Il pensiero pecora (© Davide De Vita)

pensiero pecora immagine

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi riguarda la nostra vita di tutti i giorni, anche più di quanto immaginiamo; una volta lo si sarebbe chiamato subliminale, poi quest’aspetto è stato ritenuto troppo subdolo ed è stato proibito, ma alcune forme, infide, dello stesso aspetto di quella società iper consumistica nella quale siamo immersi (quanto meno nel “primo mondo” o nella cosiddetta civiltà occidentale, tanto opulenta rispetto agli altri due terzi del mondo che dovrebbe almeno farci almeno riflettere un poco … ) sono rimaste, eccome se sono rimaste.

Dove voglio andare a parare?

Qui: perché acquistiamo – il discorso è stato fatto per i prodotti venduti on line, ma il principio è applicabile per tutti – un determinato prodotto piuttosto che un altro?

Sicuri di acquistare il prodotto migliore e non quello di cui parlano tutti?

Sicuri di aver analizzato non solo il famoso rapporto qualità prezzo ma anche le nostre precise esigenze?

Sicuri di non essere stati influenzati dalla massacrante pubblicità o dal numero delle recensioni lette on line in merito al nostro ultimo desiderio di cui ci sembra proprio di non poter più fare a meno?

Perché, cari tutti, a cominciare come sempre dal sottoscritto, quello che dilaga è il pensiero pecora.

(Non so se altri hanno già utilizzato questo termine, altrimenti ne rivendico il copyright, questo qui: ©!)

Di che si tratta?

Dai che lo sappiamo: tutti parlano di un libro, un film, una saponetta, un deodorante, un detersivo, un… Politico.

(Già, perché funziona, eccome, anche in quel campo).

Quindi, proprio perché ne parlano in tanti, deve essere il migliore.

Ma chi l’ha detto?

Purtroppo ancora una volta è il nostro debolissimo senso critico a farsi da parte a favore del suddetto pensiero pecora (con buona pace e il massimo rispetto per il mansueto ovino), perché essere fuori dal coro, pensare autonomamente e agire di conseguenza è molto faticoso e comporta l’alto rischio di essere esclusi dal gregge ed essere guardati come alieni…

Ma… Il “ma” c’è sempre, il “ma” impera.

Dobbiamo spostarci in Inghilterra, dove il Guardian ha riportato un articolo pubblicato di recente su Psychological Science; in questo, lo psicologo della Stanford University e i suoi colleghi affermano che ci influenza di più il numero di persone che hanno scelto un prodotto rispetto a quello delle persone che ne sono rimaste effettivamente soddisfatte.

Quello che poche righe più su chiamavo il pensiero pecora.

Il ricercatore ed il suo team hanno mostrato ai soggetti del loro esperimento alcune coppie di prodotti che avrebbero potuto trovare su Amazon: uno aveva un punteggio scarso basato su molte recensioni, l’altro lo aveva altrettanto scarso ma basato su poche recensioni.

Regolarmente le persone sceglievano il prodotto con più recensioni.

Dal punto di vista statistico, questo non ha senso: più è alto il numero delle recensioni su cui si basa un punteggio basso, maggiori sono le probabilità che il prodotto sia veramente scadente.

Insomma le cose che ci vengono proposte più spesso finiscono per piacerci di più; è la legge dei grandi numeri: se chiedessimo a mille persone di indovinare quanti fagioli ci sono in un barattolo, la media delle loro risposte sarebbe paurosamente vicina alla realtà; se lo chiedessimo invece solamente a tre persone, probabilmente non sarà così. Se siamo costretti a decidere tra due prodotti, faremmo in definitiva meglio a scegliere quello che ha meno recensioni, perché – statisticamente – ci sono più probabilità che le persone alle quali non è piaciuto siano casi sporadici e che la nostra esperienza non sia negativa quanto la loro.

Riprendiamo uno dei concetti appena espressi: il fenomeno è legato in qualche modo al cosiddetto effetto esposizione, secondo il quale, come scritto sopra, le cose che ci vengono proposte più spesso finiscono per piacerci di più, a parità di meriti e indipendentemente da qualsiasi altro motivo per sceglierle o non sceglierle. Questo è il motivo per cui gli spot pubblicitari irritanti funzionano: indubbiamente ci infastidiscono, ma proprio per questo li noteremo di più, e a forza di notarli il prodotto che pubblicizzano ci piacerà.

Avete presente, che so, certi divani e certi sofà…?

Giusto per tirare in ballo uno degli esempi più recenti e conosciuti…

A giudicare da entrambi questi fenomeni, sembra che siamo fatti per trovare rassicurante, almeno a livello viscerale, la pura e semplice quantità (di recensioni, di spot pubblicitari). Ci vuole un ragionamento cosciente per capire che più sono le persone che hanno comprato un prodotto più dovremmo fidarci del loro giudizio, e non dovremmo comprarlo se sono rimaste insoddisfatte.

Un ragionamento logico e sensato, antitetico al …

Pensiero pecora.

Faticoso, certo, ma gratificante in quanto renderebbe a ciascuno di noi quella sempre più vaga identità individuale che stiamo perdendo – o abbiamo già perso – in mezzo al gregge.

Beeeeeeeeeeehhhh!

Davide De Vita

Fonte:

https://www.internazionale.it/opinione/oliver-burkeman/2017/11/14/trappola-recensioni-acquisti-online

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