Sardegna, lavoro, politica: dico la mia.

Sardegna con attrezzi da lavoro

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi è amaro come il fiele, arcinoto, dibattuto da decenni, doloroso come può esserlo solo una ferita che non si rimargina.

Riguarda il lavoro nell’Isola, il lavoro che non c’è.

Se avessi davvero la risposta a questo immane interrogativo, forse mi farebbero santo ma…

Non ce l’ho.

Purtroppo è un “perché” che collega non si sa più quante amministrazioni, di destra, di sinistra, di simil – destra, di simil – sinistra, a pallini, verdi, rosa, a strisce, ci hanno provato tutti (o hanno detto di averlo fatto), col risultato che i nostri ragazzi, moltissimi a costo di enormi sacrifici,  loro e delle loro famiglie, una volta laureatisi a pieni voti sono – letteralmente – volati via da questa terra ingrata…

O meglio da quelle (queste) istituzioni incapaci di tenersi in casa le eccellenze.

In una lettera pubblicata dall’Unione Sarda (riporto il link in calce) a firma di una madre nuorese, si spiega bene questo immarcescibile fenomeno non solo sardo, non solo meridionale, ma applicabile a “tutto il territorio nazionale”.

(Lettera di sicuro successiva alle dichiarazioni sull’occupazione rilasciate dal presidente della Giunta Regionale Pigliaru, che hanno lasciato anche il sottoscritto quanto meno … Perplesso.)

Così ci stupiamo quindi vedendo in tv o negli immancabili media ragazze e ragazze che “ce l’hanno fatta” sì, ma all’estero, quello stesso estero dove – ma guarda un po’ – chi è bravo è riconosciuto come tale e a lei o a lui sono affidati incarichi di prestigio e/o responsabilità, di nuovo “guarda un po’ “, equamente retribuiti.

Ci stupiamo insomma di ciò che dovrebbe essere la norma, mentre qui è l’eccezione.

Qui, invece, stiamo per assistere all’ennesimo festival delle promesse, evanescenti come il vapore, anzi meno,  che il vapore almeno a qualcosa serve.

Attenzione però: troppo facile e comodo prendersela sempre e ogni volta, con i “nostri politici”.

Facciamoci aiutare dalla grammatica – … questa sconosciuta … – cos’è << nostri >>?

<<Nostri >>, per la grammatica italiana, è un aggettivo.

Ricordiamo insieme cos’è un aggettivo: un nome che determina la qualità (!) dei sostantivi o la loro situazione nell’ambiente.

 Ci siamo?

Quando scriviamo “nostri politici” stiamo dando loro una qualità (almeno questa ce l’hanno …) ma, di nuovo attenzione, perché gliel’abbiamo attribuita…

Noi stessi.

Tu non l’hai votato, io non l’ho votato, Tizio non l’ha votato, eppure Caio è stato eletto; però qualcuno l’ha votato, ergo è un nostro politico.

Mi si potrebbe controbattere: stai facendo di tutta l’erba un fascio.

Probabile, per cui spero, mi auguro con tutto il cuore che non sia così, che ci siano delle eccezioni: si facciano avanti, si facciano conoscere, si facciano votare, si facciano eleggere e…

Mantengano ciò che hanno promesso.

Anche solo metà, saremmo già molto avanti.

Non siamo andati a votare?

Non ci andremo neanche la prossima volta?

Male, malissimo, perché allora dovremmo solo tacere.

Per quanto farraginoso e complesso sia il nostro sistema elettorale (chissà cosa verrà fuori prossimamente dalle urne …), questo è l’unico strumento pacifico, o quasi, rimastoci, l’unico che abbia ancora un vago profumo di democrazia.

Se non la usiamo, siamo colpevoli, tutti, perché lasciamo che altri pensino e scelgano per noi.

“Non scegliere” è una scelta, con la sua valenza politica.

Vecchio discorso, trito e ritrito, ma finché non ci porremo – sempre io per primo, si capisce – davanti ad uno specchio, da soli, senza pubblico e ci chiederemo:

<< Cos’ho fatto in concreto, cosa sto facendo, qui ed ora, per lasciare questo mondo appena migliore di come l’ho trovato, per me e per i miei figli? >>

Beh, se non ne saremo capaci, non siamo nemmeno degni di protestare, meritandoci i “nostri politici” e le loro nefaste azioni o inazioni.

Badate non ho la capacità – o quasi – di amministrare me stesso, figuriamoci una città od altro, lo ammetto senza problemi, quindi non c’è nei miei pensieri qualcosa che anche lontanamente somigli ad una candidatura; del resto, le uniche tessere che ho in tasca sono quella sanitaria, una dei punti del supermercato e quella dell’Agesci, come sanno tutti.

Ah no, fino a poco tempo fa avevo anche quella della Federazione Italiana… Scacchisti!

Tutte cose estremamente pericolose ed eversive, come vedete…

Riprendendo il discorso sul guardarsi allo specchio – e concludo – è difficile, rischioso, faticoso, ma dimostra ancora una volta che siamo noi stessi gli artefici del nostro destino.

Tra l’altro, mentire a sé stessi è sempre stata impresa assai ardua.

Davide De Vita

Fonte:

http://www.unionesarda.it/articolo/caraunione/2017/12/09/la_lettera_del_giorno_quei_letti_vuoti_e_i_politici_senza_vergogn-127-674746.html

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