L’inestimabile valore delle parole

Salve a tutti e chiediamoci un perché.

Come va, come state? Come siamo a tamponi, vaccini e/o booster? Se l’avete beccato – il virus – e siete tappati in casa mi dispiace, davvero, ma spero abbiate comunque fatto di tutto per evitarlo. Sarà dura e ci vorrà ancora parecchio tempo, ma credo ne usciremo, prima o poi. Come, ahimè, non lo so, ma dubito “migliori”. Okay, arriviamo al dunque: avendo – come tanti, tantissimi in questo periodo – fin troppo tempo a disposizione per “causa di forza maggiore”, ho letto molto, non solo su “Santa Madre Internet” e sua sorella “Santa Wikipedia”, ma anche, pensate un po’, su quei cosi obsoleti, di carta e cartoncino, a volte protetti da una sopra – copertina plastificata, pieni di parole, com’è che si chiamano. . . Ah sì, libri.

Il nocciolo della questione, per arrivare al dunque, al “perché” di oggi, sono appunto le parole.

Negli ultimi venti, trent’anni, il nostro vocabolario si è impoverito in maniera impressionante, proprio perché le persone non solo non leggono più, ma non sono più in grado di capire un testo appena più complesso di un brevissimo messaggio Whatsapp.

Questo è molto ma molto più grave di quanto si possa immaginare.

Faccio un esempio al passo coi tempi: migliaia di no-vax sbandierano ciò che ha detto il premio Nobel Montagnier a sostegno delle loro tesi. Attenzione: ciò che ha detto, non ciò che ha dimostrato scientificamente con le ricerche che gli valsero il suddetto Nobel. Non esiste una sola pubblicazione scientifica a corredo delle sue ultime tesi. Per tornare al nostro discorso, i no-vax equiparano “detto” a “dimostrato”, ma sono due concetti estremamente differenti e con un significato evidentemente ben diverso. Contenti di aver trovato “qualcuno di importante” che dice (ripeto, “dice”, non “dimostra”) esattamente ciò che vogliono sentirsi dire, sbandierano le sue parole al vento senza approfondire. Perché approfondire costa fatica, impegno, sudore, tempo, mettersi in discussione. Tempo che, per fare un altro esempio molto noto, ci si illude di risparmiare scrivendo “Xchè” al posto di “perché”. Non lo si risparmia affatto, ma anche ammesso che così fosse, come utilizzare quel nanosecondo? Si impoverisce invece la lingua, riducendola in frammenti sempre più piccoli e privandosi di mezzi insostituibili coi quali capire il significato delle cose. Non sono il primo a scriverlo, ma se non si conoscono le parole e soprattutto il loro significato, non si è grado di capire a fondo situazioni, emozioni, circostanze, discorsi con un minimo di complessità e naturalmente di esprimere le stesse cose con la certezza di essere compresi. Certo, la lingua si evolve col progredire dei tempi, non lo nego, ma le basi sono sempre quelle ed ignorarle è proprio come costruire case prive di fondamenta. Proprio stamattina leggevo qualcosa di forse altrettanto illuminante: la sottile politica, accattivante, dei “gratta e vinci”. In questi apparentemente miracolosi biglietti della fortuna, niente è lasciato al caso: non parlo solo del miraggio della grande vincita facile (il più saggio dei consigli è. . . Non giocare!) ma anche la scelta dei colori e delle figure del “recto”,(la parte frontale del biglietto) dove tra oro, verde e rosso sono riconoscibilissimi gettoni d’oro, rimandi a viaggi e favolose vacanze, rispetto al “verso”, (la parte retrostante) dove – più o meno – in anonimo bianco e nero è spiegato che le probabilità effettive di vincita sono bassissime e si avverte che il gioco può indurre dipendenza. . . Concetti veri, fondamentali, ma che non vogliamo leggere (o ascoltare) perché non ci fanno stare bene. Pensate al paese dei Balocchi di Pinocchio.

Non siamo più abituati al sacrificio, anche minimo. Vogliamo tutto, subito, gratis. Vogliamo sentirci dire che sì, siamo noi i buoni, quelli che hanno ragione (pazienza se sia tutto da dimostrare, quello urla tanto, l’avrà letto lui, si sarà documentato lui per me, perciò mi fido e urlo con lui, più di lui . . . ) e tutti gli altri sono brutti, sporchi e cattivi.

Perché se così non fosse, se dovessimo mettere anche solo per un attimo in discussione le nostre idee ne conseguirebbe farlo anche con noi stessi e i nostri comportamenti e stili di vita e . . . Non ne usciremmo più. Meglio quindi la strada facile, piana o addirittura in discesa, meglio ancora se “spianata” da altri.

No, non è così, non va bene così.

Ancora – e sempre – meglio la strada faticosa, in salita, magari con un pesante zaino sulle nostre spalle, carico delle nostre esperienze e dei nostri errori, di cui, con consapevolezza, abbiamo fatto tesoro per non commetterli più.

Perché, ragazzi, il teorema di Pitagora non è e non può essere . . . Un’opinione.

Davide De Vita

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