Lei, io, il cinema e le… Cagatemmericane.

antico proiettore cinematografico

Buonasera (scrivo di sera) e chiediamoci un perché.

Perché c’è una sottile, quasi impalpabile differenza tra i gusti cinematografici miei e quelli della donna che amo e mi sopporta da più dodici anni?

Ho provato a rispondere a questa domanda già tempo fa su queste stesse pagine, ma forse ora sono in grado di farlo meglio.

Per cominciare proviamo a spiegare quali film guardo io – anche se trovandomi “in spirito” posso guardare anche pellicole un attimo più di “spessore” – volendo “staccare la spina” dal quotidiano che già di suo è spesso abbastanza pesantuccio.

Prendo in prestito, per questo,  alcuni post di questi ultimi giorni dell’amico Matteo che definisce certi film “cinema ignorante”.

Lui c’è andato leggero, io – che però le guardo più che volentieri – definisco ognuna di queste pellicole…

<<Cagatammmericana. >> (le tre “m” non sono un errore)

Se ci pensate, dal “Giustiziere della notte” in qua, il tema, la trama e il soggetto non si differenziano mai di molto, ci sia Charles Bronson (il primo ad interpretare quel ruolo) o Clint Eastwood – Callaghan per tornare abbastanza indietro nel tempo attraverso molti “Bruce Willis” fino ai più attuali Jason Statham o Dwayne “the Rock” Johnson passando ovviamente per i vari Rambo e suoi derivati: l’eroe da solo sgomina mille mila cattivoni, dopo che o gli hanno fatto fuori la moglie, o la figlia, o il migliore amico, o hanno quasi fatto fuori lui stesso.

Quasi, appunto.

Perché poi lui, l’eroe, s’incazza come una bestia incazzata – molto incazzata – e o a pugni e calci o con qualsiasi cosa possa usare come arma combatte e vince.

Vi ho riassunto la trama di almeno qualche centinaio di film, potete aggiungere qualche inseguimento in macchina a circa venti minuti dalla fine, qualche battuta idiota tipo:

<< Sergente, sta sanguinando. >>

<< Non ho tempo di sanguinare. >>

E siamo a posto. (La citazione è dal primo “Predator” con Schwarzenegger per nominare anche lui, ma vedetevi “I mercenari” e li beccate tutti insieme appassionatamente)

Sono consapevole che nessuna di queste pellicole vincerà mai l’Orso d’Oro al Festival di Berlino o qualcosa del genere, ma confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che, proprio per evadere dai problemi quotidiani, li guardo e mi rilasso, come se guardassi un cartone animato ripeto consapevole che proprio di questo si tratta, niente di più.

Sono anche consapevole che pellicole del genere, se la vogliamo buttare in politica virano pericolosamente a destra, l’uomo solo che si fa giustizia da sé è un tema molto caro “da quelle parti”, ma ripeto le guardo con consapevolezza e chi mi conosce sa che … Non la penso così.

Il discorso dell’amore della mia vita è un filino diverso.

Intanto, dopo almeno dieci anni di sacrifici di entrambi, oggi potremmo, volendo, accedere a mille mila titoli, di ogni genere, numero e grado, da Sky a Netflix a tutto ciò che vi viene in mente, ma restiamo su Sky che basta quello.

Cosa fa la mia adorata con la tv satellitare più nota in Italia?

Si sintonizza sulla…

Radio.

Occhei, ma veniamo al dunque, cioè a quando decide dopo lunga meditazione di guardare un film a sua scelta.

Esso, quando va bene, è di produzione cecoslovacca degli anni Cinquanta, in piena guerra fredda.

In bianco e nero.

In lingua originale, sottotitolato.

Girato da un regista sconosciuto suicidatosi dopo questo che è stato il suo ultimo film.

La trama, che si comprenderà solo a tre quarti del film ma non ne sono del tutto sicuro, parla – forse – di un muratore stakanovista al quale sono morte nell’ordine e a distanza di breve tempo l’una dall’altra la mamma, la moglie, la figlia e la figlia della sorella era gobba pure quella la famiglia dei Gobbon…

Lui è malato terminale, la fabbrica dove si produceva l’unico farmaco che avrebbe potuto almeno alleviare le sue sofferenze è andata distrutta in un incendio.

Questo incendio ha distrutto anche casa sua.

Nei primi venti minuti di film si vede lui di spalle seduto su una sedia che ha una gamba rotta fissare un muro, mentre i suoi tristissimi pensieri scorrono in basso nello schermo.

Una gioia infinita.

Si capisce che anche il muratore medita il suicidio: chissà come mai?

A metà del film si rompe anche la sedia e il muratore rovina a terra, perciò il regista pensa bene di girare “in prospettiva” venti minuti di soffitto, con lievi movimenti ogni tanto per dare “respiro” a questo turbinio d’azione.

Tagliamo corto: lui alla fine muore tra atroci tormenti e…

Forse anche io.

Chiedo timidamente alla mia lei:

<< Ma ti è piaciuto davvero? >>

<< Beh… Meglio della solita merda che guardi tu. >>

<< Okay, colpito e affondato. Ora cosa guardi che stai cambiando canale?>>

<< Salvini dalla D’Urso. >>

Amo questa donna. (non la D’Urso).

Davide De Vita

Gli scacchi ad Iglesias: ricordi personali.

logo Aviscacchi

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché, ad esempio, non c’è più in città il glorioso circolo di scacchi “Aviscacchi”?

Sono molte le risposte che potremmo dare e darci e sicuramente altri più qualificati e informati di me lo farebbero meglio, inoltre almeno due degli “insegnanti” di quel circolo da qualche anno continuano a portare avanti la cultura del “nobil giuoco” da una sala della scuola dove ha sede la “Remo Branca”.  Qui da qualche anno allenano nuovi e futuri campioni mietendo successi anche a livello nazionale con le varie squadre scolastiche che hanno ottenuto piazzamenti di rilievo.

Questo è il presente, ma sull’onda della nostalgia e dei ricordi personali, voglio raccontare a modo mio del circolo.

Quando vi arrivai, convinto di saper giocare perché avevo battuto un paio di volte un vecchissimo programma di un altrettanto vecchissimo computer, il mio amico e primo maestro V. M. mi disse semplicemente:

<< Siediti. >>

Dopo una ventina di partite “a cinque minuti” dove le presi di santissima ragione, compresi di non sapere un accidenti di scacchi.

Con grandissima pazienza lui e gli altri mi insegnarono quindi i concetti fondamentali quali l’apertura, il medio gioco, i finali, i maledetti / benedetti finali.

Certo, per i non giocatori sono parole forse senza senso, ma per chi gioca sono il pane quotidiano.

Vidi le numerosissime coppe e targhe, vinte singolarmente o in squadra, sopra gli armadi di quelle due stanzette in alto, alla fine di via Cagliari, dove ci ospitava l’Avis.

Non mi accorgevo, ogni volta che ci giocavo, che il Candidato Maestro L.C. approfittando della mia ingenuità mi toglieva – letteralmente! – dalla scacchiera qualche pezzo come se non gli bastasse pestarmi dato l’enorme divario tecnico tra lui e me…

Restammo comunque amici e lo siamo ancora, gli ho appena fatto gli auguri per il suo compleanno che è proprio oggi!

Poi C.C. e V.M. mi insegnarono di più e cominciai a capire che le sessantaquattro caselle andavano osservate tutte e poi di nuovo e di nuovo e di nuovo ancora.

Mi spiegarono che era necessario studiare e vidi per la prima volta il glorioso “Porreca[1], poi mi comprai un’enciclopedia degli scacchi.

Nel frattempo il circolo viveva e coltivava campioni e campionesse: E.P. a divenne campionessa italiana under 16 e gareggiò in tornei internazionali; si riuscì a portare gli scacchi nelle scuole e in città ci furono i primi tornei scolastici che interessarono le superiori.

Non bastava.

Tentammo un esperimento a Villamassargia in accordo col personale scolastico e insegnammo gli scacchi ai bambini della scuola materna (o dell’infanzia per i nuovi puristi… ) 

Portammo una scacchiera gigante e facemmo impersonare agli stessi bambini – entusiasti – i pezzi spiegandone i movimenti facendoli fare a loro.

Rimase proverbiale una domandina:

<< Signor Maestro, perché l’alfiere muove storto? >>

Dalla quale riuscimmo ad insegnare e far comprendere a bambini dai tre ai cinque anni il concetto di diagonale.

Per quanto mi riguarda, cominciai a partecipare ai tornei ufficiali, ricordo soprattutto quello di Ghilarza, ma non rammento l’anno, dove finalmente non feci del tutto schifo, anzi, me lo dissero dopo, stavo per vincere contro uno dei più forti giocatori presenti allora, che però era troppo esperto rispetto a me.

Vidi anche ciò che non si dovrebbe mai vedere: un giocatore che, avendo inequivocabilmente perso, si alzò in preda al nervoso e in un impeto di rabbia spazzò via tutti i pezzi, suoi e dell’avversario, facendo volar via anche la scacchiera tra lo sgomento dei presenti e scatenando l’ira di arbitro e organizzatori…

Ora che sono passati tanti anni, posso citare anche un altro torneo al quale partecipai, un semi – lampo credo, a Tertenia, al quale andai – mamma mia quante curve partendo da Iglesias! – perché… Mi aveva appena piantato la ragazza, il giorno prima.

Beh, non credo di aver giocato proprio con la massima concentrazione.

Partecipai anche ad altri tornei a Cagliari dove conobbi altri giocatori molto forti tuttora e persone degnissime di altri circoli che incredibilmente si ricordavano di me nonostante non fossi ‘sto fulmine di guerra e tra i tavoli dei tornei mi si vedesse raramente.

Partecipai o comunque mi feci vedere anche ad alcuni tornei organizzati ad Iglesias, fino alla mia ultima partecipazione ad un torneo di scacchi viventi proprio in piazza Sella.

In conclusione, questo è un grazie a quel circolo e a ciò che ha rappresentato per me e per tante altre persone per forse due decenni.

Così come è una rinnovata dichiarazione d’amore per un gioco che non è soltanto un gioco ma molto di più: uno strumento che insegna a ragionare, analizzare, prendere decisioni.

Un gioco, una cultura, una scienza, un’arte che ha origini antichissime e la cui origine si perde nella notte dei tempi e che ancora appassiona tantissimi scacchisti, agonisti o semplici amatori.

Scacco matto, stretta di mano all’avversario.

Davide De Vita

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Porreca

Faccio cose, vedo gente… In salsa iglesiente.

faccio cose vedo gente con municipio e cattedrale

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Salve a tutti, è un po’ che non ci si vede, come va? Passate bene le vacanze, chi ne ha potuto godere? Com’era il mare che ho potuto (ma anche voluto, siamo onesti) vedere solo qualche giorno?

Occhei, perdonate le banalità, ma le ho scritte per “inquadrare il contesto” come direbbero autori molto più prestigiosi del vostro umile artigiano della penna o della tastiera, visto che veleggiamo verso la fine dell’estate duemila diciannove e l’inizio dell’autunno che ha già cominciato a manifestarsi.

Ricominciamo quindi a chiederci qualche perché, in queste che sono riflessioni su tutto e su niente e che, bontà vostra, pare leggiate spero con piacere.

La prima che mi viene in mente riguarda la politica italiana ed è sotto gli occhi di tutti: perché quello lì non c’è più.

Quello lì “non c’è più” perché ha compiuto quello che la Storia ricorderà come il più idiota dei suicidi politici che si potesse compiere, essere al governo forte di un consenso smisurato ed aprire la crisi, facendolo di fatto crollare (il governo) e servendolo su un piatto d’argento sia ai propri ex alleati sia ai propri avversari (anche se nel suo vocabolario erano e sono “nemici”).

È successo l’insperabile, dando ragione ancora una volta al vecchio adagio che recita:

<< sediamoci sulla riva del fiume ed attendiamo di vederci passare davanti il cadavere del nostro nemico >>, più o meno.

Beh, quello lì nel fiume s’è proprio tuffato e vedremo in quanti lo seguiranno nella manifestazione di piazza annunciata per protestare contro tutto e tutti, a go go.

La Storia, che non perdona i vinti, è già avanti, lui è già il passato ma non se n’è ancora reso conto.

Brutta storia (minuscolo voluto) l’ignoranza in evidenza… 

Nelle prossime puntate di questa italianissima soap opera politica vedremo che accadrà.

***

Solita piccola e doverosa premessa per i meno attenti: sono uno qualunque, che si guarda intorno e scrive, tutto qua e nient’altro che questo.

 Nel nostro piccolo orticello; 

incontro 1.

Capita, nel nostro villaggio che vorrebbe tanto essere una bella città (e sotto molti aspetti si sta impegnando per riuscirci) così come una semplice contadina d’altri tempi sognava di diventare ed essere una gran dama, che il sottoscritto esca di casa e come recita il titolo del pezzo, “faccia cose e veda gente”.

Ora a me Moretti non è mai piaciuto, questione di gusti, ma riconosco che molte sue trovate sono diventate patrimonio non solo dell’immaginario collettivo ma anche del nostro comune parlare, quindi onore al merito.

Al contrario amo senza limiti il “villaggio” dove vivo, problemi (innegabili, ma che si possono se non risolvere almeno contrastare e a mio modestissimo avviso qualcosa in quella direzione si sta facendo), difetti, prospettive, potenzialità e sogni compresi, il pacchetto completo e non sto citando molto altro. 

L’ho già scritto ma ribadirlo non credo faccia male. 

È capitato quindi che qualche giorno fa sia uscito con degli amici e colleghi scrittori coi quali abbiamo giocato a far finta di essere un po’ come quei circoli di due secoli fa presenti soprattutto in Inghilterra e a… Parlare dei mondi, degli universi che la nostra fantasia ha già costruito e continua a costruire e di tante altre cose, cosette, cosacce.

È stato molto piacevole come tante altre volte, magari a voi che leggete non importa proprio nulla di tutto ciò, ma per chi scrive o almeno ci prova, questi incontri e/o confronti sono molto importanti oltre che gradevoli – non nascondo che si parla intorno ad un bel calice di vino, per la precisione l’altra sera era “Carignano di Calasetta” giusto per fare un po’ di pubblicità ma il nettare in questione la merita tutta – e ne approfitto per ringraziare anche per mezzo di queste righe i miei compagni d’avventura.

***

Incontro 2 e fatti bizzarri.

Arriviamo infine all’incontro piacevolissimo di ieri sera: mi sforzerò di non fare nomi, ma ci avete visto in tanti, ergo non credo ce ne sarà bisogno. Capita dunque che mi sia deciso di fargli un regalo, così, a sentimento, un regalo impalpabile, etereo e lui abbia ricambiato facendone uno a me, altrettanto immateriale ma che considero preziosissimo.

Non preciso e non puntualizzo, a suo tempo si saprà, almeno spero.

Quello che mi colpisce ogni volta che ci incontriamo (e ci conosciamo di persona solo da pochi mesi) è l’empatia reciproca che va oltre la stima e l’ammirazione l’uno nei confronti dell’altro.

Cose che accadono quando si incontrano persone che oltre ad osservare la realtà che le circonda, si cimentano nel raccontarla – ognuno col mezzo che predilige, sia la macchina da presa o la tastiera – a modo proprio, col proprio stile, in modo assolutamente libero.

Questo nostro fare, creare, lascerà un segno?

Mi si dice di sì, forse sarà così, mi piacerebbe accadesse ma forse per scarsa autostima non ne sono così certo.

Parlo per me, che scherzo spesso sul fatto che mi farebbe davvero incazzare una eventuale …

Gloria postuma.

Che poi – anche se non nego che ovviamente mi farebbe piacere – non la cerco, non mi interessa: mi interessa e mi piace moltissimo scrivere, mi sono trovato a ripetere a me stesso già molto tempo fa che sono nato per quello e se non lo faccio sto male, mi manca l’aria.

Non pretendo che si capisca fino in fondo questa mia grande esigenza, però è così, per spiegarmi meglio non mi paga nessuno (per scrivere questi e tanti altri pezzi precedenti) anzi pago io (il dominio del blog ha un costo annuale) pur di poterlo fare e continuare a farlo.

Detto ciò, capitano anche, quando ci incontriamo con la persona di cui parlo e che ovviamente si riconoscerà, episodi per così dire …

Bizzarri che sarà lui a decidere se raccontare o meno.

Concludo ribadendo che incontri come questo sono per me molto significativi e preziosi, arricchenti, perché offrono una marea di spunti di riflessione e ancora una volta mi pongono più domande che risposte. 

E’ ciò che preferisco, perché mi aiuta a mettere continuamente in discussione ciò che faccio, dico, penso, scrivo, sono.

Insomma, se non si fosse ancora capito, questo è un enorme grazie, amico mio.

Per sdrammatizzare: sarà vera gloria?

Ai posters (ma anche a qualche manifesto) l’ardua sentenza! 😉

Davide De Vita

P.S.: se qualcuno ha pensato, pensa o penserà che stessimo parlando di politica, non è così.

Non ne stavamo parlando, la stavamo facendo