Del tunnel del Brennero e altre amenità.

Toninelli Salvini e Di Maio

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché, magari prendendo un caffè.

Premessa: chiunque abbia già – come un colpo in canna pronto ad essere sparato – in punta di tastiera la frase “e allora il PD?” è pregato di fare altro piuttosto che leggermi, perché, lo sottolineo, NON è l’argomento di cui vorrei occuparmi, ma restare su ciò che ho in mente e non divagare troppo.

Per gli irrimediabilmente distratti: tutto ciò NON giustifica gli innegabili errori del PD.

Siamo a posto con le premesse e il leggere attentamente le avvertenze prima dell’uso?

Bene. Altrimenti, se avete saltato le righe precedenti, vi prego di ricominciare daccapo e agire di conseguenza.

Ciò detto, arriviamo al dunque: sono preoccupato, se avessi dei figli lo sarei ancora di più, perché il fatto che siamo in mano a degli ignoranti, incapaci, incompetenti è sotto gli occhi del mondo, ahimè.

La manovra economica, il famoso DEF (decreto di economia e finanza) è stato definito sbagliato, incompleto, senza coperture adeguate da chiunque ne mastichi un po’ NEL MONDO, tranne che da Stanlio e Ollio, sì, il Gatto e la Volpe, insomma, ci siamo capiti, Giggino e Matthew.

Loro no, loro (che già cominciano a mostrare che su parecchie cose non vanno d’accordo, contratto di governo o no) “tirano dritto”, avanti tutta verso il …

Baratro.

Poi se volete essere cool, chiamatelo “default” modello Grecia o meno pomposamente rovina economica del Paese.

Pure, non è difficile come concetto: è la vecchissima ed efficace metafora della coperta troppo corta.

Se tiri verso la testa lasci scoperti i piedi e viceversa, insomma non basta per coprire tutta intera una persona.

Tradotto: non solo non ci sono i soldi per fare ciò che i due buontemponi hanno promesso e ripromesso, ma a forza di dichiarazioni roboanti, mr. “Spread” continua inesorabilmente a salire, salire, salire, mangiandosi ogni giorno miliardi di euro di interessi insieme a quel pochissimo di credibilità che ancora l’Italia aveva.

Poiché benissimo non me lo ricordo nemmeno io, facciamo un breve ripasso su cosa sia questo spauracchio dell’economia, mr. “Spread”, appunto. Beh, questo è: 

La differenza tra il rendimento dei titoli di Stato Italiani e Tedeschi. Esempio: se il rendimento dei titoli di Stato Tedeschi è del 2%, e il rendimento dei titoli di Stato Italiani è del 5% lo spread è del 3% (5%-2%).

Ad esempio, se al telegiornale senti che lo spread fra i rendimenti (gli interessi) dei titoli di Stato tedeschi e quelli italiani è a 500 punti base vuol dire che noi italiani paghiamo sui questi un’interesse maggiore pari al 5,00% in più rispetto alla Germania.

Se uno stato è affidabile emetterà dei titoli di stato con un interesse più basso rispetto a uno stato”meno affidabile”.

Quindi, parlando come mangiamo, possiamo affermare che lo spread è anche un indice di “affidabilità” (o fiducia se vogliamo farla ancora più semplice) di uno Stato, in questo caso l’Italia.

Maggiore è lo spread, minore è l’affidabilità, la credibilità di uno Stato: non si crede più, in sostanza, o si crede sempre meno che quel determinato Stato possa onorare in concreto gli impegni presi, nonostante proclami e dichiarazioni di ogni sorta.

Già, “cari” (si fa per dire) elettori gialli e verdi, sappiate che, se avevate dei risparmi, la politica irresponsabile dei vostri eroi ve li ha GIA’ rosicchiati e continuerà a farlo: visto che ragionate con la pancia, magari ora che – nei fatti – vi stanno toccando il portafoglio (tra l’altro avevano promesso, giurato e spergiurato che questo non sarebbe successo…) vi sveglierete dal sonno (pesantissimo) della ragione…

Non basta.

Perché oltre all’inesistente, impalpabile, inconsistente pseudo – primo ministro Conte, a “corte” c’è pure un giullare, l’ineffabile Toni-nulla.

Come faccia questa compagnia di giro a collezionare anche più di una figura di merda (non c’è un altro termine altrettanto efficace, perdonatemi…) al giorno resta ancora un mistero, mentre è sempre meno misterioso il fatto che i conti da pagare, che pagheremo tutti quanti, a prescindere da chi o cosa abbiamo votato, saranno al solito salatissimi.

Non c’è solo il prossimo quindici ottobre da temere, ma il primo gennaio del prossimo anno, quando sarà ancora più chiaro di che morte dovremo morire.

Non si può tornare all’autarchia – ahimè già malamente sperimentata – così come non si può esistere, come Stato, isolandoci appunto dal resto del mondo politicamente ed economicamente, come, per esempio, la Corea del Nord, che almeno apparentemente sta compiendo minuscoli passi d’apertura verso l’occidente.

Noi no, noi si tira dritto, verso dove fingiamo di non saperlo, tanto a breve ci saranno le elezioni europee e tutto cambierà… La stessa Europa così com’è adesso – dicono Giggino e Matthew – non ci sarà più.

Questo lo vedremo dopo aver letto i dati ufficiali, nel frattempo, cari miei, cari tutti miei, saranno ancora e sempre sudore, lacrime e sangue.

Lì a “corte” però ci sarà sempre l’“irresistibile” (si fa per dire, è ironico, per chi non l’avesse capito…) Toni-nulla che si inventa tunnel che non esistono, mentre Giggino sta ancora facendo i conti con le percentuali di H2O della quale – secondo lui – è fatto il corpo umano… Nozioni da scuola elementare, evidentemente …

Non pervenute.

Non basta ancora: perché un altro “genio”, l’attuale ministro dell’istruzione Bussetti (che leggo ora ha la mia età…) proclama prima che la vita non si impara sui libri (fa un certo effetto, detto da un docente universitario…) poi abolisce il tema di storia dall’esame di maturità… Ma sì, rendiamo i nostri ragazzi ancora più ignoranti di quanto già non siano – non tutti, grazie al cielo … – e freghiamocene altamente del fatto – non opinione – che nel resto d’Europa quasi tutti i loro coetanei li sopravanzino come formazione e preparazione scolastica…

Ce ne sarebbe più che abbastanza, in un Paese normale, per cacciarli a pedate, non i ragazzi ma quelli lassù, sui vari colli del potere, ma … Questo non è un Paese normale così come, evidentemente, non lo sono tanti suoi abitanti, che però continuano a proclamarsi contenti di come stanno prospettandosi le cose, tanto è sempre colpa degli altri, di chi c’era prima, dei “poteri forti”, di Cicciobello (nero…) e di Barbapapà.

Il disastro del cagliaritano di ieri undici ottobre l’ha fatta passare sotto silenzio, ma una delle battute migliori, tragicomiche, circolate in rete nelle ultime ore è stata  la seguente:

<< Dopo l’allarme di criticità massima dato dalla Protezione Civile, il ministro Toninelli per precauzione ordina la chiusura al traffico del… Ponte di Messina. >> (grazie a Rita Cao che l’ha letta e a Antonella Origa che l’ha condivisa).

Al momento, stiamo messi cosi.

The show must go on.

Davide De Vita

Mauro Usai sindaco di Iglesias: i primi cento giorni.

 

Mauro Usai foto intervista ottobre 2018

Mi riceve puntuale nel suo ufficio, il giovane sindaco di Iglesias Mauro Usai, a circa cento giorni dalla sua elezione. Ci spostiamo dalla saletta principale, più di rappresentanza, ad una adiacente meno informale, dove ci sediamo intorno ad un tavolo ingombro di carte e documenti, che nel corso dell’intervista mi mostrerà più volte, a seconda dell’argomento affrontato. È in maniche di camicia – Obama ha fatto scuola ovunque – e mi guarda dritto negli occhi: glielo faccio notare e gli dico che per un politico quale lui è ormai da tempo, non è scontato.

Questo primo cittadino – espressione del PD ma con una grande vocazione alla critica e all’indipendenza di pensiero, come vedremo più avanti – non siede, metaforicamente parlando, su una poltrona comoda.

Cominciamo così l’intervista seguendo uno schema che presto andrà bonariamente a farsi benedire, perché domanda su domanda l’uomo si infervora e spazia a ruota libera, partendo dai temi più attuali, caldi e appunto “scomodi”.

Sanità, disoccupazione, povertà.  

<< L’argomento sanità mi fa incazzare (usi pure questo termine, l’autorizzo). Non è un discorso demagogico, perché siamo stati l’unica comunità a dire sì alla riforma sanitaria, di cui non chiediamo altro che la vera, reale e piena applicazione, che invece non c’è mai stata. Il polo unico ospedaliero Iglesias – Carbonia dovrebbe essere degno di chiamarsi DEA di 1° livello [1], ma come tutti sappiamo e purtroppo vediamo ogni giorno così non è. Si tratta di una battaglia che continuo a combattere ogni giorno e alla quale tengo moltissimo, non c’è giorno che non mi scontri contro qualcuno dell’Amministrazione Regionale in merito. Non è possibile che un presidio ospedaliero chiuda nel fine settimana, così come non è accettabile che non si possano ottenere in un’ora delle analisi d’urgenza ma si debba aspettare un giro vizioso che va e torna da Carbonia, con disagi enormi per chi già è sofferente di suo. Ripeto, è una battaglia continua che ho intenzione di proseguire, è troppo importante per i cittadini.

La disoccupazione e la povertà, indissolubilmente legati, sono invece temi che mi fanno soffrire, soprattutto perché, almeno in questo caso, degli strumenti per provare almeno a contrastarla esistono ma sono o male interpretati o male applicati. Mi riferisco per esempio al REIS, per esteso Reddito di Inclusione Sociale che non ha niente a che fare col più noto “reddito di cittadinanza” di cui si parla tanto. Credo che sulla carta questo strumento sia molto valido, in quanto prevede appunto l’“inclusione” in realtà produttive o di interesse sociale, con una sorta di avviamento e formazione, quando occorre, alle stesse attività verso le quali si intende indirizzare il o la richiedente aiuto. Manca però – purtroppo – il personale per compiere per intero questo percorso, in quanto normalmente si arriva al più facile compromesso di dare e ottenere un semplice sussidio economico, snaturando lo strumento e scivolando pericolosamente verso il mero assistenzialismo. >>

La visione della città.

<< Essendo stato presidente della Giunta Comunale nella passata amministrazione non mi sono estranei né questi uffici né le dinamiche amministrative, ma mi sono chiesto spesso, durante quel periodo “cos’avrei fatto da sindaco”. Ora lo sono e credo che una delle tante priorità sia stata curare l’aspetto e il decoro urbano; credo infatti che Iglesias possa e debba essere un gioiellino, ma deve esserci, in parallelo con l’impegno che l’amministrazione comunale come squadra ci sa mettendo, anche la maggiore consapevolezza del singolo cittadino. In quest’ottica, per esempio, abbiamo riattivato la fontana all’ingresso di Iglesias prima del viale Villa di Chiesa, riaperto al pubblico la torre Guelfa, per parlare di piccole cose, ma – nell’ambito del vero e proprio decoro urbano – ci siamo visti costretti all’installazione delle telecamere di sorveglianza per combattere quello che potremmo definire il malcostume del “sacchetto selvaggio”. Proprio queste telecamere (ce ne sono altre in via di installazione e attivazione, alcune si chiamano “Scout” e funzionano con dei sensori di movimento, prima cioè filmano e poi fotografano) ci hanno permesso di individuare senza ombra di dubbio i “lanciatori” che, paradossalmente, a verifica si sono rivelati del tutto in regola (per la maggior parte) con il pagamento della tassa sui rifiuti, come se questo potesse giustificare il “faccio come mi pare”, a discapito della reale differenziazione, che a danno dell’intera comunità non è più virtuosa e proprio per questo peserà parecchio sulle prossime bollette. Mi dispiace, ma è proprio così. >>

Grandi opere.

<< Abbiamo ripreso in mano la programmazione dell’Amministrazione precedente, per esempio per quanto riguarda la realizzazione del Centro Intermodale. C’erano ostacoli burocratici quasi infiniti da superare, così spesso mi sono ritrovato personalmente a farmi firmare dal funzionario di turno il documento che impediva questo o quello. Ora siamo in grado di affermare che manca proprio un ultimo passo, da approvare in giunta, relativo all’estensione del procedimento di Verifica di Impatto Ambientale (VIA), dopo il quale potremmo finalmente affidare ad una nuova ditta (quella che c’era prima è fallita) che riprenda in concreto i lavori. Parliamo, per essere chiari, di un milione e mezzo di euro in ballo.

Molti di più, invece, ma dobbiamo aspettare il bilancio, sono in gioco per la bonifica del Rio San Giorgio, alla quale teniamo ugualmente moltissimo: qui parliamo di 43 (quarantatré) milioni di euro.

Turismo.

<< È ancora uno dei cavalli di battaglia di questa amministrazione, che ci crede moltissimo; i risultati ci danno ragione, dati alla mano: solo grazie alle presenze – accertate dai dati ufficiali – a Porto Flavia, infatti, siamo arrivati a poco meno di novemila (ottomila settecento circa) biglietti staccati in un mese, per un totale di sedicimila presenze in tre mesi. Questo in controtendenza con il resto della Sardegna, dove un po’ ovunque s’è registrato il segno “meno”. C’è moltissimo lavoro dietro questi dati, per esempio l’accordo col Parco Geominerario per la gestione “coordinata” appunto del sito di Porto Flavia e per una più oculata e condivisa gestione dei costi. Non posso – e mi dispiace – dire lo stesso per gli altri due siti che potremmo (sarebbero fruibili anche ora, ma preferiamo aspettare che le cose siano più chiare e, senza mezzi termini, meno onerose per il comune) proporre sul mercato turistico, cioè la Grotta Santa Barbara e la galleria Villamarina di Monteponi. Puntiamo infatti ad un chiarimento definitivo con Igea, che attualmente gestisce i siti, al loro effettivo passaggio al Comune insieme ad una riperimetrazione delle due concessioni minerarie.>>

Politica nazionale, crisi della sinistra.

<< Che la sinistra soffra di una grave crisi non lo scopro io e non lo scopro oggi. Certo, ho visto le due piazze di Roma e Milano ieri (si riferisce alle manifestazioni contro il razzismo in Lombardia e in genere contro il governo attuale a Roma del 30 settembre, n.d.c.) gremite e tinte di rosso come non si vedeva da tempo, ma personalmente non credo sia quella la strada giusta. Ho sempre creduto e affermato che un partito, proprio come dice la parola, debba rappresentare una parte. Questo si è smarrito, si è tradita la nostra identità. A mio avviso le cose da fare sono due: rinnovare completamente l’attuale dirigenza e invertire l’agenda politica, mettendo al primo posto i poveri e non la Confindustria, che corteggiata da Renzi è andata poi ad appoggiare la Lega. Papa Francesco insegna e, paradossalmente, sembra una delle poche voci autorevoli che oggi dicono ancora “cose di sinistra”. Oppure, seguire sia i poveri sia la Confindustria, ma privilegiando i primi. >>

Il futuro politico di Mauro Usai.

<< Guardi, come ogni politico non nego di pensarci e magari un pizzico d’ambizione c’è, non sarebbe normale il contrario, ma l’impegno che richiede Iglesias è grande e non posso permettermi di distrarmi. Sto anche cercando di rendere più trasparente il nostro operato (intendo mio e della squadra, senza la quale ben poco potrei fare e che quindi ringrazio anche qui) con mezzi non convenzionali come per esempio i social dove stiamo comunicando quanto facciamo. Vede, prima di diventarlo mi sarebbe piaciuto fare il sindaco. Oggi mi piacerebbe riuscire a farlo bene: sto provando in questo senso a fare del mio meglio. >>

Davide De Vita

[1] Il dipartimento d’emergenza e accettazione (detto anche dipartimento emergenza-urgenza in acronimo, rispettivamente, DEA o DEU), in Italia, indica un dipartimento di una azienda ospedaliera.

Svolge funzioni di pronto soccorso, e comprende varie unità operative incentrate sulla cura del paziente in area critica. L’obiettivo del DEA è creare un’integrazione funzionale delle divisioni e dei servizi sanitari atti ad affrontare i problemi diagnostico-terapeutici dei pazienti in situazioni critiche.

Esso è perciò organizzato con un modello multidisciplinare che riunisce, nella stessa struttura, personale specialista in ambiti diversi. È quindi costituito da unità operative omogenee, affini o complementari, che perseguono comuni finalità e sono tra loro interdipendenti, pur mantenendo le proprie autonomie e responsabilità professionali.