È qui.

CoVid 19 molecola

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Solita doverosa premessa: non sono un esperto, non lo sono in niente, né un medico, né un infermiere, né un qualsiasi operatore sanitario.

Parlo naturalmente di chi, unico vero esercito schierato al fronte, in prima linea a contrastare questa guerra contro il virus, fa parte della sanità pubblica.

Sono uno dei tanti che dovrebbe fare un enorme “mea culpa” per aver sottovalutato l’importanza di tutte queste persone e del loro ruolo; che se ne ricorda – in tempi normali – solo quando gli tocca direttamente o riguarda persone a care.

Ho commesso questo e di certo molti altri errori di valutazione e non solo.

Io.

Non “gli altri”.

Io sono privo di competenze specifiche e scientifiche, perciò non mi permetto di sparare idiozie senza fondamento: dovessi farlo, sparate contro di me.

Non sono neanche un giudice e di sicuro non sono “senza peccato”, per cui non punto il dito, non accuso, se dovessi farlo, sparate contro di me.

Era solo questione di tempo: il virus è arrivato in città, è qui.

Scrivo per questo, dopo il fatto accertato: farlo prima mi sembrava inutile.

Se non fosse arrivato com’è arrivato sarebbe stato in un altro modo, ma nessuno poteva escluderlo.

Non esistono confini: li abbiamo inventati noi, prima nella nostra testa, poi sulle mappe.

Dallo spazio non si vedono.

Il virus se ne frega altamente, l’abbiamo visto, lo stiamo vedendo, lo vedremo.

La città è in forte difficoltà, scuole, biblioteche, archivio chiusi, manifestazioni ed eventi sospesi, compresi quelli religiosi, processioni incluse, ma anche il Paese, l’Europa, il pianeta; non si vuole pronunciare ancora, ufficialmente, la parola “pandemia” però ciò che stiamo vivendo gli somiglia davvero tanto.

La definizione che dà la “treccani.it” è la seguente:

«Epidemia con tendenza a diffondersi ovunque, cioè a invadere rapidamente vastissimi territori e continenti.»

Ognuno tragga le proprie conclusioni.

Lasciando perdere le migliaia di sciocchezze che affollano la rete, credo siano importanti, fondamentali, gli appelli che alcune delle persone impegnate in prima linea – di cui sopra –   stanno affidando ad alcuni video.

In essi si spiega che l’altro rischio vero è che non siano più sufficienti i posti letto e quelli per la terapia intensiva; la misura più concreta per contrastare il contagio è dunque quella di evitare assembramenti composti da numeri elevati di persone, perché in più si è e maggiore è il rischio della diffusione del virus.

Meno si è, meglio è.

Meno si esce, meglio è.

Parole loro, non mie.

Per essere ancora più chiari è per questo che ci viene chiesto, salvo motivi assolutamente indispensabili, di

STARE A CASA.

Non ci stanno chiedendo di fare chissà che: solo di STARE A CASA.

Credo quindi sia il momento – doveva esserlo già da tempo, ma – ahimè – meglio tardi che mai…  – della responsabilità, singola e collettiva, per il bene di tutti.

Io devo essere responsabile, prima degli altri.

Io devo essere responsabile, anche per gli altri.

Io devo essere responsabile, con gli altri.

Questa è una guerra contro un nemico invisibile che non conoscevamo e che difficilmente si poteva prevedere; non sarà breve e sarà dura per tutti; sono solo le prime battaglie, serve combatterle prima dentro la nostra testa, per vincerle, insieme ad un fortissimo, comune senso di responsabilità

Ma forse l’ho già detto…

Sabato, 7 marzo 2020, primo giorno di CoVid 19 accertato ad Iglesias.

Davide De Vita

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