Iglesias: lamentatio in sempiternum.

 

teatro-electra

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Anzi, chiediamocene molti, tutti quanti.

Quello di oggi non lo scriverò, diciamo che …

È implicito, capirete.

Non avrei voluto tornare sull’argomento ma mi ci son sentito tirato per i capelli o, se la usassi più spesso, la giacchetta.

Facciamo le solite, doverose premesse, che non si sa mai: sono perfettamente consapevole, più di quanto si possa pensare o immaginare, dei mali, profondi e di antica origine, che affliggono questa città e i suoi abitanti, primi fra tutti l’assenza di lavoro per giovani e non solo o la difficoltà per tante, troppe persone di tirare avanti, anzi proprio di mettere insieme il pranzo – quando c’è – con la cena, giusto per essere chiari e parlare di cose che, ahimè, conosco bene.

Ciò di cui sono convinto è che migliorare la qualità della vita in città, anche con la grande apertura alla cultura e al turismo vista negli ultimi anni, non sia in antitesi con l’obiettivo di migliorarla a ciascuno di noi, anzi. 

Credo ci possano essere mille e una prospettive di occupazione proprio lavorando in questa direzione; faccio un esempio: dalla nascita del corteo medioevale, associazioni e iniziative anche diluite nell’anno si sono moltiplicate; bene: quante sarte e sarti hanno di nuovo lavorato per la realizzazione dei costumi? 

E’ solo il primo degli esempi – concreti – che mi vengono in mente, a voi gli altri, sono certo ne conosciate molti più di me. 

Ho citato quelli giusto per non ripetere l’ovvio dei ristoratori e dei camerieri.

Concluse le premesse, andiamo a cominciare, parlando ahinoi, ancora una volta dello sport più diffuso a livello cittadino, la

lamentatio in sempiternum.

Da dove partiamo?

Boh, ce ne sarebbero mille e uno ancora, di esempi da fare, ma proviamo con la storia recente: ricordate fino a qualche anno fa, quando sia il cinema teatro Electra sia la cattedrale santa Chiara erano chiusi?

Una delle lamentatio più in voga in quel periodo era il refrain: non riapriranno mai, non ce la farà nessuno…

L’uno è aperto ormai da anni e ospita senza soluzione di continuità sia spettacoli teatrali, sia concerti, sia iniziative culturali di ogni genere alle quali spesso, la mattina (una anche oggi) sono invitate le scolaresche.

La cattedrale idem, mi risulta aperta all’esercizio del culto (sorvolo sulle polemiche che hanno seguito il rifacimento degli arredi interni, non sono preparato in merito e lo ammetto candidamente, inoltre scivolerei pericolosamente anch’io nel benaltrismo dilagante …)  

Insomma, anche la cattedrale è stata riaperta, amen.

Perché proprio questi due esempi?

Perché sono sotto gli occhi di tutti, non sono discutibili ma temo abbiano lasciato un po’ orfani i lamentatori di professione che hanno dovuto trovare gioco forza altri obiettivi contro i quali sfogarsi.

Non ce la facciamo però.

Mi ci metto anch’io, che di sicuro non sono senza peccato, anzi, prima – almeno ci provo – cerco di guardare la trave nel mio occhio rispetto alla pagliuzza in quella di qualcun altro: dobbiamo quasi per forza, ogni volta che ci si propone qualcosa di buono o di bello, fatto, realizzato, concreto, tingerlo di questa o quella colorazione politica, cercare – al solito – altro o ben altro (sigh…!) spostando inevitabilmente il discorso su argomenti diversi.

Fortunatamente le cose stanno cambiando, ragazze e ragazzi hanno teste pensanti e indipendenti e – nonostante noi (!!!) – stanno venendo su bene lo stesso.

Stessa cosa dicasi per quanti, sempre di più, hanno capito che il vento che soffia è diverso dal solito. 

Tornando ai ragazzi, che sono il futuro e guardare avanti non fa mai male, fanno parte di generazioni aperte al mondo, in contatto col mondo e che forse, una volta per tutte, abbatteranno quest’odiosissima chiusura mentale che porta a stracciarci le vesti fin troppo spesso senza mai – o quasi – esprimere apprezzamento per ciò che, comunque, è stato fatto.

Fatto, capite?

Non proposto, chiacchierato, illustrato, vagheggiato ma fatto, realizzato, in concreto.

Non ho più voglia di elencare altri esempi, siamo tutti dotati di vista, udito e intelletto, non ce n’è bisogno.

D’altra parte, poi concludo: che cosa cambia se ci si lamenta di ciò che non va?

Forse si nutre la speranza che qualcosa potrebbe andare nel verso giusto? 

Lamentarsi non porta nessun beneficio ed è persino dannoso. 

La lamentela nasconde insicurezza, distoglie dalla soluzione e soprattutto è un’enorme mancanza di rispetto nei confronti di sé stessi, di chi ci ha generato e che fa, o ha fatto, salti mortali per vederci felici e compiaciuti.

Una mancanza di rispetto nei confronti dei nostri amici e dei nostri colleghi che, costretti a starci a sentire, rischiano di restarne contagiati.

Una mancanza di riconoscenza verso le cose che ognuno di noi ha, quelle che ci sono state donate con amore e anche quelle che abbiamo ottenuto con energia e forza, per le quali ci siamo battuti e per le quali dobbiamo ogni giorno lottare per evitare di perderle. 

Un’enorme ingratitudine e un’ “offesa”, non rimarginabile, per quanti sacrificherebbero la loro vita per vivere nella nostra anche un solo momento.

Non sono parole mie, ma le condivido in pieno.

Ne trovate la fonte come sempre in fondo alla pagina.

Non ci piace ciò che altri hanno fatto?

O non hanno fatto?

Benissimo, rimbocchiamoci le maniche e facciamolo noi, facciamo altro, magari meglio.

Facciamolo però, altrimenti, come si dice: le chiacchiere – comprese le mie! – per me stanno a zero.

Davide De Vita

Fonte:

http://educandoci.com/lamentarsi-o-agire/

La pericolosa Marcelle… Ennesima BUFALA, riaccendere il cervello, please.

Fake news invasion

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Forte però stavolta, eh?

Chiediamoci, stamattina, perché a volte sembra che la nostra mente abbia abdicato alla stupidità, a quel webetismo (termine che passa come inventato da Enrico Mentana, ma esisteva già, vedi fonti a fondo pagina, a proposito di “verificare la notizia”) dilagante che in rete impazza.  Siamo all’ennesima bufala, colossale e se ci pensiamo/pensate talmente idiota da farci sentire… Tali.

Sì, mi riferisco alla pericolosissima Marcelle Labelle Carradori che, secondo gli autori dell’idiozia contagiosa, starebbe minacciando tutti o quasi i nostri Sacri Profili Facebook. Attenzione! Attenzione! Attenzione!

Trattasi appunto di B U F A L A.

Il guaio è che non dovrebbe esserci bisogno di una smentita per ognuna di queste fesserie virali, se tenessimo la mente accesa e collegata alle nostre frenetiche dita sempre pronte a cliccare per condividere, quasi in automatico, in piena isteria ossessiva compulsiva.

Invece evidentemente la nostra mente entra in sciopero più o meno coatto, nemmeno si pone il dubbio che, visto che ce ne sono così tante in giro, che se ne parla anche a livello internazionale (vedi innumerevoli servizi giornalistici – anche quelli da prendere con le pinze – sull’eventuale influenza, proprio con le fake news o bufale, di hacker russi sulle scorse elezioni presidenziali americane o su quelle prossime italiane ) magari anche quella che i nostri amici ci schiaffano in privato su Messenger potrebbe essere una di quelle.

No, fa figo avere mille mila “amici” con cui condividere tutto, anche queste, perdonate il termine, ma quando ce vò, ce vò, cazzate.

Beh? Sai che c’è? L’amicizia, quella vera, non è – nella stragrande maggioranza dei casi e ovviamente fatte salve le solite, debite eccezioni – quella di Facebook e le cose che si condividono veramente nella vita, in quella reale, sono molto più intense e preziose, sia quelle drammatiche sia quelle gioiose e l’amicizia la cementano, rendendola inossidabile agli anni.

Lo spirito critico invece, la capacità di analisi e di pensiero indipendente invece pare proprio appannarsi sempre di più in questo mondo virtuale, ahinoi con ricadute non piacevoli anche in quello reale.

La colpa?

Non cerchiamo altri, cosa che facciamo così tanto spesso e bene, ma – scusate l’autocitazione – chiediamoci un perché mentre ci guardiamo riflessi in uno specchio.

Qualunque sia la guida che ci siamo scelti, siamo noi, se lo vogliamo davvero, ognuno di noi e noi soltanto, gli unici artefici del nostro destino, compreso quello virtuale.

Con tanti saluti alle varie Marcelle Labelle e ai suoi replicanti che immancabilmente ricompariranno.

P.S.: gentilmente, non mandatemi più roba simile, faccio da solo.

Davide De Vita

Fonti:

https://www.chicercatrova2000.it/news/leggi.phtml?id=2281

webete sm. :– Utente che considera Internet composta solamente dalla WWW. Neologismo coniato da Ginzo (ginzo@tin.it).

http://www.lastampa.it/2016/08/29/tecnologia/news/mentana-e-webete-il-neologismo-che-non-lo-viGVYkpFNMuhLEAnRtTpAL/pagina.html

 

 

Black Friday: come e perché.

Blek e Venerdì

( ringrazio per la simpatica idea grafica di copertina il carissimo amico Pierpaolo Tacconi)

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi è inevitabile, siamo stati bombardati in queste ultime ore da queste due parole inglesi, per cui… Perché si parla così tanto di questo “Black Friday”, venerdì nero in italiano?

Andiamo a caccia del suo significato e della sua origine: nonostante fossi abbastanza convinto che avesse a che fare col venerdì nero di Wall Street del 1929, non c’entra nulla con quello, anzi. Recita mamma Wikipedia che:

Il Black Friday (“venerdì nero” in italiano) è negli Stati Uniti il giorno successivo al Giorno del ringraziamento e tradizionalmente dà inizio alla stagione dello shopping natalizio.

Sì, ho capito, per non fare brutte figure andiamo insieme a cercare anche cos’è il Giorno del Ringraziamento.

Il Giorno del ringraziamento, o Thanksgiving Day, è una tra le più importanti festività celebrate negli Stati Uniti e in Canada. Si tratta di una festa con data variabile perché osservata il quarto giovedì di novembre negli USA e il secondo lunedì di ottobre in Canada. Ha origine nel 1621, quando i padri pellegrini di Plymouth (Massachusetts), a fronte del primo buon raccolto nel nuovo continente, decisero di riunirsi per ringraziare il Signore. Divenne una tradizione, ma solo Abramo Lincoln nel 1863 e quindi in piena Guerra di Secessione, la ufficializzò collocando la festività sul calendario; con gli anni, i secoli, questa festa ha perso quasi del tutto la connotazione religiosa, diventando una delle feste più importanti e sentite del Nord America; sempre Lincoln diede inizio anche alla tradizione del discorso di ringraziamento presidenziale rivolto alla nazione; simbolo del Giorno del Ringraziamento è il tacchino che, il quarto giovedì di novembre, è servito su tutte le tavole degli Stati Uniti in un banchetto che riunisce parenti ed amici.

Ci siamo? Bene. Si, lo so, è molto american way of life (stile di vita americano) ma quelli son fatti così, non posso farci niente!

Quindi, sbafato il tacchino (e tutto l’ipercalorico resto), che fa il popolo americano il giorno dopo, considerato che manca un mese a Natale?

Spende.

Spende tantissimo.

Il significato immediato del Black Friday è, principalmente, questo.

Riprende Mamy Wiky:

( il Black Friday) è un giorno particolarmente importante sotto l’aspetto commerciale poiché costituisce un valido indicatore sia sulla predisposizione agli acquisti, sia indirettamente sulla capacità di spesa dei consumatori statunitensi, tanto da essere attentamente osservato e atteso dagli analisti finanziari e dagli ambienti borsistici statunitensi e internazionali.

Le grandi catene sono solite offrire in questa occasione notevoli ed eccezionali promozioni al fine di incrementare le proprie vendite: per questo motivo tra le persone che fanno shopping in occasione del Black Friday una buona parte trascorre la notte fuori dal negozio in cui vuole fare acquisti il giorno successivo aspettando l’apertura delle porte. Nel 2013 negli Stati Uniti sono stati spesi 57,4 miliardi di dollari in un solo giorno da più di ottanta milioni di persone: per offrire un paragone è come se l’intera popolazione della Germania fosse andata a fare shopping nello stesso giorno.

Il Black Friday è solitamente seguito dal Cyber Monday, il primo lunedì successivo, caratterizzato da grandi sconti relativi a prodotti di elettronica: in sostanza rappresenta la risposta dell’e-commerce al venerdì nero ed è caratterizzato da una massiccia offerta di ribassi esclusivamente online.

Questo fino a solo pochi anni fa, perché a proposito di e-commerce, abbiamo sentito tutti parlare dello strapotere di Amazon, che anche quest’anno si appresta ad incassare centinaia di miliardi di dollari nel mondo per la gioia del suo proprietario Jeff Bezos, nonostante lo sciopero di oggi indetto presso la sede Amazon di Piacenza, dove i quattromila lavoratori riuniti sotto le tre principali sigle sindacali incroceranno le braccia per chiedere un migliore trattamento economico, proprio visto il successo enorme, astronomico, dell’azienda, che non ha però avuto ancora ricadute significative su di loro. Solo l’anno scorso infatti il giorno del Black Friday è stato un momento storico: nelle ventiquattro ore di questo giorno molto particolare, ha ricevuto 1,1 milioni di ordini, il più alto numero mai registrato ma che è facile prevedere sarà superato quest’anno.

Insomma ragazzi, parliamo di soldi, tanto per cambiare, tantissimi soldi, tanti quanti voi ed io non vedremo mai in una quindicina di vite ma mister Bezos… Sì. Un uomo che è diventato lui stesso simbolo dell’iper capitalismo sfrenato e per primo ha capito l’immensa potenzialità dell’e-commerce, arrivando a vendere qualsiasi cosa facendola arrivare in tempi brevissimi a casa nostra, generi alimentari compresi.

Mi riservo di scrivere un pezzo solo su quest’uomo, a breve, quindi per ora se ne avete voglia cercate voi in rete chi è e… Quanto ha.

Attenzione qui: nessuno ci minaccia con un fucile costringendoci a cliccare su quel pulsantino magico “aggiungi al carrello”, lo facciamo perché ci fa sentire bene, sappiamo che quell’ultimo ninnolo tecnologico (o qualunque sia l’oggetto del nostro desiderio) a brevissimo sarà nostro e placherà – temporaneamente – la nostra indomita brama di possesso…

Con tanti saluti all’eterno dilemma tra avere o essere.

Roba da far abbassare la testa ai “Mercanti dello spazio”[1] di fantascientifica memoria…

Può farci storcere il naso, non piacerci, essere eticamente discutibile e ancora quello che ci/vi pare ma, l’ho già scritto e lo scriverò ancora chissà quante volte…

È il ventunesimo secolo, bellezza!

Davide De Vita

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Black_Friday_(shopping)

http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_22/amazon-centro-piacenza-sciopera-giorno-black-friday-439c506c-cf91-11e7-a1da-9278adb4d756.shtml

[1] I mercanti dello spazio (The Space Merchants) è un romanzo di fantascienza distopica scritto da Frederik Pohl e Cyril M. Kornbluth nel 1952, edito nello stesso anno nella rivista Galaxy in tre puntate con il titolo di Gravy Planet e nel 1953 in edizione paperback per la casa editrice Ballantine Books; tratta temi quali il consumismo, l’abuso della pubblicità e della propaganda

 

Terrore a Natale? Non credo, ma…

 

Babbo Natale terrorizzato da Isis e Mladic

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi è da brividi, fatta salva la solita premessa che chi scrive non è un esperto in materia ma un semplicissimo osservatore, come chiunque di voi stia leggendo queste righe e sia dotato, come sono certo, di neuroni attivi e funzionanti.

Mentre tutti i media – o quasi – parlano del Black Friday facendo un’enorme pubblicità gratuita ad Amazon (che in Italia dovrà vedersela con uno sciopero importante, ma di questo parleremo un’altra volta), il vostro umile scrivano vi parlerà d’altro: se v’aggrada, seguitemi, altrimenti fate altre cose, non m’offendo!

Bene, perché allora – qui è dove vado a parare stamattina – nonostante Natale sia alle porte, nonostante Roma sia stata minacciata anche negli ultimi giorni, nella capitale – secondo me – non ci saranno attentati di alcun genere e soprattutto di tipo terroristico?

Per molteplici motivi.

Cominciamo dal più evidente: attaccare Roma significherebbe attaccare il Papa, il simbolo di un miliardo e quasi trecento milioni di cattolici nel mondo, che sarebbero costretti, come minimo, a prendere una posizione netta e unitaria, cosa che ad Isis non converrebbe, in quanto sarebbe l’inizio di una vera guerra di religione o quasi, in quanto anche la maggioranza degli islamici pacifici (che, lo ripeto fino allo sfinimento, sono la maggioranza anche adesso) starebbero “dalla parte” del Vaticano, se non altro per il rispetto manifestato nei loro confronti dall’attuale pontefice in ben più di un’occasione.

Uno degli altri – tanti – motivi è sociologico e psicologico: compiere un attacco a Natale sarebbe veramente l’ultima provocazione che l’Occidente sarebbe disposto a subire, le destre attualmente già rimpolpate in tanti Paesi europei cavalcherebbero l’onda emotiva del desiderio di vendetta e la probabilità di militarizzazione delle città – non solo della capitale quindi – sarebbe altissima, con la conseguente fine dell’attuale – relativamente facile –  transito di terroristi e fiancheggiatori.

Un altro ancora è che la famosa intelligence italiana e le forze dell’ordine non sono così scarse come certa stampa le dipinge, ma annoverano al loro interno fior di professionisti che sanno fare molto bene il loro lavoro, alla faccia delle critiche, con dedizione e sacrificio, nonostante queste parole troppo abusate, appaiano spesso prive di significato.

Uomini e donne che svolgono bene il loro lavoro e, soprattutto, lo fanno in silenzio.

Un altro è che Isis – o Daesh – è comunque indebolito dalle offensive feroci subite negli ultimi mesi per esempio a Racca.

Anche per fare i terroristi servono soldi, fior di quattrini, quando questi cominciano a scarseggiare, il prodotto finito non è più di qualità.

Tornando a Roma, o alle principali città annoverate tra gli obiettivi sensibili e quindi più a rischio (ne sono stati censiti quasi tredicimila nel nostro Paese), ripeto non credo possa esserci qualche attentato, tanto meno a Natale o nei giorni più prossimi a quella festività.

Ulteriore premessa: statisticamente, tranne casi veramente rarissimi, i terroristi che poi hanno colpito in Europa non sono arrivati sui barconi ma erano nati e cresciuti o negli stessi posti in cui hanno poi sferrato il loro attacco solitario alla guida di un auto-articolato, o non troppo distante.

Allora?

Se fossi un terrorista – e non lo sono – proprio perché le minacce sono state fatte a Roma punterei il mirino da un’altra parte; userei dunque quelle stesse minacce come diversivo, per tentare un attacco, per esempio, contro una cittadina che si affaccia sull’Adriatico, come Rimini magari (simbolo del “divertimento osceno” agli occhi degli integralisti fanatici) o altre città abbastanza popolose sullo stesso litorale.

Perché?

Perché l’attenzione generale è puntata da un’altra parte, perché procurarsi armi ed esplosivo nella ex Jugoslavia è ancora – per chi conosce i canali giusti e sa come muoversi e con chi parlare e ovviamente abbia abbastanza soldi – relativamente facile, mentre arrivare in Italia con un simile bagaglio, francamente, non lo è più, ma non possiamo escludere l’eventualità che ci si riesca.

Jugoslavia o quello che era, ricordataci giusto ieri da un “simpaticissimo” signore a nome Ratko Mladic, condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, dopo un processo durato cinque anni e che l’ha riconosciuto colpevole di dieci capi d’imputazione su undici, tra cui crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.  Chi mastica un minimo di Storia avrà notato che si tratta degli stessi capi d’imputazione dei gerarchi nazisti al processo di Norimberga, giusto per capire bene di cosa stiamo parlando. Se volete rattristarvi, cercate cosa fu il massacro di Srebrenica. Il simpaticone qui sopra ordinò la strage.

Anche questa però è una divagazione, nonostante ci ricordi che la guerra in Europa è sempre possibile (e come si diceva reperire armi non è così difficile), anche a pochi chilometri da casa nostra, nonostante facciamo spesso e volentieri finta che non sia così, perché è molto più comodo.

Riprendendo il discorso sul terrorismo, rimane la possibilità di un attentato compiuto da un lupo solitario – non credo più alla guida di un camion (l’allerta contro questo tipo di attentati ormai è massima) – le cui gesta sono purtroppo imprevedibili per chiunque, ma questi dovrebbe godere di appoggi, fiancheggiatori, e supporto logistico; tutte cose che lascerebbero tracce.

Insomma la mia – con la speranza, quasi certezza che alla fine non accadrà proprio nulla – è solo un’ipotesi da fantapolitica, in quanto sono sicuro che gli addetti ai lavori, quelli veri, l’hanno già presa in considerazione, comportandosi di conseguenza.  

Inoltre, tornando a Roma, è una città che secondo la tradizione nasce proprio in seguito ad un omicidio, poi è stata invasa più volte, saccheggiata, incendiata, insomma “ha già dato” nei secoli e forse proprio per questo può dirsi preparata a fronteggiare qualsiasi cosa, compresa la famosa profezia attribuita a Nostradamus che vorrebbe i cavalli dei cosacchi abbeverarsi alle fonti vaticane… In questo caso, per la maggior parte si tratterebbe forse di cammelli, ma qui oltre che nella fantapolitica scivoliamo facilmente nel… Ridicolo.

Perciò, nonostante sia ancora un po’ presto, stiamo tranquilli e…

Buon Natale!

Davide De Vita

Fonti:

https://www.internazionale.it/opinione/jacopo-zanchini/2017/11/23/ratko-mladic-condanna-europa

https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Srebrenica

 

 

Storia 4: la ruota, perché.

ruota

Buongiorno e chiediamoci un perché. Quello di oggi è ancora una volta legato alla Storia, per cui se l’argomento non vi va… Fate altro, non mi offendo 😉

Il perché odierno è legato al nevrotico modo di vivere che abbiamo soprattutto noi fortunatissimi abitanti del cosiddetto primo mondo, ipocritamente tendenti ad ignorare i privilegi che, chissà per quale scherzo del destino, ci sono stati concessi a dispetto degli abitanti degli altri mondi, detti il secondo, il terzo e anche il quarto

Nel nostro, nel nostro opulento (vuol dire ricchissimo, che vive nell’abbondanza, fatte salve le debite eccezioni…) primo mondo, corriamo, corriamo sempre e sempre più veloci, a volte senza sapere bene dove stiamo andando, ma corriamo lo stesso…

Non abbiamo più tempo per avere tempo.

Tutto questo potrebbe avere, appunto, antiche origini e ci porta al quesito odierno: in sostanza, il perché di oggi è legato ad uno degli oggetti che sostanzialmente è rimasto (almeno come forma e concetto) identico attraverso i millenni: la ruota.

Perché è stata inventata?

Sicuramente per necessità: il primo o i primi che si son trovati di fronte al problema di dover trasportare – con una certa fretta – un carico troppo pesante per i muscoli umani e magari avevano già qualche precedente esperienza con i tronchi d’albero fatti rotolare da un luogo ad un altro, probabilmente hanno anche inventato e costruito quest’oggetto fondamentale nella Storia dell’Uomo, rivoluzionandola e compiendo – o facendo compiere al loro carico – il primo viaggio meccanico.

Abbiamo la presunzione di immaginare gli antichi come semi deficienti o del tutto impreparati ad affrontare problemi e/o situazioni difficili: dovremmo invece essere molto più umili e grati a loro che, se ci pensiamo, hanno invece affrontato qualunque situazione coi mezzi a disposizione nella loro epoca, inventandoli e costruendoli quando questi ancora non esistevano.

La ruota è uno di questi mezzi, forse il più importante, paragonabile come portata rivoluzionaria (inquadrata ovviamente nel proprio contesto storico) a quella del computer.

La ruota fu il primo strumento ad accelerare gli spostamenti di carichi e persone, il primo ad alleggerire la fatica umana e a modificare per sempre il concetto stesso del viaggio su terra (del mare ci occuperemo un’altra volta).

Purtroppo se ne scoprì presto anche l’utilità nei campi di battaglia, così come testimoniano antichissimi dipinti che raffigurano i primi carri da guerra.

Come sempre, non è l’oggetto o lo strumento che deve essere demonizzato, ma l’uso o l’abuso che se ne fa, sia che si parli della ruota sia che si parli del computer o dello smartphone e via dicendo…

Cos’è dunque la ruota, nella sostanza?

Una ruota è un oggetto circolare in grado di ruotare attorno ad un asse centrale: ancora oggi, nel ventunesimo secolo, le caratteristiche essenziali di questo incredibile manufatto, di qualunque ruota, sono le stesse di migliaia di anni fa.  

Viste le sue molteplici applicazioni, dalla meccanica all’idraulica o ai trasporti, è considerata – come abbiamo visto – una delle invenzioni più rivoluzionarie della storia e del progresso dell’umanità.

La teoria più accreditata è che sia stata inventata (anche quella!) nell’antica Mesopotamia dai Sumeri (ancora loro!) nel V millennio a.C. per la lavorazione del vasellame, ma studi più recenti non escludono che possa essere comparsa, più o meno nello stesso periodo, anche in Cina; determinante in entrambi i casi la presenza nelle aree di animali selvatici di grossa e media taglia addomesticati in precedenza, unici in grado di trasportare, una volta assicurati ai primissimi carri, la forza motrice necessaria.

In conclusione, la prossima volta che abbiamo fretta, siamo in auto davanti ad un semaforo e non scatta il verde, o dobbiamo andare di corsa da qualche parte, non scarichiamo la colpa di tutto ciò su quell’oscuro Sumero o Cinese o chissà chi che ebbe la malaugurata idea di…

Cambiare per sempre il corso della Storia, rotolando verso Sud come cantavano i Negrita qualche anno fa!

Quegli uomini (e se fosse stata una donna ad avere l’idea? Non possiamo escluderlo, non lo sapremo mai) di certo non potevano immaginare le conseguenze della loro invenzione: stavano soltanto – e non è per niente poco – risolvendo un grosso problema, con la potenza della loro mente le cui rotelle, evidentemente, giravano benissimo anche loro.

Davide De Vita

Fonti: 

https://www.studenti.it/foto/le-50-date-piu-importanti-della-storia/ruota.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Ruota

 

 

“Il padre”, film di Fatih Akin, alla nona edizione delle “Giornate del Cinema del Mediterraneo” di Iglesias

locandina umanita in viaggio

Buonasera e chiediamoci un perché.

Perché, ad esempio, possiamo di nuovo, finalmente, godere del cinema e di quello di qualità ad Iglesias?

Perché ci sono persone che ci credono da almeno nove anni, lavorando con passione e amore verso la settima arte[1]alla preparazione e realizzazione della nona edizione delle “Giornate del Cinema del Mediterraneo”, ad Iglesias presso il Centro Culturale – Casa del Cinema di Iglesias, in via Cattaneo (ingresso in via Amelia Melis de Villa), dal 15 novembre al 2 dicembre, col tema (attualissimo secondo il parere di chi scrive) “Umanità in viaggio”.

Così capita di assistere ad un bellissimo film, “Il padre”( regia di Fatih Akin, 2015, in calce il link al trailer), che non ti aspetti; non ti aspetti il suo respiro quasi biblico, non ti aspetti la fotografia eccezionale, la bravura del protagonista e la solidità di una storia, bella come poche storie sanno essere.

L’argomento è di quelli tosti, mostra senza troppi fronzoli e dal punto di vista – una volta tanto – degli sconfitti il genocidio (riconosciuto di recente anche da Papa Francesco) del popolo armeno, consumatosi nei primi decenni del ventesimo secolo.

Da qui parte la disperata ricerca di due ragazze da parte del loro padre, sopravvissuto quasi per miracolo al proprio assassino, che sarà il primo ad aiutarlo, attraverso mezzo mondo.

I primi luoghi che il protagonista attraverserà a piedi sono tristemente famosi e incredibilmente attuali, come Aleppo o il Libano che proprio in questi giorni rischia di incendiarsi da un momento all’altro.

Non starò qui a raccontare il film, non è assolutamente il caso e non è giusto, ma mi fermerò a dire che si tratta – anche – di una pellicola “on the road” sui generis, ripeto proposta da un punto di vista inconsueto e non… A stelle e strisce come siamo abituati a vedere.

Da aggiungere la comodità della sala blu del centro culturale, l’ottima visibilità e l’altrettanto alta qualità dell’audio.

Tutto questo, badate bene, gratis.

Ad Iglesias, da metà novembre ai primi di dicembre 2017.

L’organizzazione della rassegna è curata da:

C.I.C ARCI – Iglesias – Casa del cinema e della Cultura c/o Centro Culturale via Cattaneo Iglesias; col patrocinio del Comune di Iglesias Assessorato alla Cultura, Regione Autonoma della Sardegna, Assessorato Pubblica Istruzione, Beni culturali, Informazione, Spettacolo e Sport, UCCA Unione Circoli del Cinema Arci; con il contributo di Poste Italiane; le collaborazioni di: C.S.C.  Società Umanitaria Carbonia – Iglesias, Cineteca Sarda Società Umanitaria, ARCI Sardegna, Unione Circoli del Cinema ARCI, Federazione Italiana Circoli di Cinema, Associazione “dallamente&dallemani – sviluppo locale sostenibile”, Società Operaia Industriale di Mutuo Soccorso Iglesias, Sardegna Teatro, Casa Emmaus, Associazione Arci “La gabbianella fortunata”, CELCAM – Centro per l’Educazione ai linguaggi del Cinema degli Audiovisivi e della Multimedialità”

Davide De Vita

https://www.youtube.com/watch?v=CsfjL3CJQW0

[1] Le Arti, prima dell’avvento del cinema, erano sei e la loro origine si perde nella notte dei tempi; con l’avvento della cinematografia il cinema fu così chiamato semplicemente perché fu l’ultima ad essere inventata tra le forme artistiche e di spettacolo.

Il pensiero pecora (© Davide De Vita)

pensiero pecora immagine

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi riguarda la nostra vita di tutti i giorni, anche più di quanto immaginiamo; una volta lo si sarebbe chiamato subliminale, poi quest’aspetto è stato ritenuto troppo subdolo ed è stato proibito, ma alcune forme, infide, dello stesso aspetto di quella società iper consumistica nella quale siamo immersi (quanto meno nel “primo mondo” o nella cosiddetta civiltà occidentale, tanto opulenta rispetto agli altri due terzi del mondo che dovrebbe almeno farci almeno riflettere un poco … ) sono rimaste, eccome se sono rimaste.

Dove voglio andare a parare?

Qui: perché acquistiamo – il discorso è stato fatto per i prodotti venduti on line, ma il principio è applicabile per tutti – un determinato prodotto piuttosto che un altro?

Sicuri di acquistare il prodotto migliore e non quello di cui parlano tutti?

Sicuri di aver analizzato non solo il famoso rapporto qualità prezzo ma anche le nostre precise esigenze?

Sicuri di non essere stati influenzati dalla massacrante pubblicità o dal numero delle recensioni lette on line in merito al nostro ultimo desiderio di cui ci sembra proprio di non poter più fare a meno?

Perché, cari tutti, a cominciare come sempre dal sottoscritto, quello che dilaga è il pensiero pecora.

(Non so se altri hanno già utilizzato questo termine, altrimenti ne rivendico il copyright, questo qui: ©!)

Di che si tratta?

Dai che lo sappiamo: tutti parlano di un libro, un film, una saponetta, un deodorante, un detersivo, un… Politico.

(Già, perché funziona, eccome, anche in quel campo).

Quindi, proprio perché ne parlano in tanti, deve essere il migliore.

Ma chi l’ha detto?

Purtroppo ancora una volta è il nostro debolissimo senso critico a farsi da parte a favore del suddetto pensiero pecora (con buona pace e il massimo rispetto per il mansueto ovino), perché essere fuori dal coro, pensare autonomamente e agire di conseguenza è molto faticoso e comporta l’alto rischio di essere esclusi dal gregge ed essere guardati come alieni…

Ma… Il “ma” c’è sempre, il “ma” impera.

Dobbiamo spostarci in Inghilterra, dove il Guardian ha riportato un articolo pubblicato di recente su Psychological Science; in questo, lo psicologo della Stanford University e i suoi colleghi affermano che ci influenza di più il numero di persone che hanno scelto un prodotto rispetto a quello delle persone che ne sono rimaste effettivamente soddisfatte.

Quello che poche righe più su chiamavo il pensiero pecora.

Il ricercatore ed il suo team hanno mostrato ai soggetti del loro esperimento alcune coppie di prodotti che avrebbero potuto trovare su Amazon: uno aveva un punteggio scarso basato su molte recensioni, l’altro lo aveva altrettanto scarso ma basato su poche recensioni.

Regolarmente le persone sceglievano il prodotto con più recensioni.

Dal punto di vista statistico, questo non ha senso: più è alto il numero delle recensioni su cui si basa un punteggio basso, maggiori sono le probabilità che il prodotto sia veramente scadente.

Insomma le cose che ci vengono proposte più spesso finiscono per piacerci di più; è la legge dei grandi numeri: se chiedessimo a mille persone di indovinare quanti fagioli ci sono in un barattolo, la media delle loro risposte sarebbe paurosamente vicina alla realtà; se lo chiedessimo invece solamente a tre persone, probabilmente non sarà così. Se siamo costretti a decidere tra due prodotti, faremmo in definitiva meglio a scegliere quello che ha meno recensioni, perché – statisticamente – ci sono più probabilità che le persone alle quali non è piaciuto siano casi sporadici e che la nostra esperienza non sia negativa quanto la loro.

Riprendiamo uno dei concetti appena espressi: il fenomeno è legato in qualche modo al cosiddetto effetto esposizione, secondo il quale, come scritto sopra, le cose che ci vengono proposte più spesso finiscono per piacerci di più, a parità di meriti e indipendentemente da qualsiasi altro motivo per sceglierle o non sceglierle. Questo è il motivo per cui gli spot pubblicitari irritanti funzionano: indubbiamente ci infastidiscono, ma proprio per questo li noteremo di più, e a forza di notarli il prodotto che pubblicizzano ci piacerà.

Avete presente, che so, certi divani e certi sofà…?

Giusto per tirare in ballo uno degli esempi più recenti e conosciuti…

A giudicare da entrambi questi fenomeni, sembra che siamo fatti per trovare rassicurante, almeno a livello viscerale, la pura e semplice quantità (di recensioni, di spot pubblicitari). Ci vuole un ragionamento cosciente per capire che più sono le persone che hanno comprato un prodotto più dovremmo fidarci del loro giudizio, e non dovremmo comprarlo se sono rimaste insoddisfatte.

Un ragionamento logico e sensato, antitetico al …

Pensiero pecora.

Faticoso, certo, ma gratificante in quanto renderebbe a ciascuno di noi quella sempre più vaga identità individuale che stiamo perdendo – o abbiamo già perso – in mezzo al gregge.

Beeeeeeeeeeehhhh!

Davide De Vita

Fonte:

https://www.internazionale.it/opinione/oliver-burkeman/2017/11/14/trappola-recensioni-acquisti-online

La sventura di Ventura: Italia calcistica fuori dai Mondiali di Russia

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Buongiorno e chiediamoci un perché.

Con la solita prima premessa di essere ben consapevole che le vere tragedie sono assolutamente altre, stavolta sarò nazional – popolare (chi se ne frega, il blog è mio e lo gestisco io!) unendomi ai circa sessanta milioni di italiani che se lo stanno chiedendo da ieri sera, da quel triplice fischio dell’arbitro che, determinando la fine della partita di ritorno Italia – Svezia, ultima chance per l’Italia calcistica di qualificarsi per i Mondiali di Russia, ha decretato invece l’eliminazione del nostro Paese dagli stessi. In seconda battuta, premetto di non essere un esperto di calcio, anzi ammetto che da ragazzino il mio ruolo e le mie perfomance erano paragonate a quelle di un … Sanitario in porcellana dove spesso si legge “Ideal Standard” e di aver segnato un solo gol in tutta la mia vita perché una volta il pallone mi era rimbalzato su un ginocchio, acquistando una traiettoria imprevedibile per il portiere ma, appunto, ammetto tutto ciò. 

Altri, invece, da stanotte scrivono e scriveranno ancora per molto tempo con molta più competenza, su testate prestigiose e non, ma una cosetta semplice semplice, nonostante tutto, credo di averla capita.

Nel calcio, vince chi segna più gol, anche uno solo, possibilmente nella porta della squadra avversaria.

Questo ha fatto la Svezia ed è stato sufficiente.

Fine, tutto qui.

Poi il 4-3-3, le tattiche, le marcature a uomo o a zona, sono tutti bei discorsi filosofici (per dirla col mio buon amico Pietro) che, dati e statistiche alla mano, non sempre danno i risultati sperati.

La Svezia calcistica vista ieri, sempre secondo me, non era quel po’ po’ di squadra che si potesse pensare, ma i suoi giocatori erano molto, ma molto più preparati fisicamente, correvano come disperati (cosa che gli italiani, sempre, non solo in quest’occasione, fanno invece con estrema parsimonia, quasi avessero insita in sé la “modalità minimo sindacale” per quanto riguarda la fatica fisica, pura e semplice…) e infinitamente più motivati. Loro forse hanno giocato “all’ italiana” (traduzione: “primo non prenderle”) mentre i nostri strapagatissimi ragazzotti rimediavano la peggiore figura sportiva (per usare un eufemismo) dal 1958, come si sta ripetendo ovunque.

Da profano, credo che anche sulla motivazione ci sia da lavorare parecchio: i giocatori attuali, tutti o quasi tatuati e pettinati come modelli, forse un po’ troppo presenti più sui media, sulle copertine delle riviste patinate e sugli immancabili social piuttosto che sui campi di calcio e soprattutto alle sedute di allenamento, non hanno più in nazionale ( minuscolo come minuscola è stata la prestazione e la figura di queste ultime settimane ) quella motivazione ( tradotto: milioni di euro ) che hanno invece, eccome, nelle squadre dei club di appartenenza dalle quali, se seguite un po’ di queste vicende, migrano ormai con velocità sorprendente, attaccati come sono ad una breve sigla che tutti li accomuna: l’ IBAN.

Soldi per l’ingaggio, soldi per i diritti televisivi, soldi per il biglietto allo stadio, soldi per fare da testimonial ad uno shampoo o alla carta igienica firmata, soldi per qualsiasi cosa, con tanti saluti allo spirito originario di questo e di moltissimi altri sport, non solo il calcio.

Guardate che la colpa, se di colpa vogliamo parlare, mentre si crocifiggono Ventura e Tavecchio (anche lui parecchio ma parecchio responsabile, sempre secondo il voster semper voster humilissimus scrivano …) è anche, se non soprattutto, nostra.

Noi guardiamo le partite, paghiamo per vederle in tv o allo stadio, quando ancora ce lo possiamo permettere, noi trasformiamo con la nostra immaginazione questi uomini in mutande in semi divinità che (that’s incredible!) non sono e non saranno mai.

Media e stampa in generale ci danno un enorme mano in questo, perché ‘sta roba fa sempre vendere più copie e gli inserzionisti pubblicitari pagano fior di quattrini, ma siamo noi i primi artefici di questo pazzesco circo.

Perché – diciamolo, miseriaccia ladra! – il calcio ci piace da morire, ci consente di continuare a giocare essendo tollerati e senza che nessuno o quasi ci dia degli immaturi o degli eterni bambini.

Peccato che stavolta, come succedeva un tempo, il padrone del pallone abbia detto:

<< Adesso basta, non c’ho più voglia. Il pallone è mio e me lo porto via, voi tutti a casa, a piangere. >>

Scommettiamo che tutti i “protagonisti” di ieri alla prossima partita di campionato o di coppa avranno gli occhi asciuttissimi?

E noi lì, come sempre, a guardarli, in un ciclo infinito…

<< Partita finita quando arbitro fischia. >> diceva Boskov.

Già, ma questa è proprio finitissima.

Arrivederci, speriamo, tra poco più di quattro anni.

Davide De Vita

Storia 3; battaglie… Antiche?

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Buongiorno e chiediamoci un perché. Si lo so, ci sono mille e un problema che ci affliggono, dall’inevitabile bolletta quotidiana al come faremo ad arrivare alla fine della settimana (a fine mese era quando eravamo meno poveri …) e invece continuo a scrivere di Storia, quest’ argomento così antipatico che pare piaccia a pochi ma che, come ripeto sempre, tanto inutile non è. Perché? Facciamo un giochino, sempre che abbiate voglia e tempo di seguire il voster semper voster umilissimo scrivano: facciamo un giochino che consiste nel… Rispondere alla fine del pezzo, okay? Si parte.

Dobbiamo tornare indietro nel tempo, prima di dieci anni, data alla quale si riferisce la scoperta, poi di qualche migliaio, data nella quale i ricercatori collocano l’evento.

Si tratta di quella che forse è stata la prima – o tra le prime – guerra che l’umanità combatté in modo organizzato, causando la distruzione di una città sotto il << fuoco >> di palle d’argilla e materiale incendiario. Dove sono venute alla luce queste testimonianze? Lo scrivo alla fine del pezzo, fa parte del giochino, okay? La città in ogni caso si chiamava Hamoukar e la battaglia si svolse circa tremila cinquecento anni prima di Cristo. Poiché vi si costruivano manufatti in ossidiana (roccia derivata da lave vulcaniche e preziosissima a quell’epoca) godeva di una certa prosperità, suscitando (al solito) malcontento (chiamiamolo così) in chi, nei dintorni, ne era invece privo.

Poiché stiamo giocando a quel giochino devo saltare qui alcuni particolari, ma riporto invece quanto affermato in merito a quella città da Clemens Reichel, uno dei ricercatori dell’Università di Chicago:

<< Ciò che accadeva nelle città del nord non può essere spiegato come semplice espansione delle culture del (…), ma che al loro interno si è avuto una propria evoluzione culturale. >>

Le città portate alla luce fino ad oggi, come Tell Brak, Habuba Kabira e la stessa Hamoukar erano molto più grandi e più antiche di quanto ci si aspettava e lo dimostrerebbe anche l’industria dell’ossidiana sorta a Hamoukar. Le ricerche in quest’ultima città sono attive dal 1999 e hanno messo in luce che i cento sessanta mila metri quadrati che formavano la città erano circondati da mura spesse tre metri e mezzo. Tuttavia la presenza di materiale derivato dalla produzione di ossidiana si estende per oltre tre milioni di metri quadrati. Il ricercatore e i suoi collaboratori hanno portato alla luce (notizia del 2007, N.d.A.) le testimonianze del fatto che un giorno la città fu posta sotto assedio, che una battaglia ne fece collassare gli edifici e causò incendi presto fuori controllo e la bruciarono quasi per intero.

Secondo lo studioso, la città venne bersagliata da una vera pioggia di pallottole di argilla compressa di alcuni decimetri di diametro. In un solo edificio, considerato di importanza amministrativa, ne sono stati trovati più di mille; almeno uno riuscì a perforare le mura composte da fango compresso. 

Ci siete ancora? No, perché vorrei ribadire che l’uomo una cosa ha imparato da subito, forse insieme ai suoi istinti primari e legati alla sopravvivenza: uccidere i propri simili.

Teniamolo a mente e proseguiamo.

Ci spostiamo nel tempo e arriviamo al 1275 a. C. quindi relativamente più << vicino >> a noi, per ricordare la battaglia di Qadeš (ma anche Kadesh o Qadesh, e Kinza in lingua ittita), che contrappose, per dirla semplice, gli antichi egizi agli Ittiti. Questa battaglia, che pare sia la prima documentata della Storia, vide impiegato il maggior numero di carri da combattimento trainati da cavalli, tra i cinquemila e i seimila. Non solo: fu il primo conflitto della Storia Antica ad essere talmente ben documentato da rendere possibile ricostruirlo in ogni sua fase, compresa la strategia militare e le armi utilizzate; ancora, dopo questo – per l’epoca – spaventoso conflitto seguì il primo trattato internazionale di cui si conoscano chiaramente le clausole.

Questa vi suonerà familiare: non si sa con certezza chi vinse davvero, in quanto sono stati trovati documenti Ittiti che attestavano la propria vittoria e altri – contemporanei – egizi che affermavano la propria…

Torniamo al nostro giochino: indovinate dove accaddero i fatti di cui ci siamo occupati?

In un’area del pianeta che oggi, alla fine del duemila diciassette, anzi da decenni ormai, è del tutto pacificata, gode di stabilità politica e grande prosperità, non conosce i bombardamenti quotidiani, la distruzione degli edifici, di qualunque edificio e il tristissimo fenomeno dei profughi…

Beh, non è proprio così, perché l’area è quella tra la Siria e la Libia…

Visto come siamo progrediti da cinquemila anni a questa parte?

Chiediamoci un perché.

Davide De Vita

Fonti:

http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/scienza_e_tecnologia/battaglia-antica/battaglia-antica/battaglia-antica.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Qade%C5%A1

 

 

 

La birra in piazza e i benaltristi.

Iglesias Beer Fest

Buonasera o buongiorno (a seconda del momento in cui avrete voglia e tempo di leggere queste personalissime righe) e, al solito, chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, in questa bellissima città è sport diffuso, propagandato e sommamente praticato quello del lamento – protesta, sempre e comunque, a prescindere, qualsiasi cosa facciano o propongano coloro che… Non ci stanno troppo simpatici?

L’ho scritto ormai un’infinità di volte, proporre è sempre molto più difficile che protestare, ma ancora non riusciamo a venirne fuori.

Primo interludio: c’è un corollario, al lamento – protesta, rappresentato dalla categoria che con grande illuminazione è stata (non da me) definita dei benaltristi.

Esempio: si fa la sagra della birra? (Sì, alludo e me ne assumo la responsabilità, come sempre)

Risposte possibili:

<< Perché non si è fatta quella del vino?>>

<< Si pensa solo a piazza Sella, mentre invece c’è ben altro … >>

Perfetto.

Benissimo.

Verissimo, c’è ben altro.

In merito a questo ben altro: proposte concrete, ideate, progettate, strutturate e fondamentalmente alternative, di grazia?

Magari sono pure migliori dell’idea portata avanti con grandi sacrifici e impegno di tempo e denaro e fatica che si ignorano, però nuovamente di grazia, ce le fate conoscere, queste proposte altre?

Perché, nel frattempo, quell’idea lì è stata portata avanti, realizzata, nel bene e nel male esiste e, semplicemente, è diventata un evento che prima non c’era e adesso sì.

Il benaltrista professionista tira in ballo a questo punto – il copione è trito e ritrito – la famosa critica costruttiva.

Perfetto, benissimo, ma sappiamo esattamente a cosa ci riferiamo quando la tiriamo in campo brandendola lancia in resta, questa critica costruttiva?

Sono ignorante, nel senso che molte cose le ignoro, quindi sono andato a cercare alcuni significati prima sui libri (qualcuno l’ho letto), poi anche qui in rete, dove molti dei testi più efficaci sempre da libri sono stati presi.

Dobbiamo perciò andare parecchio indietro nel tempo, fino al buon vecchio ma sempre validissimo Aristotele: quest’uomo vissuto più o meno duemila quattrocento anni fa, insegnava ai suoi discepoli che 

c’è un solo modo per sfuggire alle critiche: non dire nulla, non fare nulla, non essere nessuno.

Mio padre, che di filosofia sapeva ben poco, ma di come vanno le cose della vita e del lavoro tanto, soleva ripetere: soltanto chi non fa, non sbaglia.

Dunque quale che sia il nostro operato e quale che sia il nostro ruolo, capi o subalterni, genitori o figli, tutti siamo esposti a critiche. La realtà tuttavia è che, magari con la premessa “lo dico a fin di bene”, capita di sentir dire spesso cose terribilmente sgradevoli che infastidiscono, feriscono, offendono e demoralizzano.

Appunto.

Per disinnescare questo meccanismo antipatico e tentare seriamente la via del dialogo, pacato e sincero, quello sì con enormi potenzialità costruttive, riporto alcune semplici regolette che – volendo – potremmo tutti seguire.

In una critica infatti, per quanto legittima, il fattore di negatività comunque insito in essa può essere stemperato con la forza di un linguaggio positivo. C’è una certa differenza fra il dire “non mi è piaciuto” e il dire “avrei gradito”, fra il dire “è un vero disastro” e il dire “si può far di meglio”.

Soprattutto se quel “si può far di meglio”, come si diceva all’inizio, è illustrato, spiegato, motivato, dettagliato.

Qui sotto a lato, in estrema sintesi, le regolette a cui facevo riferimento.sei regole per una critica costruttiva

Ripeto che non sono un esperto, non sono nessuno, non ho titoli di sorta e non fingo di averli: sicuramente anche in questo campo sono (siete) in tanti a sapere di più e meglio di me: ritengo di essere un semplice osservatore di ciò che accade intorno, dalla punta del mio naso fino a dove può spaziare la mente umana, con la fortuna di avere una certa abilità a riportare i miei pensieri per iscritto, tutto qua. Pensieri e scritti che però, questo sì, rivendico come miei – quando non cito, come sempre, le fonti alle quali ho attinto – ma non per questo spacciandoli per verità assolute. Sono la mia semplice opinione, come sempre opinabile e discutibile, ma che provo ad esprimere ogni volta dopo una lunga documentazione, riflessione, preparazione. Alcuni la chiamerebbero argomentazione, ma non ho finito l’Università quindi – io – non lo faccio.

Ah! Ovviamente avrei potuto fare di più e di meglio ma… C’ho provato, anche perché, poi concludo davvero:

la critica è costruttiva, quando a farla è una persona che ha costruito… E’ semplice demolire, senza sapere il lavoro che c’è dietro.

Davide De Vita

Fonti: 

http://www.venderedipiu.it/dal-volume-9/critica-costruttiva-esiste-davvero

PensieriParole <https://www.pensieriparole.it/aforismi/comportamento/frase-71713>