel tempo, quando non abbiamo avuto il coraggio e la forza di scegliere, sacrificandoci, rinunciando a qualcosa allora,  quando era il momento,  per trarne poi beneficio oggi.

Certo è la solita storia del “col senno di poi”, ma forse ce la facciamo ancora a salvare noi stessi e i nostri figli: se davvero prendiamo coscienza di quell’orrendo limite di cui sopra e proviamo, insieme, tutti, a fare un respiro enorme e un passo indietro.

Altrimenti – Dio non voglia – meglio armarsi, subito.

E scavare trincee.

Davide De Vita

Dice ch’era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare… Come si vota il 4 marzo?

scheda-elettorale- con lucio dalla

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, sarebbe meglio informarsi bene e per tempo per come si voterà il 4 marzo prossimo (da cui il riferimento alla bellissima canzone di Lucio Dalla)?

Perché le schede elettorali che ci verranno poste in mano non saranno affatto facili da decifrare ed utilizzare correttamente, con l’altissimo rischio di confusione, voti persi e/o annullati…

Bene, proviamoci.

Cominciamo dal << quando >> e dal << dove >>.

Si voterà domenica 4 marzo dalle ore 7.00 alle ore 23.00.

Oltre che per l’elezione del Senato e della Camera si voterà anche per le elezioni regionali di Lazio e Lombardia.

Rispetto alle passate elezioni si potrà votare solo nella giornata di domenica, quindi non ci sarà la possibilità di recarsi alle urne il lunedì.

Agli elettori saranno consegnate due schede – una per gli under venticinque che non possono votare per il Senato – con cui esprimeranno le loro preferenze per eleggere deputati e senatori.

Come direbbe Jack Sparrow: comprende?

I ragazzi, under venticinque significa questo in soldoni, potranno votare solo per la camera dei deputati, per questo riceveranno solo una scheda, intiendes?

Beh, spero di sì.

Andiamo avanti.

A tutti gli altri elettori saranno consegnate due schede con cui esprimere le proprie preferenze per eleggere deputati e senatori.

Pure fin qui dovremmo esserci.

D’ora in avanti – ahimè – cominciano i dolori: la scheda, di cui allego il fac-simile, sarà composta da due sezioni differenti; ci sarà infatti il nome del candidato uninominale (espresso dai 232 collegi per la Camera e 116 per il senato) e i simboli dei partiti che compongono le coalizioni, o i singoli partiti, con a fianco i nomi dei candidati al plurinominale.

Ehhhh?

Che vor dì “uninominale”?

Il collegio uninominale è una circoscrizione elettorale che elegge un unico rappresentante in un’assemblea legislativa.

In pratica: chi prende più voti ha il seggio, amen; per questo si parla tanto di secco first-past-the-post, termine britannico mutuato dall’ippica che significa appunto “il primo oltre il palo”; si ha questa formula nell’uninominale secco.

Però …

Eh eh eh eh eh cari miei, noi discendiamo in parte dai bizantini, che inventarono la burocrazia quindi la complicazione di qualsiasi cosa altrimenti semplice, perciò…

Che vor dì “plurinominale”?

Si riferisce ad un sistema elettorale basato su collegi che eleggono più di un candidato e si contrappone quindi all’uninominale.  

Quindi, se abbiamo capito bene, noi diversamente giovani riceveremo due schede e voteremo con due sistemi elettorali diversi.

Ci siamo fin qui?

Su coraggio, vedrete che ce la facciamo ad arrivare in fondo…

A questo punto, le modalità per votare sono due: potremo tracciare una croce sul nome del candidato all’uninominale oppure il simbolo di uno dei partiti.

Il Rosatellum (nomignolo con cui questo sistema elettorale è stato battezzato, dal nome del primo firmatario della proposta di legge) non prevede il voto disgiunto …

Okay, okay … C’arrivo.

Il voto disgiunto o panachage è un sistema elettorale che prevede la possibilità di esprimere due voti, uno per la scelta del partito, l’altro per la scelta del candidato. L’elettore può esprimere la preferenza anche per un candidato di un partito diverso da quello scelto.

Te piace  er “Partito de li Cocomeri” ma Giggetto amico tuo bello sta candidato da n’antra parte?

Prima te lo potevi votà, mo … No.

Occhei?

Gnente voto disgiunto, quindi.

Poi (ma stiamo per finì):

Nel caso in cui l’elettore esprima la sua preferenza nell’uninominale il suo voto al candidato viene esteso automaticamente alla lista e, nel caso di coalizione, sarà distribuito tra le liste che lo sostengono proporzionalmente ai risultati delle liste stesse in quella circoscrizione elettorale.

Famo a capisse: tu voti a Giggetto tuo bello, ma automaticamente voti pure la lista di cui fa parte; nel caso di coalizione (più liste alleate formano una coalizione) il voto tuo sarà distribuito, frazionato in percentuale (come li polli de Trilussa…) proporzionalmente ai risultati delle stesse liste in quella specifica circoscrizione o collegio elettorale.

Nel caso in cui l’elettore voti invece per un partito – in coalizione o da solo – il voto verrà automaticamente assegnato al candidato dell’uninominale.

Se invece hai da votà per il partito de Giggetto, il voto tuo a lui va, sempre in automatico.

Ragazzi, ci ho provato, sicuramente in maniera indegna, anzi chiedo scusa agli amici romani per aver bistrattato – di nuovo indegnamente – la loro bella e simpatica parlata, ma mi pareva quella più adatta a trattare l’argomento in maniera non troppo seriosa.

La speranza è quella di essere stato un minimo utile, nonostante altri siano sicuramente più bravi e preparati del voster semper voster umile scrivano.

Chiunque riscontrasse errori, omissioni e/o cattive interpretazioni me lo faccia notare pubblicamente, lo ringrazio fin da ora!

Davide De Vita

Fonte:

https://www.democratica.com/focus/come-si-vota-guida-alle-elezioni-del-4-marzo/?gclid=EAIaIQobChMIoIH8qcyE2QIVDCjTCh3riQV2EAAYASAAEgI1H_D_BwE

 

I giorni delle memorie.

Shoah

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, nonostante i giorni appena trascorsi fossero universalmente dedicati alla memoria della Shoah, in tanti – troppi a mio avviso – hanno tenuto a ricordare altri, terribili genocidi?

La brutta ma efficace parola “benaltristi” balza di nuovo, purtroppo, prepotentemente a galla.

Sia chiaro, non nego gli altri, troppi, genocidi di cui sopra, siano essi quelli dei nativi americani, dei milioni e milioni di persone mandate a morte da Stalin, quelli più recenti della guerra in Bosnia e nel Kossovo o i troppi torti subiti dai palestinesi proprio per mano degli stessi israeliani, per citare solo i più eclatanti o i più noti ( tralasciando le immani tragedie tutt’ora in corso, Libia e Siria per esempio, ma potrei citare altri tre quarti d’Africa o fate voi… ) ma, per fare un esempio terra terra, se si sta parlando di pere, perché parlare di mele?

Non solo: se sto parlando di pere, non necessariamente il mio discorso nega l’esistenza delle mele!

Non credo sia così difficile!

Per quanto riguarda, invece, l’incapacità di noi esseri umani – tutti, ma proprio tutti quelli appartenenti all’unica razza di primati senzienti (vabbeh, ci sarebbe da discutere anche su quest’ultima affermazione…), appunto quella umana per citare Einstein e qualche altro – di convivere pacificamente con i nostri simili allora sì, è veramente difficile dire che la Storia ci abbia insegnato a…

Farlo sul serio.

Questo però, per tornare al discorso iniziale, non vuol dire che non siano degne di lode tutte quelle iniziative, siano esse anche semplici gesti (piccoli ma simbolici, estremamente significativi) rivolti soprattutto alle ragazze e ai ragazzi in età scolare, atte a cominciare a far capire loro non solo a che livelli può arrivare la malvagità umana, ma anche che ci si può comportare, si può vivere diversamente e in pace.

Si chiama educazione, è tra le cose più difficili da insegnare tra tutte e ritengo impossibile riuscirci senza l’esempio e la testimonianza coerente, in prima persona, di chi se ne occupa.

Fortunatamente – ci provo anch’io da anni con tutti i miei limiti e difetti facendo volontariato, ma non credo di essere molto bravo – ci sono persone che ci credono davvero fino in fondo e prendono la propria professione come una vocazione, mettendoci l’anima tra mille e una difficoltà e, senza tanti giri di parole, mal pagati nonostante l’importanza fondamentale di ciò che fanno ogni giorno.

Rinnovo a queste persone la mia grandissima stima e il massimo rispetto, nonostante nutra nei loro confronti una sorta di sana invidia in quanto sarebbe piaciuto tanto anche a me fare il loro mestiere nello stesso appassionato modo.

Torno ancora alle frasi di apertura: premesso che, al solito, sono il peggiore di tutti, mi piacerebbe proprio sapere quanti, tra quelli che “a tastiera selvaggia” durante i giorni dedicati alla memoria della Shoah scrivevano di altro, si prendono cura seriamente della propria moglie o del proprio marito, dei propri figli, dei propri genitori anziani, del vicino di casa – sì, proprio di pianerottolo – bisognoso, dell’amico in difficoltà e così via…

Sempre estremamente facile “urlare” da dietro questo maledetto schermo il nostro sdegno a 64 bit, levando tempo a chi magari, invece, avrebbe tanto bisogno anche solo di una nostra parola vera, una carezza, di un << ciao come stai? >> detto guardandosi negli occhi.

Ripeto, sono il primo e il peggiore di tutti nel campo, il dito come sempre lo punto prima contro me stesso e non mi permetto di giudicare nessuno, ma la mia opinione quella sì, quella la esprimo e la esprimerò sempre, finché sarò libero di farlo.

Perché?

Perché così mi hanno educato.

Davide De Vita

 

Elezioni 2018: la solita coperta troppo corta…

 

coperta troppo corta

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi, che già è lunedì, è un signor perché: pronunciamolo insieme, magari a bassa voce che potrebbe essere pericoloso…

Perché qualunque partito – o coalizione – vinca le prossime, vicinissime elezioni, difficilmente potrà mantenere le promesse fatte in questi giorni?

Innumerevoli battute e vignette a parte (in rete abbiamo visto di tutto e ne vedremo sicuramente ancora), perché …

Non ci sono i soldi, non bastano e non basteranno mai.

Non sono di sicuro il primo e nemmeno l’ultimo a proporre queste considerazioni, ma… Facciamolo ugualmente, tanto male non fa.

C’è questa sciocchezzuola del debito pubblico col quale, infatti, chiunque arrivi al governo dovrà fare i conti.

Che cos’è il debito pubblico?

Come al solito, chiedo aiuto a mamma Wikipedia, ma trovate questa definizione anche sui “vecchi” libri, mai siano abbastanza benedetti quei progenitori di tutti i database…

Il debito pubblico in economia è il debito dello Stato nei confronti di altri soggetti economici nazionali o esteri quali individui, imprese, banche o stati esteri, che hanno sottoscritto un credito allo Stato nell’acquisizione di obbligazioni o titoli di stato (in Italia BOT, BTP, CCT, CTZ e altri) destinati a coprire il fabbisogno di cassa statale, nonché l’eventuale deficit pubblico nel bilancio dello Stato.

Ok? Ok.

Invece ‘sto deficit?

Recita ancora mamma Wiki:

Il deficit pubblico, o disavanzo pubblico, è la situazione contabile dello Stato che si verifica quando, nel corso di un esercizio finanziario, le uscite superano le entrate.

Ci siamo?

In sostanza l’Italia spende più di quanto incassa.

Riprendiamo il discorso sul debito pubblico:

Quando il debito, dello Stato o di privati, è contratto con soggetti economici di stati esteri, si parla di debito estero, mentre quando è contratto con soggetti economici interni allo stesso Stato si parla di debito interno: normalmente entrambe le componenti sono presenti in misura variabile all’interno del debito pubblico di uno Stato.

A quanto ammonta secondo gli ultimi dati?

€ 2. 457.325.676.501. 900 alle 07,09 di oggi (dati http://www.italiaora.org) 22 gennaio 2018, in crescita costante come vi mostra questo spaventoso contatore visibile sul sito citato; significa duemila e cinquecento miliardi di euro di debiti o se preferite, visto che in Italia siamo poco meno di sessantatré milioni secondo l’ultimo censimento, ognuno di noi NASCE con già trentanovemila euro di debito sulla testa (debito pro capite).

Mi rendo conto di quanto sia spaventoso, ma sappiate che non esiste al mondo un unico, singolo Stato che non abbia problemi simili: sono l’altra faccia del modello economico in cui viviamo ma di cui in pochi parlano per non terrorizzare i cittadini: la verità nuda e cruda fa sempre paura e per questo può essere una delle armi più pericolose oltre, per stare sul pezzo come si usa dire, a non portare voti…

Per quanto fantasiose e piacevoli da sentire, le << nuove >> promesse elettorali …

Non sono realizzabili in quanto carenti, di copertura: in poche parole, non ci sono i soldi, nemmeno per una.

Per fare un paragone più comprensibile, è come se una qualsiasi casalinga (o casalingo per par condicio che ormai ce ne sono tanti), pur sapendo che non si può permettere due etti di prosciutto, comprasse (o provasse a comprare…) non solo quello ma anche un’affettatrice.

Industriale.

È la solita vecchia storia della coperta troppo corta: se la tiri da una parte lasci fuori i piedi, se la tiri dall’altra rimangono scoperte la testa e le braccia …

La coperta in questione poi – leggi << risorse minime >> – è davvero cortissima…

Se vogliamo essere cool potremmo parlare di PIL, (prodotto interno lordo) al posto delle risorse, quindi andiamo a vedere bene anche in questo caso di che si tratta:

In macroeconomia il PIL (o prodotto interno lordo) misura il valore di mercato aggregato di tutte le merci finite e di tutti i servizi prodotti nei confini di una nazione in un dato periodo di tempo. La nozione di prodotto è riferita quindi ai beni e servizi che hanno una valorizzazione in un processo d scambio.

Il termine interno indica che tale variabile comprende le attività economiche svolte all’interno del Paese; sono dunque esclusi i beni e servizi prodotti dalle imprese, dai lavoratori e da altri operatori nazionali all’estero; mentre sono inclusi i prodotti realizzati da operatori esteri all’interno del Paese. Sono escluse dal PIL anche le prestazioni a titolo gratuito o l’autoconsumo.

Questo, nel 2016 e secondo questa fonte (1) ammontava a 1,85 migliaia di miliardi (stavolta in dollari) …

La famosa “crescita”, quei “punti percentuale” di cui tutti parlano si riferisce dunque proprio al PIL: è stato accertato che, nel 2017, l’Italia ha raggiunto l’1,5 per cento, ma non c’è motivo di andarne fieri, in quanto resta la più bassa d’Europa…

Tornando ai freddi numeri, che non mi sono mai piaciuti ma quelli comandano, risulta evidente che la precedente “colonna” in rosso (del debito) è molto…

In rosso.

Come se ne vien fuori dunque?

Se uno o una qualsiasi di voi lo sa, si faccia avanti perché vincerà di sicuro i prossimi tre o quattro Nobel per l’economia.

Secondo me, invece, che come si diceva sono molto più cool

Lo scudetto quest’anno lo vincerà il Napoli.

Davide De Vita

Fonti:

http://www.la7.it/tagada/video/quanto-costano-le-promesse-elettorali-01-12-2017-228730

http://www.italiaora.org

https://www.google.it/search?q=pil+italiano+2016

https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_europei_per_PIL

http://www.ilsole24ore.com

 

 

 

 

 

 

Il peso delle parole.

corteo fascista e ritirata di russia

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Quello di oggi in un primo momento pensavo di non scriverlo, non ne ero convinto, poi le parole si sono messe in fila da sole, chiedendomi di essere mostrate.

Citando Nanni Moretti (che non mi piace, ma questo non significa che non sia bravo), perché << le parole sono importanti >>.

Così m’è venuto in mente che sono proprio le parole – con il loro uso ed abuso – il filo conduttore degli accadimenti di questi giorni, a livello locale, nazionale, internazionale.

Qui,  ad Iglesias,  hanno fatto clamore quelle scritte su un muro, minacciose, contro il sindaco; da molte altre parti, in Italia, non fanno quasi più notizia quelle di chi afferma che il fascismo << ha fatto anche cose buone >>, per arrivare a Washington, D.C., dove l’attuale primo inquilino della Casa Bianca ha affermato (le successive smentite o presunte tali non reggono) di non volere più

<< migranti provenienti da paesi di merda >> così, per amor di metafora.

Non è giusto, non si deve fare, è sbagliato.

Stiamo perdendo – se già non l’abbiamo persa – la percezione di cos’è giusto e cos’è sbagliato, del bene e del male; anche nelle piccole cose, anzi cominciando dalle piccole cose (che poi tanto piccole non sono) come appunto le parole.

Ci siamo sempre detti che pensiero e parola ci distinguono dal resto del regno animale: a vedere quel che abbiamo combinato da quando abbiamo raddrizzato la schiena, giusto uno o due milioni di anni fa, al pianeta e ai nostri simili beh…

Non si direbbe.

In tutto questo tempo però abbiamo inventato parole magiche, strane, offensive, pesanti, amorevoli, trasformate in preghiera e liturgia, canzoni, romanzi, ne abbiamo creato poetiche, fantasiose e così via…

Le abbiamo dotate di regole così come altre regole abbiamo inventate per noi stessi e, magari, per non spararci addosso ad ogni respiro ma…

C’è sempre un << ma >>.

Il << ma >> è che pare oggi molte di quelle regole non valgano più, che il peso delle parole non sia conosciuto, non ci si renda conto di quanto possano ferire, far male, uccidere.

Se avete avuto occasione di sentire ragazzine – sì, ragazzine – anche dai dodici anni in su, se non di meno, che parlano tra loro sicure di non avere adulti intorno, ebbene – è proprio ora che ci si svegli, noi adulti – avrete udito che si danno della << troia >> ( non ci giriamo intorno, è così ) l’una con l’altra con estrema leggerezza, ridendoci su, disinnescando – forse nella loro mente – l’estrema aggressività del termine che invece, finendo addosso a coetanee più fragili, fanno male, molto male.

Stessa cosa per i ragazzini, quei maschietti che individuano il bersaglio e cominciano ad attaccarlo prima, appunto, con le parole, per poi magari buttarlo giù da una rupe << per scherzo >> o dargli fuoco dopo avergli fatto scoppiare addosso dei petardi; purtroppo non ho inventato niente, è cronaca di questi giorni.

Beh, sarò all’antica, retrogrado, però credo si sia davvero oltrepassato un limite enorme e da tempo.

La responsabilità è ancora una volta prima di tutto nostra: quando siamo stati chiamati noi, a provare a cambiare o quanto meno migliorare il mondo, dov’eravamo?

Da quale altra parte ci siamo girati?

Viviamo le conseguenze delle nostre scelte, o non scelte.

Troppo facile, belle parole, scaricare tutte le colpe o alle generazioni che ci hanno preceduto o alle nuove: in mezzo c’eravamo noi, potevamo fare e non abbiamo fatto, o abbiamo fatto e abbiamo sbagliato, tanto.

Le parole dunque sono importanti e hanno il loro peso: pensate soltanto a quanto, da genitori, con trepidazione, attendiamo la prima parola di nostro figlio o nostra figlia.

Sono importanti anche quelle non dette, per esempio le tante non dette a proposito di una nuova << marcia su Roma >> che stavolta ha visto incolonnate seimila (secondo gli organizzatori, ma ad un esame più attento si capisce, anche dalle foto, che più realisticamente erano circa mille) persone…

Seimila o mille, ricordo che all’avvento del fascismo, quello storico italiano, ce n’erano davvero molte di meno e…

Bastarono.

In merito, ricordo anche che alle cose buone (si fa per dire…) del fascismo  (che so, l’abolizione di ogni tipo di libertà, le purghe, i pestaggi, le leggi razziali, lo scellerato ingresso in guerra, il delitto Matteotti, le nefandezze compiute nell’ “Africa Imperiale”, proprio quella casa loro che il regime contribuì a depauperare e dove ora in tanti vorrebbero rispedire i migranti che non hanno più nulla, per finire con la disastrosa ritirata di Russia, ma sto tralasciando molto altro) qualcuno sopravvisse,  magari riuscì in qualche modo a tornare a casa dal gelo russo e raccontò ( … le parole sono importanti … ) ciò che aveva vissuto a figli e nipoti, che sono a loro volta ancora in vita e tengono accesa la fiamma della memoria storica, quella impossibile da cancellare in quanto impressa a fuoco sulla pelle.

Davide De Vita

 

 

 

Iglesias: sulle minacce di morte al sindaco Gariazzo.

Emilio Gariazzo sindaco di Iglesias

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Chiediamocelo a gran voce però, tutti quanti nessuno escluso, perché – ne ho avuto la certezza solo pochi istanti fa mentre fino a poco prima pensavo e speravo si trattasse dell’ennesima bufala – sono giunte esplicite minacce di morte al sindaco della nostra città, Emilio Gariazzo, al quale va tutta la mia solidarietà, prima come uomo, poi come amico, poi come cittadino ed infine per il ruolo rappresentativo che ricopre.

Queste, nel voluto ordine, le mie priorità.

Le considerazioni da fare inoltre sono tante, tantissime: la prima è che Iglesias raramente ha conosciuto fenomeni simili, almeno dal secondo dopo guerra ad oggi, non le appartengono storicamente; il dibattito politico anche molto acceso quello sì, ci sta tutto ed è giusto che sia così, in un centro che vuole definirsi civile.

Ci stanno le critiche all’operato (o al non operato, a seconda dei casi) e/o ai programmi, più o meno disattesi a seconda dei punti di vista.

Gli insulti, l’atmosfera da guerriglia sociale e tanto meno le minacce no, non sono assolutamente accettabili, a chiunque – ribadisco a chiunque – siano rivolte.

Ho amici carissimi in Sicilia, giusto per parlare chiaro, dove queste cose sono il classico preludio a fatti ben più gravi, anche di sangue.

Premesso che sono certo non si arrivi ad estremi simili (saremmo davvero perduti, tutti), credo che però il “lasciar correre”, il “prendiamola alla leggera tanto sono fesserie” non va bene, a me non va bene, se può esserci stato un tempo in cui forse ho tollerato questo atteggiamento, beh, quel tempo è proprio finito.

Ho votato per Emilio, non è un segreto, ho votato per lui e la sua giunta: alcune cose le hanno fatte, altre no, giudicherà la storia, come sempre, anzi, prima di questa lo faremo noi stessi, andando a votare in maggio.

Si parla però sempre di idee, di programmi, di opinioni: mai di questioni personali.

L’integrità di Emilio, spiacente, non è in discussione, semplicemente non può esserlo; ripeto ancora una volta che è lecito criticarne l’operato in quanto sindaco e come tale, ma sfido chiunque a ricoprire una qualsiasi carica istituzionale senza diventare immediato bersaglio di critiche e/o sberleffi, quando ci si limita a queste e a quelli.

Fanno parte del gioco, chi si candida lo sa bene, lo mette in conto, ma le minacce no, le minacce così pesanti non possono più essere “derubricate” a scherzo, fesserie, bravata, ragazzata.

Dobbiamo darci una bella regolata, tutti quanti, come sempre io per primo, ribadire che certi limiti davvero non si possono superare, che il rispetto per la persona e le persone vengono prima di tutto, sicuramente prima di una diversa visione politica della cosa pubblica o di un’opinione anche fortemente contrastante.

Possiamo, se vogliamo, ribaltare questo stato di cose, a favore sì nostro, ma di sicuro dei nostri figli e nipoti.

Dipende ancora una volta e soprattutto da ciascuno di noi.

Così, magari, diventeremo tutti,  finalmente,  adulti.

Un enorme abbraccio ad Emilio e auguri, Iglesias.

Davide De Vita

Erica (robot): uno sguardo dal futuro già presente.

Robot Erica

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Attenzione, premessa: parlo di nuovo di robot perciò, ancora una volta, se avete altro di più importante e interessante da fare o leggere …

Siete rimasti?

Va bene… Riprendiamo.

Perché si parla sempre più spesso di robot dall’aspetto umano (“androidi”) e si investono montagne di soldi in progetti di questo tipo?

Mentre ci preoccupiamo delle prossime elezioni, delle tensioni internazionali e/o locali, queste che sarà sempre più difficile chiamare semplicemente “macchine” continuano a svilupparsi, a somigliarci sempre di più.

Secondo Hiroshi Ishiguro e Dylan Glas, i “creatori” di “Erica”, perché progettando questo androide, al momento il più autonomo del mondo, stiamo comprendendo meglio ciò che ci rende … Umani.

Certo, la “macchina” prima o poi sarà destinata al mercato, che nel frattempo sta diventando sempre più importante, nonostante al momento il prezzo di un robot sia ancora proibitivo per la maggior parte delle persone normali come voi ed io, ma anche per i computer successe la stessa cosa e ora ce l’abbiamo tutti, o quasi.

Parlare di fantascienza diventa perciò sempre più difficile, affacciati come ci siamo affacciati in un anno, il 2018, in cui ancora di più la tecnologia la farà da padrona (lo dicono tutte le “previsioni”): dalle auto senza guidatore che ci faranno sempre meno paura alla difficoltà di distinguere tra realtà (si parlerà ancora di più di “realtà aumentata” e cose del genere) e finzione, virtualità, con tutte le conseguenze etiche, sociali e politiche facilmente immaginabili.

Tra i problemi più grossi, senza dubbio e ancora una volta quello dell’occupazione: molti lavori – o quanto meno mansioni – prima esclusivamente umani sono già svolti da robot o androidi, ne abbiamo già parlato spesso anche in queste pagine, con il risultato che sempre più persone (vere, in carne ed ossa) sono state…

Messe da parte.

Questo accade lentamente ovunque nel mondo, già da prima dell’avvento dei robot: in nome del profitto, le aziende costruiscono dove costa meno e la manodopera è a più buon mercato; se poi si arriva al lavoratore meccanico che non pensa, non si ferma mai a meno che non si guasti e quindi …

Non rompe le scatole, il gioco è fatto.

Come già scritto e ripetuto più volte, il problema successivo è: se le persone non lavorano, non hanno reddito, come fanno a comprare ciò che le aziende robotizzate producono e sperano di vendere?

Questo sarà un argomento molto spinoso che affronteremo anche prima di quanto pensiamo, alla base di nuove lotte, purtroppo e probabilmente anche violente.

Non è un futuro roseo?

Forse non lo è mai stato, perché è nella natura umana complicarci la vita e le cose.

Forse – sottolineo forse, ma magari sono troppo cupo – arriveremo al punto di chiedere ad “Erica” o a qualcuno dei suoi “discendenti” di aiutarci a risolvere quei problemi.

Nel frattempo, continuiamo ad occuparci di quelli del nostro piccolo presente quotidiano, che – forse – sono già abbastanza e di certo non hanno proprio bisogno di temere anche l’ombra di un …

Sorriso metallico.

Davide De Vita

Fonte:

https://www.internazionale.it/video/2017/10/16/erica-robot-umano-mondo

Tempus fugit… Ed è solo lunedì.

Tempus fugit

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Premessa: quello di oggi è un post leggero, da primo caffè del mattino, per cui se avete altro da fare, fatelo, non mi offenderò, non voglio rubare il vostro… Tempo.

Già, perché è proprio di questo che m’è saltato di scrivere oggi: del tempo di cui tutti, più o meno volontariamente, ci siamo resi schiavi.

Oggi poi è un giorno particolare, un lunedì “più lunedì” di tutti gli altri messi insieme: il primo lavorativo dell’anno, quello che con più o meno violenza ci riporta alla routine del lavoro quotidiano (lavoro per chi ce l’ha, sia sempre ben inteso …) o del dannarsi per cercarne uno o tentare di mantenere quello che si ha …

Con la speranza di avere tempo a sufficienza…

Cos’è dunque ‘sto benedetto tempo?

Sembra una domandina semplice, ma…

Non lo è.

Mamma Wikipedia così recita:

Il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi. Esso induce la distinzione tra passato, presente e futuro.

La complessità del concetto è da sempre oggetto di studi e riflessioni filosofiche e scientifiche.

Ullalà! Addirittura? A quest’ora? (scrivo poco dopo le sei e mezza del mattino)

Già, proprio così.

Al tempo, a questo concetto, sono legate le domande fondamentali: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

Condite con un enorme: quando?

Nel nostro piccolo però ci accontentiamo di farci guidare (o comandare) da ore e minuti, settimane e mesi, meno dagli anni che quelli con il loro trascorrere ci spaventano di più, latori come sono, ad ogni cambio di calendario, dell’approssimarsi di un’inevitabile e democraticissima scadenza che il grande Totò chiamava “a livella”.

Queste ore, questi minuti eccetera che sono?

Per convenzione, frammenti di giri di giostra, dove quest’ultima è il pianeta che abitiamo e distruggiamo neanche troppo lentamente ogni giorno, illusi come siamo di avere a disposizione infinite risorse e… Tempo.

È infatti una convenzione universalmente accettata che un giro di questa giostra (un giro completo della Terra intorno al Sole, con buona pace dei terrapiattisti …) duri trecentosessantacinque giorni e sei ore, con un giorno in più ogni quattro anni (anno bisestile) dato appunto da queste ultime, come ci è stato insegnato fin dalle elementari. Non so se lo insegnino ancora, però – al momento – dentro questa “convenzione” viviamo tutti.

<<È presto! >> <<È tardi! >> <<Non ho abbastanza tempo! >> <<Queste ore non passano mai! >> <<Ma quando finisce ‘sto strazio?>> e via così, finché un bel giorno arriva un certo Einstein a dirci, anzi a dimostrarci che il tempo non solo è relativo, ma in determinate e particolarissime circostanze questo si potrebbe pure piegare…

Okay, okay, mi sto spingendo troppo in là e di sicuro non ho la preparazione per spiegare concetti così complessi, però tanto affascinanti…

Chiudiamola qui perciò, che sicuramente, se siete arrivati a leggere fin qui un paio di minuti ve li ho rubati e me ne sento responsabile, ma vi avevo avvertito fin dall’inizio.

D’altra parte, sono le sette meno un quarto ormai, c’è a mala pena …

Il tempo per quel caffè.

Alla prossima, tempo permettendo.

Davide De Vita