Santi & orsacchiotti.

orsetto di peluche

Buonasera e chiediamoci un perché.

Chiediamoci stasera, io per primo, come mai quando incontriamo la santità o potremmo percepirne il profumo, non ce accorgiamo mai, se non dopo che questa come sabbia tra le dita è svanita e difficilmente la incontreremo ancora.

La prima volta che incontrai quest’uomo, scendeva da una vecchia cinquecento gialla che lui chiamava Mariolina, come “Mariolina Cannuli”, annunciatrice tv dei tempi che furono.

Forse confondo il nome con quello di qualche altra annunciatrice, ma la Cinquecento gialla no, quella era proprio così.

Lui era simpatico, di poche parole, brevi ma incisive.

Semplice e diretto in maniera disarmante.

Arrivava da Paulilatino, ma era stato anche a Cagliari e in altri posti, prima di essere trasferito ad Iglesias.

Non da lui, ma da altre persone, seppi che a Cagliari, per tentare in qualche modo di aiutare come poteva delle famiglie di disperati che stavano per essere sfrattate, apparecchiò un tavolino e si mise a dire messa, così, su due piedi, davanti a chi doveva eseguire l’ordine di sgombero e quindi ritardando lo stesso e facendo scudo, in qualche modo, a quegli stessi disperati.

Non so se fosse una leggenda, ma ce n’erano tante che lo accompagnavano, alle quali lui non accennava mai.

Poi c’era il mio vissuto personale: non ho mai capito come facesse, ma c’era sempre, sempre, quando… Ne avevo bisogno, quando ero veramente a terra, quando pensavo che proprio non ce l’avrei fatta, quando non sapevo come andare avanti, come arrivare al giorno dopo.

Prima del giorno dopo, ripeto, sempre, arrivava lui, o di persona o magari con una telefonata.

Lo so, sembra una storia inventata, eppure non è così: non me ne può importare di meno che ci crediate o no.

Prima di conoscere quest’uomo conobbi quella che sarebbe diventata la donna della mia vita, il mio amore più grande in assoluto (e lo è ancora e lo sarà per sempre); mi capitò di parlarle di quest’uomo.

Lei se lo ricordava, l’aveva conosciuto a Cagliari e, spinta da chissà che, nonostante tutti le dicessero di non farlo, una volta che ne ebbe la possibilità, da bambina, corse ad abbracciarlo.

Il destino volle che tutt’e tre ricordammo insieme quell’episodio, lui finse di non ricordarlo, ma luoghi e date corrispondevano.

Successero altre cose, pesanti e tristi nella mia vita, durante le quali lui si manifestò in punta di piedi e sempre, accidenti, sempre al momento giusto e con poche, semplici parole.

Chiedendo inoltre a me (molto prima che papa Francesco usasse la stessa espressione) di pregare per lui.

Le cose per me e per la mia metà migliore (come la chiamo sempre) cominciarono ad andare un pochino meglio e, non ricordo quando, quell’uomo mi diede un orsacchiotto spelacchiato, al quale mancava pure un occhio, che teneva appeso nella Cinquecento.

<< Tieni, dallo alla tua bella. >> mi disse.

Lo feci e ancora oggi per noi quell’orsacchiotto vale più di mille diamanti.

Cominciò a star male, il paulesu conch’e ferru (nativo di Paulilatino testa di ferro, testardo) come si definiva scherzosamente; riuscii ad andarlo a trovare un paio di volte, accorgendomi che peggiorava, nonostante non ci facesse troppo caso.

Poi fu trasferito, ma avevo ancora il suo numero di cellulare, per cui riuscii a chiamarlo qualche mese fa per fargli sapere che le cose per me e per la mia bella andavano davvero meglio e ci tenevo, oltre a sapere come stava, a farglielo sapere.

Ne fu sorpreso e felice.

Anch’io.

Può darsi che chi di dovere non ne faccia mai davvero un santo come tutti gli altri, ma noi siamo stati fortunati, l’abbiamo conosciuto e se non lo era poco ci mancava davvero.

Per noi, nella maniera più semplice possibile, lo è stato e lo sarà per sempre.

Quell’uomo o la sua anima ora sono certo abiti in una suite dei piani proprio alti, senza più sofferenze ma con ciò che desiderava.

Lascio ai teologi o altri esperti del settore le disquisizioni in merito.

A me, ripeto, basta aver avuto la fortuna di averlo conosciuto.

Quell’uomo era un frate.

Oggi m’è arrivata la tristissima notizia che non c’è più, su questa terra.

Si chiamava padre Alfonso.

Davide De Vita

 

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