Macerata d’odio

arresti a Macerata

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Il più semplice, doloroso, tragico, sarebbe “Macerata perché?” ma non lo userò perché credo l’abbiano già fatto in tanti.

Faccio, invece,  le solite doverose premesse: non conosco Macerata, i suoi problemi, i suoi abitanti, i suoi pregi e virtù che ritengo siano molti di più dei difetti (il peggio fa sempre più notizia…) e scrivo sulla base di quanto visto e sentito – come tutti – in tv e sui media di ogni genere.

Aggiungo – e ribadisco – inoltre che quanto accaduto poteva accadere ovunque, non ha il “marchio” maceratese.

Ho intitolato il pezzo “Macerata d’odio” perché, da qualunque angolo si voglia analizzare la vicenda, questo è ciò che traspare e si percepisce, un odio che si respira e infetta ambienti probabilmente immuni fino a poco tempo prima come, ripeto ancora una volta, dappertutto nel nostro Paese.

Nello specifico, anche se sono cose note, riassumo.

Una ragazza fatta a pezzi probabilmente dopo essere morta di overdose, con le membra, lavate, rinchiuse in due trolley. Le voci, poi rivelatesi false (tanto per cambiare) che le fossero stati asportati alcuni organi per un rito voodoo. Oppure quelle secondo le quali la ragazza non solo conosceva il secondo arrestato ma ne sarebbe stata addirittura la fidanzata, voci smentite categoricamente stamattina dai familiari.

L’arresto del presunto colpevole, di colore, sulla base di indizi pesantissimi a suo carico: gli abiti della ragazza a casa sua, con tracce di sangue, sempre della ragazza, lui che si avvale della facoltà di non rispondere…

Il raid di un individuo inqualificabile, definito folle forse per comodità, che spara all’impazzata ferendo diverse persone, come nelle cronache alle quali ci hanno abituato gli Stati Uniti.

L’individuo in questione – non entro in merito all’appartenenza politica – pare avesse avuto già problemi psichiatrici, ma era comunque in possesso di una pistola Glock regolarmente registrata: oltre tutto il resto, anche questo dà veramente da pensare.

Poi, sopra ogni altra cosa, fatto salvo il dolore inarrivabile per chi non è coinvolto in prima persona, le parole della madre della ragazza fatta a pezzi, pronunciate e diffuse dopo la sparatoria:

<< La violenza non è la risposta. >>

Già, la violenza non è la risposta.

Però la violenza parte anche dalle nostre parole, usate senza controllo alcuno in questo benedetto/maledetto mondo virtuale, parole che generano azioni nel mondo reale altrettanto incontrollate, capaci di produrre disastri, sangue, morte.

Tragicamente reali.

Che si sia oltrepassato un limite orrendo è davanti ai nostri occhi ogni giorno, ogni ora, non stupiamoci se adesso, domani, qualcosa di simile capita a noi, a casa nostra ovunque essa sia, coinvolgendo qualcuno dei nostri cari.

Non abbiamo fatto nulla di concreto per impedire che avvenisse, tranne scrivere quattro cazzate come queste che ora scrivo e voi leggerete, voi ed io al sicuro dietro uno schermo, convinti che <<tanto succede agli altri, da qualche altra parte. >>

Ancora una volta è bene ribadire che…

Gli altri siamo noi.

Nel bene e nel male, con la speranza che si trovi il modo di tornare almeno qualche passo indietro e non si vada a finire tutti con un’arma in mano, pronti a far fuoco contro chiunque non la pensi come noi, abbia parcheggiato al posto nostro, ci stia scrivendo una nota sul registro (altra vicenda dolentissima di questi giorni…), preferisca un colore che a noi non piace e via dicendo.

Tutto questo non è giusto, non è civile, non è progresso, non è cultura, non è educazione, ammesso che ricordiamo ancora il vero significato di questi termini.

Non è nemmeno questione di partito politico: i quasi tredici milioni (tredici milioni!) di attuali indecisi stimati dagli ultimi sondaggi la dicono più lunga di qualsiasi altro dato, in merito alle imminenti elezioni.

È invece questione di deriva, morale e sociale che ha origini lontane, indietro nel tempo, quando non abbiamo avuto il coraggio e la forza di scegliere, sacrificandoci, rinunciando a qualcosa allora,  quando era il momento,  per trarne poi beneficio oggi.

Certo è la solita storia del “col senno di poi”, ma forse ce la facciamo ancora a salvare noi stessi e i nostri figli: se davvero prendiamo coscienza di quell’orrendo limite di cui sopra e proviamo, insieme, tutti, a fare un respiro enorme e un passo indietro.

Altrimenti – Dio non voglia – meglio armarsi, subito.

E scavare trincee.

Davide De Vita

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