Di Maio? No, grazie.

Di Maio candidato premier per i 5 Stelle

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché. Me lo chiedo io, ci metto la faccia, come si usa dire, ribadendo per l’ennesima volta che solo della mia opinione si tratta.

Perché, fuori dai denti, non mi fido di Di Maio?

Perché, sottolineo ancora che solo del mio pensiero si tratta, è l’espressione di un movimento viscerale (di pancia) che periodicamente in Italia appare, dati storici alla mano, quasi ciclicamente, con nomi diversi e colori pure.

Se poi vogliamo spaccare il capello in quattro, visti i dati numerici ufficiali forniti dallo stesso movimento, egli è – in sostanza – l’espressione di una parte minoritaria di questo auto definitosi non partito.

Che le cose in Italia non siano paradisiache lo sanno anche le pietre, così come è risaputa l’assenza di santi in tutte le compagini politiche.

Ci sono però, indiscutibili anche se minimi, segnali di ripresa vera: parliamo di zerovirgola, ma sono i primi di segno positivo dopo dieci anni. Addirittura le stime sono migliori di quanto previsto, per cui permetteranno al governo in carica un più ampio spazio di manovra (qui si parla di economia pura, più che di politica, ma le materie si fondono una nell’altra; potrebbero addirittura crearsi, udite udite, nuovi e veri posti di lavoro!) nella prossima e inevitabile finanziaria.

Questo al Di Maio e al di lui Movimento ( con l’immancabile supervisione, parole sue, del padre protettore Grillo, che fa un passo indietro ma continua a percepirsi come colui che tira i fili, vedi ambigua e fumosa ultima vicenda Fico, giusto per citarne una) non può andar bene: hanno predicato e urlato che l’attuale governo non ne ha fatta una giusta, invece l’Istat o chi per lui, carte alla mano, dati ufficiali incontrovertibili, si permette di dire addirittura che proprio l’attuale governo, certo lentissimamente, è proprio quello che ha compiuto il primo, vero, gracile passo in avanti in direzione dell’uscita dalla crisi e quindi della ripresa.

Come lo si spiega questo alla pancia degli italiani?

Si prosegue con il già noto e abusato << Cambieremo l’Italia a suon di milioni di voti >> pronunciato ieri dal palco dallo stesso Di Maio dall’alto delle sue trentamila (e noccioline) preferenze.

Per la cronaca, secondo quanto detto dallo stesso Movimento qualche giorno fa, avevano diritto di voto cento sessantamila, cento settantamila iscritto, uno più, uno meno. Hanno votato in trentasettemila, quindi anche tra questi ce n’erano diverse migliaia ai quali il Di Maio andava stretto o non andava giù per niente.

Sono le normali dinamiche interne di un partito…

Dicono.

Sì, ma non eravate un non partito?

Chiedo io.

Intendiamoci: non è che veda chissà quali rosei orizzonti nel centro sinistra, nello stesso PD o dall’altra parte, destra o centro destra che dir si voglia.

Sarò l’ultimo degli elettori esigenti, ma mi piacerebbe tanto essere rappresentato da un uomo politico vero, preparato, onesto (vabbé, qui scantoniamo nella fantascienza …) e almeno di spessore.

Non dico un De Gasperi, un Aldo Moro, un Enrico Berlinguer (che già sarebbe veramente tanto…) ma almeno che un pochino somigli ad uno di loro o quanto meno gli si ispiri o sappia chi erano e cos’hanno fatto.

Perché mi sa che in tanti, troppi, ne abbiamo proprio perduto memoria, ahinoi.

D’altra parte, finché sarà ancora permesso, il popolo è sovrano, ergo se continuiamo a voltare la testa dall’altra parte e lasciare che a decidere e scegliere (traduzione: votare) siano solo e sempre gli altri, ci meritiamo qualsiasi cosa arrivi dalle urne.

Amen.

Davide De Vita

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