“Aquile randagie” il film: riflessioni a caldo.

Aquile randagie manifesto film

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Ieri non pensavo di scrivere in merito al film “Aquile randagie”, ma oggi è già un altro giorno e rivendico il diritto – dovere di cambiare idea.

Sottolineo che quanto scrivo – come sempre – è unicamente il mio modestissimo parere personale, niente di più e niente di meno.

Cominciamo con la critica diciamo “tecnica”: onestamente, il film non vincerà un Oscar, anche se di “Oscar” si parla lo stesso…

Ma non di quello Hollywood!

Tornando sull’argomento “tecnico” il fatto che si veda non sia un film “professionale” non è grave, in quanto la pellicola è dichiaratamente di basso budget, per non dire bassissimo, per cui anzi è clamoroso il successo al botteghino in così pochi giorni di programmazione, secondo in Italia subito dopo l’ultimo Tarantino, ma queste sono statistiche, lasciamole agli analisti e agli amanti dei grafici.

Credo che l’intenzione di produttori, registi e interpreti fosse far passare il messaggio forte e chiaro dei valori fondanti – e largamente condivisi in ogni angolo del pianeta – dello scoutismo, ribadendo con forza sia la libertà nel senso più puro del termine sia la spiritualità di cui quegli stessi valori sono permeati.

Chi scrive è stato lupetto ed esploratore nell’ ASCI, ha fatto la Promessa da esploratore in Agesci, quindi novizio, rover, capo. Ha ricevuto le insegne “Gilwell” nei primi anni Ottanta, quindi è stato per anni Capo Reparto, poi nel gruppo nel quale è ancora censito di nuovo Capo Reparto, Maestro dei Novizi, Capo Clan, Capo Gruppo. In Zona ha ricoperto per un breve periodo il ruolo di Addetto Stampa.

Una “carriera” simile a centinaia e migliaia di altri amici e fratelli scout, ma facendo due conti, considerando che diventai lupetto nel 1972 si tratta della bellezza di quarantasette anni che, tranne alcuni periodi di “disintossicazione”, ho il fazzolettone al collo.

Perché riporto tutto ciò?

Perché – com’è normale – magari in tanti di voi che ora leggete non sapete del mio passato, magari non sapete nulla nemmeno dello scoutismo, ma mica è una colpa!

Fatto sta che chi come me e come i tanti capi scout presenti ieri al cinema ad Iglesias (ci siamo detti che ad un’Assemblea di Zona spesso c’è meno gente…) davanti al film, alla storia che questo raccontava, credo si sia posto questa domanda:

<< Sono riuscito, durante la mia vita, riesco ancora, a testimoniare i valori sui quali ho promesso? >>

Personalmente non credo di esserci sempre riuscito, di sicuro spesso sono “caduto” nonostante poi aggrappandomi a quegli stessi valori e ad amici, fratelli volenterosi (guarda caso scout anche loro, quanto meno in passato…) mi abbiano aiutato in mille modi, permettendomi di rialzarmi e proseguire il cammino.

Qui la metafora prosegue, perché la storia delle Aquile Randagie e del loro paradisiaco rifugio in Val Codera parla anche – moltissimo – di “strada” sia in senso letterale sia intesa come sacrificio, fatica necessaria per raggiungere un obiettivo, nel loro caso nobilissimo come salvare migliaia di persone perseguitate, molte delle quali ebree.

Questo è qualcosa che purtroppo abbiamo perso o stiamo perdendo: va per la maggiore la filosofia delle “scorciatoie”, del “come posso fare per fregare il prossimo e arrivare prima degli altri, sopraffacendo chiunque” a discapito della solidarietà e dell’<< aiutare gli altri in ogni circostanza >>.

A discapito – anche – di quella cultura del “fare e faticare” unica strada maestra, onesta e leale per raggiungere obiettivi concreti, se mi permettete formativi o educativi.

La fatica, fisica o mentale, oggi spaventa, non la si vuole affrontare, nemmeno se si tratta di impiegare la mente ad… Imparare e capire l’importanza della grammatica italiana.

Si sottovalutano enormemente queste cose e poi ci si stupisce se per quanto riguarda cultura ed informazione, noi che siamo il Paese definito per millenni la culla di quella stessa cultura, in Europa siamo il fanalino di coda.

Per arrivare al paradosso – visti questi presupposti – di proporre il voto ai sedicenni…

Tornando al film, chi scrive deve moltissimo allo scoutismo, così come lo scoutismo italiano deve moltissimo alle Aquile Randagie. Non so se esagero, ma probabilmente senza la loro ribellione al fascismo e il loro ingresso in clandestinità fino ad “un giorno in più” io e centinaia di migliaia di altri ragazzi (anzi, dal secondo dopo guerra ad oggi credo siano stati ormai milioni) non avremmo potuto fare quella Promessa e intraprendere un’Avventura senza pari.

Davide De Vita

(“Grizzly Saccente”, nome totem datomi dall’Alta Squadriglia del Reparto Maestrale del Gruppo Scout Agesci Iglesias 6)

Lei, io, il cinema e le… Cagatemmericane.

antico proiettore cinematografico

Buonasera (scrivo di sera) e chiediamoci un perché.

Perché c’è una sottile, quasi impalpabile differenza tra i gusti cinematografici miei e quelli della donna che amo e mi sopporta da più dodici anni?

Ho provato a rispondere a questa domanda già tempo fa su queste stesse pagine, ma forse ora sono in grado di farlo meglio.

Per cominciare proviamo a spiegare quali film guardo io – anche se trovandomi “in spirito” posso guardare anche pellicole un attimo più di “spessore” – volendo “staccare la spina” dal quotidiano che già di suo è spesso abbastanza pesantuccio.

Prendo in prestito, per questo,  alcuni post di questi ultimi giorni dell’amico Matteo che definisce certi film “cinema ignorante”.

Lui c’è andato leggero, io – che però le guardo più che volentieri – definisco ognuna di queste pellicole…

<<Cagatammmericana. >> (le tre “m” non sono un errore)

Se ci pensate, dal “Giustiziere della notte” in qua, il tema, la trama e il soggetto non si differenziano mai di molto, ci sia Charles Bronson (il primo ad interpretare quel ruolo) o Clint Eastwood – Callaghan per tornare abbastanza indietro nel tempo attraverso molti “Bruce Willis” fino ai più attuali Jason Statham o Dwayne “the Rock” Johnson passando ovviamente per i vari Rambo e suoi derivati: l’eroe da solo sgomina mille mila cattivoni, dopo che o gli hanno fatto fuori la moglie, o la figlia, o il migliore amico, o hanno quasi fatto fuori lui stesso.

Quasi, appunto.

Perché poi lui, l’eroe, s’incazza come una bestia incazzata – molto incazzata – e o a pugni e calci o con qualsiasi cosa possa usare come arma combatte e vince.

Vi ho riassunto la trama di almeno qualche centinaio di film, potete aggiungere qualche inseguimento in macchina a circa venti minuti dalla fine, qualche battuta idiota tipo:

<< Sergente, sta sanguinando. >>

<< Non ho tempo di sanguinare. >>

E siamo a posto. (La citazione è dal primo “Predator” con Schwarzenegger per nominare anche lui, ma vedetevi “I mercenari” e li beccate tutti insieme appassionatamente)

Sono consapevole che nessuna di queste pellicole vincerà mai l’Orso d’Oro al Festival di Berlino o qualcosa del genere, ma confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che, proprio per evadere dai problemi quotidiani, li guardo e mi rilasso, come se guardassi un cartone animato ripeto consapevole che proprio di questo si tratta, niente di più.

Sono anche consapevole che pellicole del genere, se la vogliamo buttare in politica virano pericolosamente a destra, l’uomo solo che si fa giustizia da sé è un tema molto caro “da quelle parti”, ma ripeto le guardo con consapevolezza e chi mi conosce sa che … Non la penso così.

Il discorso dell’amore della mia vita è un filino diverso.

Intanto, dopo almeno dieci anni di sacrifici di entrambi, oggi potremmo, volendo, accedere a mille mila titoli, di ogni genere, numero e grado, da Sky a Netflix a tutto ciò che vi viene in mente, ma restiamo su Sky che basta quello.

Cosa fa la mia adorata con la tv satellitare più nota in Italia?

Si sintonizza sulla…

Radio.

Occhei, ma veniamo al dunque, cioè a quando decide dopo lunga meditazione di guardare un film a sua scelta.

Esso, quando va bene, è di produzione cecoslovacca degli anni Cinquanta, in piena guerra fredda.

In bianco e nero.

In lingua originale, sottotitolato.

Girato da un regista sconosciuto suicidatosi dopo questo che è stato il suo ultimo film.

La trama, che si comprenderà solo a tre quarti del film ma non ne sono del tutto sicuro, parla – forse – di un muratore stakanovista al quale sono morte nell’ordine e a distanza di breve tempo l’una dall’altra la mamma, la moglie, la figlia e la figlia della sorella era gobba pure quella la famiglia dei Gobbon…

Lui è malato terminale, la fabbrica dove si produceva l’unico farmaco che avrebbe potuto almeno alleviare le sue sofferenze è andata distrutta in un incendio.

Questo incendio ha distrutto anche casa sua.

Nei primi venti minuti di film si vede lui di spalle seduto su una sedia che ha una gamba rotta fissare un muro, mentre i suoi tristissimi pensieri scorrono in basso nello schermo.

Una gioia infinita.

Si capisce che anche il muratore medita il suicidio: chissà come mai?

A metà del film si rompe anche la sedia e il muratore rovina a terra, perciò il regista pensa bene di girare “in prospettiva” venti minuti di soffitto, con lievi movimenti ogni tanto per dare “respiro” a questo turbinio d’azione.

Tagliamo corto: lui alla fine muore tra atroci tormenti e…

Forse anche io.

Chiedo timidamente alla mia lei:

<< Ma ti è piaciuto davvero? >>

<< Beh… Meglio della solita merda che guardi tu. >>

<< Okay, colpito e affondato. Ora cosa guardi che stai cambiando canale?>>

<< Salvini dalla D’Urso. >>

Amo questa donna. (non la D’Urso).

Davide De Vita

Gli scacchi ad Iglesias: ricordi personali.

logo Aviscacchi

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché, ad esempio, non c’è più in città il glorioso circolo di scacchi “Aviscacchi”?

Sono molte le risposte che potremmo dare e darci e sicuramente altri più qualificati e informati di me lo farebbero meglio, inoltre almeno due degli “insegnanti” di quel circolo da qualche anno continuano a portare avanti la cultura del “nobil giuoco” da una sala della scuola dove ha sede la “Remo Branca”.  Qui da qualche anno allenano nuovi e futuri campioni mietendo successi anche a livello nazionale con le varie squadre scolastiche che hanno ottenuto piazzamenti di rilievo.

Questo è il presente, ma sull’onda della nostalgia e dei ricordi personali, voglio raccontare a modo mio del circolo.

Quando vi arrivai, convinto di saper giocare perché avevo battuto un paio di volte un vecchissimo programma di un altrettanto vecchissimo computer, il mio amico e primo maestro V. M. mi disse semplicemente:

<< Siediti. >>

Dopo una ventina di partite “a cinque minuti” dove le presi di santissima ragione, compresi di non sapere un accidenti di scacchi.

Con grandissima pazienza lui e gli altri mi insegnarono quindi i concetti fondamentali quali l’apertura, il medio gioco, i finali, i maledetti / benedetti finali.

Certo, per i non giocatori sono parole forse senza senso, ma per chi gioca sono il pane quotidiano.

Vidi le numerosissime coppe e targhe, vinte singolarmente o in squadra, sopra gli armadi di quelle due stanzette in alto, alla fine di via Cagliari, dove ci ospitava l’Avis.

Non mi accorgevo, ogni volta che ci giocavo, che il Candidato Maestro L.C. approfittando della mia ingenuità mi toglieva – letteralmente! – dalla scacchiera qualche pezzo come se non gli bastasse pestarmi dato l’enorme divario tecnico tra lui e me…

Restammo comunque amici e lo siamo ancora, gli ho appena fatto gli auguri per il suo compleanno che è proprio oggi!

Poi C.C. e V.M. mi insegnarono di più e cominciai a capire che le sessantaquattro caselle andavano osservate tutte e poi di nuovo e di nuovo e di nuovo ancora.

Mi spiegarono che era necessario studiare e vidi per la prima volta il glorioso “Porreca[1], poi mi comprai un’enciclopedia degli scacchi.

Nel frattempo il circolo viveva e coltivava campioni e campionesse: E.P. a divenne campionessa italiana under 16 e gareggiò in tornei internazionali; si riuscì a portare gli scacchi nelle scuole e in città ci furono i primi tornei scolastici che interessarono le superiori.

Non bastava.

Tentammo un esperimento a Villamassargia in accordo col personale scolastico e insegnammo gli scacchi ai bambini della scuola materna (o dell’infanzia per i nuovi puristi… ) 

Portammo una scacchiera gigante e facemmo impersonare agli stessi bambini – entusiasti – i pezzi spiegandone i movimenti facendoli fare a loro.

Rimase proverbiale una domandina:

<< Signor Maestro, perché l’alfiere muove storto? >>

Dalla quale riuscimmo ad insegnare e far comprendere a bambini dai tre ai cinque anni il concetto di diagonale.

Per quanto mi riguarda, cominciai a partecipare ai tornei ufficiali, ricordo soprattutto quello di Ghilarza, ma non rammento l’anno, dove finalmente non feci del tutto schifo, anzi, me lo dissero dopo, stavo per vincere contro uno dei più forti giocatori presenti allora, che però era troppo esperto rispetto a me.

Vidi anche ciò che non si dovrebbe mai vedere: un giocatore che, avendo inequivocabilmente perso, si alzò in preda al nervoso e in un impeto di rabbia spazzò via tutti i pezzi, suoi e dell’avversario, facendo volar via anche la scacchiera tra lo sgomento dei presenti e scatenando l’ira di arbitro e organizzatori…

Ora che sono passati tanti anni, posso citare anche un altro torneo al quale partecipai, un semi – lampo credo, a Tertenia, al quale andai – mamma mia quante curve partendo da Iglesias! – perché… Mi aveva appena piantato la ragazza, il giorno prima.

Beh, non credo di aver giocato proprio con la massima concentrazione.

Partecipai anche ad altri tornei a Cagliari dove conobbi altri giocatori molto forti tuttora e persone degnissime di altri circoli che incredibilmente si ricordavano di me nonostante non fossi ‘sto fulmine di guerra e tra i tavoli dei tornei mi si vedesse raramente.

Partecipai o comunque mi feci vedere anche ad alcuni tornei organizzati ad Iglesias, fino alla mia ultima partecipazione ad un torneo di scacchi viventi proprio in piazza Sella.

In conclusione, questo è un grazie a quel circolo e a ciò che ha rappresentato per me e per tante altre persone per forse due decenni.

Così come è una rinnovata dichiarazione d’amore per un gioco che non è soltanto un gioco ma molto di più: uno strumento che insegna a ragionare, analizzare, prendere decisioni.

Un gioco, una cultura, una scienza, un’arte che ha origini antichissime e la cui origine si perde nella notte dei tempi e che ancora appassiona tantissimi scacchisti, agonisti o semplici amatori.

Scacco matto, stretta di mano all’avversario.

Davide De Vita

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Porreca

Faccio cose, vedo gente… In salsa iglesiente.

faccio cose vedo gente con municipio e cattedrale

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Salve a tutti, è un po’ che non ci si vede, come va? Passate bene le vacanze, chi ne ha potuto godere? Com’era il mare che ho potuto (ma anche voluto, siamo onesti) vedere solo qualche giorno?

Occhei, perdonate le banalità, ma le ho scritte per “inquadrare il contesto” come direbbero autori molto più prestigiosi del vostro umile artigiano della penna o della tastiera, visto che veleggiamo verso la fine dell’estate duemila diciannove e l’inizio dell’autunno che ha già cominciato a manifestarsi.

Ricominciamo quindi a chiederci qualche perché, in queste che sono riflessioni su tutto e su niente e che, bontà vostra, pare leggiate spero con piacere.

La prima che mi viene in mente riguarda la politica italiana ed è sotto gli occhi di tutti: perché quello lì non c’è più.

Quello lì “non c’è più” perché ha compiuto quello che la Storia ricorderà come il più idiota dei suicidi politici che si potesse compiere, essere al governo forte di un consenso smisurato ed aprire la crisi, facendolo di fatto crollare (il governo) e servendolo su un piatto d’argento sia ai propri ex alleati sia ai propri avversari (anche se nel suo vocabolario erano e sono “nemici”).

È successo l’insperabile, dando ragione ancora una volta al vecchio adagio che recita:

<< sediamoci sulla riva del fiume ed attendiamo di vederci passare davanti il cadavere del nostro nemico >>, più o meno.

Beh, quello lì nel fiume s’è proprio tuffato e vedremo in quanti lo seguiranno nella manifestazione di piazza annunciata per protestare contro tutto e tutti, a go go.

La Storia, che non perdona i vinti, è già avanti, lui è già il passato ma non se n’è ancora reso conto.

Brutta storia (minuscolo voluto) l’ignoranza in evidenza… 

Nelle prossime puntate di questa italianissima soap opera politica vedremo che accadrà.

***

Solita piccola e doverosa premessa per i meno attenti: sono uno qualunque, che si guarda intorno e scrive, tutto qua e nient’altro che questo.

 Nel nostro piccolo orticello; 

incontro 1.

Capita, nel nostro villaggio che vorrebbe tanto essere una bella città (e sotto molti aspetti si sta impegnando per riuscirci) così come una semplice contadina d’altri tempi sognava di diventare ed essere una gran dama, che il sottoscritto esca di casa e come recita il titolo del pezzo, “faccia cose e veda gente”.

Ora a me Moretti non è mai piaciuto, questione di gusti, ma riconosco che molte sue trovate sono diventate patrimonio non solo dell’immaginario collettivo ma anche del nostro comune parlare, quindi onore al merito.

Al contrario amo senza limiti il “villaggio” dove vivo, problemi (innegabili, ma che si possono se non risolvere almeno contrastare e a mio modestissimo avviso qualcosa in quella direzione si sta facendo), difetti, prospettive, potenzialità e sogni compresi, il pacchetto completo e non sto citando molto altro. 

L’ho già scritto ma ribadirlo non credo faccia male. 

È capitato quindi che qualche giorno fa sia uscito con degli amici e colleghi scrittori coi quali abbiamo giocato a far finta di essere un po’ come quei circoli di due secoli fa presenti soprattutto in Inghilterra e a… Parlare dei mondi, degli universi che la nostra fantasia ha già costruito e continua a costruire e di tante altre cose, cosette, cosacce.

È stato molto piacevole come tante altre volte, magari a voi che leggete non importa proprio nulla di tutto ciò, ma per chi scrive o almeno ci prova, questi incontri e/o confronti sono molto importanti oltre che gradevoli – non nascondo che si parla intorno ad un bel calice di vino, per la precisione l’altra sera era “Carignano di Calasetta” giusto per fare un po’ di pubblicità ma il nettare in questione la merita tutta – e ne approfitto per ringraziare anche per mezzo di queste righe i miei compagni d’avventura.

***

Incontro 2 e fatti bizzarri.

Arriviamo infine all’incontro piacevolissimo di ieri sera: mi sforzerò di non fare nomi, ma ci avete visto in tanti, ergo non credo ce ne sarà bisogno. Capita dunque che mi sia deciso di fargli un regalo, così, a sentimento, un regalo impalpabile, etereo e lui abbia ricambiato facendone uno a me, altrettanto immateriale ma che considero preziosissimo.

Non preciso e non puntualizzo, a suo tempo si saprà, almeno spero.

Quello che mi colpisce ogni volta che ci incontriamo (e ci conosciamo di persona solo da pochi mesi) è l’empatia reciproca che va oltre la stima e l’ammirazione l’uno nei confronti dell’altro.

Cose che accadono quando si incontrano persone che oltre ad osservare la realtà che le circonda, si cimentano nel raccontarla – ognuno col mezzo che predilige, sia la macchina da presa o la tastiera – a modo proprio, col proprio stile, in modo assolutamente libero.

Questo nostro fare, creare, lascerà un segno?

Mi si dice di sì, forse sarà così, mi piacerebbe accadesse ma forse per scarsa autostima non ne sono così certo.

Parlo per me, che scherzo spesso sul fatto che mi farebbe davvero incazzare una eventuale …

Gloria postuma.

Che poi – anche se non nego che ovviamente mi farebbe piacere – non la cerco, non mi interessa: mi interessa e mi piace moltissimo scrivere, mi sono trovato a ripetere a me stesso già molto tempo fa che sono nato per quello e se non lo faccio sto male, mi manca l’aria.

Non pretendo che si capisca fino in fondo questa mia grande esigenza, però è così, per spiegarmi meglio non mi paga nessuno (per scrivere questi e tanti altri pezzi precedenti) anzi pago io (il dominio del blog ha un costo annuale) pur di poterlo fare e continuare a farlo.

Detto ciò, capitano anche, quando ci incontriamo con la persona di cui parlo e che ovviamente si riconoscerà, episodi per così dire …

Bizzarri che sarà lui a decidere se raccontare o meno.

Concludo ribadendo che incontri come questo sono per me molto significativi e preziosi, arricchenti, perché offrono una marea di spunti di riflessione e ancora una volta mi pongono più domande che risposte. 

E’ ciò che preferisco, perché mi aiuta a mettere continuamente in discussione ciò che faccio, dico, penso, scrivo, sono.

Insomma, se non si fosse ancora capito, questo è un enorme grazie, amico mio.

Per sdrammatizzare: sarà vera gloria?

Ai posters (ma anche a qualche manifesto) l’ardua sentenza! 😉

Davide De Vita

P.S.: se qualcuno ha pensato, pensa o penserà che stessimo parlando di politica, non è così.

Non ne stavamo parlando, la stavamo facendo

Iglesias? Village People!

Iglesias Village People

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Come va? Come state?

Sono stato un po’ assente su queste pagine in quanto impegnato a vivere, lavorare, scrivere altro.

Cominciamo con le solite, doverose premesse: intanto, il sottoscritto è il primo a battersi la mano sul petto pronunciando “mea culpa, mea maxima culpa” in quanto ha fatto e detto cose di cui si vergogna.

Sono errori che ho commesso, non li disconosco, ma – superati l’imbarazzo, il disagio e lo sconforto – come tali li reputo.

Poi: il gruppo musicale al quale faccio riferimento in questo articolo mi piaceva pure, lo utilizzo in questo contesto perché i loro travestimenti erano usati in maniera intelligente, simbolica e auto-ironica.

Aggiungo: non sono esperto di nulla, assolutamente di nulla.

Perciò ultimamente più che rispondere a provocazioni dette o scritte faccio un respiro profondo e… Tiro avanti.

Perché rispondere sarebbe facile, veramente facile: un ragionamento sensato penso di essere in grado di sostenerlo, ma …

A che scopo?

Servirebbe?

Purtroppo no, non più.

Soprattutto di questi tempi (ma anche in tempi passati, ahimè…) e ad Iglesias, cari concittadini…

Okay, “cari concittadini” è un’espressione che sa fin troppo di politica e lungi da me pensare soltanto di sfiorare l’idea di entrarvi (in politica, appunto): non ne ho le capacità, non ne sarei in grado e soprattutto non lo voglio fare.

Tra l’altro sono uno qualunque, senza titoli, amen. 

Ciò che mi ha fatto riflettere,  invece,  è l’ergersi di qualcuno, ogni tanto, a moralizzatore, giudice, urbanista, commercialista, architetto, critico d’arte, esperto di tutto e di più e via di questo passo, come al solito chi più ne ha più ne metta.

Ribadisco: l’ho fatto anch’io e ho sbagliato a farlo, me ne rendo conto e lo ammetto, spero di non ripetere l’errore.

Perché – qui arriviamo al nocciolo della questione – c’è una bella differenza tra esprimere un’opinione (più che lecita, sia positiva sia negativa) e, invece, sputare sentenze come se si fosse depositari di chissà quale Verità Assoluta e Dogmatica.

Non solo non la possiede nessuno, ma in special modo non la possiede nessuno qui ad Iglesias.

L’ho scritto in altra sede e lo ribadisco: questo è un villaggio un po’ troppo cresciuto, vestito da signora, che ambisce ad essere signora e diventare finalmente città.

Per questo il riferimento a quel vecchio gruppo musicale.

A me piace, intendiamoci, amo Iglesias, contraddizioni e problemi compresi, perché siede sulla Storia (purtroppo spesso ci ha dormito anche, nonostante ultimamente si siano moltiplicate le iniziative in senso contrario e ben vengano!) e ha potenzialità che – sempre a mio parere – sono state valorizzate ancora in minima parte ed è giusto che ci si provi, ci si impegni anche in questo campo come in tanti altri.

Il rovescio della medaglia è però, appunto,  l’aspetto “villaggio”: qui – come in qualsiasi altro centro di provincia del mondo – ci si conosce tutti bene o male e si sa tutto di tutti.

Perciò di ogni gallo che canta si conoscono pollaio, confini dello stesso, vita morte e miracoli, “segreti” che difficilmente sono ancora tali.

Di tutti, nessuno escluso, me compreso e me per primo, sottolineo ancora una volta.

Se questo può essere per certi aspetti un difetto, da un altro punto di vista può essere una garanzia:

<< Cosa stai dicendo? Parli proprio tu che… >>

A tutto ciò aggiungete l’enorme amplificatore dei social, che appunto ingigantisce sia le – poche, ahimè … – buone idee sia le – troppe, ahimè… – cazzate intergalattiche.

Siamo però ad Iglesias, perciò – ripeto – è fin troppo facile fare e disfare.

Mi correggo: fare è difficile, disfare (anche solo a parole…) un’inezia.

Il mio umile appello perciò – e concludo – è quello di guardarci prima allo specchio prima di sparare a zero contro chiunque e qualsiasi cosa.

Sarà un appello inascoltato, non letto?

Pazienza.

Almeno ci avrò provato.

Perché anche qui non solo siamo un po’ tutti “Village People”, ma vale più che mai l’evangelico

<< Chi è senza peccato… >>

Davide De Vita

Recensioni: “Storie Minime” di Stefano Ardau

Storie Minime Stefano Ardau

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché acquistare, leggere e recensire “Storie Minime” di Stefano Ardau?

Perché lo merita il testo e lo merita lui.

Mi piace la Storia e mi piacciono le storie o, come le chiama l’autore con azzeccata intuizione, appunto “Storie Minime”.

Più che una raccolta di racconti su persone di Iglesias esistenti od esistite l’ho trovata una godibile galleria di ritratti, dipinti (o scritti, ma in questo caso è lo stesso) con pennellate rapide e precise, a volte ruvide e malinconiche, mai banali.

Un testo onesto scritto di testa e di cuore: di questi tempi non è poco.

Lo sguardo è quello attento di chi ha avuto spesso a che fare col pubblico, magari da dietro il bancone di un bar, con un’attenzione particolare per gli ultimi, gli invisibili, i dimenticati.

Si narra di donne e uomini alcune delle quali e alcuni dei quali ho conosciuto anch’io e di sicuro in tanti in città abbiamo incontrato o visto almeno una volta, per poi – presi come siamo sempre dal nostro imminente e pressante quotidiano – resettarli nella memoria “altra” se non proprio nell’oblio.

Stefano no, Stefano si ferma – o si è fermato – a scattare delle istantanee a queste persone che forse con un brutto termine moderno si potrebbero chiamare “borderline”.

In questo libro però non si cercano etichette e si preferisce, invece,  parlare di persone vere e concrete, dei loro drammi e del loro a volte incredibile e tortuoso vissuto.

Parla di sconfitte, Stefano.

In un mondo e in un periodo storico dove pare che se non sei vincente non sei nessuno.

Con grande coraggio – che gli ammiro molto, lo dichiaro pubblicamente – parla anche delle proprie, arrivando a concludere il testo con quello che immagino sia stato un dolore senza confini per l’improvvisa perdita di una persona a lui molto cara.

Ci sarebbe stata bene – ma per carità, il libro va benissimo così com’è – un’introduzione del tipo:

<< I fatti, le persone, i luoghi di cui si parla NON sono da ritenersi puramente casuali ma precisi e mirati >>

Perché così è: a volte i ritratti non sono più lunghi di una pagina, ma ben delineati, più che sufficienti a far tornare alla mente e alla memoria l’uomo o la donna di cui si parla.

Conosco Stefano da tanti anni anche se non benissimo: leggo ciò che scrive perché m’interessa, nonostante spesso la pensiamo in maniera diversa, soprattutto in ambito politico.

Questo non mi impedisce di apprezzare molto alcune sue idee – che ritengo validissime – come appunto questo libro e il progetto “Favolandia” che consiste – se non sbaglio – nello scrivere favole apposta su richiesta per ogni bambina o bambino che glielo chiede e realizzarla poi oltre che scritta anche colorata.

Un’ottima idea: lui l’ha avuta, io no.

Per tornare a “Storie Minime”, con dieci euro si può comprare una ricarica telefonica oppure proprio questo libro, che invece è una ricarica per la memoria e…

Per l’anima.

Davide De Vita

Over.

Carola Rackete

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché non posso fare  a meno di parlare e riflettere su questa capitana coraggiosa?

Perché, consapevole di ciò che faceva, l’ha fatto.

Sapeva di infrangere regole, di andare contro una nuova legge italiana ma ha considerato di maggiore importanza condurre in un porto sicuro quelle restanti quarantadue persone, salvandole di fatto da un destino quanto mai incerto.

Colpisce la decisione nella sua voce, quell’ << Over >> ( “chiudo”) che conclude le sue comunicazioni e un po’ tutti abbiamo sentito in queste ultime ore. 

Okay: poteva portarli da qualche altra parte?

Sì, ma non sarebbe stato il “porto sicuro più vicino”.

Vengono tutti in Italia?

Niente di più falso: questi sono i dati ufficiali UNHCR riguardo all’ <<emergenza sbarchi>> aggiornati a giugno 2019.sbarchi 2019 UNHCR

Questa è la realtà dei numeri, che nessuno ha smentito, il resto è la percezione distorta della realtàNon ho il coraggio di questa ragazza, non credo l’avrò mai, ma l’ammiro: si è assunta le proprie responsabilità davanti al mondo intero, in “diretta streaming” che tanto piaceva, per esempio, al M5S “prima maniera” (come mai niente più streaming, a proposito, ragazzi?) Mentre scrivo, nel pomeriggio di oggi giovedì 27 giugno 2019, questa giovane donna trentunenne che ha già navigato nell’Artico, ha tre lauree e parla cinque lingue, ha provato di nuovo ad oltrepassare il blocco tentando l’approdo ma è stata bloccata ad un miglio da Lampedusa; leggo che ora (sedici e trenta circa) a bordo della Sea Watch 3 c’è la Guardia di Finanza con lo scopo di identificare i quarantadue migranti; c’è anche una delegazione di politici.

Ora da quando la Capitana è balzata agli onori della cronaca per ciò che sta facendo – l’ha fatto e lo sta continuando a fare, non ne sta parlando, non lo sta promettendo, non lo sta ipotizzando – decine se non centinaia di onanisti (come altro definirli?) dalla facilissima tastiera hanno rovesciato addosso a lei tutte le loro repressioni (ovviamente sgrammaticate quanto mai…) soprattutto sessuali. A cominciare da quel “campione” che le ha augurato di essere impalata con un tubo d’acciaio (tralascio il percorso anatomico suggerito, tanto l’abbiamo letto tutti) …

Bene – si fa per dire – io vorrei proprio essere davanti a questo mezzo uomo che ha scritto una bestialità simile mentre magari entra in chiesa e si comunica pure.

Sì, vorrei essere proprio lì davanti e guardarlo in faccia, o feccia, se volete.

Ammesso che l’ostia consacrata non prenda fuoco piuttosto che essere ricevuta, il che non mi stupirebbe affatto.

Mi sono stufato del razzismo mascherato, dell’ipocrisia falso – cristiana, dell’ignoranza dilagante, della realtà distorta, di quell’uomo lì che non nomino altrimenti faccio un favore al suo stramaledetto algoritmo che lo tiene a galla…

Perché è ora che ci svegliamo, che capiamo che il vero avversario NON è lui, ma un algoritmo, anzi un’altra persona che sta dietro sia a “lui” sia ad un intero team chiamato la “Bestia”.

Ogni tanto se ne parla ma in maniera marginale, perché così dev’essere, chi deve stare sempre in prima pagina o meglio su ogni schermo possibile è quello lì.

Sì, perché per quanto vi sembri assurdo e paradossale, episodi come questo a quello lì servono – eccome se servono – ad aumentare o consolidare il suo consenso.

Questo algoritmo (o il team composto da quanti si occupano della sua immagine) fa sì che ogni volta che lo si nomini, lo si insulti, comunque se ne parli, aumenti.

Tutto ciò l’ha inventato un “nerd” che si chiama Luca Morisi (accanto nella foto)Luca Morisi, definito “spin – doctor” … Occhei, mi fermo e andiamo a vedere cosa significa…

Recita mamma Wiki:

Lo spin doctor (dall’inglese [top] spin «colpo a effetto» nel gioco del tennis e doctor, «esperto») è un esperto di comunicazione che lavora come consulente per conto di personaggi politici. Il suo compito è elaborare mediante precise strategie di immagine un’apparenza del politico adeguata da sottoporre attraverso i media all’opinione pubblica, al fine di ottenere consenso elettorale o più in generale per ottenere consensi riguardo al proprio mandato politico

In poche parole, un bravissimo “costruttore d’immagine” nell’era dei social.

A dirla tutta lui rifiuta questa definizione e nega l’esistenza di bot o algoritmi, affermando invece che l’unico spin – doctor di quello lì è…

Quello lì stesso.

Probabilmente lo direi anch’io se…

Nato nel 1973, Morisi ha unito i suoi destini a quelli di Salvini dal 2013, da quando è diventato responsabile della comunicazione e social media strategist dell’allora neosegretario del Carroccio. Imprenditore, libero professionista e professore a contratto all’Università degli studi di Verona, ha insegnato dal 2004 al 2015 nel corso “Siti Web di Filosofia” e in quello “Laboratorio di informatica filosofica”. Con un compenso annuo di sessantacinque mila euro, è consigliere strategico della comunicazione di Salvini da quando quest’ultimo è diventato ministro dell’Interno.

Sono circa cinquemila cinquecento euro mensili: non un super stipendio astronomico ma di questi tempi direi che ci si possa abbondantemente accontentare.

Dunque, per quanto io possa pensarla molto diversamente in ambito politico, sarei un idiota a non ammettere che quest’uomo sappia fare benissimo il suo lavoro

È sempre lui, tra le altre cose,  ad inventare il soprannome “il Capitano” per…

Quello lì.

Data l’assonanza, torniamo a Carola Rackete, la “capitana” – sul serio però – della Sea Watch 3, al momento in cui scrivo in stallo a poco meno di due chilometri (per parlare semplice, altrimenti un miglio marino, cioè poco più di un chilometro e ottocento metri) da Lampedusa e che va incontro al suo destino entrando nella Storia, se già non l’ha fatto. Rischia grosso, lo sapeva, lo sa benissimo, ma conta su tantissime altre persone in Italia e nel mondo che hanno scelto, per quanto ancora possibile, di … #restareumani.

Over, capitana.

Davide De Vita

Fonti:

https://www.ilsole24ore.com/art/chi-e-luca-morisi-guru-web-che-ha-postato-foto-salvini-col-mitra-ABQLG7qB

https://tg24.sky.it/cronaca/2019/06/27/sea-watch-ultima-ora-diretta.html

Durga: the day after. Grazie a tutti :-)

immagine per articolo su presentazione

Attenzione: questo è un articolo dove me la suono e me la canto, sappiatelo! 🙂

Buona sera, buona domenica e chiediamoci un perché.

Perché ringraziare sia quanti erano presenti ieri alla presentazione del mio ultimo romanzo “Durga: il ritorno di Spiga – Emme 2” sia chi non ha potuto raggiungerci ma ha letto il libro o lo sta leggendo?

Perché lo ritengo giusto, doveroso.

Sono un tizio qualunque che soltanto grazie a tutti voi può continuare  a sognare questa specie di bellissimo sogno diventato realtà. Solo grazie a voi può continuare ad esistere e proseguire ancora per qualche altra “avventura”.

Non mi sembra ancora vero – come mi è capitato più volte – di sentire per strada persone che parlano dei personaggi dei miei libri come se li conoscessero benissimo e fossero persone “reali”: una sensazione bellissima, perché siete voi che leggete che li avete fatti “vostri” e per me che li ho creati questa è una grandissima soddisfazione.

Mi si dice “scrittore” e forse lo sono, ma ho ancora tanto, tantissimo da imparare, devo “crescere”, parecchio, ovviamente la perfezione non è di questo mondo quindi sicuramente ho commesso degli errori e altri ne commetterò, ma non sarei umano altrimenti.

Più che “scrittore” preferisco pensare a me stesso come ad un “artigiano della parola scritta”, perché il lavoro che c’è dopo la primissima stesura di una storia è davvero grande e ha bisogno di pazienza, umiltà, fermate e riprese, tagli e cuciture, revisione, revisione, revisione, revisione e ancora revisione.

Nel caso di un giallo come quelli che scrivo, ancora di più: proprio come il lavoro paziente e certosino di un antico artigiano e nella fattispecie un orologiaio d’altri tempi, che riparava gli orologi a molla con gesti esperti e sapienti.

Ho fatto in tempo a conoscere gli ultimi in attività ad Iglesias prima che sparissero e qualcosa ho imparato: per esempio come si apre una cassa d’orologio (in quale punto fare leva) o con quanta pazienza e precisione bisogna (quando ancora c’erano) rimettere a posto una molla a spirale…

Cosa c’entra tutto questo con lo scrivere gialli?

Moltissimo.

Devi controllare tutto, ore, date, luoghi, nomi, situazioni, concatenazione degli eventi e tante altre cose, poi come già dicevo sopra controllare ancora e ricontrollare ancora: deve “funzionare”.

Se poi hai la fortuna di avere accanto a te persone che quando è necessario sanno essere molto esigenti e severissime, avendo anche uno sguardo attento e “altro”, diverso dal tuo, tanto di guadagnato.

Aggiungici amici scrittori che davanti ad un bicchiere di birra o di vino ti aiutano, criticano, suggeriscono ma soprattutto si confrontano lealmente ed apertamente con te e con ciò che tutti scriviamo, ognuno nel suo genere: ecco,  ancora meglio.

Per questi motivi – oltre molti altri – mi sento un uomo molto fortunato.

Nonostante le ansie provate e vissute la “notte prima”, che ho scritto mentre le stavo “attraversando” un po’ per scaramanzia e un po’ per non perderle e che ora vi ripropongo.

Durga’s night.

Questa è la notte prima della presentazione del mio ultimo romanzo “Durga: il ritorno di Spiga – Emme 2”. Il mio quarto romanzo dopo “Saiselgi”, “Arecibo”, “Emme” di cui è il naturale seguito. Tutto bello, lineare, semplice… Invece no, non lo è per niente. Provo ansia, in questi giorni migliaia di studenti affrontano gli esami di maturità e mi sento un po’ come loro…

Dovrei avere un vantaggio enorme, visto che per il mio “esame” di domani il testo l’ho scritto io.

In fondo non è proprio del tutto vero neanche questo: dopo “Emme” la forza dei personaggi era tale che molti di loro era come se chiedessero maggiore spazio, respiro, vita. Quindi sono stati loro, in un modo che forse solo chi scrive può capire, a impormi di andare avanti e probabilmente non solo per un primo sequel ma anche altri, al momento non saprei se andrò oltre un eventuale “3 “.

Per quanto riguarda la presentazione di domani sera ho immaginato di tutto, dal cadere sugli scalini che portano al palco al trovarmi di fronte la sala vuota, al non sapere come andare avanti mentre recito e magari mi viene un vuoto di memoria, al troppo caldo che soffriremo insieme agli spettatori…

Non so, ho paura, ma forse è giusto che sia così, sarei un pazzo a non averne neanche un po’…

Non è la prima presentazione che faccio ma la quarta, però il confronto con quella di “Emme” è perduto in partenza, quella resterà unica ed irripetibile…

Continuo a scrivere perché mi piace moltissimo, diverte prima di tutto me stesso, poi spero piaccia ai lettori… Mi si dice che sono in tanti a leggere i miei pezzi, gli articoli che scrivo su questo blog o in rete in generale e faccio fatica a rendermene conto, certo mi fa piacere, ma come mi hanno detto di recente, ad Iglesias “si sa” che scrivo e non è poco.

Se poi lo faccio bene o male non sta a me giudicarlo.

Fatto sta che per me è come respirare e se non lo faccio per troppo tempo sto male.

Finché potrò andrò avanti, sperando di non arrivare mai a stancare chi per leggermi spende soldi e tempo.

Grazie a tutti, avevo bisogno di sfogarmi un po’, in questa “Durga’s night”, in questa notte prima di Durga, la mia “notte prima dell’ennesimo esame”.

Ce l’ho messa tutta, tocca a voi, se vi andrà, dovrete solo… Leggere.

Piazza del Minatore 2, Iglesias, venerdì 21 giugno 2019, ore 22,56.

***

Domenica 23 giugno, ore 16,27.

Le cose sono poi andate invece molto bene, sono contento e soddisfatto, tanti gli amici che sono venuti a trovarmi nonostante il caldo infernale, per cui vederne decine nella sala azzurra del Centro Culturale è stato davvero molto bello. Era sabato e in tanti sono andati al mare, non posso biasimarli, spero solo che chi c’era non si sia annoiato e abbia passato un’oretta se non proprio divertente almeno interessante.

Ringrazio qui pubblicamente tutti gli amici del CIC – ARCI Iglesias per la squisita ospitalità, la disponibilità a 360° e il grandioso lavoro che svolgono alla Casa del Cinema che hanno in gestione e che in tanti forse ignorano o ignoriamo: non parlo degli innumerevoli eventi e serate che organizzano ma di quel lavoro “oscuro” di archivio comprensibile anche soltanto dando un’occhiata al piano superiore dell’edificio e che considero di enorme importanza e valenza sociale prima che culturale.

Non starò ad elencare chi c’era perché rischierei di dimenticare qualcuno e mi dispiacerebbe troppo: sappiate che per me siete tutte e tutti importantissimi, scrivo per voi. 

Un enorme ringraziamento infine alla grandiosa Nicoletta Pusceddu, autrice, attrice, regista e non ricordo quante altre cose, che ha avuto la pazienza infinita di provare a farmi recitare…

Se non sono stato troppo “cane” è solo merito suo!

Davvero, grazie di cuore a tutti e …

Sì, sto già scrivendo quello che immaginate!

Davide De Vita

 

 

 

 

 

 

Intellettuali di tutto il mondo unitevi. L’appello di Massimo Cacciari.

Massimo Cacciari con scritta

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché ritengo giusto diffondere quanto più possibile un appello come questo, già apparso in centinaia se non migliaia di bacheche? 

Intanto, perché credo così, a occhio e croce, sia meglio che sparare da un balcone e poi mentire alla polizia, tanto per dirne una. 

Poi perché ho sempre detto, scritto e ripetuto che preferisco sperare piuttosto che sparare. 

Poi perché questo appello somiglia in maniera eclatante (chi l’avrebbe mai detto, solo poco tempo fa) alle accorate parole di Papa Francesco contro il clima disumano che stiamo vivendo. 

Poi perché, forse, la parola scritta e ragionata è l’unico strumento rimastoci per arginare questa deriva apparentemente irrefrenabile. 

Il testo. 

INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI

Non ho vissuto l’età dei totalitarismi, l’età della morte del pensiero critico ma oggi più che mai posso considerare quanto sia pericoloso il sonno della ragione. Nell’età del ritorno dei Malvolio di montaliana memoria un semplice prendere le distanze non può bastare, non è più possibile una “fuga immobile” anzi può rappresentare una scelta immorale, un disimpegno colpevole. Oggi non è più tempo di tacere, è tempo di prendere una posizione perché ogni esitazione potrebbe mettere a rischio le grandi conquiste culturali del secondo dopoguerra. La cooperazione internazionale, la democrazia, l’integrazione, la tolleranza non possono essere valori negoziabili.

Quello che maggiormente preoccupa non è il ristretto e circoscritto disegno politico di Salvini ma la constatazione dei consensi numerosi che colleziona, non è di Di Maio, che mi preoccupo e del suo serbatoio di voti “protestanti” ma la constatazione che la protesta sinistroide abbia consegnato il paese ad una destra becera e livida e che una larga fetta anche di intellettuali non si sia resa ancora conto che si è prostituita alla peggiore delle destre , non a quella progressista e europeista ma alla destra razzista e violenta di Salvini. Ad una destra incapace di cogliere i segni del tempo, incapace di progettare un mondo di uomini in grado di vivere insieme pacificamente nella consapevolezza che ogni vero progresso raggiunge la sua pienezza col contributo di molti e con l ‘inclusione di tutti, seguendo l’insegnamento terenziano alla base della nostra cultura occidentale: “Homo sum humani nihil a me alienum puto“.

(letteralmente: «Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me»; in parole più semplici: «Nulla che sia umano mi è estraneo». La frase è di Publio Terenzio Afro che la usò nella sua commedia Heautontimorùmenos – Il punitore di sé stesso, v. 77 – del 165 a.C.)

Appartengo al mondo della formazione, sto, pertanto, in trincea a contatto con una generazione vivace, intelligente, elettronica e “veloce” che “vivendo in burrasca” rischia di precipitare nel baratro dell’indifferenza o, nel peggiore delle ipotesi, dell’intolleranza, dell’aggressività pericolosa e ignorante.

Questi stessi giovani, invece, meritano di essere salvati, meritano una cultura in grado di coniugare pathos e logos, una cultura che percepisca l ‘uomo come fine e non come mezzo, che consideri l ‘”altro da sé “una risorsa importante giammai una minaccia.

Nell’età delle interconnessioni non c ‘è niente di più assurdamente anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli. È solo nelle DIVERSITÀ che si può cogliere il vero senso della BELLEZZA e l’essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente.

Non è neanche questione di destra o di sinistra, di rosso o nero ma il problema è, soprattutto, di carattere culturale. La vera emergenza è quella di costruire un argine contro ogni forma di populismo, contro la xenofobia, contro i nuovi razzismi in nome di una società civile che riparta dall’ UOMO, non prima dall’uomo Italiano, né come in passato, prima dall’uomo della Padania ma dall’ UOMO  in quanto umanità È necessario che in ogni campo sia politico che economico, culturale e sociale non si perda mai di vista l’uomo, la sua dignità, il suo inestimabile valore e, al di là di ogni faglia e filo spinato, lo si consideri il fine ultimo di ogni progetto.

INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI, c ‘è molto da fare, a partire dalla formazione scolastica. Se uniti si costituirà una forza inarrestabile, la forza della cultura, la sola che possa costituire un argine autentico contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria, principalmente di quella della mente.

Massimo Cacciari

(Testo raccolto e riprodotto da Davide De Vita)

Zingari, Zingarelli e Zingaretti.

Zingari Zingarelli e Zingaretti immagine

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché, ad esempio, siamo arrivati a questo punto in Italia?

Perché ce ne siamo fregati, sempre, da decenni, di quanto accadeva e soprattutto sarebbe potuto accadere e infatti …

È accaduto, sta accadendo: non è il mondo che sognavamo. 

Gli zingari li ho inseriti nel titolo non solo perché purtroppo per i più sono il simbolo di qualcosa o qualcuno che dà estremamente fastidio, ma mi serviva il termine per il giochino di parole.

Tra loro ci sono ladri e ladre, borseggiatori e borseggiatrici ma…

Siamo sicuri che tra noi non ce ne siano altrettanti e magari ci sia anche di peggio?

Un esempio di queste ore: un italianissimo marito ha ammazzato l’italianissima moglie a martellate (sì, a martellate…) perché la sospettava di adulterio o qualcosa del genere.

La donna massacrata e coperta di sangue è stata scoperta dalla figlia di dieci anni.

Tutto rigorosamente “made in Italy”: prima gli italiani. ( 1) 

Ora, parliamoci chiaro perché ormai i coglioni me li sono rotti davvero anch’io: se a compiere un simile,  orribile delitto fossero stati gli zingari o altra minoranza a lui sgradita, l’indegno uomo (vabbèh… ) che ricopre la carica di ministro dell’interno ne avrebbe fatto, come sempre,  uso e abuso sui social che gli piacciono tanto.

Egli – sui social – è impegnatissimo sempre e così evita di andare a lavorare sul serio (ma non l’ha mai fatto in vita sua, meglio ricordarlo all’infinito) come invece dovrebbe fare, pagato dallo Stato, cioè da tutti noi.

Non approfondisco sul fatto che gli zingari sono tra le etnie più perseguitate di sempre e da sempre, anche moltissimi di loro sono finiti nei forni crematori nazisti, ma lo cito perché ricordare fa sempre bene, anche se dà fastidio, anzi forse proprio per quello.(2)

L’elemento in questione, che tanto si è riempito la bocca nelle piazze e nei comizi (non ha mai smesso di fare campagna elettorale, ho enormi dubbi su come, quando e per quanto sia stato nel suo ufficio…) della questione migranti e sul come l’Europa se ne sia disinteressata, quando è stato il momento di andare a confrontarsi con gli altri ministri degli interni proprio su questa precisa questione…

Non c’è andato.

Attenzione: non c’è andato per la sesta volta.

Quelli erano il luogo e il momento giusti per far valere le sue idee oltre la propaganda e dove fare il suo lavoro.

Non c’è andato.

S’è invece burlato in un ennesimo comizio di un ragazzo che esponeva un pericolosissima, letale, distruttiva sciarpa con su scritto:

<< Ama il prossimo tuo come te stesso. >>

Lui, che bacia il rosario e si appella al Sacro Cuore di Maria.

Lui, che per il sottoscritto un Vangelo se l’ha aperto di sicuro non l’ha capito, mai.

Lui, che per il sottoscritto è sempre di più un cialtrone, un pagliaccio, un buffone che prima o poi cadrà e non farà nemmeno tanto chiasso, inconsistente com’è.

Abbiamo una grossa responsabilità in merito all’ascesa di uno così.

L’abbiamo permessa.

Qui entra in ballo lo Zingarelli, sì, uno dei dizionari o vocabolari più noti.

Lo cito come esempio perché ormai ce lo siamo dimenticato in tanti, troppi: storpiamo ogni giorno parole di cui ci riempiamo la bocca senza conoscerne il vero significato e senza prenderci la briga di andare a cercarlo, perché costa fatica e ci siamo dimenticati anche della nobiltà della fatica fisica.

Studiare è faticoso, richiede tempo e concentrazione, che però preferiamo dedicare ad altro, da tempo, troppo.

Leggere viene prima di studiare, apre la mente, ma la mente va educata ad imparare e ci vuole metodo e di nuovo fatica, tempo, concentrazione, dedizione, passione.

Molti insegnanti di questa maltratta, maltrattatissima scuola italiana queste qualità le hanno, insieme ad anni di esperienza che però rischiano di non valere più nulla, oppure sono incatenati sia da un precariato pluridecennale sia da uno stipendio tra i più bassi d’Europa.

Ce ne siamo fregati, ce ne stiamo ancora fregando anche di questo.

Così nei decenni passati abbiamo lasciato che generazioni di giovani, oggi adulti, si diseducassero prima dalle regole base, anche della grammatica, quindi dal rispetto reciproco, infine dalla capacità di analisi, sintesi, critica e ragionamento.

Abbiamo sempre più velocemente abbandonato quei valori che comunque la Chiesa (con tutti i suoi enormi problemi e difetti, che non nego, ma condanno) ha tramandato per secoli, per poi rifarli nostri (anche qui senza conoscerli davvero, con un’enorme ipocrisia) a seconda delle circostanze, come feticci ai quali aggrapparci una volta smarriti nel mondo nuovo che avanza e avanza comunque.

Mi si è detto che ci stiamo islamizzando.

Non mi risulta, non ci sono dati statistici che lo dimostrino, ma loro (non parlo degli estremisti e dei fanatici, quelli li condanno senza esitazione, ma di qualsiasi credo, ideologia, pensiero) non hanno vergogna di pregare, anche in pubblico, noi sì, ammesso che ci ricordiamo come si fa.

Se poi degli sgherri portano via tra le risa della folla, incitati dal ministro del’interno in carica ( ! )  una sciarpa con su scritto << Ama il prossimo tuo come te stesso >> (3) ad un ragazzo che poi solo per miracolo non è stato pestato beh, non ci staremo islamizzando, ma di certo non possiamo dirci cristiani.

Attenzione: non voglio fare il moralizzatore di turno, non ne ho i requisiti, sono un peccatore come e più di altri e potrei essere di certo un cristiano migliore, ma il vizio di dire o scrivere ciò che penso, scusate, finché lo posso fare non me lo tolgo.

Zingaretti.

Credo che sia una brava persona, ma …

Non ci siamo ancora.

Perdonate, ma sia Bersani prima sia lui adesso mi hanno fatto tornare in mente la caricatura del vecchio comunista messa in scena da “Ferrini” nei programmi di Arbore. Chi ha qualche annetto se lo ricorderà: l’ho rivisto su YouTube e m’ha fatto tenerezza.

Zingaretti, dicevo: manca qualcosa.

Non ha quel carisma necessario, forse sarà un traghettatore come dicono alcuni, oppure verrà fuori alla lunga distanza.

Il problema è che, proprio in questi giorni in cui si ricorda la scomparsa di Berlinguer, manca al Centro Sinistra o alla Sinistra in generale uno se non come lui (sarebbe chiedere troppo…) almeno che…

Gli si avvicini anche solo un tanto così.

Zingaretti ha il merito di aver tenuto in piedi un partito dato per spacciato, ma sarà come sempre la Storia ad emettere il suo verdetto.

Se siete arrivati fin qui pur non pensandola come me, vi ringrazio moltissimo, il mio rispetto per voi è massimo.

Sottolineo, ribadisco, scrivo in grassetto se volete: non pretendo di avere ragione a tutti i costi, se qualche volta l’ho fatto me ne scuso, ma cerco di ragionare sulla base di quanto vedo e sento ogni giorno, del mio vissuto e delle mie conoscenze, sempre da perfezionare.

Se siete arrivati fin qui e la pensate come me, beh, pensare non basta più, il tempo è scaduto.

Davide De Vita

O il Vangelo, o la Lega. 

Fonti:

(1) : https://www.iltempo.it/cronache/2019/06/10/news/cisterna-latina-elisa-ciotti-uccisa-marito-fabio-trabacchin-martello-figlia-via-palmarola-1170193/

(2): http://tuttoin1.it/rom-zingari-non-sono-chi-pensate/

(3): https://www.vice.com/it/article/a3xyvk/cartello-ama-il-prossimo-tuo-comizio-di-salvini