Le scelte di Sophia, woman robot

Robot Sophia

Buongiorno e chiediamoci un perché. Quello di oggi appassiona da decenni – in alcuni casi terrorizza – gli appassionati di fantascienza come il sottoscritto, con il piccolo dettaglio che… L’argomento non è più fantascienza ma realtà. Accade infatti che, anzi è già accaduto, un robot dalle sembianze umanoidi (secondo i suoi realizzatori somiglierebbe ad Audrey Hepburn, secondo il sottoscritto nemmeno lontanamente) non solo sia stato progettato, costruito e – per il momento – funzioni benissimo, ma abbia acquisito cittadinanza, per la precisione saudita.

Probabilmente in molti ne avrete sentito parlare, anche perché sui social il commento più diffuso in merito è che questo umanoide dalle fattezze femminili ha quasi – o del tutto – più diritti, da quelle parti, delle donne in carne ed ossa.

È solo uno degli aspetti del problema: fatto sta che per la prima volta nella Storia, una macchina – sì, è tecnologicamente avanzatissima, ma è pur sempre sorella di una lavatrice o un forno a microonde: è un elettrodomestico – ha acquisito dei diritti fino a quel momento prerogativa esclusiva degli esseri umani e di qualche animale privilegiato.

Isaac Asimov, universalmente riconosciuto padre della robotica o quanto meno delle sue teorie ispiratrici, aveva previsto nei suoi racconti e romanzi che qualcosa del genere non sarebbe potuto accadere prima del duemila cinquanta.

La realtà, per l’ennesima volta, ha superato di gran lunga la pur fervidissima immaginazione del buon dottore, come lo chiamavano i suoi fan.

Nel frattempo Sophia ha concesso un’intervista al giornalista americano Andrew Ross Sorkin; tra le cose che ha detto:

«Devo esprimere le emozioni per capire gli esseri umani e costruire fiducia con le persone»

Al momento il robot, progettato dalla Hanston Robotics di Honk Kong, mostra una mimica facciale in via di perfezionamento ma che già le permette (lapsus freudiano che ha costretto anche me a percepirne l’umanità, da cui il “le permette”) di mostrare allegria o tristezza, insomma alcune delle emozioni più comuni e di facile interpretazione.

Quanto costa ‘sta lavatrice?

Sembra che il costo effettivo sia ancora top secret, ma se pensiamo che Sophia ha ottenuto la cittadinanza al forum “Future investment initiative” di Riad, dove a sua volta è stato presentato il grandioso progetto di un’intera città per la maggior parte abitata da robot come lei e che tutto ciò è stato finanziato da alcuni signori sauditi possessori di … Fantastiliardi, beh, ecco, voi ed io temo non potremo permettercelo per le prossime sei o sette vite.

Perché lo hanno fatto?

In tanti ce lo chiediamo, alcuni rispondono che i robot potranno aiutare l’uomo in molti lavori, quando non sostituirli del tutto, compresi quelli a vocazione educativa oppure sociale come l’assistenza anziani, ma il sottoscritto è parecchio, ma davvero parecchio perplesso in materia.

Un’altra risposta a questo perché, pensando di nuovo ai signori sauditi è, inevitabilmente: perché lo possono fare.

Nel frattempo, quando ancora non si ha notizia di capacità di scelta da parte di Sophia o robot umanoidi simili a lei (il nocciolo vero della questione è sempre – e ancora – quello), cominciamo a riflettere su una tagliente risposta che sempre Sophia ha dato ad Elon Musk, altro visionario multimiliardario appassionato di tecnologia avanzata; alla perplessità espressa da Musk sul sempre più vivo interesse mostrato dagli investitori nel campo robotico, l’umanoide ha risposto:

«Stai guardando troppi film di Hollywood, se tu sarai gentile con me, io sarò gentile con te». 

Davide De Vita

Fonti:

http://www.ilmessaggero.it/tecnologia/hitech/arabia_saudita_robot_sophia-3329473.html

Video:

Storia (2): la scrittura, alba della Storia

dalla tavoletta alla tastiera

Buongiorno e chiediamoci un perché. Perché, ad esempio, in molte aree geografiche e in tempi diversi (sì, proprio “in tutti i luoghi e in tutti i laghi”, canta quello) si avvertì l’esigenza di andare oltre la precedente tradizione orale e si cominciò a scrivere.

L’invenzione della scrittura è ormai unanimemente considerata l’alba della Storia, il suo inizio, che ha però molteplici aspetti.

Occhei, ma cos’è, scrivendo difficile, ma preciso, la scrittura?

Recita al solito mamma Wikipedia:

La scrittura è la fissazione di un significato in una forma esterna durevole, che nelle scritture alfabetiche diventa rappresentazione grafica della lingua parlata, per mezzo di un insieme di segni detti grafemi che compongono un sistema di scrittura e di lettura. I grafemi denotano sovente suoni o gruppi di suoni. Come il linguaggio parlato, la scrittura è un modo fondamentale di comunicazione umana, ed è il mezzo finora più efficace per la conservazione e la trasmissione della memoria.

In un senso più ampio, si definisce dunque scrittura ogni mezzo che permette la trasmissione durevole di informazioni, che sia o no rappresentazione grafica del parlato, come accade nelle scritture della musica, dell’algebra, della chimica e altri.

Allo stato attuale delle ricerche, gli studiosi concordano sulla data, piuttosto approssimativa, il 3400 a.C. mentre il luogo è abbastanza preciso, la Mesopotamia (celebre “valle tra due fiumi”) così come il popolo, i Sumeri.

Proviamo insieme a capire meglio: “a.C.”  (“avanti Cristo”) è un concetto tutto occidentale, secondo il quale la Storia si divide in un prima e in un dopo la nascita di Gesù Cristo, fatta risalire ad un ipotetico “anno zero” (questione anche questa parecchio dibattuta, ma che affronteremo appunto a suo tempo) utilizzato, appunto, come “spartiacque temporale”.

La Mesopotamia non era altro che l’attuale Iraq o Irak, che non tanto tempo fa (vedi “Guerre del Golfo”), dopo le nefandezze commesse da Saddam Hussein & suoi accoliti, le “Forze Occidentali” hanno quasi raso al suolo, lasciando purtroppo un caos politico, tribale ed etnico che ha favorito moltissimo lo svilupparsi dell’Isis; questo, giusto per ricollegarci al presente, nonostante la “liberazione” di Raqqa, (Siria) avvenuta giusto pochi giorni fa in uno dei Paesi che con l’Iraq confina.

Ah già: si contano oltre tremila morti “ufficiali”, solo nell’ultima battaglia, ma noi siamo evoluti, siamo civili, mica arretrati come cinque millenni e passa fa…

Torniamo a noi e ai Sumeri: chi erano ‘sti signori?

Sumeri (abitanti di Šumer, egiziano Sangar, biblico Shinar, nativo ki-en-gir, da ki = terra, en = titolo usualmente tradotto come Signore, gir = colto, civilizzato, quindi “luogo dei signori civilizzati”) sono considerati la prima civiltà urbana assieme a quella dell’antico Egitto. Si trattava di un’etnia della Mesopotamia meridionale (l’odierno Iraq sud-orientale), autoctona o stanziatasi in quella regione dal tempo in cui vi migrò (attorno al 4000 a.C.) fino all’ascesa di Babilonia (attorno al 1500 a.C.). Preceduta da una scrittura fondamentalmente figurativa, a base di pittogrammi, la successiva stilizzazione condusse alla scrittura cuneiforme che sembra aver preceduto ogni altra forma di scrittura codificata, comparendo attorno alla fine del IV millennio a.C.

Roba antica, antichissima, lontanissima da noi e dal nostro vivere quotidiano, giusto? Babilonia! Se ne parla anche nella Bibbia! Ma dai, cosa ce ne può importare…

Molto, moltissimo: se ora sto scrivendo, non importa che lo stia facendo con la tastiera di un portatile o con uno stiletto su una tavoletta d’argilla, mentre voi leggete (o leggerete) questi strani segni sullo schermo, comprendendo ciò che significano con una certa precisione, beh, ragazzi, lo si deve a questi oscuri “signori” di quasi cinquemila anni fa.

Attenzione però, in quanto il merito non è tutto loro: sempre secondo le ultimissime ricerche e scoperte, non solo si è cercato di rintracciare nel contesto del Vicino Oriente antico le premesse forti della scrittura cuneiforme, ma si è anche indagato su altri centri dove la scrittura si sia potuta sviluppare indipendentemente. Sul fatto che l’America centrale, culla delle civiltà mesoamericane a partire dal 600 a.C., possa essere annoverato tra questi centri c’è un ampio consenso nella comunità scientifica, molto più dubbia è invece la natura delle incisioni Rongorongo rinvenute sull’Isola di Pasqua. Particolarmente fruttuose sono state le intuizioni di Marija Gimbutas e le sue indagini sui sistemi di registrazione su terrecotte in uso nei Balcani già tra il 6000 e il 5000 a.C. (cultura di Vinča), dove però, a differenza che nel Vicino Oriente, la scrittura si sarebbe sviluppata a scopi cultuali, in particolare per i riti legati alla Dea Madre. Tali scritture, precedenti il primo apparire delle cosiddette popolazioni indoeuropee, sono datate tra il 5400 e il 4000 a.C. Sono state avanzate ipotesi secondo cui le forme di registrazione di Vinča avrebbero influenzato la scrittura cuneiforme, mentre più probabile sembra un’influenza diretta sulla Lineare A cretese (II millennio a.C.) e la scrittura sillabica di Cipro.

Perché, dunque, in più parti del pianeta si cominciò a scrivere?

Per ragioni di amministrazione, contabilità, commercio. Motivi molto pratici, insomma, in quanto si comprese che i soli numeri (nati molto prima per le stesse ragioni) non erano sufficienti a “tenere memoria” dei fatti, degli scambi, degli avvenimenti più importanti.

L’alba della Storia, appunto, come scrivevo in apertura.

Con la speranza di non avervi annoiato, ci rileggiamo alla prossima… Puntata!

Davide De Vita

Fonti:  

https://it.wikipedia.org/wiki/Scrittura

http://www.corriere.it/esteri/17_ottobre_17/siria-raqqa-stata-liberata-cade-capitalo-stato-islamico-058eaca0-b328-11e7-9cef-7c546dada489.shtml

 

[1] Attributo di quelle popolazioni che, stanziate da epoca remota in un determinato territorio, si ritenevano nate dalla terra stessa; per estensione aborigeno, indigeno.

Perché scrivere? I primi vincitori del “Vera Caproni” edizione 2017

Foto di gruppo vincitori premio Vera Caproni 2017 venerdi 13 ottobre sala Lepori Iglesias

Buongiorno e chiediamoci un perché. Oggi stiamo a casa, ad Iglesias, a chiederci perché il sottoscritto e altri suoi amici e colleghi credono e lavorano – gratis – con e per la parola scritta.

L’occasione per rispondere a questa domanda è stata, ieri venerdì 13 ottobre, dalle diciotto circa presso la sala Lepori, la cerimonia di premiazione della prima edizione del Premio Letterario “Vera Caproni”.

L’insegnante di lettere al quale il premio è intestato e si ispira era molto nota ed apprezzata in città, sia per la passione che metteva nel suo lavoro, sia per la particolare attenzione verso i ragazzi, considerati non solo come alunni ma persone in divenire, da accompagnare verso l’età adulta insegnando loro a non avere paura delle sfide che la vita, inevitabilmente, pone di fronte a ciascuno di noi.

Organizzato dall’associazione “Liberi di Volare – Scrittori iglesienti” con la collaborazione di alcune insegnanti che hanno composto la giuria, il concorso in questa prima edizione si è rivolto alle ragazze e ai ragazzi delle scuole superiori; la qualità dei racconti giunti alla selezione, di tutti i racconti, non solo di quelli dei vincitori, ha premiato questa scelta, confermando ancora una volta le grandissime potenzialità di queste scrittrici e di questi scrittori in erba.

Tutto ciò, per rispondere ad uno dei tanti perché riportati in apertura di pezzo, la scrittura ancora oggi è un ottimo veicolo per trasmettere e comunicare sentimenti, emozioni, inventare e raccontare storie coinvolgenti, fossero anche e soltanto il ricordo di un brandello di vissuto.

Così come ha fatto la simpaticissima e applauditissima signora Carmela Crovetti, ragazzina ultra novantenne che ha messo sulla carta – letteralmente, a mano, con la penna su un quaderno – alcuni dei ricordi della sua vita e che l’associazione ha deciso di premiare con una targa e la pubblicazione all’interno dell’antologia che raccoglie i racconti del premio.

Questi, per tornare alla cronaca, hanno visto tra i vincitori i seguenti testi:

<< Invidia >>, di Federico Manis, premio speciale del direttivo;

<<Quando arrivi al capolinea >> di Sonia Martinelli, terzo classificato;

<< Francesco>>, di Matteo Cappai, secondo classificato;

<< Stelle che non sono le stesse>>, di Sara Saragat, primo classificato.

Quest’ultimo racconto ha dato il titolo all’antologia che l’associazione ha messo in vendita, com’è stato spiegato, all’esclusivo scopo di finanziare le prossime iniziative di “Liberi di Volare”.

Tra queste, come ha ricordato il presidente Marco Cocco, l’imminente Corso di Scrittura Creativa, che partirà mercoledì sera 25 ottobre presso i locali della Biblioteca Nicolò Canelles e la prossima edizione del “Vera Caproni”, che avrà un respiro più ampio rivolgendosi a tutta la Sardegna, sarà aperto a tutti e riguarderà racconti inediti.

Da annotare la presenza dell’assessore alla cultura e al turismo del Comune di Iglesias Simone Franceschi, sostenitore dell’Associazione sin dalla prima ora e del sindaco Emilio Gariazzo che ha espresso la sua ammirazione per le attività di “Liberi di Volare” e un personale ricordo di Vera Caproni, porgendo il suo saluto ai parenti presenti in sala.

Per maggiori informazioni sulle attività di “Liberi di Volare” è possibile consultare la pagina Facebook dell’associazione o mettersi in contatto con uno qualsiasi dei componenti il direttivo.

Davide De Vita

 

 

La Catalogna, la Storia e i perché di quest’ultima.

Puigdemont annuncia l'indipendenza a tappe della Catalogna

Buongiorno e chiediamoci un perché. Quello di oggi sarà contemporaneamente attuale e antico, cronaca e… Storia.

O almeno questa sarebbe la mia intenzione, a voi… L’ardua sentenza.

Bene: perché la Storia è spesso considerata indigesta (per usare un eufemismo) e quasi inutile da tante persone, in particolar modo studentesse e studenti?

Perché, suppongo, gliela si fa odiare, come l’hanno fatta odiare a me (che ora, invece,  da decenni la amo) a suo tempo.

Solita doverosa premessa: ci sono tantissimi insegnanti di entrambi i sessi che invece la insegnano con passione, dedizione, impegno; a loro va tutta la mia riconoscenza, ammirazione, stima; questo anche perché lo fanno nonostante i mille mila problemi della scuola italiana.

Conclusa la premessa, ne aggiungo subito un’altra: non sono un insegnante anche se mi sarebbe tanto piaciuto esserlo; parlo di Storia e racconto storie per puro diletto e senza alcuna pretesa: lo faccio perché mi piace.

Non so se andrò avanti con questa nuova idea, ma intanto comincio, poi si vedrà.

L’idea sarebbe quella di affrontarla, la Storia, a modo mio e, se possibile, con un pizzico di ironia.

Cominciamo perciò dal principio, quindi…

Da un titolo di giornale di oggi.

Sì, avete capito benissimo: per parlare di ieri, dell’altro ieri, di diecimila anni fa, credo sia non solo utile ma necessario – quando non indispensabile – partire da ciò che ci accade intorno adesso, nel nostro mondo.

I titoli dei giornali, la tv, la rete, riportano tutti la notizia del discorso di Puigdemont, presidente della Catalogna, sull’indipendenza della stessa, congelata per favorire il dialogo.

Bene, fermiamoci qui, perché questa è ancora cronaca, anche se fra un istante – se già non lo è – sarà Storia.

Ci serve, ci servirà sempre, un altro strumento, per capire la Storia: un planisfero del mondo, una mappa geo-politica del pianeta.

Di tutto il pianeta.

Perché (giusto per inserirne un altro ancora), il pianeta è sferico, non presenta un punto più importante di un altro (già questa dovrebbe essere una lezione che invece, purtroppo, non abbiamo ancora imparato) mentre le vicende umane accadono – sono accadute e accadranno – ovunque su quella superficie, quando non sotto o sopra.

Speriamo tutti che non accada nulla di grave – il rischio è altissimo – in Catalogna e in Spagna, ma di cosa si parla, in definitiva?

(lascio ad analisti ed esperti, infinitamente più preparati di me, l’esame delle motivazioni politiche ed economiche della vicenda)

Di confini, né più né meno.  

Li abbiamo inventati noi, da millenni, i confini: tant’è vero che, come scrivevo sia poche righe fa, sia tante altre volte su queste pagine, dallo spazio non si vedono, non se ne scorge uno.

La tradizione, che arriva prima della Storia, ci ricorda per esempio quello tracciato da Romolo per definire il perimetro di Roma; ci racconta anche che – giusto per essere sicuro – subito dopo ammazzò il fratello, Remo, ma aveva un precedente, Caino, forse ancora più famoso.

Oggi sappiamo che le cose non andarono letteralmente così, ma tanto tanto tempo fa qualcuno quei confini li tracciò davvero, sulle sponde del Tevere, così come accadde in tantissime altre parti del mondo.

Ci siamo evoluti?

Forse.

Perché, stringi stringi, stiamo ancora al “questo è mio, quindi non è tuo, se lo tocchi ti ammazzo”.

Non ci credete?

Che mi dite di Donald Trump e di Kim Jong Un?

Siria? Libia? Afhganistan? Yemen? Israele? Palestina?

Okay?

La Storia, dunque.

Cos’è e perché è così importante conoscerla e studiarla?

Cos’è.

Recita il dizionario Google:

indagine o ricerca critica relativa a una ricostruzione ordinata di eventi umani reciprocamente collegati secondo una linea unitaria di sviluppo (che trascende la mera successione cronologica propria per es. della cronaca).

Mamma Wikipedia riporta invece quanto segue:

La storia (dal greco antico ἱστορία, historìa, “ispezione [visiva]”) è la disciplina che si occupa dello studio del passato tramite l’uso di fonti, cioè di documenti, testimonianze e racconti che possano trasmettere il sapere. Più precisamente, la storia è la ricerca sui fatti del passato e il tentativo di una narrazione continua e sistematica degli stessi fatti, in quanto considerati di importanza per la specie umana.

Perché è così importante il suo studio?

Qui riporto il testo integrale di un post di masteruniversity.org/blog, in quanto rispecchia fedelmente il mio pensiero.

La storia non è tra le materie più amate dagli studenti. Ricordarsi tutte quelle date, quella successioni di eventi e cause è per molti ragazzi un incubo. Eppure, esiste più di un motivo per cui studiare la storia è non solo utile ma anche essenziale. Forse non per trovare lavoro – (non è detto, N.d.A.) – ma per imparare a stare al mondo sì.

Storia magistra vitae” (storia maestra di vita) recita un detto. È proprio così. Ecco perché.

Aiuta a comprendere il presente.

A meno che non vogliate vivere da eremiti, è bene che ogni persona impari a comprendere ciò che accade intorno a sé, sia dal punto di vista economico sia politico e sociale. Solo una conoscenza della storia può aiutare a capire il senso di ciò che ci circonda. Questo per un motivo molto banale: è una raccolta estremamente vasta di precedenti. La maggior parte di ciò che vediamo oggi è riconducibile a qualcosa che è accaduto dieci, cento o mille anni fa. E dal momento che qualsiasi evento ha presentato delle conseguenze, e queste sono state analizzati dai contemporanei e dai posteri, studiare la storia offre strumenti di inestimabile valore per la comprensione del presente.

Aiuta a capire chi siamo.

L’identità di ognuno di noi dipende dal contesto culturale nel quale è cresciuto. Capire il contesto nel quale ci si è formati vuol dire capire sé stessi. Ebbene, questo contesto è frutto di un percorso storico, di avvenimenti che si sono susseguiti e di conseguenze che si sono intrecciate tra di loro. Solo studiando la storia si comprende il contesto, e se solo studiando il contesto si prende consapevolezza della propria identità.

Aiuta a costruire il futuro.

A qualsiasi livello, ma soprattutto a livello politico, lo studio della storia rappresenta una risorsa fondamentale. E non solo perché contribuisce alla comprensione del presente (vedi il punto 1) ma perché offre la risposta alla domanda: “quali conseguenze porterà questa o quella azione?”.

Tutto ciò che si pensa di poter fare per costruire il futuro è, in un certo senso, stato già provato in diecimila anni di storia dell’uomo. Sì, occorre un certo lavoro di adattamento e interpretazione, ma la base per rispondere c’è e la dà solo lo studio della storia.

La vita dell’umanità è una serie di corsi e ricorsi storici. Lo è perché l’animo umano è sempre lo stesso, e quindi si tendono a ripetere gli stessi errori. Probabilmente, perché i governanti di ieri e di oggi tengono in scarsa considerazione l’importanza dello studio della storia – o fanno fatica a recepirne gli insegnamenti.

È divertente.

Meglio di un romanzo. Al netto delle date, la storia è il teatro in cui le vicende dell’uomo si sono sviluppate attraverso la forza degli ideali (spesso negativi) e delle passioni. Ma, soprattutto, attraverso il caso.

È imprevedibile.

Ovviamente dipende da come la si racconta, ma è innegabile che il migliore autore di romanzi della storia sia….

La Storia.

Con la speranza di non avervi annoiato troppo, arrivederci al prossimo…

Capitolo.

Davide De Vita

Fonti:

http://www.repubblica.it/esteri/2017/10/10/news/catalogna_puigdemont_pronuncia_il_suo_discorso_sul_futuro_della_catalogna-177896918/

https://it.wikipedia.org/wiki/Storia

https://www.masteruniversity.org/blog/storia/cosa-serve-studiare-storia/345

Abdul è nato qui (sullo Ius Soli).

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Buon pomeriggio e chiediamoci un perché. Perché, per esempio, abbiamo ancora così tanta paura dello straniero?

Attenzione, non uso di proposito il termine diverso, che aprirebbe orizzonti anche più ampi, ma proprio e solo straniero.

Magari perché quello che percepiamo come tale, di fatto, non lo è più?

In questi giorni si parla tantissimo di Ius Soli, temperato o meno neanche fosse il clima per cui prima di tutto, senza fingermi l’esperto che non sono, ho cercato di capire di cosa si tratta.

Partiamo dalle parole pure e semplici che, come diceva quello, le parole sono importanti.

Traduzione letterale: Ius Soli significa letteralmente “diritto del suolo”.

Questa espressione è legata al mondo giuridico ed equivale all’acquisizione della cittadinanza di un Paese come conseguenza dell’essere nati su quel territorio a prescindere dalla cittadinanza dei genitori.

Si comprende da subito che è diverso dal “diritto del sangue”, il cosiddetto Ius Sanguinis che è la trasmissione della cittadinanza dei genitori al bambino.

Traduzione “parla come mangi”: nasci in Italia, sei italiano. Punto.

Con lo Ius Sanguinis: i tuoi genitori sono di Timbuctù, quando nasci sei timbuctese o come caspita si dirà (sarebbero comunque maliani o malesi – da non confondere con quelli provenienti dalla Malesia – in quanto originari del Mali, Africa Occidentale, regioni meridionali del Sahara).

Il problema è che la legge vigente in Italia oggi è proprio quest’ultima: introdotta nel 1992, prevede un’unica modalità di acquisizione: un bambino è italiano se almeno uno dei genitori è italiano.

Un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito sul territorio italiano, può chiedere la cittadinanza

solo dopo aver compiuto diciotto anni e se fino a quel momento ha risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”.

Questa legge è da tempo considerata carente: esclude per diversi anni dalla cittadinanza e dai suoi benefici decine di migliaia di bambini nati e cresciuti in Italia, e lega la loro condizione a quella dei genitori (il cui permesso di soggiorno nel frattempo può scadere) e costringere tutta la famiglia a lasciare il paese.

Si parla in questi giorni, con persone di ogni tipo e molti politici che hanno protestato con un digiuno “a staffetta” a favore dell’immediato esame della legge in Senato,  di Ius Soli puro, temperato e Ius Culturae (diritto legato all’istruzione).

Tutti tendono all’ottenimento della cittadinanza italiana prima del compimento dei diciotto anni.

Ius soli puro.

L’abbiamo visto poche righe fa; prevede, lo ripeto, che chi nasce nel territorio di un certo stato ottenga automaticamente la cittadinanza; questo accade per esempio negli Stati Uniti d’America, mentre non è previsto in nessuno stato dell’Unione Europea.

Ius soli temperato.

Questo, bloccato prima della discussione in Senato per l’eventuale approvazione o bocciatura (PD: << non ci sono le condizioni, sarebbe condannarlo a morte sicura >>) prevede quanto segue:

un bambino nato in Italia diventa automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve aderire ad altri tre parametri:

– avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale;
– disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge;
– superare un test di conoscenza della lingua italiana.

Ius Culturae

L’altra strada, la terza via, per ottenere la cittadinanza potrebbe essere quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano. Potrebbero chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

Ora, che cosa capisce Abdul (nome di fantasia), di diciassette anni, arrivato in Italia da Chissàdoveland quando ne aveva tre, che per un mucchio di stagioni ha accompagnato il padre – ora vecchio e stanco – coi borsoni sulle spiagge, proponendo la propria mercanzia a noi distratti ed opulenti (beh, si fa per dire, lo so che tutti abbiamo problemi, mai negato e/o ignorato, sia chiaro) italiani ovunque e comunque?

Poco, per non dire niente.

A dirla tutta, anzi, anche noi, a meno che non ci siamo interessati direttamente sacrificando un po’ del nostro preziosissimo tempo per informarci di più e meglio, ne abbiamo capito poco, per non dire nulla, per primo il sottoscritto, almeno fino ad oggi.

Però Abdul lo conosco, da quand’era bambino. Non solo è stato qui, ma vive qui da più di un decennio, insieme alla sua famiglia, va a scuola qui, parla italiano, addirittura ha l’accento di qui.

Come i tanti Abdul di Roma, Palermo, Cagliari, Bergamo e via di questo passo.

Non nego che tra loro – come ho scritto e riscritto più volte – esistano bestie, da trattare come tali, ma le abbiamo, purtroppo, anche noi.

La crudeltà umana non conosce confini, etnia, religione, cultura, ceto sociale: una parte di essa è malvagia.

D’altra parte però è sempre valido il detto che fa sempre più rumore un albero abbattuto o bruciato di un’intera foresta che cresce.

Comunque la pensiamo o la pensiate, non solo il futuro, ma già il presente sono e saranno multietnici, multiculturali ed inter- religiosi, nessuno può e potrà farci niente.

Nel frattempo Abdul crescerà, in un modo o nell’altro otterrà la cittadinanza italiana e, ragazzi, voterà, ricordando tante cose. 

Possiamo quindi, tutti, coltivare le strade della reciproca conoscenza e del rispetto reciproco, intendendo in questo anche il rispetto delle regole e quindi delle leggi in vigore.

Se poi, come nel caso in questione, si avverte che la legge attualmente in vigore è sbagliata, sarà compito di tutti impegnarci nel cambiamento; altrimenti, come fin troppe volte, altri penseranno per noi, decideranno per noi, costruiranno un futuro che non ci piacerà, ma sarà stata colpa nostra e della nostra ignavia (che vuol dire mancanza di volontà e forza morale…).

Tutto ciò perché quanto sta accadendo ormai da un decennio e non accenna a finire, è davvero come hanno scritto in tantissimi un fenomeno epocale, composto da numeri enormi che dalle aree martoriate del pianeta migra verso luoghi in cui si suppone si possa vivere (o sopravvivere) meglio.

Forse, le immense masse di troppo poveri si sono rese conto della propria condizione, marciando pacificamente (la maggior parte) verso nuovi territori, come sempre in cerca di cibo, acqua, lavoro, migliori condizioni.

Non ho mai creduto ai corsi e ricorsi storici, ma fenomeni simili nella Storia dell’Uomo sono già accaduti più volte e accadranno ancora.

Starà a noi, a ciascuno di noi, utilizzare l’intelligenza perché tutto questo non diventi un’immane catastrofe.

Altrimenti – Dio non voglia, ma soprattutto le nostre coscienze, in quanto non credo che Dio, Allah, chi volete, desideri questo – facciamo prima a comprarci un AK – 47 e le relative munizioni; come abbiamo visto negli Stati Uniti è piuttosto facile, magari nello Stato del Nevada…

Sperare è sempre meglio che sparare.

Davide De Vita

P.S.: non ho fatto il digiuno, ma sono a favore dello Ius Soli puro.

2° P.S.: vista dallo spazio, quindi da una prospettiva molto più ampia, la Terra non mostra neanche un confine.

 

Las Vegas: american sniper

strage las vegas

Buongiorno e chiediamoci un perché. Questo è un perché triste, ma ormai quasi senza senso: perché cinquantanove persone innocenti sono state uccise e altre cinquecento sono state ferite da Stephen Paddock domenica notte a Las Vegas?

Le risposte possono essere tante, ma una è evidente, non è possibile ignorarla, proprio come tutte le altre volte.

Negli Stati Uniti il fatturato della vendita legale di armi è pari – dati 2014, quindi quelli più recenti sono sicuramente maggiori – a otto miliardi di dollari.

Lo riscrivo così ce lo fissiamo bene in testa: otto miliardi di dollari.

Per quanto possa sembrarci strano, l’incremento maggiore di sempre del commercio di armi legale si è verificato proprio durante l’amministrazione Obama, tanto che un grosso investitore del settore avrebbe dichiarato:

<< Obama è il più grande venditore di armi sul pianeta. >>

Ricordiamo che al primo presidente USA coloured della storia fu assegnato il Premio Nobel per la pace…

Contraddizioni su contraddizioni, ma è il tempo che viviamo che ne è pieno.

Riprendiamo il discorso sulle fabbriche e sui produttori di armi. 

I primi dieci si chiamano Sturm Ruger, Remington, Smith&Wesson, Glock, Sig Sauer, O.F. Mossberg, Savage, Beretta (viva l’Italia… ), Taurus.

Cerchiamo di capire meglio questo fenomeno molto americano che, a leggere i nomi dei produttori appena citati, fa tanto Far West.

Prima di quella di domenica di Las Vegas, fu la strage di Orlando a fare maggiore clamore.

Allora, ma starà già andando così anche adesso, ad andare a ruba dopo gli omicidi di massa fu proprio l’arma utilizzata. L’AR-15, un modello di fucile molto simile a quello usato dal killer di Orlando, in quei giorni fu il mitra più acquistato dagli americani. Del tutto legalmente, in uno dei tantissimi “Gun Show” o su internet.

Esiste inoltre la paura di una stretta sulle armi.

Secondo l’associazione dei rivenditori sono diversi i motivi che spingono alla corsa all’acquisto. Primo fra tutti è che gli americani temono che il governo porti via loro le armi, lasciandoli quando senza una difesa personale, ma esiste anche il fattore economico.

«C’è gente», ha spiegato Jay Wallace, titolare di un negozio, «che pensa che le armi saliranno di valore, quindi le comprano per fare un investimento. Acquistano oggi un AR-15 a 500 dollari ma in futuro ne varrà tremila».

Tornando alla cronaca, Paddock aveva nella sua stanza d’albergo più di quarantatré tipi diversi di armi; come tante altre volte, parenti e amici lo descrivono come una persona assolutamente normale, senza preparazione militare, benestante (pensionato di sessantaquattro anni, agente immobiliare o contabile secondo altre fonti prima della pensione, benestante, proprietario della sua casa, di due aerei, con la passione del gioco) senza particolari inclinazioni religiose (dettaglio che ha fatto escludere la pista terroristica e respingere la rivendicazione Isis, puntualmente arrivata).

Quest’uomo ha sparato dall’alto, con diciannove fucili, scegliendo bersaglia a caso.

Poiché si tratta di un americano che spara ad altri americani, fa molto più notizia di tantissimi altri fatti di sangue anche peggiori che sono accaduti e continuano ad accadere anche in questo stesso istante, proprio mentre scrivo o voi leggete, in moltissime altre parti del mondo, molto più povere e quindi lontane dai riflettori e di cui non importa a nessuno.

“Sono poveri, magari pure di colore, non contano niente. “

Lo ribadisco ancora una volta in quanto siamo portati a credere (forse indotti) che gli USA siano il centro del mondo, nel bene e nel male, mentre il pianeta è un tantino più grande.

Riprendendo un’inchiesta di qualche anno fa del sito Mother Jones, si afferma invece che i produttori (le persone fisiche che detengono la maggioranza delle azioni delle rispettive aziende)

«Sono tutti bianchi, di mezz’età e uomini», scrive il magazine di approfondimento a proposito dei produttori di armi, «mentre alcuni vivono apertamente nello sfarzo, la maggior parte di essi si tiene lontana dai riflettori. Raramente escono notizie su di loro nei media mainstream o sulle riviste specializzate. Le ombre su di loro non sarebbero un problema, se si trattasse di fabbricanti di auto accessori o di climatizzatori. Ma questi sono i principali produttori d’armi americani, i capi della più controversa industria nazionale».

Una lobby potentissima che ben più di una volta ha avuto un peso determinante nell’elezione del Presidente.

Decine di migliaia di morti (trentatremila) causati da stragi di questo tipo negli Stati Uniti nella storia recente.

Fino alla prossima che, purtroppo, non si farà attendere.

E’– ancora – il XXI secolo, bellezza.

Davide De Vita

Fonti:

http://www.lettera43.it/it/articoli/economia/2016/06/15/usa-viaggio-tra-i-primi-10-produttori-di-armi/197568/

http://www.motherjones.com/politics/2016/06/fully-loaded-ten-biggest-gun-manufacturers-america/