Il paradiso della brugola?

Il paradiso della brugola

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Oggi ci vado leggero, sperando di strapparvi un sorriso, come ho cercato di fare con… Me stesso.

Premesso che il tutto, se ci riusciamo, sarebbe da prendere con ironia e che sono ben consapevole di andare ad utilizzare – proprio solo a questo scopo – cliché e pregiudizi, andiamo a cominciare.

Oggi è un giorno di riposo, per me, o una mezza giornata, ergo mi sono autocostretto a montare un tavolino porta tv arrivato ieri.

Non ci sarebbe niente di strano, non è neppure dell’Ikea, ma…

Appunto, “ma”.

Il tavolino in questione è made in Germany.

Molto made in Germany.

Invece, io, sono italiano, molto italiano e…

Proprio non sono, invece,  né un ingegnere né un meccanico della Ferrari…

Che dovrò affrontare la teutonica precisione me ne accorgo subito, già dall’imballaggio: è perfetto, non so come ci siano riusciti, ma anche il parallelepipedo non presenta irregolarità, sembra quello di “2001: odissea nello spazio” e forse lo è davvero.

Comincio ad intimorirmi già aprendo il cartone: ho proprio paura.

Continuo ad averne quando comincio a tirar fuori i pezzi: sono tanti.

Penso che ci riuscirò lo stesso, che ci vorrà, poi trovo la bustina con le viti, le ruote, gli spessori eccetera eccetera eccetera.

L’immagine di me che perdo una vite, naturalmente la più importante, si forma nella mia mente, in formato sedici noni.

Non vedo il foglio delle istruzioni, penso che l’abbiano dimenticato, ma mi ripeto che ce la farò lo stesso, mi ingegnerò.

Tiro fuori un altro pezzo, e il foglio delle istruzioni è lì che m’aspetta, senza una sola piega, posizionato, ovviamente, con teutonica precisione.

Mi faccio più piccolo, mentre ho l’impressione di sentire il rumore di un motore di un sidecar della seconda guerra mondiale che normalmente precedeva il classico

<< Achtung! >> seguito dal suono del caricatore innestato nel mitra.

Guardo bene le istruzioni, corredate da illustrazioni a prova di stupido, dove ogni singolo pezzo è ben indicato, classificato, nominato.

Vorrei urlare, ma mi accingo.

Dopo dieci, quindici minuti, mi son già perso e ho perso pezzi, quindi chiedo a mia moglie:

<< Dov’è … >> e lei mi tronca sul nascere:

<< Guarda, non lo so, non ho visto niente. Non c’ero quando hai aperto il pacco e anche se c’ero e guardavo… Piangevo. >>

Perché mia moglie è lungimirante, mentre io sono un disastro.

Procedo, imperterrito, mentre chissà come il mobiletto cresce tra le mie mani; ad un certo punto un pezzo che dovrebbe incastrarne un altro… Non lo fa.

Guardo meglio, nel pezzo in questione c’è disegnata una freccia che indica come metterlo.

Non immagino, ma sento proprio l’SS dal sidecar che mi urla contro:

<< Unfähig, Italienisch! >> italiano incapace, al che replico

<< Stronzo! >> e stringo ciò che dev’essere stretto, avvito ciò che dev’essere avvitato, finché arrivo ad un punto in cui è necessario utilizzare una chiave a brugola.

Mi aspetto di trovarla, ma non così: perché la sua forma è davvero inquietante, ha davvero l’aspetto di una mezza svastica e mi procura un brivido per la schiena, mentre di nuovo odo il sidecar sgommare.

Va bene il pregiudizio, va bene il cliché, ma questo è davvero troppo.

Evoco lo spirito di Matilde di Canossa, capace di umiliare addirittura l’imperatore Enrico IV, tedeschissimo, poi ricordo i milioni di emigrati italiani che hanno dato un enorme contributo a ricostruirla, la Germania, quindi, poiché sono appunto anch’io molto, ma molto italiano, richiamo alla mente: l’immortale Italia – Germania 4-3 del 1970, la finale mondiale del 1982, la semifinale, giocata a casa loro, dei mondiali 2006 e, mentre finisco di montare con successo il tavolino, esplodo in un italianissimo e liberatorio

<< Ma vaffanculo! >>

e sono felice mentre il sidecar sparisce sgommando.

Davide De Vita

 

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