Iglesias: lamentatio in sempiternum.

 

teatro-electra

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Anzi, chiediamocene molti, tutti quanti.

Quello di oggi non lo scriverò, diciamo che …

È implicito, capirete.

Non avrei voluto tornare sull’argomento ma mi ci son sentito tirato per i capelli o, se la usassi più spesso, la giacchetta.

Facciamo le solite, doverose premesse, che non si sa mai: sono perfettamente consapevole, più di quanto si possa pensare o immaginare, dei mali, profondi e di antica origine, che affliggono questa città e i suoi abitanti, primi fra tutti l’assenza di lavoro per giovani e non solo o la difficoltà per tante, troppe persone di tirare avanti, anzi proprio di mettere insieme il pranzo – quando c’è – con la cena, giusto per essere chiari e parlare di cose che, ahimè, conosco bene.

Ciò di cui sono convinto è che migliorare la qualità della vita in città, anche con la grande apertura alla cultura e al turismo vista negli ultimi anni, non sia in antitesi con l’obiettivo di migliorarla a ciascuno di noi, anzi. 

Credo ci possano essere mille e una prospettive di occupazione proprio lavorando in questa direzione; faccio un esempio: dalla nascita del corteo medioevale, associazioni e iniziative anche diluite nell’anno si sono moltiplicate; bene: quante sarte e sarti hanno di nuovo lavorato per la realizzazione dei costumi? 

E’ solo il primo degli esempi – concreti – che mi vengono in mente, a voi gli altri, sono certo ne conosciate molti più di me. 

Ho citato quelli giusto per non ripetere l’ovvio dei ristoratori e dei camerieri.

Concluse le premesse, andiamo a cominciare, parlando ahinoi, ancora una volta dello sport più diffuso a livello cittadino, la

lamentatio in sempiternum.

Da dove partiamo?

Boh, ce ne sarebbero mille e uno ancora, di esempi da fare, ma proviamo con la storia recente: ricordate fino a qualche anno fa, quando sia il cinema teatro Electra sia la cattedrale santa Chiara erano chiusi?

Una delle lamentatio più in voga in quel periodo era il refrain: non riapriranno mai, non ce la farà nessuno…

L’uno è aperto ormai da anni e ospita senza soluzione di continuità sia spettacoli teatrali, sia concerti, sia iniziative culturali di ogni genere alle quali spesso, la mattina (una anche oggi) sono invitate le scolaresche.

La cattedrale idem, mi risulta aperta all’esercizio del culto (sorvolo sulle polemiche che hanno seguito il rifacimento degli arredi interni, non sono preparato in merito e lo ammetto candidamente, inoltre scivolerei pericolosamente anch’io nel benaltrismo dilagante …)  

Insomma, anche la cattedrale è stata riaperta, amen.

Perché proprio questi due esempi?

Perché sono sotto gli occhi di tutti, non sono discutibili ma temo abbiano lasciato un po’ orfani i lamentatori di professione che hanno dovuto trovare gioco forza altri obiettivi contro i quali sfogarsi.

Non ce la facciamo però.

Mi ci metto anch’io, che di sicuro non sono senza peccato, anzi, prima – almeno ci provo – cerco di guardare la trave nel mio occhio rispetto alla pagliuzza in quella di qualcun altro: dobbiamo quasi per forza, ogni volta che ci si propone qualcosa di buono o di bello, fatto, realizzato, concreto, tingerlo di questa o quella colorazione politica, cercare – al solito – altro o ben altro (sigh…!) spostando inevitabilmente il discorso su argomenti diversi.

Fortunatamente le cose stanno cambiando, ragazze e ragazzi hanno teste pensanti e indipendenti e – nonostante noi (!!!) – stanno venendo su bene lo stesso.

Stessa cosa dicasi per quanti, sempre di più, hanno capito che il vento che soffia è diverso dal solito. 

Tornando ai ragazzi, che sono il futuro e guardare avanti non fa mai male, fanno parte di generazioni aperte al mondo, in contatto col mondo e che forse, una volta per tutte, abbatteranno quest’odiosissima chiusura mentale che porta a stracciarci le vesti fin troppo spesso senza mai – o quasi – esprimere apprezzamento per ciò che, comunque, è stato fatto.

Fatto, capite?

Non proposto, chiacchierato, illustrato, vagheggiato ma fatto, realizzato, in concreto.

Non ho più voglia di elencare altri esempi, siamo tutti dotati di vista, udito e intelletto, non ce n’è bisogno.

D’altra parte, poi concludo: che cosa cambia se ci si lamenta di ciò che non va?

Forse si nutre la speranza che qualcosa potrebbe andare nel verso giusto? 

Lamentarsi non porta nessun beneficio ed è persino dannoso. 

La lamentela nasconde insicurezza, distoglie dalla soluzione e soprattutto è un’enorme mancanza di rispetto nei confronti di sé stessi, di chi ci ha generato e che fa, o ha fatto, salti mortali per vederci felici e compiaciuti.

Una mancanza di rispetto nei confronti dei nostri amici e dei nostri colleghi che, costretti a starci a sentire, rischiano di restarne contagiati.

Una mancanza di riconoscenza verso le cose che ognuno di noi ha, quelle che ci sono state donate con amore e anche quelle che abbiamo ottenuto con energia e forza, per le quali ci siamo battuti e per le quali dobbiamo ogni giorno lottare per evitare di perderle. 

Un’enorme ingratitudine e un’ “offesa”, non rimarginabile, per quanti sacrificherebbero la loro vita per vivere nella nostra anche un solo momento.

Non sono parole mie, ma le condivido in pieno.

Ne trovate la fonte come sempre in fondo alla pagina.

Non ci piace ciò che altri hanno fatto?

O non hanno fatto?

Benissimo, rimbocchiamoci le maniche e facciamolo noi, facciamo altro, magari meglio.

Facciamolo però, altrimenti, come si dice: le chiacchiere – comprese le mie! – per me stanno a zero.

Davide De Vita

Fonte:

http://educandoci.com/lamentarsi-o-agire/

2 pensieri su “Iglesias: lamentatio in sempiternum.

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