Urticante.

urticante foto

Buonasera e chiediamoci un perché.

Ce lo chiederemo a lungo, stavolta, se lo chiederanno per sempre i genitori di quei ragazzini, poco più che bambini, morti in quel modo assurdo, ancora da ricostruire, come sempre… E’ successo a Corinaldo, poteva accadere ovunque, triste affermarlo ma 

accadrà ancora

Non c’è dolore peggiore di chi sopravvive ai propri figli, si usa dire, ma è una frase fatta, in questi casi la scelta migliore dovrebbe essere il rispettoso silenzio.

Il problema è che questa vicenda è urticante, non solo lo spray al peperoncino.

Ho aspettato qualche giorno per scriverne perché volevo provare a digerirla, metabolizzarla, farmene una ragione.

Non ci riesco, mi irrita, è – appunto – urticante, perché non si può e non si deve morire in quel modo e a  quell’età.

Intendiamoci, non si doveva morire nemmeno a Rigopiano (ce lo siamo già scordato, quell’albergo?) oppure sul ponte di Genova, ma i morti ci sono stati.

Perché non si sono rispettate le regole di sicurezza, non si sono fatti i lavori che si sarebbero dovuti fare, ci si è accontentati per l’ennesima volta dell’approssimazione e del pressapochismo:

“Fregatene, cosa vuoi che succeda…”.

Invece è successo e succederà ancora.

Siamo un popolo urticante: cerchiamo scorciatoie, andiamo oltre il compromesso lecito, se ci serve qualcosa, qualsiasi cosa, la vogliamo subito e più o meno gratis, quindi telefoniamo o mandiamo il messaggino di prammatica all’amico o all’amico dell’amico e così via.

Siamo noi la mafia, ce l’abbiamo in testa, poi tutti a fare i buoni (o buonisti, se volete…) dalla sicurezza della nostra casetta col portoncino blindato…

Il problema – urticante – non sono le canzoni di Sferaebbasta (che a me personalmente fanno schifo da tempo, ma ho l’età che ho e ricordo, anche se parliamo di galassie differenti per qualità di testi e musica, che a mio padre faceva schifo Lucio Dalla…) ma è proprio il nostro rassegnato modo di vivere, col quale entriamo in tantissimi in modalità “pecora” senza nemmeno scaricare l’apposita “app” …

E non me ne vogliano le pecore e i loro amici, era una metafora…

È urticante a mio avviso che genitori, insegnanti, altri che dovrebbero conoscere il mondo adolescenziale e giù di lì ignorino che i ragazzini e le ragazzine di oggi, fine duemila diciotto, parlino e/o “messaggino” da anni, quando ritengono di non essere “intercettati”, esattamente come canta Sferaebbasta. Se non ve ne siete ancora accorti, beh, forse è il momento di tentare di ripristinare il collegamento. Non ci piace questo linguaggio, truce e volgare, ma è quello che usano loro, fascia tra il “sono ancora un bambino e mi affaccio all’adolescenza”. 

Vai poi a spiegare che non sono consapevoli della ferocia contenuta nel termine “troia” che le ragazzine, già, le ragazzine, usano tranquillamente tra loro ogni tre per due…

Finito, da molto, il tempo di “mia figlia non userebbe mai simili termini” …

Davanti a lei magari no, signora, ma… La realtà è ben diversa.

Non abbiamo mai tempo per questi ragazzi, l’ho scritto forse un milione di volte, ma una delle chiavi è quella: il tempo. Se comprendessimo che ascolto va di pari passo, a braccetto con “rinuncia” (ad un po’ del nostro tempo, a qualche nostro “inderogabile” impegno) forse un passetto in avanti l’avremmo fatto e, udite udite, saremmo stati anche d’esempio. Invece no, questi mini-uomini e mini-donne che abbiamo messo al mondo sono così … Urticanti ai nostri occhi, tanto vale accontentarli sempre

così non rompono i coglioni.

(frase vera, ahimè, sentita pronunciare con le mie orecchie, da un genitore che pensava di essere pure molto “moderno” …).

Poi capita che questi ragazzini muoiano e ci si ritrovi a piangere fuori da una discoteca diventata l’inferno.

Certo, prima o poi (si spera…) si capirà chi è stato veramente responsabile, ma siamo in Italia e non si è ancora sicuri che Giulio Cesare sia stato veramente assassinato …

Non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di sentirmi innocente: sono colpevole anch’io, sono urticante anch’io perché non ho fatto abbastanza, perché troppe volte ho guardato da un’altra parte, preferendo fingere di non vedere torti e storture evidenti e farmi i cazzi miei.

Questo siamo o siamo diventati.

Persone urticanti.

Altro che spray al peperoncino.

Con rabbia

Davide De Vita

Memesias : intervista esclusiva!

Memesias intervista immagine da proporre

Buonasera e chiediamoci un perché.

Anzi, un “perché no”?

Solita e doverosa premessa: questo è uno dei pezzi più seri che abbia mai scritto…

(Ehia, se vedi…) Insomma, forse… Forse no… Mah… 

Pero ci siamo divertiti tantissimo, anzi, come direbbero loro, in francese, un casino! 😊

Vabbè, la faccio breve: poiché ad Iglesias la seguiamo tutti, sì, anche tu che stai storcendo il naso (togliti le dita da dentro, anzi, che fa schifo… ) la leggi, lo so, me l’hanno detto loro… Ho pensato di azzardare un’intervista ai “Memesias”, o meglio allo staff che c’è dietro, se possiamo dire così. Gli accordi erano e sono rimasti: anonimato totale, niente incontri veri “di persona”, tutto solo scritto e solo on line.

E questi qua non hanno accettato la proposta?

That’s incredible!

Beh, ciò che segue è il risultato del nostro “incontro” 😊

Domanda 1: Ciao, cominciamo dall’idea: una pagina autoironica su Iglesias. Non me ne vorranno i nostri concittadini, ma si sfiora il paradosso, l’ossimoro… Scusate, avevamo detto niente parolacce…

Risposta 1: Ciao a te. “Ge sesi pagu ossimoro!” : sì, suona bene. Comunque una pagina autoironica su Iglesias era stata già creata (non da noi) anni fa ed era spassosissima: “Villano ecclesiae”.  E già da allora avevamo notato che questa cosa dell’ iglesiente che non ride è poco vera, la maggior parte di quelli che ci seguono ci mandano messaggi di incoraggiamento. Troppo toghi.

D 2: spiegate a me e a chi legge la scelta del nome della pagina?

R 2: Il nome? Due di noi che chiameremo “Gigino e Gigetto” stavano parcheggiando vicino a signora Bastiana e Gigino ha detto

<<Ma il nome della pagina lo abbiamo deciso?>>

Gigetto ha risposto:

<<Iglesias in breve? Per il Breve di Villa di Chiesa! >>

e Gigino:

<<Fa cagare. E memesias? Uniamo la parola meme a Iglesias. >>

Gigetto: 

<<Va bene, basta che esci la colazione.>>

Più o meno è andata così.

D 3: questa la tenevo da tempo in serbo (ma anche in croato): chi ve lo fa fare?

R 3: Boh? Ce lo chiediamo anche noi. Forse il Sindaco? (ahahahhahahaha ). No dai, In realtà siamo crastuli come tutti gli iglesienti. Speriamo solo di essere in grado di dire in maniera ironica e comprensibile quello che pensano gli iglesienti degli iglesienti.

D 4: Rispetto la vostra scelta, ma potete spiegare, se volete, perché rimanete anonimi?

R 4: Perché siamo ad Iglesias … E siccome per ogni meme che si mette qualcuno ha qualcosa da dire, non vogliamo ritrovarci teste di “tigoddiri” appese alla porta di casa. Lo preferiamo in un piatto con prezzemolo e aglio.

D 5: di recente qualcuno al quale evidentemente non piace la vostra ironia vi ha aspramente criticato: come ci siete rimasti, onestamente?

R 5: Non ci siamo rimasti male perché non sappiamo leggere, quindi non abbiamo idea di quali critiche tu stia parlando. Scherzi a parte, no non ci offendiamo sinceramente. Riceviamo screenshot di offese molto pesanti rivolte non solo alla battuta ma anche a noi personalmente (che non abbiamo un’identità quindi è come offendere Batman!). Ci ridiamo sopra e cerchiamo di replicare con ironia perché è quello che accomuna noi quattro  memesiani, la coglionaggine.

D 6: pare abbiate migliaia di “followers”, per usare un termine tanto di moda; vi fa piacere? Mirate ad averne molti di più? A quando il film? Ooops, scusate, sto esagerando!

R 6 : Ci fa piacere vedere che l’iNglesiente si riconosce in quello che scriviamo. Ci fa piacere sentire in un posto pubblico che si parla delle nostre battute e noi siamo li a ridere con loro. Ci sarebbe da dire:

Oh calloni lah che l’ho fatta io stamattina questa coglionata, la so già!”

Ma non fa. Più che fare un film, ci piacerebbe poter mettere meme con foto usando “personaggi” attualmente viventi di Iglesias… Ma ci servirebbe il permesso ….

D 7: come preparate i testi o le vignette? Vi incontrate di persona come una vera e propria redazione o … Ad catzium?

R 7 : Abbiamo una chat su WhatsApp , postiamo qualche vignetta o meme che troviamo carina e vediamo se ispira qualcuno di noi per la coglionate del giorno. Oppure parliamo del disagio iglesiente giornaliero e vediamo il primo di noi quattro che lo rende “meme”. Di solito funziona. Come puoi vedere, graficamente fanno schifo per la maggior parte delle volte, perché tra di noi le due donne e un uomo fanno le battute, il quarto uomo usa solo Photoshop e lo fa male. Non serbiri a nudda alla fine.

D 8: qual è la vostra età media?

R 8: 37,3.

D 9: quale ritenete sia la vostra età mentale?

R 9 : 4.

D 10: Qual è il pubblico al quale vi rivolgete?

R 10 : Facciamo roba nuova e roba vecchia. Citazioni di meme moderni legati anche alle figure e alla storia di Iglesias. In modo che chiunque le possa apprezzare. (questa risposta era serissima. Eh ascò non ci vengono is cazzarasa a comando!)

D 11: Perché avete accettato quest’intervista?

R 11 : Perché non ci caga nessuno. Grazie Davide, ci hai reso felici.

D 12: La domanda delle domande, la più importante, fondamentale: quante mattonelle ci sono in piazza Sella?

R 12 : Gli anni di quintino moltiplicato per il numero di frastimmi che lanci quando becchi un fosso in strada. Minchia, sempre!

Scherzi a parte davvero, ringrazio di cuore lo staff della pagina Facebook “memesias”, in quanto chi è capace di ironia e di autoironia, nonostante sembri non si prenda mai sul serio, dimostra invece intelligenza e capacità d’osservazione non comuni. Di questi tempi, merce rara e preziosa. 

Siete stati voi a rendere felice me, ragazzi, chiunque voi siate! 😉

Auguri per tutto! 

Davide De Vita

Bohemian Rhapsody il film: perché.

Bohemian rhapsody locandina film

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché andare a vedere (e sentire!) “Bohemian Rhapsody”, il film”?

Perché, come sempre a mio modestissimo parere, il film è bellissimo, epico.

Attenzione: la storia della band (i “Queen”[1]) è volutamente stravolta per esigenze cinematografiche e – pare – per espressa volontà degli unici due componenti rimasti in vita, uno dei quali è anche co – produttore della pellicola, per cui ha già fatto storcere il naso ai fan più sfegatati ed esigenti e, nei loro panni, sarei d’accordo con loro ma… Non sono un fan così accanito.

Mi piacciono le storie però e questa è una storia bellissima nonché drammatica, certo in più parti rimaneggiata (penso anch’io che gli altri componenti della band non fossero pulitini e perfettini come si è cercato di mostrarli, non è credibile dato il contesto storico – sociale degli anni Settanta e primissimi Ottanta) ma davvero godibile.  

Ho letto di interminabili vicissitudini occorse durante i vari tentativi di realizzare questo film, cambi di registi e ricerca di un attore adeguato al difficilissimo ruolo di Freddie Mercury[2], ma – ribadisco sempre secondo me – il risultato è ottimo.

Da spettatore medio, oserei dire qualunque come mi ritengo (non sono né un esperto di cinema né di musica), sono uscito dal cinema contento, nonostante abbia versato pure qualche lacrima, lo confesso senza il minimo pudore.

Questo perché la pellicola, la storia e la superba interpretazione di Rami Malek sono stati capaci di comunicare emozioni, il che di questi tempi non è per niente poco.

Così accetto – appunto da spettatore medio – la scelta di “simboleggiare” la miopia di un produttore (di cui non ricordo il nome ora) evidenziando la scena in cui Mercury si oppone al rifiuto dello stesso di accettare “Bohemian Rhapsody” in quanto troppo lunga (sei minuti circa) per essere passata dalle radio dell’epoca e se ne va dicendogli:

<< Passerai alla storia come l’uomo che ha rifiutato i Queen! >>

Oppure l’unica sequenza in cui – secondo me (ma anche di altri più illustri recensori) di nuovo con un’unica scena simbolica – si è voluto rappresentare sia il contrastato rapporto con la stampa e il feroce mondo dello showbiz (il mondo degli affari legato a quello dello spettacolo) e la voce dei Queen.

Oppure ancora la tormentata sessualità del cantante, descritta quasi con accenni – comprensibilissimi – ma mai volgari.

Oltre che intorno alla carismatica figura di Freddie Mercury e alla sua vita tormentata, la storia ruota intorno all’irripetibile concerto – evento del “Live – Aid”[3] tenutosi in Inghilterra allo stadio di Wembley (oltre che a Philadelphia, Sidney e Mosca) il 13 luglio 1985.

Il sottoscritto in quella data marciava in uniforme da fatica, da militare, sui marciapiedi del Centro Addestramento Reclute sotto il sole cocente di Salerno e sia dei Queen sia del Live Aid sapeva ben poco…

Le canzoni però le conoscevo, erano gli anni Ottanta, ignorarle era impossibile; brani come “Will will rock you” o la stessa “Bohemian Rhapsody” erano, insieme ad altri brani cosiddetti più commerciali di altri artisti, la colonna sonora di quelli e degli anni precedenti.

Lessi poi sempre più cose su Freddie Mercury, ascoltai con più attenzione le canzoni sue e della band e scoprii che mi piacevano molto, moltissimo.

Vidi poi alcuni video delle sue perfomance e rimasi allibito: un animale da palcoscenico inarrivabile, capace di conquistare il pubblico come nessuno.

Il video che posto è un pezzetto dell’esibizione di Wembley, per la quale un certo Elton John disse senza fronzoli:

<< Quel giorno Freddie Mercury ha rubato la scena a tutti. >>

Dove, per capirci, “tutti” erano, tra i tanti, personcine come lo stesso Elton John, Status Quo, Elvis Costello, David Bowie, Madonna, Led Zeppelin, B.B. King, Sting, Eric Clapton, Spandau Ballet, Duran Duran e così via…

Trecento milioni di dischi venduti, canzoni che resteranno nella storia non solo del rock ma della musica in senso più ampio.

<< Freddie maledetto Mercury >> (cit. dal film) con la sua sessualità ambigua, omosessuale, bisessuale, di certo affamato di libertà e troppo grande come artista per lasciarsi rinchiudere in una qualsiasi barriera o etichetta…

Una leggenda, un mito.

Una lezione per tanti che, oggi, pensano o credono di essere “bravi”.

Una lezione per chi, oggi quattordicenne o quindicenne, scopre cosa furono davvero quegli anni per la musica.

Da vedere e ascoltare al cinema.

Applausi.

https://www.youtube.com/watch?v=ri97Sk8Gw3s&ab_channel=theytrebel

Davide De Vita

Fonti: wikipedia

[1] Queen furono un gruppo musicale rock britannico, formatosi a Londra nel 1970 dall’incontro del cantante e pianista Freddie Mercury con il chitarrista Brian May e con il batterista Roger Taylor; la formazione storica si è poi completata nel 1971 con l’ingresso del bassista John Deacon.

La band, conosciuta come una tra le più importanti della scena musicale internazionale, ha venduto circa 300 milioni di dischi. Tra le più importanti canzoni del quartetto si ricordano Bohemian Rhapsody, inserita sia da critici sia da sondaggi popolari tra le migliori canzoni di tutti i tempi, Somebody to Love, We Are the ChampionsDon’t Stop Me Now e Crazy Little Thing Called Love di Mercury, We Will Rock YouWho Wants to Live ForeverI Want It All e The Show Must Go On di May, Radio Ga Ga e A Kind of Magic di Taylor e Another One Bites the Dust e I Want to Break Free di Deacon. La loro prima raccolta del 1981, Greatest Hits, risulta l’album più acquistato in assoluto in Inghilterra, con oltre sei milioni di copie vendute, preceduto solo da Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles nella vendita di oltre 25 milioni di copie in tutto il mondo.

Il gruppo ha riscosso nel corso degli anni un grandissimo successo di pubblico e ha avuto una forte influenza sulle generazioni e sui musicisti successivi. Nel 2001 la band è stata inclusa nella Rock and Roll Hall of Fame di Cleveland e, nel 2004, nella UK Music Hall of Fame. Inoltre, i quattro membri della band sono stati ammessi nella Songwriters Hall of Fame. I Queen, che attinsero principalmente al progressive, al glam rock e, soprattutto nei primi anni, all’hard rock, furono influenzati da generi musicali molto diversi, come heavy metal, gospel, blues rock, musica elettronica, funk e rock psichedelico.

Caratteristica del gruppo erano i loro concerti (707 in 26 nazioni dal 1971 al 1986) che, animati da Mercury, considerato uno dei più carismatici frontman di sempre,si trasformavano in spettacoli teatrali; la loro esibizione al Live Aid è stata votata da un vasto numero di critici come la migliore dell’evento. 

[2] Freddie Mercury, pseudonimo di Farrokh Bulsara (Zanzibar, 5 settembre 1946 – Londra, 24 novembre 1991), è stato un cantautore, musicista e compositore britannico di origini parsi.

Ricordato per il talento vocale e la sua esuberante personalità sul palco, è considerato uno dei più celebri e influenti artisti nella storia del rock: universalmente riconosciuto come uno dei migliori frontman nella storia della musica, nel 2008 la rivista statunitense Rolling Stone lo classificò 18º nella classifica dei migliori cento cantanti di tutti i tempi, mentre l’anno successivo Classic Rock lo classificò al primo posto tra le voci rock.

Fu fondatore nel 1970 dei Queengruppo rock britannico di cui fece parte fino alla morte. Per i Queen fu autore della maggior parte dei brani, tra i quali si annoverano successi come Bohemian RhapsodyCrazy Little Thing Called LoveDon’t Stop Me NowIt’s a Hard LifeKiller QueenLove of My LifePlay the GameSomebody to Love e We Are the Champions. Oltre all’attività con i Queen, negli anni Ottanta intraprese la carriera solista con la pubblicazione di due album, Mr. Bad Guy (1985) e Barcelona (1988), quest’ultimo frutto della collaborazione con la cantante soprano spagnola Montserrat Caballé, il cui singolo omonimo divenne l’inno ufficiale dei Giochi della XXV Olimpiade svoltisi a Barcellona.

Ammalatosi di AIDS, sviluppò a causa di ciò una grave broncopolmonite e altre gravi patologie che lo portarono a una prematura morte, sopravvenuta il giorno seguente alla pubblica dichiarazione del suo grave stato di salute. In suo onore, il 20 aprile 1992 fu organizzato il Freddie Mercury Tribute Concert, al quale parteciparono molti artisti musicali internazionali; i proventi dell’evento furono utilizzati per fondare The Mercury Phoenix Trust, organizzazione impegnata nella lotta all’HIV, il virus alla base della sindrome da immunodeficienza acquisita.

Dopo la sua morte uno dei più celebri tributi a lui dedicati è stata la statua ritraente il cantante nella sua famosa posa che si affaccia sul Lago Lemano, in Svizzera, tra le altre numerose erette in suo onore nel corso degli anni. In occasione di quello che sarebbe stato il suo settantesimo compleanno, nel settembre del 2016 l’asteroide 17473, scoperto nel 1991 (anno della scomparsa dell’artista), è stato rinominato 17473 Freddiemercury.

[3] Il Live Aid è stato un concerto rock tenutosi il 13 luglio 1985 in diverse località. L’evento è stato organizzato da Bob Geldof dei Boomtown Rats e Midge Ure degli Ultravox, allo scopo di ricavare fondi per alleviare la carestia in Etiopia. È diventato uno dei più grandi eventi rock della storia, caratterizzando gli anni Ottanta.

Fu presentato come un jukebox globale, e i luoghi principali dell’evento furono il Wembley Stadium di Londra con circa 72.000 presenze, e il John F. Kennedy Stadium di Filadelfia con approssimativamente 90.000 presenze; altri luoghi furono Sydney e Mosca. È stato il più grande collegamento via satellite e la più grande trasmissione televisiva di tutti i tempi: si stima infatti che quasi due miliardi di telespettatori in 150 paesi assistettero alla trasmissione in diretta. Il concerto è stato concepito come seguito di un altro progetto di Geldof e Ure, un singolo a scopo benefico eseguito da un gruppo di artisti provenienti dal Regno Unito e dall’Irlanda, chiamati Band Aid.

Il concerto crebbe di dimensioni man mano che si aggiungevano nuovi musicisti dalle due parti dell’Oceano Atlantico. La raccolta di fondi superò gli obiettivi.

 

[3] Il Live Aid è stato un concerto rock tenutosi il 13 luglio 1985 in diverse località. L’evento è stato organizzato da Bob Geldof dei Boomtown Rats e Midge Ure degli Ultravox, allo scopo di ricavare fondi per alleviare la carestia in Etiopia. È diventato uno dei più grandi eventi rock della storia, caratterizzando gli anni Ottanta.

Fu presentato come un jukebox globale, e i luoghi principali dell’evento furono il Wembley Stadium di Londra con circa 72.000 presenze, e il John F. Kennedy Stadium di Filadelfia con approssimativamente 90.000 presenze; altri luoghi furono Sydney e Mosca. È stato il più grande collegamento via satellite e la più grande trasmissione televisiva di tutti i tempi: si stima infatti che quasi due miliardi di telespettatori in 150 paesi assistettero alla trasmissione in diretta.[1]

Il concerto è stato concepito come seguito di un altro progetto di Geldof e Ure, un singolo a scopo benefico eseguito da un gruppo di artisti provenienti dal Regno Unito e dall’Irlanda, chiamati Band Aid.

Il concerto crebbe di dimensioni man mano che si aggiungevano nuovi musicisti dalle due parti dell’Oceano Atlantico. La raccolta di fondi superò gli obiettivi.

 

Decreto (in)sicurezza: le mafie ringraziano.

Salvini Blowing in the wind

Buongiorno e chiediamoci un…

No, un momento, oggi voglio prima raccontarvi una storiella.

Poniamo che, per esempio il prossimo 24 dicembre, in un paese a caso, che so, mettiamo “Codroipo”, un papà leghista tenga per mano il proprio figlio, che so, di otto, dieci anni, non ancora avvezzo alle amenità della politica.

Poniamo che questo bambino abbia una sorellina più piccola, che – anche lei poco avvezza ai “grandi temi” – avrebbe voluto per Natale un bambolotto molto scuro, ma sì, diciamo proprio nero, uno di quelli bellissimi…

Chiede allora il bimbo al padre:

<< Perché hai detto a Licia che Babbo Natale non le porterà mai un bambolotto nero? >>

<< Perché è contrario alla nostra cultura, credimi, le sta facendo un favore, un giorno sarai grande e capirai anche tu … >>

Il bimbo non è molto convinto, ma se glielo dice papà…

Più avanti, per strada, quello stesso bambino vede tante persone intirizzite dal freddo, molte sono donne, altri bambini come lui; non hanno più un posto dove andare, vagano senza meta in circa di cibo, calore, riparo…

Le accomuna la pelle scura, molto scura, nera proprio come quella del bambolotto che avrebbe voluto sua sorellina Licia e che quest’anno Babbo Natale – dice papà – non le porterà..

Il bambino si fa coraggio e chiede:

<< Papà ma quelle persone hanno freddo e fame, non hanno un posto dove andare, perché non le aiutiamo? >>

Il papà, che pensa di essere molto religioso e fedele a cultura e tradizioni, per tutta risposta molla uno scappellotto al figlio e risponde:

<< Non guardarli: quelli non sono come noi. Ora muoviti che altrimenti facciamo tardi a Messa. >>

(Sic!…)

Fine della storiella.

Ora possiamo chiederci il perché.

Perché, per esempio, non si può stare indifferenti davanti a ciò che accade?

Perché il limite è stato oltrepassato, da tempo, ma si continua a fingere che non sia così.

Perché il signor Matteo Salvini ha giurato sulla Bibbia e sul Vangelo, ma non ha messo in pratica non dico una parola, ma nemmeno il risvolto di copertina di questi testi, ammesso che li abbia mai letti. (se li avesse capiti, non sarebbe… Matteo Salvini.)

Non sapevo nemmeno dell’esistenza di Codroipo, così come ignoravo fosse famosa per essere l’anagramma della più triste delle bestemmie: ora lo so, ma ne avrei fatto volentieri a meno.

Come ormai sappiamo tutti, la storia del divieto dei bambolotti neri è vera.

Questo è il delirio fatto legge.

Bisogna dirlo, urlarlo a gran voce, scriverlo sui muri e gridarlo nelle piazze: è troppo.

No, non è vero: c’è di peggio.

Il decreto (in)sicurezza che passerà alla Storia col nome del vero primo ministro in carica, ha – di fatto – reso un enorme favore alle mafie, fornendo materia prima in quantità industriale e a costo zero alla criminalità organizzata.

Come hanno capito anche i sassi, infatti, decine di migliaia di persone, molte delle quali donne e bambini, seppur regolari in quanto possessori di “permesso di soggiorno umanitario” da un giorno all’altro non lo sono o non lo saranno più, trasformandosi in quei clandestini di cui il “nostro” (va beh, il “vostro”, tenetevelo pure…) si è sempre tanto lamentato…

In breve: lui stesso ha creato il “nemico” di cui – evidentemente – sentiva tanto bisogno…

Non è il primo e non è il solo ad averlo fatto: l’ultimo che mi viene in mente si chiamava

Göring.

Ora, anche questo lo sanno pure i sassi, da sempre la criminalità, organizzata o meno, pesca tra gli ultimi, gli emarginati, i disperati.

Non dico che proprio ogni centro di accoglienza fosse il massimo della perfezione (che non è di questo mondo), però decine di migliaia di persone regolari potevano sperare in un futuro appena migliore del passato lasciato alle spalle attraversando inferni che non possiamo nemmeno lontanamente immaginare.

Tutto questo – bisogna dirlo – peserà anche sul tanto lodato presidente Mattarella che il decreto l’ha firmato.

Perché queste cose bisogna dirle?

Perché – sperando come sempre di sbagliarmi – scorrerà sangue per le strade italiane, aumenterà l’odio a dismisura e ci sarà qualche ingenuo che si chiederà, troppo tardi:

<< Come siamo arrivati a tutto questo? >>

Beh, s’è cominciato in questi giorni, settimane, mesi.

E perché non si può più restare indifferenti?

Perché tutto questo è davvero troppo e l’indifferenza, ora e sempre, è…

Complicità.

Buon Natale.

Davide De Vita

I fili hanno preso il burattino.

Salvini e Bennato

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché un’immagine – oggi – è così importante?

(Ringrazio intanto l’amico carissimo Toto Cadoni: la frase “I fili hanno preso il burattino” che ho scelto per il titolo è sua e gliene do atto.)

Aggiungo la solita doverosa premessa: sono perfettamente consapevole che ci sono problemi ben più gravi, ma oggi mi va di scrivere di questo fatto, proprio perché mi ha colpito e perché le immagini, ciò che rappresentano, hanno un fortissimo impatto, stavolta anche emotivo oltre che politico.

Oggi dunque, dopo aver visto una foto che ritrae insieme Bennato e Salvini, mi sono sentito triste, molto triste, tradito.

Vedi, ormai “poco caro” Edo, non sai chi sono e non lo saprai probabilmente mai, così come molto difficilmente leggerai queste righe, però sono cresciuto cantando le tue canzoni che sapevo a memoria, i primi accordi con la chitarra li ho strimpellati provando “Il gatto e la volpe” o “L’isola che non c’è”, la passione per l’armonica a bocca me l’hai trasmessa tu…

Regalavi sogni al ragazzino che ero e che litigò coi suoi genitori per poter assistere per la prima volta ad un concerto, il tuo.

Eri di sinistra? Non lo eri?

Non lo so, di certo in quegli anni non avresti mai fatto una foto insieme al potente di turno, non saresti salito spudoratamente sul “carro del vincitore”, non saresti stato, per usare il tuo linguaggio, a… Mangiafuoco. 

Mi è stato scritto che me la sto prendendo fin troppo per una semplice foto: beh, “poco caro” Edo, sai molto bene che l’immagine ha una sua forza dirompente, tu che nei tuoi testi hai sempre utilizzato metafore, molte riuscitissime.

Ebbene quella foto, per chi come me ha ancora tutti i tuoi dischi originali e faceva sacrifici per poterseli comprare, è come un pugno nello stomaco: un tradimento per il ragazzino che ero e per l’uomo che sono diventato.

Come ha scritto con intelligenza il mio amico Toto, che ringrazio e dal quale mi sono permesso di “rubare” la frase, i fili hanno preso il burattino.

Mi hai rubato i sogni, tu che me li avevi cantati.

Cantavi ironicamente “Arrivano i buoni” ti sei fatto fotografare insieme al Lupo Cattivo, o quello che ai miei occhi (e non solo i miei) lo è o lo appare, lo percepisco (oggi va tanto di moda questa parola “percepire” …) così.

Preferivo, parecchio, la foto insieme al grandissimo Bo Diddley, pensa un po’…

Per altri sarà soltanto una foto, non per me.

Ho scritto e lo ribadisco, che da oggi “mi dimetto” da tuo fan, perché mi hai deluso profondamente.

Un episodio, giusto per farti capire: il ragazzino che ero, entusiasta del tuo concerto a Carbonia (è un paese del sud ovest sardo del quale probabilmente ti sarai pure dimenticato…) che come t’ho scritto era il primo per me, s’era attardato perché voleva vederti da vicino, stringerti la mano, strapparti un autografo…

Non lo sapevo, non mi rendevo conto dell’ora tarda, ma in quel preciso momento il mio caro nonno, al quale mi avevano affidato i miei genitori, pur anziano ma preoccupatissimo uscì in Lambretta nella notte per venire a cercarmi…

Andò tutto bene, per fortuna, così continuai a cantare le tue canzoni, anche sulla spiaggia intorno al fuoco (un classico…) dove “Il gatto e la volpe” arrivava sempre più o meno dopo “La canzone del sole” di Battisti…

Ho cantato quelle canzoni anche tra le basse ma antichissime montagne della Sardegna, insieme ad amici che condividevano (alcuni di loro li condividono ancora, poi a loro se ne sono aggiunti altri, spesso i loro figli o le loro figlie…) sogni, valori, emozioni…

Altri tempi, altri sogni.

Mai e poi mai avrei immaginato perciò di vederti un giorno anche solo in fotografia, sorridente insieme a qualcuno che, a mio avviso, più che sogni ha mire.

Mai e poi mai avrei immaginato di vederti preso, avviluppato da quei fili del potere che – allora – contestavi in musica.

Sì, mi hai tradito, Edo, resteranno per me le tue prime bellissime canzoni, ma non sarò più un tuo fan, mai più.

Sai? Per me non furono “solo canzonette” e poi com’è che cantavi? 

Ah sì,

e nei sogni di bambino la chitarra era una spada… “.

Già ma per me di certo non era e non sarà mai quella di … Alberto da Giussano.

Davide De Vita