Mutamenti.

Buonasera e chiediamoci un perché: chiediamoci, per esempio, perché a volte abbiamo paura, terrore, di un cambiamento, qualsiasi cambiamento, preferendo il tanto rassicurante status quo.

Beh, ragazzi, premesso che come sempre questa non è altro che la mia opinione, mi sono abbastanza stufato dello status quo, del seguire la “strada maestra” che tutto lascia com’era, impedendo al futuro di manifestarsi, prendere piede, diventare presente e matrice di altro futuro.

Del resto, ce lo insegna la stessa evoluzione: solo i cambiamenti, le mutazioni, l’adattamento dei vari esseri viventi – a partire da quelli piccolissimi – alle mutate condizioni climatiche e/o ambientali hanno permesso a tante specie di sopravvivere per miliardi di anni.

Per cui, può essere un muro dipinto o un’idea nuova, ma i cambiamenti sono progresso, sono la creazione di qualcosa che prima non c’era e adesso c’è.

Certo, può piacere o meno, ma bisogna farci i conti, confrontarsi con queste nuove realtà: se non esistessero, se non fossero create o prodotte, nemmeno il confronto (che se pacato e civile è anch’esso progresso) esisterebbe e, semplicemente, mancherebbe.

L’immobilismo, il “lasciare tutto com’è” non mi piace, non m’è mai piaciuto. Se poi si tratta di puntare il dito, allora mi metto davanti allo specchio e lo punto, prima di tutto, contro me stesso: nella mia vita ho commesso un mucchio di errori, anche gravi, ma ho avuto la fortuna di avere amici e persone che mi hanno dato amore (e ancora me ne danno, grazie al cielo) e mi hanno aiutato – tantissimo – a non annegare (eufemismo…) e, soprattutto, a non arrendermi, mai.

Come?

Comprendendo che, spesso, se non sempre, il cambiamento è necessario, quando non indispensabile.

Duro da affrontare, doloroso, specialmente se ti chiede di fare i conti con te stesso, di metterti in discussione, ancora ancora e ancora.

Lo fai, soffri, attraversi inferni e deserti, affronti sacrifici che forse non racconterai mai a nessuno ma…

Cresci.

Dentro e fuori, comprendendo che esiste il bello anche in ciò che prima non capivi.

Ti informi, leggi, studi, chiedi, così magari ti capitano di nuovo per le mani due formidabili volumetti di Tonino Casula “Impara l’arte” (Einaudi, 1977) e “Il libro dei segni” (Einaudi, 1980) nei quali, con parole semplicissime, è spiegato l’astrattismo. Rileggi, per esempio, che Picasso prima di arrivare a quello stile era un fantastico pittore realistico, spintosi oltre, in assenza di computer e/o computer graphics, la bidimensionalità del dipinto. Spiega, Casula, che i visi distorti sono l’idea di riportare su tela – contemporaneamente – più punti di vista: non solo frontale ma laterale sinistro, laterale destro, da sotto, da sopra.

Tutto insieme.

Per primo o quanto meno tra i primi.

Può non piacere, ma è – per i suoi contemporanei – un’idea nuova, un cambiamento che, alla luce dei decenni, influenzerà tutta l’arte successiva.

Non lo affermo io, è Storia e, nello specifico, Storia dell’Arte.

Esempio: quando sorse la Torre Eiffel, i francesi gridarono allo scandalo, all’oscenità, allo spreco sconsiderato di metallo. Oggi – e da decenni – quell’edificio è uno dei simboli immediatamente riconoscibili di Parigi. 

L’idea nuova, il cambiamento, terrorizza, è vero, ma se si vuol progredire, non possiamo farne a meno; il discorso sconfinerebbe nella psicologia e nella filosofia, ma il vostro umile scrivano non è in grado di avventurarsi su quei pericolosi sentieri, per cui si ferma qui, aspettando domani che, guarda guarda, sarà un giorno inevitabilmente diverso e portatore di mutamenti, se solo lo vorremo e saremo capaci di affrontarli.

( nell’immagine in evidenza, “Architettura liquida nr. 3”, Giorgio Bartocci, Iglesias 2017)

Davide De Vita

 

 

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