Iglesias 2018: lettera aperta al futuro signor sindaco (o signora)

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Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Chiediamocene tanti, non smettiamo mai: è l’unico, pacifico strumento che abbiamo – dando gambe e sostanza, o fondi o per essere ancora più chiari soldi alle idee – per provare a cambiare e migliorare il mondo, cominciando per esempio dalla nostra piccola grande città.

Questa perciò è una lettera aperta al futuro sindaco di Iglesias, chiunque esso sia, di qualsiasi colore o orientamento, uomo o donna, di cui come sempre mi assumo la totale responsabilità e rivendico unica proprietà intellettuale.

Solita doverosa premessa: le mie simpatie politiche sono note, ma in questo caso specifico non hanno molta importanza, la lettera è rivolta alla persona che ricoprirà il ruolo e riguarda naturalmente i problemi della città, stra – noti a tutti.

Lavoro (o meglio assenza di esso), sanità (nota dolentissima), difficoltà nel e per il commercio in grave sofferenza, ricadute nel bene e nel male delle scelte industriali (prese a livelli più alti di quello strettamente comunale e/o territoriale) sono temi (come si dice oggi) o problemi (come si sono sempre chiamati) di difficile soluzione e che purtroppo ci trasciniamo da anni, nonostante sia stato tentato di contrastarli da destra, da sinistra, dal basso, dall’alto, di fianco e di striscio.

Senza tralasciare, per stare sempre “a casa nostra” i problemi delle periferie e delle frazioni, fin troppo spesso lasciati in secondo se non addirittura terzo piano…

Oppure la maggiore valorizzazione delle tante eccellenze che la nostra città vanta per esempio in ambito sportivo.

Chi scrive non ha bacchette magiche di sorta e ritiene che non le abbia nessuno, ma crede che l’impegno di chiunque indossi a breve la fascia tricolore non possa prescindere dall’occuparsi – possibilmente a tempo pieno – dei temi suddetti.

Non credo nemmeno però che si debba negare quanto di buono è stato fatto ultimamente in materia di promozione culturale e turistica a trecentosessanta gradi: i dati parlano chiaro, i numeri anche e un’eventuale inversione di tendenza significherebbe fare non uno ma parecchi passi indietro.

Ritengo infatti che la suddetta promozione  – di ampio respiro come non s’era mai vista prima – insieme a quella culturale, che ha radici profonde nella Storia della città ma non solo, alimentata dalla passione di tantissime persone e associazioni nate, sviluppatesi e prosperate dentro, intorno e fuori le mura, possa continuare a viaggiare di pari passo con l’impegno nel contrasto alla povertà (altro triste tema che non si può ignorare) e al far fronte ai temi ricordati più sopra.

Compito arduo e di difficile realizzazione, lo ammetto, ma – forse – raggiungibile se si trova – o si vuol trovare – un maggiore equilibrio negli sforzi, negli intenti, in quello stesso impegno di cui si parlava in precedenza.

La perfezione naturalmente non è di questo mondo e tanto si può correggere e migliorare, ma non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca…

Iglesias può essere e fare molto, noi suoi abitanti possiamo essere migliori e fare tantissimo, in quanto anche noi siamo – se lo vogliamo – ricchezza.

Non ci sono segreti, si tratta di rimboccarsi le maniche ognuno per quanto gli compete e per quanto crede e ama questa città, possibilmente nel rispetto reciproco della e delle persone e della diversità di idee e di vedute.

Ovviamente, caro futuro signor sindaco o signora sindaco, ognuno di lor signori ha la sua veduta e come tale la rispetto, seppur differente dalla mia, però questa fino a prova contraria è ancora una democrazia vissuta, per cui da elettore come tutti gli altri (non ho alcuna ambizione, non mi sento né migliore né peggiore) rispetterò – com’è giusto – il responso delle urne.

Quel che mi preme, non mi stancherò mai di dirlo o scriverlo, è il futuro – anche immediato – di questa città, in quanto mi sento debitore nei confronti delle nuove generazioni, poiché probabilmente – mea culpa mea maxima culpa – avrei potuto fare di più e meglio e non l’ho fatto.

Ho ancora speranza però: quelle stesse nuove generazioni hanno uno sguardo più ampio e aperto sul mondo, prospettiva che io a vent’anni non avrei nemmeno potuto immaginare e si danno da fare, parecchio, in tutti i campi come da tempo non succedeva: c’è interesse, c’è partecipazione e questo non può che far piacere, così come un rinnovato confronto politico purché, seppure acceso, non scada solamente nel mero e sterile insulto contro l’avversario di turno.

Ecco, questo sì, questo lo chiedo proprio esplicitamente, caro futuro signor sindaco, cara futura signora sindaco: qualunque sia la sua veduta, la trasformi in visione e guardi lontano, molto lontano, anche fuori dal nostro orticello o, per restare in casa nostra, dal perimetro delle mura pisane 😉

Ne guadagneremo tutti, ne trarrà giovamento la città che amiamo e dove viviamo insieme ai nostri figli.

Davide De Vita

38° parallelo… 2018

incontro leader coreani

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Chiediamocene più di uno, a dire il vero, ma cominciamo dal più importante, sia dal punto di vista della cronaca sia da quello della Storia, sì, proprio quella con la “S” maiuscola.

Perché è così importante ciò che è accaduto in queste ore?

Tutti i notiziari hanno aperto, infatti, con la notizia dello storico incontro tra i leader delle due Coree, Kim Jong-Un e il meno noto al grande pubblico Moon Jae-in, con grande impiego – tutto orientale – di innumerevoli simboli dai molteplici significati ma che pare proprio pongano fine all’ultimo strascico della Guerra Fredda e preparino la strada per una riunificazione ora non più impensabile.

Non sarebbe male rileggere almeno in sintesi cosa fu la Guerra di Corea, per cui rimando alla nota a piè di pagina come sempre fornita dalla premurosa mamma Wiki[1], ma facciamo invece un giochino di ipotesi e supposizioni, noi umili mortali che per non saper né leggere né scrivere, come si usa dire, amiamo fantasticare…

Ma non troppo.

Ora, con tanti saluti alla concezione marxista delle masse capaci di sconvolgere il corso della Storia di cui sopra, non è proprio così: la Storia la fanno gli uomini, con alterne fortune, con l’enorme, fondamentale appoggio del … Vil denaro.

Per quanto le varie ideologie abbiano cercato di cambiare le cose, sono gli interessi economici (insieme a quelli strategico-militari) che hanno sempre determinato le svolte concrete del destino dell’umanità: che poi gli spaventosi squilibri degli stessi abbiano creato miliardi di poveri e poverissimi è, purtroppo, un’altra tristissima realtà ma, al momento, non si vede all’orizzonte un modo concreto di migliorare le cose, se non alcune utopie di veramente difficile realizzazione.

Tornando alle nostre fantasticherie geopolitiche, secondo chi scrive Trump non è quel cafone, ignorante, rozzo e destabilizzante uomo della tv che ci si vuole far credere: oppure, magari lo è, ma non è stupido e – soprattutto in queste recenti fasi del suo mandato presidenziale – è stato quanto meno consigliato egregiamente.

Già, perché nei giorni di Pasqua ha mandato più o meno in segreto il capo della CIA Mike Pompeo a fare quattro chiacchiere con Kim, dopo che lo stesso era stato ospitato in Cina.

Ora, per farla breve: i rapporti economici – enormi – tra la Cina e gli Stati Uniti sono troppo importanti per essere sacrificati in nome dei capricci del giovane leader; poi: Pompeo deve aver spiegato in maniera molto pragmatica allo stesso Kim che se avesse continuato a rompere le scatole la Corea del Nord sarebbe sparita dalla carta geografica mondiale (il potenziale militare statunitense è spaventosamente… Convincente) con la benedizione della stessa Cina, che si sarebbe vista sollevata da un problema. Già, perché al momento solo la stessa Cina continuava a “dar da mangiare” alla poverissima (e isolata dalle sanzioni internazionali) Corea del Nord.

Così, non è fantapolitica immaginare che le cose siano andate più o meno così, anche in vista del nuovo, storico incontro proprio tra Kim e Trump.

Quest’ultimo avoca a sé il merito di questo innegabile successo diplomatico e, per quanto possa esserci indigesto, probabilmente ha ragione.

La Cina ne gioverà anche di più, perché in cambio di questa benevola supervisione, molto probabilmente otterrà l’alleggerimento della presenza militare nell’area.

Certo, altre, troppe aree del mondo sono ancora in fiamme, ma in questi giorni, lungo il celeberrimo 38° parallelo si è davvero respirata un’aria di pace, fino a pochissimo tempo fa impensabile.

Davide De Vita

[1] La guerra di Corea (conosciuta in Corea del Nord come 조국해방전쟁, Choguk haebang chŏnjaeng; in Corea del Sud come in 한국전쟁, Hanguk jeonjaeng; in inglese Korean War) fu il conflitto combattuto nella penisola coreana dal 1950 al 1953. Essa determinò una delle fasi più acute della Guerra fredda, con il rischio di un conflitto globale e il possibile utilizzo di bombe nucleari.

La guerra scoppiò nel 1950 a causa dell’invasione della Corea del Sud, strettamente alleata degli Stati Uniti, da parte dell’esercito della Corea del Nord comunista. L’invasione determinò una rapida risposta dell’ONU: su mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU, gli Stati Uniti, affiancati da altri 17 Paesi, intervennero militarmente nella penisola per impedire una rapida vittoria delle forze comuniste. Dopo grandi difficoltà iniziali, le forze statunitensi, comandate dal generale Douglas MacArthur, respinsero l’invasione e proseguirono l’avanzata fino ad invadere gran parte della Corea del Nord. A questo punto però intervenne nel conflitto anche la Cina comunista, mentre l’Unione Sovietica inviò segretamente moderni reparti di aerei che contribuirono a contrastare l’aviazione nemica. Le truppe statunitensi, colte di sorpresa, vennero costrette a ripiegare in Corea del Sud, perdendo tutto il territorio conquistato.

La guerra quindi si arrestò sulla linea del 38º parallelo dove continuò con battaglie di posizione e sanguinose perdite per altri due anni fino al precario Armistizio di Panmunjeom che stabilizzò la situazione e confermò la divisione della Corea.

Durante il conflitto coreano, la Guerra fredda raggiunse uno dei suoi momenti più critici, e sorsero anche gravi contrasti politici all’interno della dirigenza statunitense che culminarono nella destituzione da parte del presidente Harry Truman, del generale MacArthur a causa delle idee eccessivamente bellicose del militare e dei suoi propositi di utilizzare bombe atomiche contro il territorio cinese.

Il numero delle vittime causate dal conflitto è stimato in 2 800 000 tra morti, feriti e dispersi, metà dei quali civili.

 

“Liberi di Volare” presenta “Una Miniera di Talenti”

studio collage per articolo Miniera di talenti

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, anziché puntare i riflettori su quello che non va riguardo ai ragazzi, agli adolescenti della tormentata epoca in cui viviamo, non si prova, invece, a prestare occhi e orecchie a quanto di buono hanno da offrire a noi e al mondo?

E’ la scommessa fatta dall’Associazione “Liberi di Volare – Scrittori Iglesienti” che ieri sera, domenica 22 aprile ad Iglesias, presso i locali di via Sarcidano 14 (ex erboristeria, gentilmente concessa ancora una volta come tante altre in precedenza dagli attuali proprietari, che la stessa associazione sentitamente ringrazia) ha proposto insieme ad alcune autrici ed un autore rappresentanti di quella che, come recitava il titolo della manifestazione, è una vera e propria “Miniera di Talenti”, in questo caso letterari.

Come ha sottolineato il presidente dell’Associazione, Marco Cocco, davanti ad una sala gremita di pubblico, ieri:

<< È successo qualcosa di bello e grande: dei ragazzi, degli adolescenti hanno accettato con grande e inaspettato coraggio di confrontarsi con un pubblico adulto, venendo a patti con le proprie paure, la propria timidezza, le insicurezze tipiche della loro età ed esporre – attraverso i loro racconti – le proprie idee, le proprie aspettative, le proprie idee sul presente e sul futuro, per esempio sulla società e sulla scuola.  Peccato per chi non c’era.>>

Così Federico Manis, Sonia Martinelli, Valentina Scema e Sara Saragat hanno parlato ognuno del proprio racconto (tutti pubblicati sull’antologia del Primo Premio Letterario Vera Caproni, in vendita presso l’Associazione) ma anche dei propri gusti e delle proprie fascinazioni letterarie, che vanno dai classici greci a Pirandello, da Ungaretti a Montale ma senza tralasciare i più moderni Palahniuk [1] o Joanne Rowling [2] o Antoine de Saint-Exupery[3] e passando da Jane Austen[4] e Oscar Wilde[5] solo per citare i nomi più noti al grande pubblico.

Si scopre così che questi ragazzi, assolutamente normali e non “secchioni” come si potrebbe pensare, hanno coltivato la passione della lettura – indissolubile da quella per la scrittura – fin da molto piccoli e da allora sperimentano quanto lo scrivere sia strumento altro e alto per proporre prima a sé stessi e poi ad un eventuale pubblico sensazioni, sentimenti, sensazioni ma anche rabbia e frustrazioni (così in un certo modo esorcizzate) altrimenti difficilmente esprimibile.

Usano i social questi ragazzi?

Certo, sono figli del loro tempo ed è normale che lo facciano, avendo però – forse – una consapevolezza maggiore della loro natura di strumenti dei quali non abusare.

Vorrebbero maggiore attenzione – nella scuola – alle materie letterarie, di cui hanno scoperto e testimoniano la ricchezza spesso ignorata, o quasi nascosta da – ahimè – spiegazioni noiosissime e prive di passione…

Ci raccontano che nei libri hanno cercato, scoperto, trovato anche più livelli di interpretazione, magari mutati e mutuati con il passare del tempo e il loro passare da bambini a, appunto, adolescenti e/o giovani donne e uomini.

Possiamo, in conclusione, definire questi ragazzi dei piccoli geni?

No.

Alcuni di loro non si vedono per niente, in futuro, scrittrici o scrittori: sono solo persone in crescita verso una maturità già ora più consapevole, che hanno probabilmente una marcia in più rispetto ai loro coetanei: una passione bifronte (lettura & scrittura) per la parola scritta, non importa con quale mezzo.

Come si diceva in apertura e recita il titolo della manifestazione, appunto, una vera e propria “Miniera di Talenti”.

Davvero, peccato per chi non c’era.

Davide De Vita

[1] Chuck Palahniuk, all’anagrafe Charles Michael Palahniuk (Pasco, 1962), è uno scrittore e giornalista freelance  statunitense. Il suo primo romanzo Fight Club (1996) è diventato un best-seller dopo l’uscita del film omonimo del 1999, diretto da David Fincher.

[2] La sua fama è legata alla serie di romanzi di Harry Potter, che ha scritto firmandosi con lo pseudonimo J. K. Rowling (in cui “K” sta per Kathleen, nome della nonna paterna), motivo per cui la scrittrice è spesso indicata impropriamente come Joanne Kathleen Rowling

[3] Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, meglio conosciuto come Antoine de Saint-Exupéry (Lione, 29 giugno 1900 – mar Mediterraneo, presso l’Île de Riou, 31 luglio 1944), è stato uno scrittore e aviatore francese.

 [4] Jane Austen (Steventon, 16 dicembre 1775 – Winchester, 18 luglio 1817) è stata una scrittrice britannica, figura di spicco della narrativa neoclassica nonché tra le autrici del panorama letterario del Regno Unito e mondiale più famose e conosciute: ricordiamo tra tutte le sue opere “Orgoglio e pregiudizio”.

[5] Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde, noto come Oscar Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900), è stato uno scrittore, aforista, poeta, drammaturgo, giornalista e saggista irlandese; tra le sue opere più famose: “Il ritratto di Dorian Gray”

Recensioni: “Il conte Ugolino” di Cristiano Niedojadko

immagine composta per recensione ugolino

Questa recensione è stata pubblicata in precedenza su TeleGM24, quindi sulla pagina Facebook << De Vita autore>> ed è ora recuperata per l’archivio personale dello stesso autore. 

Buongiorno e chiediamoci un perché: per esempio, perché ad Iglesias ormai da decenni siamo affascinati dal Medioevo?

Perché ci piacerebbe avere, storicamente, un passato illustre e, dunque, nobili origini, come si usa dire.

Il vostro umile scrivano non entrerà nel merito, riconosce di non averne la capacità né la preparazione, ma qualcun altro sì, eccome se ce l’ha, unita alla dote innata del saper raccontare storie.

“Il conte Ugolino” di Cristiano Niedojadko è un bellissimo esempio, una sintesi di quanto appena scritto, con la piacevole aggiunta di uno stile di scrittura del tutto personale.

Per chi conosce un minimo di Storia il più noto (grazie o a causa dei celebri versi danteschi, presenti in appendice) dei Donoratico della Gherardesca potrebbe apparire privo di sorprese o fascino, invece non è così.

Quello dipinto con maestria da Niedojadko è un uomo del suo tempo, quel tredicesimo secolo fecondo di avvenimenti e sconvolgimenti che avrebbero posto le basi, in Italia e non solo, di moltissime e travagliate vicende.

Partendo dal presente in mountain bike, di cui l’autore è appassionato, dalla valle del Cixerri o dalle grotte di san Giovanni presso Domusnovas, i due ruote diventa una sorta di macchina del tempo, il suddetto Cixerri torna ad essere l’antico Sigerro, Iglesias Villa Ecclesiae.

Si diceva della Storia: i dettagli, le armi e i luoghi, i particolari architettonici o il nome di determinate formazioni da battaglia sono citati, senza pedanteria inutile, al momento giusto e senza intralciare la storia, quella di Ugolino appunto e della sua umanità.

Piena di pregi e difetti, forse condannabile con gli occhi del presente, ma perfettamente inquadrata e plausibile in quel contesto, sia storico sia sociale: ecco così le pulsioni primordiali e la brama di potere, il sospetto e l’intrigo, i rovesciamenti di fronte e i cambi di “casacca”, ghibellino che parteggia per i guelfi, prima con l’imperatore e poi col Papa, a stringere alleanze con alti prelati che si riveleranno più maligni del demonio stesso…

La famiglia, i figli, i nipoti, i figliastri, Pisa e la lotta senza quartiere contro Genova sfociata nella disfatta della battaglia della Meloria, anche questa mostrata con taglio quasi cinematografico.

Niedojadko racconta, mostra, fa vedere e non annoia, mai, fino all’epilogo quasi epico.

Ci offre uno spaccato di vita medievale originalissimo, in un crescendo che lascia sempre in primo piano le storie di uomini e donne, a cominciare certamente dallo stesso Ugolino, con la Storia a far da cornice, senza “ingombrare” o pesare.

Un libro da gustare come un buon vino, che ad Iglesias, legati come siamo a quella Storia e a quelle storie, dovremmo proprio leggere.

Il romanzo è disponibile previo contatto con l’autore.

Davide De Vita

Siria, USA, Russia: can che abbaia…

Siria aprile 2018

(foto ANSA)

Salve, come va? È un po’ che non ci si legge, eh? Beh, ero – e sono – impegnato a scrivere anche altro 😉

Venti di guerra, ancora una volta e tanto per cambiare in Medio Oriente, sì sì, la Siria ovviamente.

Partiamo con la nostra piccola riflessione, dunque: buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché – credo – difficilmente una guerra indiretta tra Stati Uniti e Russia ci sarà davvero?

Perché, come si usava dire un tempo facendo i semplici conti della serva, una guerra guerreggiata in grande stile, con missili e bombardamenti ulteriori, costa, costerebbe moltissimo.

Trump è prima di tutto un uomo d’affari, per cui l’ultima delle cose che vuole è perdere soldi, nonostante il suo sbraitare a destra e a manca.

Sull’altro fronte, Putin è tatticamente parecchio in vantaggio: da tempo non solo si è dichiaratamente schierato accanto ad Assad, ma ha anche impiegato sul campo uomini e mezzi, sul terreno e sullo spazio aereo, favorito dal palese disinteresse della comunità internazionale riguardo al massacro dei siriani – in primis l’inesistente, insignificante Europa – che muoiono (non è più il caso, dopo sette anni di combattimenti e bombe di ogni genere, in una nazione frammentata e in mano non si sa più bene a chi tante sono le fazioni e i gruppi in campo, filo Assad, ribelli, Isis o simpatizzanti e/o fiancheggiatori dell’uno o degli altri, di scrivere “sopravvivono”) ad ogni minuto, mentre noi assistiamo tranquilli a cose estremamente più importanti come la rabbia di Buffon dopo la sconfitta in Champion League della Juventus, o l’italianissimo e gattopardesco – quanto inutile – giro di valzer dei nuovi capi politici “vincenti” alle elezioni del 4 marzo intorno al povero Mattarella e, a parole, ci diciamo indignati quando tra una pubblicità di cibo per gatti e una di materassi a memoria di forma c’imbattiamo nell’ennesima immagine di un padre con in braccio il proprio bambino, morto smembrato da una bomba, una delle innumerevoli che da sette anni, nella nostra totale, reale indifferenza (le chiacchiere tali restano e sempre resteranno) esplodono e uccidono in Siria.

Possiamo sempre cambiare canale però, infatti lo facciamo e non ci pensiamo più.

Torniamo alla possibile, ma improbabile secondo chi scrive, guerra tra le due superpotenze nucleari, rimaste tali insieme alla Cina in questa fine primo ventennio del ventunesimo secolo: le forze armate russe sono più o meno pubblicamente già sul posto da tempo, conoscono sicuramente meglio di altri eventuali futuri attori come stanno davvero le cose e, nonostante una soluzione di qualsiasi tipo appaia ancora lontana, hanno sicuramente molto tempo e territorio di vantaggio.

In guerra, fondamentale.

Negli scacchi, anche.

Potremmo chiamarlo in entrambi i casi vantaggio tattico, ricordando che Putin è tra le altre cose, anche uno scacchista più che discreto, in grado di giocare simultanee (per i non scacchisti: un giocatore affronta contemporaneamente più avversari).

Il biondo che twitta, invece, ha parecchio da perdere in un’eventuale – che purtroppo però non possiamo escludere – guerra: soldi prima di tutto, anche se non sono i suoi ma dei cittadini degli Stati Uniti; l’amicizia – vera o presunta, poiché il Russia-gate è stato solo congelato, ma tornerà a galla presto – con lo stesso Putin e gli innumerevoli e reciproci interessi commerciali di entrambi; il rischio di una pericolosissima escalation del conflitto, come in tanti hanno scritto, dagli esiti finali più che incerti.

Cos’ha da perdere l’inquilino numero uno della Casa Bianca?

Il prestigio – ammesso che l’abbia mai avuto – sulla scena internazionale: lasciare al neo zar lo sbocco siriano sul Mediterraneo sarebbe non solo uno smacco per lui ma anche uno schiaffo parecchio potente contro gli amici e alleati storici di Israele, che si vedrebbero minacciati ancora di più di quanto non lo siano adesso; questa – ripeto purtroppo – potrebbe essere una spinta notevole verso l’impiego della forza, ma il mondo si augura che non vada a finire così…

A questo punto l’unica certezza è… Il dubbio.

Se fosse un mondo diverso, non basato sul profitto e la sopraffazione dell’uno sull’altro, a partire dagli individui per finire con i vari Paesi, sarebbe bello poter credere che sia possibile la via del diritto, indicata e auspicata chiaramente in Italia solo da Emma Bonino, secondo la quale ciò che è accaduto e accade in Siria sarebbe da sottoporre all’attenzione della Corte Internazionale per i Crimini di Guerra e Contro l’Umanità, creata tempo fa proprio per dirimere pacificamente simili atrocità.

La stessa Bonino però, realtà premendo, ha dichiarato che, in caso di conflitto, dovremmo stare gioco – forza dalla parte euro-atlantica, cioè col biondo di cui sopra.

Questo anche per ragioni meramente storiche – lo ricordo ancora una volta poi concludo – che dimentichiamo sempre molto facilmente e comodamente: comunque la si pensi, l’Italia è uscita sconfitta e con le pezze al culo (scusate il francesismo…) dalla Seconda Guerra Mondiale ed è riuscita a rimettersi in piedi solo grazie all’aiuto e all’interessamento degli Stati Uniti d’America.

Per questo siamo diventati una loro enorme portaerei e base missilistica diffusa: era il prezzo da pagare, che stiamo pagando e sempre pagheremo, per quante manifestazioni si facciano contro questo o quello, di qualsiasi colore siano tinte, chiunque sia a danzare quel valzer di cui sopra: siamo colonia d’impero e… Obbediremo agli ordini più o meno velati dell’imperatore di turno.

Certo, nel nostro piccolo e insignificante vissuto quotidiano continueremo a credere di essere uno Stato sovrano (che belle parole…) e i “grandi” ce lo lasceranno credere, proprio come si fa coi bambini che giocano in cortile, ma da lì non possono uscire, mentre loro, appunto, si occuperanno delle cose da grandi, a noi precluse.

Come la Champions League.

Davide De Vita

P.S.: con un tempismo incredibile, pochi minuti dopo la chiusura di questo pezzo è stata diffusa la notizia dell’attacco – reale, niente più ipotesi – congiunto Usa, Francia e Gran Bretagna, ordinato da Trump senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU.

 

Dal “percorso Hébert” all’ “Obstacle Race”: “Miners Obstacle Race 2.0”.

atleti miners obstacle race

Salve e chiediamoci un perché.

Chiediamocelo più avanti, anzi, in quanto è necessaria come sempre una doverosa premessa. Chi è stato scout (o lo è ancora), quando sente parlare di Hébert, hebertismo, “percorso Hebert” sa di cosa si parla, ricordando tra le attività più emblematiche il “ponte tibetano” o la “carrucola”; tutto ciò si deve all’intuizione di monsieur Georges Hébert ( 1 ), che mise a punto questa forma di allenamento del corpo all’inizio del novecento, focalizzata sull’ottenimento di uno

<< sviluppo fisico completo attraverso un ritorno ragionato alle condizioni naturali di vita>>;

per lo stesso, il cui motto coniato da Hébert è << essere forti per essere utili>> questo insegnante di educazione fisica e ufficiale della Marina Francese, descrisse le dieci attività fondamentali: arrampicata, corsa, equilibrismo, lancio, lotta, marcia, marcia quadrupede, salto, trasporto, nuoto. Questo metodo è stato adottato dallo scoutismo prima in Francia, poi in Belgio e infine in Italia; secondo alcune fonti rappresenterebbe la prima forma di parkour. (2)

Torniamo ora al nostro perché iniziale, cioè perché organizzare un evento simile e perché parteciparvi: giro la domanda a Dany Basciu, presidente e portavoce della A.S.D. Is Cresias, nonché organizzatrice della seconda edizione che per esteso si chiama

Miners Obstacle Race 2.0”.

<< Perché >> risponde la presidente << Mi sono sempre piaciute le cose estreme, pensando però fossero impossibili da realizzare, a cominciare dalle mie possibilità fisiche, invece documentandomi sui social ho scoperto che poteva non essere vero. Ho scoperto così che le varie Obstacle Race si svolgono in Italia da almeno cinque anni in diverse regioni, mentre in Sardegna sono state portate da Pierpaolo Sanna, presidente della “Run for Joy”, che organizza la “Villasimius Natura Race”. Nell’Iglesiente invece l’abbiamo portata la mia associazione ed io, organizzando la prima edizione l’anno scorso, che ha visto la partecipazione di duecento trenta atleti, mentre per quest’anno ne prevediamo quattrocento. >>

<< In cosa consiste nello specifico questa corsa? >>

<< Si tratta di una corsa lungo la quale sono disseminati degli ostacoli artificiali, con tratti di arrampicata, equilibrismo e così via, sulla falsariga del percorso “Hébert” caro agli scout, di cui è un’evoluzione, ma che strizza anche l’occhio ai percorsi di addestramento dei Marines; proprio per questo possono partecipare solo ragazzi e ragazze dai sedici anni in su, nel “primo anello” da 6 km, mentre uomini e donne maggiorenni nel “secondo anello”, assolutamente provvisti di certificato medico sportivo, senza il quale nemmeno si parte. Il percorso ricalca sia un tratto dello spettacolare “Sentiero Blu” sia uno del “Cammino Minerario di Santa Barbara”, affacciandosi sul litorale unico al mondo che va da Nebida a Masua. Per fare un esempio, uno di questi ostacoli artificiali di cui parlavamo è un muro di legno alto due metri e trenta che va superato in velocità, ma nel percorso è previsto anche il lancio del giavellotto. Poiché quest’attività sportiva sta crescendo sia a livello nazionale che internazionale, si pensa di irrobustire la Federazione – FIOCR (3) – già esistente che riconosca questo sport se non proprio a livello olimpico almeno a quello agonistico. Vi aspettiamo quindi domenica 27 maggio 2018 per la “Miners Obstacle Race 2.0.>>

 Davide De Vita

 (1): Georges Hébert (Parigi, 27 aprile 1875 – Tourgéville, 2 agosto 1957) è stato un insegnante francese, specializzato in educazione fisica sia teorica che applicata.

Ufficiale nella Marina francese prima della Grande Guerra, Hébert fu di stanza nella città di Saint-Pierre, nella Martinica. Nel 1902 la città fu vittima di una catastrofica eruzione vulcanica e Hébert coordinò eroicamente l’evacuazione e il soccorso di centinaia di persone. Questa esperienza ebbe profondi effetti su di lui e rafforzò la sua convinzione che le capacità fisiche e atletiche andassero combinate con le qualità del coraggio e dell’altruismo. Egli sintetizzò la propria etica nel motto: “Essere forti per essere utili”.

(2) Il parkour (/paʁ.ˈkuʁ/), è una disciplina metropolitana nata in Francia agli inizi degli anni ‘90. Consiste nell’eseguire un percorso, superando qualsiasi genere di ostacolo con la maggior efficienza, velocità e semplicità di movimento possibile, adattando il proprio corpo all’ambiente circostante, naturale o urbano, attraverso corsa, salti, equilibrio, scalate, arrampicate, ecc.

I primi termini utilizzati per descrivere questa forma di allenamento furono «arte dello spostamento» (art du déplacement) e «percorso» (parcours).
Il termine parkour, coniato da David Belle e Hubert Koundé nel 1998, deriva invece da parcours du combattant (percorso del combattente), ovvero il percorso di guerra utilizzato nell’addestramento militare proposto da Georges Hébert. Alla parola parcours, Koundé sostituì la «c» con la «k», per suggerire aggressività, ed eliminò la «s» muta perché contrastava con l’idea di efficienza del parkour.

(3) La Federazione Italiana OCR riunisce le associazioni, le società e le realtà sportive che si occupano o sono interessate alla diffusione e allo sviluppo della disciplina delle corse con ostacoli, dette Obstacle Course Race (OCR) o MudRun.

La FIOCR fa parte della Alleanza Europea OCR (OCR Europe Alliance) che l’8 aprile 2017 ha costituito l’EOSF – European Obstacle Sports Federation.