Mutamenti.

Buonasera e chiediamoci un perché: chiediamoci, per esempio, perché a volte abbiamo paura, terrore, di un cambiamento, qualsiasi cambiamento, preferendo il tanto rassicurante status quo.

Beh, ragazzi, premesso che come sempre questa non è altro che la mia opinione, mi sono abbastanza stufato dello status quo, del seguire la “strada maestra” che tutto lascia com’era, impedendo al futuro di manifestarsi, prendere piede, diventare presente e matrice di altro futuro.

Del resto, ce lo insegna la stessa evoluzione: solo i cambiamenti, le mutazioni, l’adattamento dei vari esseri viventi – a partire da quelli piccolissimi – alle mutate condizioni climatiche e/o ambientali hanno permesso a tante specie di sopravvivere per miliardi di anni.

Per cui, può essere un muro dipinto o un’idea nuova, ma i cambiamenti sono progresso, sono la creazione di qualcosa che prima non c’era e adesso c’è.

Certo, può piacere o meno, ma bisogna farci i conti, confrontarsi con queste nuove realtà: se non esistessero, se non fossero create o prodotte, nemmeno il confronto (che se pacato e civile è anch’esso progresso) esisterebbe e, semplicemente, mancherebbe.

L’immobilismo, il “lasciare tutto com’è” non mi piace, non m’è mai piaciuto. Se poi si tratta di puntare il dito, allora mi metto davanti allo specchio e lo punto, prima di tutto, contro me stesso: nella mia vita ho commesso un mucchio di errori, anche gravi, ma ho avuto la fortuna di avere amici e persone che mi hanno dato amore (e ancora me ne danno, grazie al cielo) e mi hanno aiutato – tantissimo – a non annegare (eufemismo…) e, soprattutto, a non arrendermi, mai.

Come?

Comprendendo che, spesso, se non sempre, il cambiamento è necessario, quando non indispensabile.

Duro da affrontare, doloroso, specialmente se ti chiede di fare i conti con te stesso, di metterti in discussione, ancora ancora e ancora.

Lo fai, soffri, attraversi inferni e deserti, affronti sacrifici che forse non racconterai mai a nessuno ma…

Cresci.

Dentro e fuori, comprendendo che esiste il bello anche in ciò che prima non capivi.

Ti informi, leggi, studi, chiedi, così magari ti capitano di nuovo per le mani due formidabili volumetti di Tonino Casula “Impara l’arte” (Einaudi, 1977) e “Il libro dei segni” (Einaudi, 1980) nei quali, con parole semplicissime, è spiegato l’astrattismo. Rileggi, per esempio, che Picasso prima di arrivare a quello stile era un fantastico pittore realistico, spintosi oltre, in assenza di computer e/o computer graphics, la bidimensionalità del dipinto. Spiega, Casula, che i visi distorti sono l’idea di riportare su tela – contemporaneamente – più punti di vista: non solo frontale ma laterale sinistro, laterale destro, da sotto, da sopra.

Tutto insieme.

Per primo o quanto meno tra i primi.

Può non piacere, ma è – per i suoi contemporanei – un’idea nuova, un cambiamento che, alla luce dei decenni, influenzerà tutta l’arte successiva.

Non lo affermo io, è Storia e, nello specifico, Storia dell’Arte.

Esempio: quando sorse la Torre Eiffel, i francesi gridarono allo scandalo, all’oscenità, allo spreco sconsiderato di metallo. Oggi – e da decenni – quell’edificio è uno dei simboli immediatamente riconoscibili di Parigi. 

L’idea nuova, il cambiamento, terrorizza, è vero, ma se si vuol progredire, non possiamo farne a meno; il discorso sconfinerebbe nella psicologia e nella filosofia, ma il vostro umile scrivano non è in grado di avventurarsi su quei pericolosi sentieri, per cui si ferma qui, aspettando domani che, guarda guarda, sarà un giorno inevitabilmente diverso e portatore di mutamenti, se solo lo vorremo e saremo capaci di affrontarli.

( nell’immagine in evidenza, “Architettura liquida nr. 3”, Giorgio Bartocci, Iglesias 2017)

Davide De Vita

 

 

Il fuoco e l’acqua.

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché: perché, ad esempio, non siamo capaci di gestire un bene infinitamente prezioso come l’acqua?

Bella domanda, eh?

Intanto siamo arrivati all’assurdo (secondo il modestissimo parere di chi scrive, come sempre) di doverla pagare, l’acqua, come sappiamo benissimo tutti (ero alla posta stamattina con la mia bolletta inerente – non uso le virgolette sennò un amico giustamente ha mal di pancia – quindi ci siamo capiti, eccome se ci siamo capiti…) di doverla pagare, questa benedetta acqua, ma le cose al momento stanno così e amen.

Prendersela con i vari enti preposti è fin troppo facile, puntare il dito contro qualcuno o qualcosa è uno sport nazionale nel quale siamo tutti campioni da podio.

Però…

Quanta ne sprechiamo, ogni giorno, voi ed io, anzi io prima di voi?

Ogni volta che tiriamo lo sciacquone del water se ne vanno dai dieci ai quindici litri d’oro blu, mentre, per esempio, basterebbe mettere un secchio sotto di noi quando ci facciamo la doccia per ottenerne la stessa quantità, non sprecarla, utilizzandola due volte…

Lo faccio?

Quando mi ricordo.

Si potrebbero fare tantissimi altri esempi, ma temo si torni sempre ai discorsi dell’educazione e della cultura: non c’è stato insegnato – o non l’abbiamo voluta imparare – la cultura del risparmio e dello sfruttamento intelligente delle risorse disponibili sul Pianeta che, guarda guarda, ce lo dicevano da decenni che prima o poi si sarebbero ridotte in quanto non infinite.

Il male che abbiamo fatto e continuiamo a fare alla Terra è incredibile, supera ogni immaginazione, per cui, se siamo noi la causa prima del surriscaldamento globale, non può sorprenderci se dall’Antartide si stacca (e si è staccato) un iceberg grande come la Liguria…

Per tornare in Italia e nel nostro piccolo in Sardegna o ad Iglesias, nella penisola dieci – dieci! – regioni stanno per chiedere lo stato di calamità naturale a causa della siccità, mentre gli incendi divampano ovunque mangiandosi ettaro dopo ettaro il nostro patrimonio boschivo del quale, nei fatti, ce ne importa poco meno di un c… E scusate il francesismo.

C’è un’altra considerazione da fare e riguarda i migranti: la desertificazione in atto da anni se non da decenni aggiunge un’altra connotazione al loro flusso. Sicuramente qualcuno più preparato di me l’avrà già fatto notare, ma questa immensa, infinita migrazione è, oltre che economica, sociale, causata dalle guerre, anche fortemente climatica.

Si scappa cioè, oltre che da tutto il resto, già abbondantemente drammatico, anche dal deserto e si segue l’acqua, che noi – intelligenti e civilizzati, così pomposamente ci autodefiniamo – sprechiamo in abbondanza…

Ora capita che un mio carissimo amico mi invii un video (quello che apre e accompagna il post) in cui si vede un getto d’acqua, quasi certamente potabile in quanto proveniente molto probabilmente da un serbatoio di una zona nota della città, scaricato da dieci giorni nella fogna…

Qui, ad Iglesias, in questi caldissimi giorni e con la penuria del preziosissimo elemento che tutti conosciamo e subiamo

Premesso che tutto è comunque da verificare, controllare e ricontrollare, ci si augura che, se di spreco effettivamente si tratta, lo si elimini al più presto.

Nel frattempo, prima io che non sono nessuno, poi voi se volete, proviamo a consumarla con criterio, questa liquida benedizione

Nell’interesse di tutti, dal vostro umile scrivano

Davide De Vita

Iglesias: aperto il nuovo Electra Cafè Letterario

Buongiorno e chiediamoci un perché. Perché, per esempio, ad Iglesias ci mancavano Andrea, Manuela e il loro locale. Chiuso da mesi (il vecchio), li ho visti lavorare sedici, diciotto, forse anche più ore al giorno, inverno – primavera – estate, al freddo prima, al buio poi, al caldo di questi mesi ultimamente. Ho visto loro e i loro amici e collaboratori andare avanti sempre (come hanno sempre fatto) fermandosi soltanto quando non era possibile fare altrimenti, per mille piccoli – grandi problemi oppure perché anche la famiglia ha le sue esigenze. Ho incontrato spesso Andrea a qualsiasi ora, sempre là dentro ma sempre pronto al saluto cordiale e sorridente, perché lui è così e il suo nuovo locale anche. Ieri sera 21 luglio, non so se volutamente per un “Notteggiando”, il nuovo Electra Cafè Letterario, ha aperto al pubblico offrendosi nel suo splendore.

<< Ho fatto un … Ferrero Rocher! >> dice giustamente orgoglioso Andrea mostrandomi il nuovo locale che, in una parola, è … Splendido.

Un gioiellino nello scrigno del centro storico, destinato a diventare o ri-diventare in quanto “Caffè Letterario” e perciò attento ai libri e alla cultura in generale, un punto d’incontro obbligato per quanti – e siamo in tanti – credono in progetti simili, di così ampio respiro e proprio per questo mattoni fondamentali per la costruzione di un futuro migliore e diverso, per tutti.

Offrendo, prima di tutto, un servizio di prim’ordine ventiquattr’ore su ventiquattro, consentito dalla nuova cucina e da validissimi collaboratori.

<< Lasciateci il Primo Maggio… >> dice sempre Andrea con un sorriso da un orecchio all’altro, ma ne ha tutte le ragioni; poi, sempre allegro, mi suggerisce

<< Scrivi anche di quando mia sorella è arrivata vestita come i RIS di Parma, per aiutarmi a pulire … >> Manuela è presente e lo guarda storto, ma alla fine sorride anche lei.

Un locale che apre, o riapre, ad Iglesias non è solo notizia, ma buona notizia.

Tempo fa sul vecchio locale scrissi un pezzo intitolato “Poi c’è Andrea per esempio”.

Beh ragazzi, Andrea (e tutto il suo staff cominciando riapre Electra Cafè Letterariodall’infaticabile Manuela) è tornato, Iglesias è più ricca.

Tantissimi auguri, ragazzi!

Davide De Vita

Energia “nuova e diversa” ad Iglesias

Buongiorno e chiediamoci un perché. Stavolta uno che ci tocca tutti da vicino, molto da vicino e che, prendendo il coraggio a quattro mani, mi son deciso ad affrontare.

Il perché di oggi è il seguente: perché ad Iglesias potremmo essere migliori, tutti?

Perché, rubando una frase che ho sentito poco fa in un bar ( sì, in un bar, dove si può anche parlare di argomenti diversi dal calcio… ) da qualche anno si percepisce un’energia diversa.

Doverose premesse, come sempre: NON sto pensando alla politica o a candidarmi (non credo di avere le capacità e/o i requisiti necessari e in ogni caso NON MI INTERESSA) ma ad Iglesias, nel suo insieme, come comunità.

Altra doverosa premessa: questo pezzo non vuole ( e non è ) l’apologia dell’attuale amministrazione.

Sono anch’io convinto che le strade dovrebbero essere in condizioni migliori, l’illuminazione – ovunque – dovrebbe funzionare a dovere, così come i diversi servizi ( tutti ) a cominciare dalla distribuzione dell’acqua potabile, forse, potrebbero essere meglio gestiti, giusto per parlare di qualcosa che, dopo l’incendio terribile del 26 giugno sta creando così tanti disagi, unito alle temperature assurde di questi ultimi giorni.

Detto ciò, non mi sento ugualmente di puntare il dito “armato” contro la stessa amministrazione: non è la migliore possibile, non viviamo di “assolutismi” ma – sempre e solo a mio modestissimo parere – nemmeno la peggiore.

In ogni caso, per chiudere le doverose premesse, presto ci saranno nuove elezioni, perciò prego, chi si sentirà pronto a mettersi in gioco si faccia avanti.

Energia diversa” si diceva in apertura: è vero, c’è. La si percepisce nei ragazzi e nelle ragazze che si propongono e propongono quanto creano ( i primi che mi vengono in mente sono quelli di “Trevessu” e i loro artistici portacenere, ma sempre loro sono i realizzatori della “Bibliocabina” davanti al mercato), nel riconoscimento dato alla città di “Città che legge”, nelle tante, tantissime iniziative di cui magari si parla poco e che invece andrebbero conosciute, rese più visibili, maggiormente pubblicizzate. Mi riferisco alle decine se non centinaia di associazioni sia sportive sia culturali, ognuna molto attiva nel suo settore, presenti in città, ma anche a singole persone che per esempio, si prendono cura – senza che nessuno l’ abbia loro chiesto – dell’aiuola davanti casa.

Può sembrare una sciocchezza, ma ai miei occhi è sintomo di educazione e civiltà.

C’è fermento nelle parrocchie, dove ci si muove, ci si organizza e si fa, penso alle prime che mi vengono in mente, san Pio X a Serra Perdosa e san Paolo in regione Palmari, alle loro rispettive feste e/o sagre che le hanno accompagnate. Tanto di cappello ai parroci sensibili alle esigenze della popolazione, delle singole persone, non solo a quelli delle due parrocchie citate ma anche agli altri che ben più di quanto si pensi si spendono ( in tutti i sensi ) per aiutare chi ha bisogno, in tempi disgraziati come questi dove ad “aver bisogno” sono in tanti, troppi. 

Ad Iglesias però si crea e si fa musica, teatro, si scrive, si presentano libri e rassegne cinematografiche e fotografiche, da tempo si è molto attenti al recupero del nostro patrimonio storico e culturale che definire immenso è, forse, paradossalmente riduttivo.

Non si tratta di “qualcosa che forse si farà”: si fa, lo si è già fatto, lo si continua a fare.

Negare che ciò esista significa avere il prosciutto negli occhi, scusate il paragone da pizzicagnolo. (Saluto tutti i salumieri!)

Si tratta certo di un processo lento, ma sono convinto che tutto ciò possa creare, se già non lo fa, anche occupazione. 

Ribadisco, cose da fare, da migliorare, ce ne sono tante, tantissime, però proviamo – proviamo almeno una volta – a riconoscere quanto di bello e di buono c’è già, qui in città.

So,  come tutti,  che una piaga endemica è quella dell’assenza di lavoro, ma credo che ci sia la potenzialità in ciascuno di noi – in tutti, perché se abbiamo l’energia di protestare allora ce l’abbiamo anche per proporre e in ogni caso siamo ancora “vivi” – per affrontarla col coraggio (quando ci vuole anche la rabbia) che – Storia alla mano – ci ha sempre distinto. 

Sono convinto – chi mi conosce sa che si tratta di un concetto espresso da decenni, in tempi “non sospetti” – che le carte da giocare, anche per quanto riguarda l’occupazione, siano quelle del turismo come si usa dire oggi “sostenibile” e della cultura ad esso legata, nonostante forse – per motivi anagrafici . non vedrò quella che spero diventi una vera e propria “esplosione” della città.

Ehi! Se invece accadesse prima, va benissimo! 

In conclusione, diversi anni fa un gruppetto musicale di ragazzi (poi fischiato e contestatissimo) aveva proposto un brano intitolato “Iglesias città morta”, interrotto a metà proprio dalle proteste del pubblico.

Perdonate quest’umilissimo scrivano, che riconosce di non essere assolutamente nessuno, ma non la penso così, non più.

Sono del parere, oggi, che questa città e i suoi abitanti abbiano potenzialità enormi.   Vedo che grazie al cielo stanno finalmente emergendo e credo che sì, ci sia davvero quell’ “energia diversa” di cui si accennava in apertura.

Oppure sono solo un inguaribile ottimista che spera nello slancio delle nuove generazioni, chi lo sa…

D’altra parte, dipende solo da noi.

Da tutti noi.

Grazie per l’attenzione, Iglesias.

Davide De Vita

Incendi perché: verità scomode.

Buongiorno e chiediamoci un perché: stavolta è uno bello grosso, al quale si cerca di rispondere da decenni, con alterne fortune, cioè perché divampano gli incendi in Sardegna, soprattutto nel Sud Italia, ma non solo?

Scrivo mentre in tv scorrono le immagini dei disastrosi roghi siciliani di Messina, ma anche qui ad Iglesias sarà veramente difficile dimenticare il disastro di Monteponi dello scorso ventisei giugno.

Chi scrive ammette di saperne poco o nulla, per cui cede la parola ad una persona esperta, un addetto ai lavori di lungo corso che ha scelto di mantenere l’anonimato, nonostante la sua comprovata competenza in materia ed esperienza “sul campo”.

<< Non c’è un solo motivo, ma tanti e differenti tra loro. Una volta era la pastorizia transumante che si allargava i pascoli eliminando il sottobosco e la macchia. Poi fu la speculazione edilizia. Entrambe disincentivate da leggi che vietarono qualsiasi modifica d’uso delle zone percorse dal fuoco e da qualche migliaio di forestali che resero effettivi questi divieti. Dopo furono le spinte occupazionali degli stessi operai stagionali che appiccavano il fuoco per allungare la campagna antincendio. Più avanti comparve sulla scena il volontariato forte e organizzato che fece perdere motivazione a quella causa.  Ad oggi >> prosegue l’addetto ai lavori << gli incendi si dividono in tre gruppi: il primo è quello delle cause colpose, come abbruciamenti e arrosti fuori controllo, fiamme libere (saldatrici, smerigli, cannelli adoperati vicino ad erba secca; oppure marmitte arroventate o, come abbiamo visto poche settimane fa, cavi elettrici).

Il secondo gruppo è quello doloso, spesso “giustificato” da vendette e/o truffe assicurative.

Il terzo è quello che comprende il vandalismo, il boicottaggio, la malattia mentale. >>

<< A questi tre gruppi principali >> prosegue l’esperto << Dobbiamo aggiungere i danni causati dalla mancata manutenzione dei boschi, delle cunette, delle fasce antincendio e dalla insufficiente attività di bonifica degli incendi, per non parlare della maleducazione tutta italiana da ripartire cominciando dal piccolo proprietario risalendo fino ai più grandi enti pubblici. >>

Afferma sempre l’esperto (mentre un’inchiesta è in corso, riguardo all’incendio del 26 giugno, per stabilire a norma di legge le responsabilità dell’accaduto, N.d.A.):

<< Il caso Igea è emblematico: duecentoventi persone dotate di mezzi e attrezzature non sono state capaci di scongiurare un disastro abbondantemente prevedibile; vanno fatte qui alcune premesse: sotto le linee di alta tensione, semplicemente, alberi non ce ne devono essere.

L’ENEL ha in organico dei “verificatori” che percorrono regolarmente tutte le linee per controllare la permanenza delle zone di rispetto; addirittura quest’operazione si fa in elicottero, dal quale si filma per poi mostrare i filmati a tecnici esperti.

Attenzione alla cronologia degli eventi: nonostante in casi come questo prima tagli l’albero (che comunque non è nato il 14 giugno …) e poi chiedi il permesso, questo stesso permesso viene chiesto il 15. La Forestale, per rispondere che in caso di messa in sicurezza il permesso o l’autorizzazione non sono necessari, lo fa il 21.

Si decide di effettuare il taglio il 23, poi lo si sposta al 26 e lo stesso giorno scoppia l’incendio. Non basta ancora: la Forestale ha dato prescrizioni in merito? Ha avvisato il Sindaco e il Prefetto? Ha fatto creare un’area tagliafuoco? E Igea? Ha messo una squadra a presidio? Ha fatto passare una ruspa? E quanti abitano lì, hanno avvisato del pericolo? Hanno tagliato l’erba intorno alla casa e alle case come previsto dalla legge? >>

Sono tutte domande scomode e quasi dolorose, ma che bisogna avere il coraggio di fare e porsi, per capire, altrimenti da questo pericolosissimo circolo vizioso non usciremo mai.

C’è un altro aspetto legato a questa vicenda che spesso è volutamente ignorato o comunque passato sotto silenzio; l’esperto ne parla con amarezza ma, appunto, ne parla.

<< All’interno di un’organizzazione fortemente organizzata, ben strutturata e specializzata nonostante nata e composta da volontari che, in quanto senza etichette di alcun genere, dava “fastidio” anche agli stessi Vigili del Fuoco o ai cacciatori, ai barracelli, ai pastori, per non parlare dei politici di turno che assumevano amici e parenti (spesso tossici, etilisti o semplici fannulloni), un anno furono assegnati una decina di queste persone. Cominciarono col chiedere equipaggiamenti spaziali per stare in base radio o in vedetta; poi a domandare ai volontari chi glielo facesse fare, quindi a marcare visita, chiudersi in bagno per ore o “farsi venire” attacchi di claustrofobia. Dopo una decina di giorni queste persone furono rispedite al mittente. >>

Si conclude qui quest’amara ma schietta e sincera analisi di un addetto ai lavori che in mezzo alle fiamme c’è stato tante volte, per scelta e amore verso il territorio e la città, nei fatti e non a chiacchiere.

Nel frattempo, oggi undici luglio alle ore tredici e cinquanta arrivano notizie, foto e video di un nuovo rogo a Gonnesa, mentre anche in troppe altre zone d’Italia il fuoco divampa e distrugge.

Davide De VitaIncendio a Gonnesa undici luglio

Fake news: pigrizia mentale?

 

Buongiorno e chiediamoci un perché: stamattina chiediamoci come mai la nipote della signora “sbranata dal cane” affida – per il momento – la sua ira alle pagine di Facebook, puntando il dito con sdegno contro un fenomeno che ci riguarda tutti, in quanto nessuno può dirsene immune.huffington-post-1

Grazie a queste diavolerie hi-tech senza le quali sembra non riusciamo più a vivere (confesso “a Dio e voi fratelli” di far parte – eccome – della categoria) siamo “sempre connessi” e ahimè sommersi da tonnellate di quelle che presuntuosamente definiamo informazioni.

Il problema è che questa mole incessante di metadati (figa sta doppia parola, eh? Okay, state calmi, ecco qua: i metadati sono ad esempio la data di creazione di un documento ed il suo autore, l’argomento od il riassunto e permettono di avere i risultati migliori nelle ricerche e rendono possibile una catalogazione omogenea dei file disposti per tipologia. Va bene?) e “dati semplici”, non è affatto semplice, invece,  distinguere tra le poche informazioni e/o notizie autentiche e utili e l’immensità delle fesserie (per usare un termine gentile) che purtroppo le seppelliscono.

È una legge antichissima, valida anche nel mondo digitale che “abitiamo” oggi: la quantità va sempre a discapito della qualità.

Così è normale che la nipote della signora “sbranata” dal cane, consapevole in quanto davvero informata dei fatti, di cosa sia realmente successo, abbia tutte le ragioni del mondo per indignarsi.

Il “giornalista” non ha verificato proprio un bel niente, lasciandosi invece ammaliare dal “colpo a sensazione” che la notizia (falsa, una “fake new”, appunto) della donna “sbranata” avrebbe e ha prodotto.

Il problema è che “notizie” come queste ci piovono addosso ogni giorno e le condividiamo pure, quasi in automatico… Perché non abbiamo tempo, voglia, di verificare, approfondire, mentre avere un maggior numero di visualizzazioni sul nostro profilo (di nuovo sono il primo …) ci gratifica, ci dà la sensazione di “esistere di più”, di “essere più vivi”.

La nostra personalissima versione della “realtà aumentata”.

La regola aurea dovrebbe quindi essere

Pensa, prima di condividere.

In quanto i diffusori di bufale fanno conto proprio su questo nostro istinto.

Ricordo una lezione di diritto di tanto tempo fa: il professore ci fece l’esempio di un ragazzo che era stato visto correre con una borsa in mano davanti ad una signora più anziana che lo seguiva, chiedendo poi a noi studentelli imberbi del primo anno di esprimerci su quanto era davvero accaduto.

Tutti, naturalmente, pensammo al più classico degli scippi, ma…

C’è sempre un ma.

Il professore ci spiegò che avevamo una visione preconfezionata dei fatti, oltre a non averne il quadro completo.

Venne fuori, infatti, che in precedenza, solo pochi minuti prima, altri testimoni avevano visto la signora anziana scippare con destrezza il ragazzo, fatto questo sì altamente improbabile, ma non impossibile.

Il ragazzo scappava, dopo essersi ripreso la sua borsa, spaventato dalla diabolica vecchina.

Bisognerebbe quindi vincere la pigrizia mentale che manda ogni volta in soffitta il nostro spirito critico e provare a verificare, soprattutto quelle notizie che cominciano con “il mondo deve sapere” o “non si può continuare così” e via dicendo, come insegna l’ottimo sito “Butac” (Bufale un tanto al chilo).

Il problema, ancora e di nuovo, è che comportandoci in questo modo il numero dei nostri amici, reali e virtuali, diminuirà sensibilmente, in quanto mettere in discussione sempre tutto e tutti non è simpatico, per usare un francesismo “rompe abbastanza i coglioni”, quasi come la… Verità.

C’erano una volta fior di giornalisti “vecchia scuola” come Indro Montanelli e/o Enzo Biagi che, avendolo fatto per primi, esigevano da quanti – fortunati – lavoravano con loro che si fosse sul posto, si parlasse con le persone, si respirasse l’aria della vicenda, prima di raccontarla.

Tant’è che girava la battuta “Enzo Biagi il miglior giornalista d’Italia dopo… Enzo Biagi”, oppure, in periodo di lottizzazioni selvagge delle principali testate giornalistiche da parte della Democrazia Cristiana, Partito Comunista e Partito Socialista, la storiella diffusa forse dallo stesso Biagi:

“Hanno preso in Rai un democristiano, un comunista, un socialista e uno bravo. Spero di essere il quarto.”

Altri tempi.

Per risollevarci il morale riporto una notiziola (speriamo sia autentica) in merito a come siamo messi in Italia rispetto alle bufale e alle fake news.

Bene, sentite qua:

secondo l’ultimo studio dell’Università di Oxford e della Michigan State University gli internauti italiani sono i meno creduloni e non si lasciano facilmente trasportare dalla disinformazione online. Oltre il 61% di loro verifica ‘spesso’ (42.5%) o “molto spesso” (18,8%) l’accuratezza delle notizie.

Dai, c’è speranza, possiamo ancora farcela!

Davide De Vita

Fonte:

http://www.corriereuniv.it/cms/2017/05/fake-news-gli-italiani-non-ci-cascano/

Divertissement 1; Frasi letali: “sono pronta” & affini

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché: per esempio, perché ci sono frasi che se pronunciate da un uomo risultano normali e invece, da una donna, più arcane

litigare

del significato del Manoscritto Voynich? (dai cercatevelo da soli, non ho voglia, ci son quarantatré gradi, ecchediamnine!). Prendiamo una delle frasi letali per eccellenza:

<< Sono pronta. >>

Fermi! Alt! Dietro front!

Se un uomo dice:

<< Sono pronto >>

Non c’è da “interpretare”: è pronto, fine, punto. Si va.

O meglio, si dovrebbe andare.

D’estate, con queste temperature sahariane, che cosa vuoi che si metta un uomo: pantaloni leggeri – se li ha e ci si trova bene – scarpe da tennis, una polo, boh.

Sei pulito, ti sei lavato e rasato, amen.

Hai già controllato se hai il portafoglio e l’inseparabile propaggine elettronica (smartphone), le chiavi di casa e della macchina, bon, fine, siamo pronti, si va.

Naaaaaaaahhhh.

Tu sei pronto.

Lei ha detto << Sono pronta >> ma mica si può applicare il corretto significato del presente indicativo alla mente femminile, no. Non si può. È severamente proibito dalla Corte di Ginevra che, guarda caso, è femmina pure lei. Il “sono pronta” femminile non è una frase: è un rito di passaggio da un universo ad un altro, ma non comprende necessariamente l’ uscire di casa e/o simili per noi/voi/tu uomini/uomo ferocemente agognato, naaaaah. Questa regina delle frasi letali arriva dopo circa un’ora, un’ora e mezzo della sua sorellina

<< Cosa mi metto? >>

che è stato il sottofondo della vostra lei mentre voi – ammettiamolo – vi facevate i … Vostri, cioè spesso un bel niente, rincoglioniti davanti alla tv col dito che preme in automatico i tasti del telecomando, finendo quasi sempre sul canale delle pentole o delle aste d’arte… Spezziamo però una lancia in onore della categoria – di cui anch’io faccio parte – ribadendo il concetto: rincoglioniti sì, ma in eroica attesa. Questo ci consente di non giunger del tutto impreparati al comparire di un’altra frase letale e temutissima, proposta in due versioni:

<< Come sto? >> ( normal version)

E/o

<< Come mi sta? >> (suoer version, come la benzina senza piombo)

Non c’è scampo, sappiatelo: non esiste la risposta giusta a queste domande.

Al vostro “Bene” o “Benissimo” sarà invariabilmente replicato un lapidario:

<< Non è vero. Me lo dici solo per farmi piacere. Sono grassa, avanti, dimmelo, abbi almeno quel coraggio. L’ho visto che non mi guardi più come una volta, come invece hai guardato la cassiera del supermercato, lo so, me ne sono accorta, mi credi una cretina, guarda che quella è una sciaquetta che la da via come il pane … >>

Il problema è che voi non siete soltanto assolutamente innocente, oltre che innamoratissimo come sempre, ma avete anche un alibi di ferro, perché chi vi ha servito alla cassa l’ultima volta che siete andati al supermercato insieme era un uomo.

Se riuscite, nell’infinitesimo spazio che la vostra amatissima – forse-  lascia tra una virgola e l’altra in quel fiume di parole che vi sta vomitando addosso, a farle notare quanto sopra, ella non si scoraggia (non si scoraggiano mai, fidatevi …) e replica pronta, prontissima:

<< Non ti sto dicendo dell’ultima  volta ma di quella precedente. Lo vedi che non mi ascolti? >>

Punto, set, game, match.

Non c’è storia, ma non è finita. Perché lei non si sa come (quando vogliono sanno essere più veloci della luce) è riuscita a cambiarsi ancora una volta d’abito (stava davvero benissimo anche prima, ma… Vedi sopra) e ti spara:

<< Ti piace questo completo ecrù?>>

Il meccanismo mentale maschile va ora riportato tra parentesi, in quanto, memori della precedente e cocente sconfitta, quei due o tre neuroni che ancora funzionano parlano tra loro (“i “neuroni, sono maschi, comunicano come tali, un po’ volgarotti, ma si capiscono)

Insomma, tu e i neuroni, nella tua testa, vi chiedete:

<< Ecrù? Ma che cazzo di colore è “ecrù”? Mi sembra bianco, ma se lo dico son finito. Quindi che faccio, tergiverso? Non so neanche cosa vuol dire, “tergiverso”, mi fa pensare a “tergicristallo”! E allora cosa faccio, mica posso restare qui impalato come uno stoccafisso (che credo sia il baccalà, ma va là!) … >>

Qui scatta il cogitatio interruptus, l’interruzione del tuo pensiero, perché lei, non si sa come ma ci riesce, te l’ha letto e sentenzia:

<< Rispondimi! Non restare lì impalato come uno stoccafisso che sembri un baccalà! Allora? >>

A questo punto o ti butti sotto la prima macchina che passa (se riesci ad uscire di casa, of course…) o rispondi qualsiasi cosa, o taci. In ogni caso avrai perso non una partita ma l’intero campionato, perché nel frattempo ( e ci credo, Pippo Baudo era giovane quando è iniziata questa discussione e la tv era ancora in bianco e nero! ) lei è riuscita ( le sanno fare, quando vogliono, dalle tre alle dodici cose insieme ) a decidere come vestirsi (non farle notare che dopo due ore e mezzo di tentativi è tornata – come tutte le altre santissime volte – alla prima scelta … ) a vestirsi, superarti, raggiungere la macchina ( aspettare che tu le apra la portiera, perché emancipazione o no alle donne fa sempre piacere questo gesto … ) e urlarti a denti stretti:

<< M-u-o-v-i-t-i. S-i-a-m-o-i-n-r-i-t-a-r-d-o-c-o-m-e-a-l-s-o-l-i-t-o-c-o-m-e-s-e-m-p-r-e-p-e-r-c-o-l-p-a-t-u-a-l-e-f-i-g-u-r-e-c-h-e-m-i-f-a-i-f-a-r-e!>>

Un fischio acuto lacera l’aria e, proveniente da chissà dove compare un arbitro vestito da arbitro che ti sventola sotto il naso un cartellino rosso…

Davide De Vita

Caos Venezuela: perché.

Assalto al parlamentoBuongiorno e chiediamoci un perché: perché, ad esempio, il Venezuela, prima o poi, scoppierà?

Per provare a capire ciò che sta accadendo oggi, meglio fare qualche passo indietro, fino a febbraio dell’anno scorso quando, su una testata on line ora scomparsa dal web, scrivevo:

(25 febbraio 2016, articolo pubblicato su teleGM24)

“Per tentare di porre rimedio a tutto ciò, il governo Maduro, in questi giorni, ha deciso di aumentare, dall’oggi al domani, del seimila (sì, avete letto benissimo, proprio seimila) per cento il prezzo della benzina, prima pari quasi a zero. Cerchiamo di capire meglio: la moneta corrente è il “bolivar”, per cui dopo le nuove misure, un litro di combustibile a 91 ottani costerà un bolivar, mentre ce ne vorranno sei per quello raffinato a 95 ottani. Per avere un’idea più chiara di cosa significhi, ricordiamo che un caffè, un semplicissimo caffè costa più di 100 (cento) bolivar. L’opposizione (fonte: Daniel Lozano, La Nacion, Argentina) denuncia i “regali” di milioni di barili a Cuba ed altri paesi alleati, criticando anche questa nuova misura, che ricorda fin troppo un precedente sollevamento popolare, verificatosi nel 1989 proprio in seguito ad un aumento del prezzo della benzina, costato la vita a centinaia di persone e passato alla storia col nome di “Caracazo” o “Sacudon”. A questo si aggiunge una svalutazione del cinquantanove per cento del bolivar, per cui ad oggi venticinque febbraio duemila sedici la moneta venezuelana è pari a zero virgola quindici dollari e zero virgola quattordici euro; perciò, nonostante le pompose dichiarazioni dello stesso Maduro che, soddisfatto per l’accordo raggiunto con Russia, Arabia Saudita e Qatar per rallentare la produzione petrolifera, afferma minacciando ( anche lui! ) l’avvento della terza guerra mondiale nel caso in cui trionfasse la politica imperialista: “Nessuno canti vittoria. L’obiettivo è distruggere Russia, Venezuela, Iran e Opec. Siamo appetibili per il nostro petrolio e anche per Bolivar, Chavez, il popolo, la rivoluzione. Siamo l’asse delle libertà in America.”

Nonostante questi proclami e queste misure a detta di tanti impopolari, il Venezuela ha attualmente la peggiore economia del pianeta ed è in testa alla classifica dell’inflazione, con pochi o nessuno spiraglio di miglioramento. Ora, con il disgelo tra Cuba e gli Stati Uniti, la fine dell’embargo all’Iraq, l’incertezza sulla sorte della Libia e degli altri paesi medio orientali interessati dal fenomeno Isis, si vedono davvero poco, purtroppo, reali speranze di salvezza per questa nazione, proiettata invece verso l’abisso di un altro (vedi Argentina) colossale “default”.

Ci siamo?

Lo so, magari non ci credete eppure esistono economie più disastrate della nostra.

Non tante, ma esistono.

Che succede oggi, invece, in Venezuela?

Quello che spesso diciamo tra amici al bar, o nelle chat di Whatsapp o sul social che preferite, come

<< Bisognerebbe entrare in Parlamento e prenderli tutti quanti a calci in c…>>

Beh, ragazzi, chiunque sia stato, da chiunque siano stati effettivamente spinti e più o meno “controllati”, alcuni individui hanno fatto esattamente questo all’interno del Parlamento di Caracas.

Secondo le agenzie, circa cento militanti chavisti ( seguaci dell’ex premier Chavez ) hanno assaltato e assediato il parlamento per oltre nove ore, invadendo il palazzo e aggredendo deputati, funzionari e giornalisti presenti al suo interno.

“Un minuscolo gruppo di persone pagate dal governo è venuto oggi in questa sede per sequestrare non i deputati o i giornalisti, bensì la sovranità popolare venezuelana, la nostra democrazia”

… Dichiara alla stampa Julio Borges, presidente dell’Assemblea Nazionale, rincarando poi la dose:

“per noi è molto chiaro che questo è solo un piccolo campione di quello che si sta preparando per il Venezuela con la Costituente fraudolenta lanciata dal presidente Maduro: siamo qui non per difendere un palazzo, ma i quattordici milioni di cittadini che hanno votato per noi. Maduro ha detto che condanna questi fatti di violenza, ma la verità è che è lui l’unico responsabile di questa violenza”.

Borges si riferisce alle dichiarazioni con le quali Maduro ha definito l’attacco:

Un fatto strano, una rissa nei corridoi del Parlamento”,

affermando poi di non essere

complice di nessun fatto violento

e di aver dato disposizioni affinché la giustizia indaghi su quanto è accaduto.

In un video, che lui stesso ha diffuso sui social network, Oswaldo Rivero, conosciuto come Cabeza de Mango (noto giornalista televisivo chavista), si è presentato come il responsabile dell’attacco, affermando:

 “Assumiamo la responsabilità storica di quello stiamo facendo. Siamo qui per protestare contro quelli che nascondono il cibo e commettono atti terroristici”

In conclusione, comunque vadano le cose, la verità (che come diceva già Eschilo prima di tutti, in guerra è sempre la prima vittima) è che il popolo venezuelano, in ginocchio da anni per la crisi economica durissima, è stanco della corruzione senza limiti e delle continue delusioni e disillusioni “offerte” dalla classe politica locale.

Non solo: è un popolo, letteralmente, affamato.

E i popoli affamati…

Davide De Vita

Fonte:

 http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/06/news/venezuela_militanti_chavisti_assaltano_il_parlamento_deputati_sotto_assedio_per_9_ore-170083025/#gallery-slider=170080928

 

Ipotesi Qatar

QatarBuongiorno, dov’eravamo rimasti? Ah sì, chiediamoci un perché! Chiediamoci, per esempio, cosa potrebbe succedere da oggi, 5 luglio, in Qatar.

Guardate, sono il primo a consigliarvelo: se pensate che il Qatar sia uno sciroppo per la tosse, oppure un posto troppo lontano per avere – per noi – il benché minimo interesse, non leggete questo post, fate altro, impiegate meglio il vostro tempo.

Se invece, come me, ritenete che ciò che accade laggiù – o potrebbe accadere – sia molto importante per tutto ciò che accadrà – o potrebbe accadere – nel mondo, beh, allora andate, anzi andiamo avanti.

Ricordiamo: secondo molti analisti, il Qatar sarebbe lo stato che più di ogni altro non solo appoggia ma proprio finanzia il terrorismo radicalizzato di matrice islamica. Non una cosetta da niente, dunque.

Oggi scade (scadrebbe?) la data limite imposta dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati al Qatar per accettare le richieste “non negoziabili “che però lo stato in questione rigetta in quanto “ricordano l’atteggiamento di stati arroganti che storicamente hanno sempre portato alla guerra”.

La data di oggi era già stata prorogata, a dimostrazione del fatto che quegli stessi “stati arroganti” non hanno proprio le idee chiare sul da farsi.

Quindi che succede?

L’Arabia Saudita invaderà il Qatar?

Potrebbe farlo: il Qatar ha un decimo della popolazione saudita, un confine di terra privo di difese e un esercito di piccole dimensioni, ma non solo: il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha il sostegno di Donald Trump (non quello del dipartimento di stato degli Stati Uniti) nella sua opera d’isolamento del Qatar e potrebbe convincere Trump ad accettare un’invasione. Sempre Salman ha spinto l’esercito saudita a scatenare la terribile guerra civile in Yemen per il semplice (e ampiamente infondato) sospetto che l’Iran stesse fornendo aiuto militare ai ribelli.

Piccolo appunto (i commenti di qualsiasi genere li lascio ad altri, qui riporto solo fatti): noi, Italia, esportiamo bombe prodotte in Sardegna, nello Yemen, giusto per capire quanto queste vicende non siano poi così tanto “lontane” dal nostro vissuto quotidiano…

 Le richieste impossibili

Secondo Salman il Qatar dovrebbe allinearsi “militarmente, politicamente, socialmente ed economicamente, oltre che finanziariamente” con l’Arabia Saudita e i suoi alleati.

Tradotto: niente più politica estera indipendente, controlli più serrati in patria.

Poi: chiudere completamente il gruppo d’informazione Al Jazeera, che ha sede in Qatar e il cui network televisivo satellitare è la testata d’informazione meno censurata e più affidabile del mondo arabo.

Interrompere ogni contatto coi Fratelli musulmani, un movimento islamico perlopiù non violento e democratico, che era stato tra le forze propulsive delle primavere arabe nel 2010 e 2011. Avrebbe dovuto smettere di sostenere i gruppi ribelli islamisti radicali siriani, in particolare l’organizzazione nota fino alla fine dello scorso anno come Fronte al nusra (prima che cambiasse nome per occultare i suoi legami con Al Qaeda).

Consegnare tutti gli individui accusati di “terrorismo” (un termine molto ampio nei quattro paesi che sostengono il blocco).

Espellere tutti i cittadini di questi paesi che vivono oggi in Qatar (presumibilmente per evitare che fossero contaminati dal clima sociale e politico relativamente aperto che vige nel paese).

Interrompere tutti i contatti diplomatici e commerciali con l’Iran, nonostante quasi tutte le sue entrate derivino dagli enormi giacimenti di gas che condivide con questo stato.

Non basta: pagare dei risarcimenti per il disturbo arrecato e accettare un regolare monitoraggio che verificasse il suo rispetto di queste condizioni nei prossimi dieci anni.

I quattro paesi che sostengono il blocco (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto, rispettivamente tre monarchie assolute e una dittatura militare) stanno in realtà tentando di sopprimere le idee democratiche nella regione. L’accusa secondo cui il Qatar “sostiene il terrorismo” sarebbe più convincente se l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti non stessero facendo esattamente la stessa cosa.

Entrambi i paesi hanno finanziato il Fronte al nusra e chiuso un occhio sui suoi legami con Al Qaeda, dal momento che stava combattendo il regime del presidente siriano Bashar al Assad, dominato dagli sciiti.

Il denaro è stato spesso consegnato in borse piene di contante depositate in alberghi turchi, quindi è probabile che parte di esso sia arrivato nelle mani del gruppo Stato islamico (ISIS).

L’ipotesi più probabile.

Il Qatar importa quasi tutto il cibo che consuma e in futuro dovrà farlo arrivare per via marittima o aerea, visto che il confine di terra con l’Arabia Saudita sarà chiuso in maniera permanente. Ma il Qatar è abbastanza ricco da pagare questo prezzo. L’Arabia Saudita (il principe Salman) si limiterà quindi in buona sostanza a usare le proprie risorse finanziarie per impedire agli altri di commerciare con lo stato isolato.

In conclusione non ci sarà un’invasione saudita: i diecimila soldati statunitensi stanziati nel piccolo stato non garantiscono protezione “politica” in quanto gli USA preferiranno sempre l’Arabia Saudita; le poche centinaia di soldati turchi presenti però lo difenderebbero:

 “Non ci serve il permesso di nessuno per creare delle basi militari tra paesi partner”

ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

“Sosteniamo e apprezziamo la posizione del Qatar nei confronti delle 13 richieste. Si tratta di un modo estremamente sgradevole di cercare d’interferire con i nostri accordi”

Dice al Guardian l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti in Russia Omar Ghobash:

“una possibilità sarebbe imporre alcune condizioni ai nostri partner commerciali e dirgli che se vogliono collaborare con noi dovranno fare una scelta commerciale”

boicottando il Qatar.

Ma dai… Ma no… Ma vuoi vedere che … No… Non ditemi che, magari, dietro a tutta questa faccenda che sta insanguinando il mondo da anni, ci sono enormi interessi commerciali e finanziari e il fanatismo religioso è un’ottima copertura?

Non ci posso – QUASI – credere!

Davide De Vita

Fonte:

https://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2017/07/04/resa-dei-conti-in-qatar

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte:

https://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2017/07/04/resa-dei-conti-in-qatar

Snob? No: scelte.

Anders-Westergaard-Poulsen-Snob-

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché: perché, per esempio, ci sono persone come me che non hanno visto il concertone di Vasco Rossi, non hanno seguito il Gran Premio di Formula 1 o il Moto GP, non seguono Wimbledon.

Scriviamo come mangiamo e andiamo quindi ad elencare qualche motivuccio, uno due e tre, ad esempio.

Sia ben chiaro, avrei potuto fare tutte queste cose ( uno )  e non ho niente, proprio niente contro quanti invece l’hanno fatto ( due ) così come non mi sento assolutamente “superiore” a loro, anzi probabilmente è vero il contrario.

Ce ne sono altre però, di persone come me che una volta erano chiamate snob,  termine elegante sinonimo di “eccentrico” quando non di ” con la puzza sotto il naso”, ma sono – siamo – sempre meno, una sorta di razza in via d’estinzione.

Ammesso poi di esserlo davvero “snob” con quel significato dato al termine!

Ancora  ( tre ): non parlerò della morte di Fantozzi / Villaggio, riservandomi di farlo quando non sarà più “di moda”.

Il fatto è che, se vogliamo,  siamo ancora capaci di scegliere: manca poco e nasceremo col telecomando, oppure con una app innestata nel cervello che ci sarà regalata dai nostri padrini di battesimo o i familiari presenti al Berit Milah o Brit Milah  (in ebraico : בְּרִית מִילָה‎, lett. Patto del taglio), più nota come circoncisione rituale, o qualche altra cerimonia di iniziazione ( perché siamo moderni, oh quanto e come siamo moderni… ), ma nel frattempo, appunto, lo possiamo fare. 

Saremo guardati male dalla “maggioranza” che si vorrebbe silenziosa ma tanto silenziosa non lo è mai, proprio perché, sfacciatamente e smaccatamente, esprimiamo un’opinione, una linea di pensiero e – that’s incredible! – OSIAMO agire di conseguenza.

Questo per il comune sentire non si fa, non è concesso, esula dai binari consueti, non è etichettabile, classificabile e tanti altri aggettivi a vostra scelta, rendendoci quasi – sottolineo il quasi – alieni.

Beh, non è così: pensare – magari con la propria testa – è un esercizio piuttosto antico e pare non abbia mai fatto male a nessuno.

Oddio, anche questo non è del tutto vero: nella Storia i pensatori hanno sempre dato fastidio e molto spesso hanno fatto una brutta fine quando non orribile, ma le loro idee sono sopravvissute ogni volta.

Purtroppo anche quelle non esattamente piacevoli, altrimenti non avremmo il neo-nazismo, l’estremizzazione del comunismo, le famigerate radicalizzazioni con le quali stiamo facendo i conti, ultimamente ogni giorno.

Ha un senso questo post, come sono sicuro mi chiederebbe il mio amico Augusto?

Non lo so, mi appello alla clemenza della corte.

So che scriverlo mi ha fatto sentire meglio, ma – una volta tanto – non saprei spiegarvi perché.

Se poi siete arrivati fin qui, senza mandarmi prima a quel paese, vi ringrazio, ma vi ricordo che avete anche in questo caso esercitato il vostro diritto di scegliere come impiegare il vostro tempo, leggendomi piuttosto che fare qualcos’altro.

Qualcuno, da qualche parte, potrebbe addirittura chiamarla… Libertà.

Davide De Vita

link foto:

http://www.whitezine.com/en/photography/anders-westergaard-poulsen.html/attachment/anders-westergaard-poulsen-snob