Cinema: SCA contro DPT.

SCA vs DPTBuonasera (come state, tutto bene? Finite le ferie? Le avete avute, almeno? Dai, spero di sì, per tutte/i) e riprendiamo a chiederci qualche perché.

Tranquilli, fa caldo, è l’ultimo sabato d’agosto, ci vado leggero, anzi leggerissimo.

Allora: perché, chiediamoci, alla stragrande maggioranza di noi maschietti piacciono i film che chiamo (mi perdoneranno attori, registi e case di produzione) super cagate americane (milionarie quando non miliardarie in dollaroni) mentre alle donzelle (più o meno, anche in questo caso, alla maggioranza) piacciono film d’altro genere?

Cominciamo con la classificazione: le s.c.a. (super cagate americane) che piacciono a me, che son disposto anche a pagare per andare a vederle (vabbè, quando c’era il cinema anche ad Iglesias… ) son quelle dove c’è o il poliziotto tosto, in bilico tra la vendetta e la legge, moglie uccisa dal cattivo, oppure separato e in crisi, quindi altra fanciulla in pericolo, folle di cattivissimi contro di lui ma… Inseguimento finale in macchina, sparatorie, scazzottata, happy end, vince lui contro l’Universo; oppure: tutti, dicasi tutti i colossal dei Super Eroi Marvel; ancora: la serie dei Jason Bourne, gli ultimi James Bond con Daniel Craig, le varie Mission Impossible e così via, senza dimenticare una manciatina di pellicole (tutte) con John Statham. Insomma, azione, okay?

Film che una volta si sarebbero chiamati d’evasione.

Evasione dalla realtà che, come sappiamo tutti, la sua bella dose di guai veri, preoccupazioni e problemi ce la propina tutti i giorni e anche di più…

Tornando ai film SCA: banali? Disimpegnati? Puri prodotti commerciali?

Sì.

Però, ragazzi, a me piacciono.

Se poi sono accompagnati da una bella birra ghiacciata, pure meglio.

Sono consapevole che fa tanto Homer Simpson, però almeno lo ammetto.

Sono inoltre certo, visti gli incassi stellari, di non essere il solo a cui piacciono tanto.

Veniamo ora ai film che piacciono, invece, alla mia metà (migliore, come dico sempre) e a tantissime altre fanciulle e/o donzelle.

Perché le donne, ammettiamolo, hanno non una ma molte marce in più.

Quindi, poiché magari i problemi quotidiani “non bastano”, c’è spazio anche per quelli di altra gente, più gravi sono meglio è.

Il termine della categoria l’ha coniato lei, ve lo riporto così cominciamo a capirci:

DPT, che sta per  Degrado, Povertà e Tristezza.

Lo so, vi state già deprimendo.

Appunto.

Ora, il top dei top di questa categoria sarebbe: film rigorosamente in bianco e nero, della Repubblica Ceca o zone limitrofe (con tutto il rispetto per quella nazione e i suoi abitanti), in lingua originale sottotitolato, male, in italiano.

La trama più o meno la seguente: i primi venti minuti si vede il protagonista di spalle che fissa un muro sgretolato e senza finestre e pensa, pensa, pensa.

Cazzo quanto pensa!

Veniamo così a sapere, se non siamo stramazzati prima al suolo, che lui è un malato terminale che ha tentato tre volte il suicidio, senza riuscirci.

Che sua moglie, che ovviamente l’ha lasciato per un altro, è morta alcolizzata dopo aver perso un bambino (che non sapremo mai di chi era) in una squallida stanza d’albergo ai confini con la Kamchatka (che sì, si può attaccare dall’Alaska ma solo con tre, se non ricordo male, ma questa la capiranno in pochi) o nazione con nome simile e altrettanto impronunciabile.

Il resto del film, sottolineando che il protagonista è un morto di fame di prima categoria, narrerà l’intera storia della sua famiglia, appunto con i vari livelli, nei secoli e nei decenni, di degrado povertà e tristezza che in confronto chi ha inventato il detto mainagioia era un comico.

Beh, ma almeno con delle immagini in movimento, direte, sperate voi.

Naaaaaaah, non scherziamo.

Con la voce fuori campo, sempre in ceco (sfumature slovacche) e, udite udite, con un cambio strepitoso d’inquadratura!

Niente più nuca del protagonista ma, per i restanti cinquanta e passa minuti, l’altra parte del muro!

E basta, nient’altro.

Neanche uno spostamento che so, da una crepa all’altra.

Ai titoli di coda, che per me arrivano dopo un millennio, se per un malaugurato caso ho detto

<< Sì, oggi lo guardo con te, amore. >>

e non posso quindi più tirarmi indietro,  quando io mi son suicidato ( o c’ho tentato ) forse sette volte, la mia dolcissima metà, col volto rigato di lacrime, mormora:

<< E’ stato bellissimo, ho pianto dall’inizio alla fine… >> al che replico:

<< Anch’io, tesoro. >>

peccato – ma non posso dirglielo – che non sia esattamente per lo stesso motivo…

P.S.: scherzi a parte, Rita e io amiamo il cinema.

Tutto il cinema.

Speriamo di avervi regalato almeno un sorriso.

Davide De Vita

 

Attentato oggi a Barcellona: la festa è finita.

Buonasera e chiediamoci un perché: perché, ad esempio, la guerra contro il terrorismo internazionale (di qualsiasi matrice) è ben lungi dall’essere conclusa.

La festa, signore e signori, se mai è cominciata, è finita.

Alle diciassette di oggi, diciassette agosto duemila diciassette (quante volte ricorre questo numero? Avrà qualche significato?) ancora una volta un furgone, con a bordo due terroristi armati, si è lanciato sulla folla a Barcellona, nelle ramblas piene zeppe di gente, persone di ogni provenienza in quanto siamo nel clou della stagione turistica.

Fonti ufficiali parlano di tre morti, mentre altre, ufficiose, di almeno tredici, con un numero imprecisato di feriti.

Mentre scrivo ascolto Sky TG 24 in diretta – sono le diciannove e trentacinque – l’area è stata evacuata ma i due terroristi armati sono asserragliati all’interno di un ristorante, con ostaggi, in una traversa secondaria della strada principale, nei pressi di un mercato.

Sono in due, quindi non si può più parlare di lupo solitario.

Il furgone contro la folla l’abbiamo già visto, purtroppo, altre volte, quindi era sicuramente prevedibile.

Siamo nessuno in confronto ad analisti ed esperti di anti terrorismo, ma dalle immagini vediamo che ancora non sono intervenute le forze speciali, ma è la polizia normale che, pare, sta cercando di trattare coi terroristi.

Il tutto è in divenire, ma il rischio che tutto si risolva in un ennesimo bagno di sangue è altissimo.

Speriamo di no, ma nel caso ci fossimo distratti un attimo in questi giorni di ferie e di selfie al mare, la festa è finita, gente.

Il mondo, la cronaca, la Storia, sono queste e grondano sangue.

Con tutto ciò, chissà per quanto tempo, dovremo (e dovremmo o avremmo dovuto già da tempo) fare i conti.

Davide De Vita

Il cerchio della vita

Buongiorno, buon Ferragosto e chiediamoci un perché. Perché, ad esempio, se dopo tanti testardi tentativi di non farlo riusciamo (o riuscissimo), infine, ad accettarci per ciò che siamo, età-limiti-difetti-capricci-vizietti-imperfezioni ma anche qualche (piccola) virtù e qualità, viviamo (o vivremmo) di sicuro meglio, molto meglio.

Premessa (lo so, a volte son noioso con queste premesse, ma per me son doverose): non sono il nonno biologico dei bambini di cui vi scriverò, a lui va tutto il mio rispetto, ma mi sarebbe piaciuto tanto esserlo, ve l’assicuro.

Ciò detto, mi son ritrovato, con grande felicità perché lo desideravo da anni, se non decenni, a ricoprire quel ruolo, ammesso che questo riduttivo termine possa considerarsi appropriato.

Sì sì, me lo sono appena detto anch’io:

<< Eh Davide ma quanto la fai lunga, vieni al dunque! >>

Insomma capita e sta ancora capitando di avere graditissimi ospiti a casa due fagottini di tre anni e mezzo e un anno e mezzo, insieme alla loro mamma, che con la loro innocenza, purezza e trasparenza ti insegnano, o ti ricordano, un mucchio di cose belle che le tue primavere t’hanno portato a smarrire per strada.

Sto scrivendo delle ovvietà?

Chi se ne importa, le sto vivendo, mi va di raccontarle.

Se avete (o avete avuto) figli piccoli, non devo dirvi nulla, sapete già tutto e godete della mia più grande stima e ammirazione.

Panoramica: dietro di me c’è un bustone pieno di giocattoli dal quale spuntano gli stivali rossi di un Capitan America, pronto ad entrare in azione tra non molto (sono le sette del mattino adesso che scrivo) e altri numerosissimi oggetti di cui a malapena conosco il nome e che, a brevissimo, saranno cosparsi per la casa, random. Questo è il minimo, perché il mini – uomo che al momento, dopo il sonno regular e una colazione spero abbondante, s’è riaddormentato nel divano qui accanto, ma si sveglierà, oh se si sveglierà…

Gli voglio un bene dell’anima, ma a volte, vedendolo in azione, penso non sia un bambino ma… L’arma segreta anti – Isis.

Ah! Credo funzioni a batterie al platino – iridio di durata… Illimitata.

Ciò detto, l’ometto (che con la sua famiglia vive a Londra per la maggior parte dell’anno, il papà arriverà a giorni) è piuttosto sveglio: m’ha inquadrato con quattro semplici, disarmanti parole:

<< Pancia grande, mangia tanto.>>

Dopo le quali ho dovuto, giocoforza, alzare bandiera bianca.

Confesso, m’aveva conquistato anche da prima, da quando ha cominciato a dire bene il mio nome o con la sua manina ha cominciato a cercare la mia, dalle prime volte che mi ha sorriso con quel musetto furbo e da tante altre piccole cose che pensavo di aver dimenticato o perso per sempre.

Abbiamo portato tutt’e tre a vedere il Corteo Medievale, due giorni fa: me lo son messo a cavallino e sentirlo dire, mentre passavano i cavalieri, gli sbandieratori, i soldati, i tamburini:

<< Calieri! …Tori! Soldiers! … Mburi!>> in quel misto di italiano – inglese – bambinese inimitabile, mi ha commosso.

Forse c’è ancora posto per la tenerezza, nel mio cuore che ha più di mezzo secolo e se non è così, ci sto lavorando.

La bimba ti conquista invece con lo sguardo tra lo smeraldo e il turchese, il gattonare ovunque per casa, il camminare incerto, il cadere e il rialzarsi con ammirevole determinazione, un sorriso davanti al quale tu – o chiunque – ti sciogli, ti sciogli e basta.

Certo, sono bambini e piangono, fanno i capricci, a fine giornata ti riducono la casa un campo di battaglia che quello di Sanluri (o di Hastings, visto che provengono dalla perfida Albione, che poi perfida non lo è per niente) sembra un campo di golf in confronto, ma questa è la vita, ragazzi.

Poi vedi lo sguardo – felice – della loro mamma che gioca con loro in spiaggia e li vede altrettanto felici e pensi che, almeno un po’, insieme alla compagna della tua vita e di altre mille e mille battaglie hai contribuito a tutto questo e ti senti appagato, hai la conferma che questo è l’ordine naturale delle cose, che il cerchio della vita sta girando nel verso giusto e che, anche se speri, se il cielo vorrà, di camminare in salute ancora a lungo su questa terra, loro due, questa mini donna e questo mini uomo già cittadini del mondo, nati all’alba del terzo millennio, sono il futuro, che hai avuto e hai ancora il privilegio di vedere con i tuoi occhi.

Il futuro e la speranza.

Si apre la porta della loro stanza, ne vien fuori un piccolo caliere che si stropiccia gli occhi, ancora semichiusi, ormai sa dove andare, la nonna lo prende in braccio e lui – pragmatico – biascica:

<< Bicotti. >>

Un altro giorno inizia, buongiorno a tutti 😊

Davide De Vita

Il pericolo tramonta a oriente

Buongiorno e chiediamoci un perché. Oggi è un perché apparentemente lontano, di sicuro geograficamente lontano, migliaia e migliaia di chilometri da noi: riguarda, infatti, la penisola coreana e la crisi che da mesi la interessa.

Perché però, secondo il vostro umile scrivano ( ma non solo, pare ) una guerra tra gli Stati Uniti (o Donald Trump, se preferite) e la Repubblica Nord Coreana ( o Kim Jong Un, sempre se preferite) non scoppierà?

Per motivi molteplici.

Primi fra tutti, quelli economici commerciali, in quanto da che mondo e mondo una guerra oggi, alla fine del primo ventennio del ventunesimo secolo, costerebbe troppo e non converrebbe a nessuno.

Parliamo di forze enormi che dovrebbero essere messe in campo, con esiti non del tutto scontati e conseguenze sul panorama geopolitico imprevedibili.

Alcune sono già schierate e note: da immagini satellitari diffuse dal sito specializzato “38 north” risulterebbe, infatti, che Pyongyang si preparerebbe a testare missili balistici lanciati da un sottomarino. Secondo gli analisti il regime di Kim avrebbe sviluppato una versione più avanzata del proprio missile balistico mare-terra Pukguksong-1, già sperimentato con successo nell’agosto del 2016 e con una gittata di almeno 500 chilometri. Ancora: un ci sarebbe un esercito di tre milioni e mezzo di volontari pronti ad arruolarsi e combattere in caso di attacco da parte degli Stati Uniti. Il giornale ufficiale, Rodong Sinmun, spiega che a migliaia hanno chiesto di entrare a far parte dell’Armata del Popolo dopo che il governo ha pubblicato una dichiarazione di condanna delle nuove sanzioni imposte dalle Nazioni Unite contro i test missilistici nordcoreani.

Di fronte alla penisola coreana, il Giappone ha finito di installare il proprio sistema di difesa antimissilistico da utilizzare nel caso la Corea del Nord dia seguito alla minaccia di lanciare in direzione dell’isola americana di Guam, e dunque sorvolando il territorio nipponico, quattro razzi balistici. Il sistema Patriot Advanced Capability-3 (PAC-3), riferisce l’agenzia di stampa Kyodo, è stato messo i piedi nelle prefetture di Shimane, Hiroshima, Kochi, e Ehime. La Marina nipponica ha piazzato un cacciatorpediniere nel mar del Giappone armato con tecnologie Aegis, fatte di intercettori e radar per rintracciare i vettori.

“Farò di tutto, al meglio delle mie abilità, per proteggere la sicurezza e i beni del popolo nipponico”, dice il premier giapponese Shinzo Abe

Il vero – anche se fino a pochi giorni fa – ago della bilancia in questa situazione è però il colosso cinese; nonostante non siamo più nel medioevo, la migliore definizione del rapporto tra Nord Corea e quello che fu il Celeste Impero è stato vassallo – stato sovrano. Questo ancora una volta perché Kim Jong Un e il suo paese dipendono totalmente – per quanto riguarda gli sbocchi dell’ormai sconquassata economia – appunto dalla Cina.

Un altro episodio importante accaduto nei giorni scorsi, ma di cui si è saputo solo nelle ultime ore, è la telefonata occorsa tra Trump e Xi Jinping (attuale leader cinese). In quella, è stato lasciato abilmente trapelare, gli Usa hanno minacciato indagini severe sulle continue violazioni dei copyright e del know-how americani compiute dalle aziende cinesi.

Traduzione: queste ultime rubano e copiano idee e tecnologie originali statunitensi, di fatto e non solo per il classico si dice.

Un braccio di ferro, commerciale o – Dio non voglia – militare tra le due super potenze non conviene a nessuno, per cui ora il governo cinese ha pubblicamente intimato al suo irrequieto vassallo di smetterla con le provocazioni.

Nel complicato e non sempre comprensibile (per noi) modo di fare e di dire orientale, una simile affermazione è molto più importante di quanto potrebbe apparire e potrebbe sortire effetti sorprendenti.

Altri interesse comune a Cina e Stati Uniti – importantissimo dal punto di vista strategico e militare – è la futura e possibile denuclearizzazione dell’intera area. Se, infatti, la Cina riuscisse ( e potrebbe farlo ) a ricondurre alla ragione Kim, fino a fargli ritirare i missili, per controbattuta gli Stati Uniti potrebbero ritirare quelli presenti a Guam, isola del Pacifico a nord delle Marianne paragonabile ad una sorta di avamposto americano e spesso indicato come obiettivo dal leader nord coreano.

Questo – se avvenisse – contribuirebbe ad allentare la tensione nella zona e renderebbe di nuovo più facili le relazioni internazionali.

Il fatto che se ne parli è, in ogni caso, di buon auspicio.

La guerra?

Non s’ha da fa.

Davide De Vita

Fonte:

http://www.repubblica.it/esteri/2017/08/12/news/usa_corea_nord_cina_giappone-172900273/

 

 

 

La clava su Hiroshima

Buongiorno, buona domenica, chiediamoci un perché: perché, ad esempio, non sono così tanto sicuro di poterci definire, tutti, così evoluti e/o civilizzati come pretendiamo di essere?

Prendiamo la data infausta di oggi: sei agosto.

Chi ha un minimo di conoscenze storiche va subito al 1945, quando il più potente ordigno mai costruito dall’uomo (oh, ma quant’è ingegnoso, l’uomo, quando si tratta di armi …) uccise in un colpo solo oltre duecentomila persone ad Hiroshima, ponendo di fatto fine alla Seconda Guerra Mondiale e dando inizio a quella che fu poi chiamata Era Atomica.

A settantadue anni di distanza, molti analisti concludono affermando che, se finì la Seconda, tantissime altre guerre cominciarono o proseguirono, proprio fino ai giorni nostri, così tante che davvero è difficile non solo tenerne conto, ma trovare una data, un’unica sola data da allora in cui in qualche parte di questo maltrattato pianeta non ci fosse un conflitto in corso.

Non lo dico io, non è un’opinione, sono i fatti nudi e crudi, niente destra o sinistra ma cronaca diventata Storia.

Perché?

Perché come ripetuto più volte in queste stesse righe dal vostro umile scrivano, l’uomo (ammettiamolo, il maschio, che la femmina umana non è così bestiale e/o infantile) non ha fatto altro, in questi diecimila anni o più di cosiddetta civiltà, che perfezionare la clava originaria.

Continuando a giocare – sulla pelle dei propri simili – a…

Chi ce l’ha più lungo.

Siamo anche, per cultura, educazione, senso comune (di cui al post precedente) incapaci di accettare quel femminino presente in ogni maschio e che – se compreso – davvero non nuoce per nulla alla virilità ma contribuisce o contribuirebbe a darci maggiore gentilezza e compassione, per dirla in stile Zen o buddhista.  

Questi siamo.

Progresso, scienza, tecnologia, evoluzione, filosofia (ciao Pietro), evo antico, medioevo (ciao Cris), evo moderno: etichette che pomposamente abbiamo dato a particolari periodi storici durante i quali la costante è, sempre, senza eccezione di luoghi o ideologie politiche, lo sviluppo militare.

Notizia di ieri 5 agosto:

gli Stati Uniti pronti alla guerra preventiva contro la Corea del Nord.

Potrei citare decine di altri conflitti in corso, ma non lo farò in quanto è domenica, magari andiamo a Messa, poi in piazza col vestito della festa e pensieri simili ci potrebbero turbare.

D’altra parte, abbiamo imparato da tempo che la coscienza può essere pret a porter (pronta da portare, indossare a seconda delle occasioni), quando non addirittura usa e getta.

Parole che danno fastidio? Guardate, danno fastidio soprattutto a me, colpevole quanto se non più di altri di indifferenza e guardiamo-da-un-altra-parte.

Le ho scritte apposta, convinto come sono che solo quando – davvero – riusciremo a fare i conti con noi stessi e guardarci allo specchio senza vergognarci potremmo dirci evoluti e civili.

Parole che ho già scritto?

Sì, le ho già scritte, allora?

Questo è il mio blog, una forma d’ espressione indie (termine che sta per abbreviazione di indipendent, indipendente, ma scritto così è molto più cool, figo, dicono…) quindi magari scrivo ciò che voglio, uh?

Permettetemi dunque alcune note personali: un pensiero per mio padre, scomparso in questa data sette anni fa, ciao signor Pinotto.

Un altro, per concludere con meno tristezza, rivolto ad una carissima amica che, del tutto incolpevole delle tremende atrocità di cui sopra, compie gli anni oggi; una persona ambientalista da quando non era ancora di moda esserlo, contro la guerra e le guerre e non pacifista, coerente con le proprie idee ma sempre aperta al dialogo e appena appena (ma giusto un filino…) interessata ai Nomadi… Fin da quando frequentavamo gli stessi banchi di scuola (ciao Antonella, auguri!)

Nonostante tutto, dai e dai, sono convinto che… Ci salveremo.

Davide De Vita

 

 

Il pericolo “nascosto” del senso comune

Buongiorno e chiediamoci un perché: anzi, oggi riprendiamo quello che s’è posto lo psicologo dr. Andrew Shtulman nel suo libro “Scienceblind, i cui concetti principali sono riportati da Oliver Burkeman, giornalista del Guardian.

Argomenti piuttosto caldi e di stringente attualità, come vedremo.

Perché, per esempio, in tanti credono a sciocchezze pericolose e antiscientifiche, come l’affermazione che i vaccini provocano l’autismo o che il cambiamento climatico non esiste?

(N.d.A.: visto il caldo disumano di questi giorni, probabilmente in molti sono tornati… Sui propri passi…)

A queste domande normalmente si risponde che ci si comporta così per un miscuglio di stupidità (lo dice Burkeman…) disinformazione e paura di affrontare verità che spaventano.

In effetti, come dire, a pelle suona assurda l’idea di iniettare ai bambini sostanze brulicanti di agenti patogeni, quanto appare altrettanto assurda l’idea che dei semplici esseri umani abbiano (sì, ragazzi, l’abbiamo fatto) modificato l’intero pianeta solo bruciando qualcosa.

Sono obiezioni sbagliate ma, come afferma Shtulman, non c’è bisogno di essere stupidi per crederci.

Afferma, in merito, lo psicologo:

 Basta essere condizionati dalle nostre “teorie intuitive” sulla realtà, dalle idee che ci portiamo dietro dall’infanzia, o che forse sono addirittura nei nostri geni, e soprattutto dagli esperimenti che conduciamo sul mondo dal momento in cui nasciamo. Ogni bambino è un piccolo fisico, biologo e sociologo, e formula senza saperlo teorie che lo aiutano ad affrontare la vita. I neonati, per esempio, capiscono quasi subito che un oggetto solido non può passare attraverso un altro (dagli studi condotti per verificarlo risulta che rimangono perplessi e incuriositi quando gli vengono mostrate immagini illusorie che provano il contrario). Molto prima di studiare che esistono le molecole, ci viene da pensare che il calore sia una sostanza, che può saltare dalla fiamma alla nostra mano, o volare via se apriamo la finestra. È sbagliato, ma sembra ragionevole. Come l’idea che è meglio evitare le siringhe che contengono germi, fino a quando, un bel giorno, scopriamo che non è così. Alcune delle nostre teorie vengono corrette molto presto. I bambini di quattro anni credono che se in un anno festeggi tre compleanni diventi più grande dei tuoi coetanei; ma quando arrivano a sette, sanno che non è vero. Altre teorie perdurano fino all’età adulta.

Le vaccinazioni, il riscaldamento globale, il fatto che la Terra giri intorno al Sole sono tutte cose che ci impongono di mettere da parte l’intuizione.

Questo rende più facile capire perché, data tutta un’altra serie di circostanze, possiamo arrivare a dubitare della scienza; ciò non significa però che le persone che rifiutano i vaccini o negano il cambiamento climatico abbiano ragione, ma ci aiuta a capire perché lo facciano.

In conclusione, non è detto che poiché la fanno tutti o perché si è sempre fatto così una cosa sia giusta a prescindere, mentre d’altra parte è vero che quella fantastica macchina di cui tutti siamo dotati e che chiamiamo mente è capace, se tenuta in forma come facciamo – per esempio – con altre parti del nostro corpo, di reali meraviglie.

Davide De Vita

Fonte:

https://www.internazionale.it/opinione/oliver-burkeman/2017/08/03/il-senso-comune-a-volte-puo-essere-dannoso