Abdul è nato qui (sullo Ius Soli).

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Buon pomeriggio e chiediamoci un perché. Perché, per esempio, abbiamo ancora così tanta paura dello straniero?

Attenzione, non uso di proposito il termine diverso, che aprirebbe orizzonti anche più ampi, ma proprio e solo straniero.

Magari perché quello che percepiamo come tale, di fatto, non lo è più?

In questi giorni si parla tantissimo di Ius Soli, temperato o meno neanche fosse il clima per cui prima di tutto, senza fingermi l’esperto che non sono, ho cercato di capire di cosa si tratta.

Partiamo dalle parole pure e semplici che, come diceva quello, le parole sono importanti.

Traduzione letterale: Ius Soli significa letteralmente “diritto del suolo”.

Questa espressione è legata al mondo giuridico ed equivale all’acquisizione della cittadinanza di un Paese come conseguenza dell’essere nati su quel territorio a prescindere dalla cittadinanza dei genitori.

Si comprende da subito che è diverso dal “diritto del sangue”, il cosiddetto Ius Sanguinis che è la trasmissione della cittadinanza dei genitori al bambino.

Traduzione “parla come mangi”: nasci in Italia, sei italiano. Punto.

Con lo Ius Sanguinis: i tuoi genitori sono di Timbuctù, quando nasci sei timbuctese o come caspita si dirà (sarebbero comunque maliani o malesi – da non confondere con quelli provenienti dalla Malesia – in quanto originari del Mali, Africa Occidentale, regioni meridionali del Sahara).

Il problema è che la legge vigente in Italia oggi è proprio quest’ultima: introdotta nel 1992, prevede un’unica modalità di acquisizione: un bambino è italiano se almeno uno dei genitori è italiano.

Un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito sul territorio italiano, può chiedere la cittadinanza

solo dopo aver compiuto diciotto anni e se fino a quel momento ha risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”.

Questa legge è da tempo considerata carente: esclude per diversi anni dalla cittadinanza e dai suoi benefici decine di migliaia di bambini nati e cresciuti in Italia, e lega la loro condizione a quella dei genitori (il cui permesso di soggiorno nel frattempo può scadere) e costringere tutta la famiglia a lasciare il paese.

Si parla in questi giorni, con persone di ogni tipo e molti politici che hanno protestato con un digiuno “a staffetta” a favore dell’immediato esame della legge in Senato,  di Ius Soli puro, temperato e Ius Culturae (diritto legato all’istruzione).

Tutti tendono all’ottenimento della cittadinanza italiana prima del compimento dei diciotto anni.

Ius soli puro.

L’abbiamo visto poche righe fa; prevede, lo ripeto, che chi nasce nel territorio di un certo stato ottenga automaticamente la cittadinanza; questo accade per esempio negli Stati Uniti d’America, mentre non è previsto in nessuno stato dell’Unione Europea.

Ius soli temperato.

Questo, bloccato prima della discussione in Senato per l’eventuale approvazione o bocciatura (PD: << non ci sono le condizioni, sarebbe condannarlo a morte sicura >>) prevede quanto segue:

un bambino nato in Italia diventa automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve aderire ad altri tre parametri:

– avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale;
– disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge;
– superare un test di conoscenza della lingua italiana.

Ius Culturae

L’altra strada, la terza via, per ottenere la cittadinanza potrebbe essere quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano. Potrebbero chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

Ora, che cosa capisce Abdul (nome di fantasia), di diciassette anni, arrivato in Italia da Chissàdoveland quando ne aveva tre, che per un mucchio di stagioni ha accompagnato il padre – ora vecchio e stanco – coi borsoni sulle spiagge, proponendo la propria mercanzia a noi distratti ed opulenti (beh, si fa per dire, lo so che tutti abbiamo problemi, mai negato e/o ignorato, sia chiaro) italiani ovunque e comunque?

Poco, per non dire niente.

A dirla tutta, anzi, anche noi, a meno che non ci siamo interessati direttamente sacrificando un po’ del nostro preziosissimo tempo per informarci di più e meglio, ne abbiamo capito poco, per non dire nulla, per primo il sottoscritto, almeno fino ad oggi.

Però Abdul lo conosco, da quand’era bambino. Non solo è stato qui, ma vive qui da più di un decennio, insieme alla sua famiglia, va a scuola qui, parla italiano, addirittura ha l’accento di qui.

Come i tanti Abdul di Roma, Palermo, Cagliari, Bergamo e via di questo passo.

Non nego che tra loro – come ho scritto e riscritto più volte – esistano bestie, da trattare come tali, ma le abbiamo, purtroppo, anche noi.

La crudeltà umana non conosce confini, etnia, religione, cultura, ceto sociale: una parte di essa è malvagia.

D’altra parte però è sempre valido il detto che fa sempre più rumore un albero abbattuto o bruciato di un’intera foresta che cresce.

Comunque la pensiamo o la pensiate, non solo il futuro, ma già il presente sono e saranno multietnici, multiculturali ed inter- religiosi, nessuno può e potrà farci niente.

Nel frattempo Abdul crescerà, in un modo o nell’altro otterrà la cittadinanza italiana e, ragazzi, voterà, ricordando tante cose. 

Possiamo quindi, tutti, coltivare le strade della reciproca conoscenza e del rispetto reciproco, intendendo in questo anche il rispetto delle regole e quindi delle leggi in vigore.

Se poi, come nel caso in questione, si avverte che la legge attualmente in vigore è sbagliata, sarà compito di tutti impegnarci nel cambiamento; altrimenti, come fin troppe volte, altri penseranno per noi, decideranno per noi, costruiranno un futuro che non ci piacerà, ma sarà stata colpa nostra e della nostra ignavia (che vuol dire mancanza di volontà e forza morale…).

Tutto ciò perché quanto sta accadendo ormai da un decennio e non accenna a finire, è davvero come hanno scritto in tantissimi un fenomeno epocale, composto da numeri enormi che dalle aree martoriate del pianeta migra verso luoghi in cui si suppone si possa vivere (o sopravvivere) meglio.

Forse, le immense masse di troppo poveri si sono rese conto della propria condizione, marciando pacificamente (la maggior parte) verso nuovi territori, come sempre in cerca di cibo, acqua, lavoro, migliori condizioni.

Non ho mai creduto ai corsi e ricorsi storici, ma fenomeni simili nella Storia dell’Uomo sono già accaduti più volte e accadranno ancora.

Starà a noi, a ciascuno di noi, utilizzare l’intelligenza perché tutto questo non diventi un’immane catastrofe.

Altrimenti – Dio non voglia, ma soprattutto le nostre coscienze, in quanto non credo che Dio, Allah, chi volete, desideri questo – facciamo prima a comprarci un AK – 47 e le relative munizioni; come abbiamo visto negli Stati Uniti è piuttosto facile, magari nello Stato del Nevada…

Sperare è sempre meglio che sparare.

Davide De Vita

P.S.: non ho fatto il digiuno, ma sono a favore dello Ius Soli puro.

2° P.S.: vista dallo spazio, quindi da una prospettiva molto più ampia, la Terra non mostra neanche un confine.

 

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