I giorni delle memorie.

Shoah

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, nonostante i giorni appena trascorsi fossero universalmente dedicati alla memoria della Shoah, in tanti – troppi a mio avviso – hanno tenuto a ricordare altri, terribili genocidi?

La brutta ma efficace parola “benaltristi” balza di nuovo, purtroppo, prepotentemente a galla.

Sia chiaro, non nego gli altri, troppi, genocidi di cui sopra, siano essi quelli dei nativi americani, dei milioni e milioni di persone mandate a morte da Stalin, quelli più recenti della guerra in Bosnia e nel Kossovo o i troppi torti subiti dai palestinesi proprio per mano degli stessi israeliani, per citare solo i più eclatanti o i più noti ( tralasciando le immani tragedie tutt’ora in corso, Libia e Siria per esempio, ma potrei citare altri tre quarti d’Africa o fate voi… ) ma, per fare un esempio terra terra, se si sta parlando di pere, perché parlare di mele?

Non solo: se sto parlando di pere, non necessariamente il mio discorso nega l’esistenza delle mele!

Non credo sia così difficile!

Per quanto riguarda, invece, l’incapacità di noi esseri umani – tutti, ma proprio tutti quelli appartenenti all’unica razza di primati senzienti (vabbeh, ci sarebbe da discutere anche su quest’ultima affermazione…), appunto quella umana per citare Einstein e qualche altro – di convivere pacificamente con i nostri simili allora sì, è veramente difficile dire che la Storia ci abbia insegnato a…

Farlo sul serio.

Questo però, per tornare al discorso iniziale, non vuol dire che non siano degne di lode tutte quelle iniziative, siano esse anche semplici gesti (piccoli ma simbolici, estremamente significativi) rivolti soprattutto alle ragazze e ai ragazzi in età scolare, atte a cominciare a far capire loro non solo a che livelli può arrivare la malvagità umana, ma anche che ci si può comportare, si può vivere diversamente e in pace.

Si chiama educazione, è tra le cose più difficili da insegnare tra tutte e ritengo impossibile riuscirci senza l’esempio e la testimonianza coerente, in prima persona, di chi se ne occupa.

Fortunatamente – ci provo anch’io da anni con tutti i miei limiti e difetti facendo volontariato, ma non credo di essere molto bravo – ci sono persone che ci credono davvero fino in fondo e prendono la propria professione come una vocazione, mettendoci l’anima tra mille e una difficoltà e, senza tanti giri di parole, mal pagati nonostante l’importanza fondamentale di ciò che fanno ogni giorno.

Rinnovo a queste persone la mia grandissima stima e il massimo rispetto, nonostante nutra nei loro confronti una sorta di sana invidia in quanto sarebbe piaciuto tanto anche a me fare il loro mestiere nello stesso appassionato modo.

Torno ancora alle frasi di apertura: premesso che, al solito, sono il peggiore di tutti, mi piacerebbe proprio sapere quanti, tra quelli che “a tastiera selvaggia” durante i giorni dedicati alla memoria della Shoah scrivevano di altro, si prendono cura seriamente della propria moglie o del proprio marito, dei propri figli, dei propri genitori anziani, del vicino di casa – sì, proprio di pianerottolo – bisognoso, dell’amico in difficoltà e così via…

Sempre estremamente facile “urlare” da dietro questo maledetto schermo il nostro sdegno a 64 bit, levando tempo a chi magari, invece, avrebbe tanto bisogno anche solo di una nostra parola vera, una carezza, di un << ciao come stai? >> detto guardandosi negli occhi.

Ripeto, sono il primo e il peggiore di tutti nel campo, il dito come sempre lo punto prima contro me stesso e non mi permetto di giudicare nessuno, ma la mia opinione quella sì, quella la esprimo e la esprimerò sempre, finché sarò libero di farlo.

Perché?

Perché così mi hanno educato.

Davide De Vita

 

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