Il pensiero pecora (© Davide De Vita)

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Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi riguarda la nostra vita di tutti i giorni, anche più di quanto immaginiamo; una volta lo si sarebbe chiamato subliminale, poi quest’aspetto è stato ritenuto troppo subdolo ed è stato proibito, ma alcune forme, infide, dello stesso aspetto di quella società iper consumistica nella quale siamo immersi (quanto meno nel “primo mondo” o nella cosiddetta civiltà occidentale, tanto opulenta rispetto agli altri due terzi del mondo che dovrebbe almeno farci almeno riflettere un poco … ) sono rimaste, eccome se sono rimaste.

Dove voglio andare a parare?

Qui: perché acquistiamo – il discorso è stato fatto per i prodotti venduti on line, ma il principio è applicabile per tutti – un determinato prodotto piuttosto che un altro?

Sicuri di acquistare il prodotto migliore e non quello di cui parlano tutti?

Sicuri di aver analizzato non solo il famoso rapporto qualità prezzo ma anche le nostre precise esigenze?

Sicuri di non essere stati influenzati dalla massacrante pubblicità o dal numero delle recensioni lette on line in merito al nostro ultimo desiderio di cui ci sembra proprio di non poter più fare a meno?

Perché, cari tutti, a cominciare come sempre dal sottoscritto, quello che dilaga è il pensiero pecora.

(Non so se altri hanno già utilizzato questo termine, altrimenti ne rivendico il copyright, questo qui: ©!)

Di che si tratta?

Dai che lo sappiamo: tutti parlano di un libro, un film, una saponetta, un deodorante, un detersivo, un… Politico.

(Già, perché funziona, eccome, anche in quel campo).

Quindi, proprio perché ne parlano in tanti, deve essere il migliore.

Ma chi l’ha detto?

Purtroppo ancora una volta è il nostro debolissimo senso critico a farsi da parte a favore del suddetto pensiero pecora (con buona pace e il massimo rispetto per il mansueto ovino), perché essere fuori dal coro, pensare autonomamente e agire di conseguenza è molto faticoso e comporta l’alto rischio di essere esclusi dal gregge ed essere guardati come alieni…

Ma… Il “ma” c’è sempre, il “ma” impera.

Dobbiamo spostarci in Inghilterra, dove il Guardian ha riportato un articolo pubblicato di recente su Psychological Science; in questo, lo psicologo della Stanford University e i suoi colleghi affermano che ci influenza di più il numero di persone che hanno scelto un prodotto rispetto a quello delle persone che ne sono rimaste effettivamente soddisfatte.

Quello che poche righe più su chiamavo il pensiero pecora.

Il ricercatore ed il suo team hanno mostrato ai soggetti del loro esperimento alcune coppie di prodotti che avrebbero potuto trovare su Amazon: uno aveva un punteggio scarso basato su molte recensioni, l’altro lo aveva altrettanto scarso ma basato su poche recensioni.

Regolarmente le persone sceglievano il prodotto con più recensioni.

Dal punto di vista statistico, questo non ha senso: più è alto il numero delle recensioni su cui si basa un punteggio basso, maggiori sono le probabilità che il prodotto sia veramente scadente.

Insomma le cose che ci vengono proposte più spesso finiscono per piacerci di più; è la legge dei grandi numeri: se chiedessimo a mille persone di indovinare quanti fagioli ci sono in un barattolo, la media delle loro risposte sarebbe paurosamente vicina alla realtà; se lo chiedessimo invece solamente a tre persone, probabilmente non sarà così. Se siamo costretti a decidere tra due prodotti, faremmo in definitiva meglio a scegliere quello che ha meno recensioni, perché – statisticamente – ci sono più probabilità che le persone alle quali non è piaciuto siano casi sporadici e che la nostra esperienza non sia negativa quanto la loro.

Riprendiamo uno dei concetti appena espressi: il fenomeno è legato in qualche modo al cosiddetto effetto esposizione, secondo il quale, come scritto sopra, le cose che ci vengono proposte più spesso finiscono per piacerci di più, a parità di meriti e indipendentemente da qualsiasi altro motivo per sceglierle o non sceglierle. Questo è il motivo per cui gli spot pubblicitari irritanti funzionano: indubbiamente ci infastidiscono, ma proprio per questo li noteremo di più, e a forza di notarli il prodotto che pubblicizzano ci piacerà.

Avete presente, che so, certi divani e certi sofà…?

Giusto per tirare in ballo uno degli esempi più recenti e conosciuti…

A giudicare da entrambi questi fenomeni, sembra che siamo fatti per trovare rassicurante, almeno a livello viscerale, la pura e semplice quantità (di recensioni, di spot pubblicitari). Ci vuole un ragionamento cosciente per capire che più sono le persone che hanno comprato un prodotto più dovremmo fidarci del loro giudizio, e non dovremmo comprarlo se sono rimaste insoddisfatte.

Un ragionamento logico e sensato, antitetico al …

Pensiero pecora.

Faticoso, certo, ma gratificante in quanto renderebbe a ciascuno di noi quella sempre più vaga identità individuale che stiamo perdendo – o abbiamo già perso – in mezzo al gregge.

Beeeeeeeeeeehhhh!

Davide De Vita

Fonte:

https://www.internazionale.it/opinione/oliver-burkeman/2017/11/14/trappola-recensioni-acquisti-online

La sventura di Ventura: Italia calcistica fuori dai Mondiali di Russia

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Buongiorno e chiediamoci un perché.

Con la solita prima premessa di essere ben consapevole che le vere tragedie sono assolutamente altre, stavolta sarò nazional – popolare (chi se ne frega, il blog è mio e lo gestisco io!) unendomi ai circa sessanta milioni di italiani che se lo stanno chiedendo da ieri sera, da quel triplice fischio dell’arbitro che, determinando la fine della partita di ritorno Italia – Svezia, ultima chance per l’Italia calcistica di qualificarsi per i Mondiali di Russia, ha decretato invece l’eliminazione del nostro Paese dagli stessi. In seconda battuta, premetto di non essere un esperto di calcio, anzi ammetto che da ragazzino il mio ruolo e le mie perfomance erano paragonate a quelle di un … Sanitario in porcellana dove spesso si legge “Ideal Standard” e di aver segnato un solo gol in tutta la mia vita perché una volta il pallone mi era rimbalzato su un ginocchio, acquistando una traiettoria imprevedibile per il portiere ma, appunto, ammetto tutto ciò. 

Altri, invece, da stanotte scrivono e scriveranno ancora per molto tempo con molta più competenza, su testate prestigiose e non, ma una cosetta semplice semplice, nonostante tutto, credo di averla capita.

Nel calcio, vince chi segna più gol, anche uno solo, possibilmente nella porta della squadra avversaria.

Questo ha fatto la Svezia ed è stato sufficiente.

Fine, tutto qui.

Poi il 4-3-3, le tattiche, le marcature a uomo o a zona, sono tutti bei discorsi filosofici (per dirla col mio buon amico Pietro) che, dati e statistiche alla mano, non sempre danno i risultati sperati.

La Svezia calcistica vista ieri, sempre secondo me, non era quel po’ po’ di squadra che si potesse pensare, ma i suoi giocatori erano molto, ma molto più preparati fisicamente, correvano come disperati (cosa che gli italiani, sempre, non solo in quest’occasione, fanno invece con estrema parsimonia, quasi avessero insita in sé la “modalità minimo sindacale” per quanto riguarda la fatica fisica, pura e semplice…) e infinitamente più motivati. Loro forse hanno giocato “all’ italiana” (traduzione: “primo non prenderle”) mentre i nostri strapagatissimi ragazzotti rimediavano la peggiore figura sportiva (per usare un eufemismo) dal 1958, come si sta ripetendo ovunque.

Da profano, credo che anche sulla motivazione ci sia da lavorare parecchio: i giocatori attuali, tutti o quasi tatuati e pettinati come modelli, forse un po’ troppo presenti più sui media, sulle copertine delle riviste patinate e sugli immancabili social piuttosto che sui campi di calcio e soprattutto alle sedute di allenamento, non hanno più in nazionale ( minuscolo come minuscola è stata la prestazione e la figura di queste ultime settimane ) quella motivazione ( tradotto: milioni di euro ) che hanno invece, eccome, nelle squadre dei club di appartenenza dalle quali, se seguite un po’ di queste vicende, migrano ormai con velocità sorprendente, attaccati come sono ad una breve sigla che tutti li accomuna: l’ IBAN.

Soldi per l’ingaggio, soldi per i diritti televisivi, soldi per il biglietto allo stadio, soldi per fare da testimonial ad uno shampoo o alla carta igienica firmata, soldi per qualsiasi cosa, con tanti saluti allo spirito originario di questo e di moltissimi altri sport, non solo il calcio.

Guardate che la colpa, se di colpa vogliamo parlare, mentre si crocifiggono Ventura e Tavecchio (anche lui parecchio ma parecchio responsabile, sempre secondo il voster semper voster humilissimus scrivano …) è anche, se non soprattutto, nostra.

Noi guardiamo le partite, paghiamo per vederle in tv o allo stadio, quando ancora ce lo possiamo permettere, noi trasformiamo con la nostra immaginazione questi uomini in mutande in semi divinità che (that’s incredible!) non sono e non saranno mai.

Media e stampa in generale ci danno un enorme mano in questo, perché ‘sta roba fa sempre vendere più copie e gli inserzionisti pubblicitari pagano fior di quattrini, ma siamo noi i primi artefici di questo pazzesco circo.

Perché – diciamolo, miseriaccia ladra! – il calcio ci piace da morire, ci consente di continuare a giocare essendo tollerati e senza che nessuno o quasi ci dia degli immaturi o degli eterni bambini.

Peccato che stavolta, come succedeva un tempo, il padrone del pallone abbia detto:

<< Adesso basta, non c’ho più voglia. Il pallone è mio e me lo porto via, voi tutti a casa, a piangere. >>

Scommettiamo che tutti i “protagonisti” di ieri alla prossima partita di campionato o di coppa avranno gli occhi asciuttissimi?

E noi lì, come sempre, a guardarli, in un ciclo infinito…

<< Partita finita quando arbitro fischia. >> diceva Boskov.

Già, ma questa è proprio finitissima.

Arrivederci, speriamo, tra poco più di quattro anni.

Davide De Vita

Storia 3; battaglie… Antiche?

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Buongiorno e chiediamoci un perché. Si lo so, ci sono mille e un problema che ci affliggono, dall’inevitabile bolletta quotidiana al come faremo ad arrivare alla fine della settimana (a fine mese era quando eravamo meno poveri …) e invece continuo a scrivere di Storia, quest’ argomento così antipatico che pare piaccia a pochi ma che, come ripeto sempre, tanto inutile non è. Perché? Facciamo un giochino, sempre che abbiate voglia e tempo di seguire il voster semper voster umilissimo scrivano: facciamo un giochino che consiste nel… Rispondere alla fine del pezzo, okay? Si parte.

Dobbiamo tornare indietro nel tempo, prima di dieci anni, data alla quale si riferisce la scoperta, poi di qualche migliaio, data nella quale i ricercatori collocano l’evento.

Si tratta di quella che forse è stata la prima – o tra le prime – guerra che l’umanità combatté in modo organizzato, causando la distruzione di una città sotto il << fuoco >> di palle d’argilla e materiale incendiario. Dove sono venute alla luce queste testimonianze? Lo scrivo alla fine del pezzo, fa parte del giochino, okay? La città in ogni caso si chiamava Hamoukar e la battaglia si svolse circa tremila cinquecento anni prima di Cristo. Poiché vi si costruivano manufatti in ossidiana (roccia derivata da lave vulcaniche e preziosissima a quell’epoca) godeva di una certa prosperità, suscitando (al solito) malcontento (chiamiamolo così) in chi, nei dintorni, ne era invece privo.

Poiché stiamo giocando a quel giochino devo saltare qui alcuni particolari, ma riporto invece quanto affermato in merito a quella città da Clemens Reichel, uno dei ricercatori dell’Università di Chicago:

<< Ciò che accadeva nelle città del nord non può essere spiegato come semplice espansione delle culture del (…), ma che al loro interno si è avuto una propria evoluzione culturale. >>

Le città portate alla luce fino ad oggi, come Tell Brak, Habuba Kabira e la stessa Hamoukar erano molto più grandi e più antiche di quanto ci si aspettava e lo dimostrerebbe anche l’industria dell’ossidiana sorta a Hamoukar. Le ricerche in quest’ultima città sono attive dal 1999 e hanno messo in luce che i cento sessanta mila metri quadrati che formavano la città erano circondati da mura spesse tre metri e mezzo. Tuttavia la presenza di materiale derivato dalla produzione di ossidiana si estende per oltre tre milioni di metri quadrati. Il ricercatore e i suoi collaboratori hanno portato alla luce (notizia del 2007, N.d.A.) le testimonianze del fatto che un giorno la città fu posta sotto assedio, che una battaglia ne fece collassare gli edifici e causò incendi presto fuori controllo e la bruciarono quasi per intero.

Secondo lo studioso, la città venne bersagliata da una vera pioggia di pallottole di argilla compressa di alcuni decimetri di diametro. In un solo edificio, considerato di importanza amministrativa, ne sono stati trovati più di mille; almeno uno riuscì a perforare le mura composte da fango compresso. 

Ci siete ancora? No, perché vorrei ribadire che l’uomo una cosa ha imparato da subito, forse insieme ai suoi istinti primari e legati alla sopravvivenza: uccidere i propri simili.

Teniamolo a mente e proseguiamo.

Ci spostiamo nel tempo e arriviamo al 1275 a. C. quindi relativamente più << vicino >> a noi, per ricordare la battaglia di Qadeš (ma anche Kadesh o Qadesh, e Kinza in lingua ittita), che contrappose, per dirla semplice, gli antichi egizi agli Ittiti. Questa battaglia, che pare sia la prima documentata della Storia, vide impiegato il maggior numero di carri da combattimento trainati da cavalli, tra i cinquemila e i seimila. Non solo: fu il primo conflitto della Storia Antica ad essere talmente ben documentato da rendere possibile ricostruirlo in ogni sua fase, compresa la strategia militare e le armi utilizzate; ancora, dopo questo – per l’epoca – spaventoso conflitto seguì il primo trattato internazionale di cui si conoscano chiaramente le clausole.

Questa vi suonerà familiare: non si sa con certezza chi vinse davvero, in quanto sono stati trovati documenti Ittiti che attestavano la propria vittoria e altri – contemporanei – egizi che affermavano la propria…

Torniamo al nostro giochino: indovinate dove accaddero i fatti di cui ci siamo occupati?

In un’area del pianeta che oggi, alla fine del duemila diciassette, anzi da decenni ormai, è del tutto pacificata, gode di stabilità politica e grande prosperità, non conosce i bombardamenti quotidiani, la distruzione degli edifici, di qualunque edificio e il tristissimo fenomeno dei profughi…

Beh, non è proprio così, perché l’area è quella tra la Siria e la Libia…

Visto come siamo progrediti da cinquemila anni a questa parte?

Chiediamoci un perché.

Davide De Vita

Fonti:

http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/scienza_e_tecnologia/battaglia-antica/battaglia-antica/battaglia-antica.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Qade%C5%A1

 

 

 

La birra in piazza e i benaltristi.

Iglesias Beer Fest

Buonasera o buongiorno (a seconda del momento in cui avrete voglia e tempo di leggere queste personalissime righe) e, al solito, chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, in questa bellissima città è sport diffuso, propagandato e sommamente praticato quello del lamento – protesta, sempre e comunque, a prescindere, qualsiasi cosa facciano o propongano coloro che… Non ci stanno troppo simpatici?

L’ho scritto ormai un’infinità di volte, proporre è sempre molto più difficile che protestare, ma ancora non riusciamo a venirne fuori.

Primo interludio: c’è un corollario, al lamento – protesta, rappresentato dalla categoria che con grande illuminazione è stata (non da me) definita dei benaltristi.

Esempio: si fa la sagra della birra? (Sì, alludo e me ne assumo la responsabilità, come sempre)

Risposte possibili:

<< Perché non si è fatta quella del vino?>>

<< Si pensa solo a piazza Sella, mentre invece c’è ben altro … >>

Perfetto.

Benissimo.

Verissimo, c’è ben altro.

In merito a questo ben altro: proposte concrete, ideate, progettate, strutturate e fondamentalmente alternative, di grazia?

Magari sono pure migliori dell’idea portata avanti con grandi sacrifici e impegno di tempo e denaro e fatica che si ignorano, però nuovamente di grazia, ce le fate conoscere, queste proposte altre?

Perché, nel frattempo, quell’idea lì è stata portata avanti, realizzata, nel bene e nel male esiste e, semplicemente, è diventata un evento che prima non c’era e adesso sì.

Il benaltrista professionista tira in ballo a questo punto – il copione è trito e ritrito – la famosa critica costruttiva.

Perfetto, benissimo, ma sappiamo esattamente a cosa ci riferiamo quando la tiriamo in campo brandendola lancia in resta, questa critica costruttiva?

Sono ignorante, nel senso che molte cose le ignoro, quindi sono andato a cercare alcuni significati prima sui libri (qualcuno l’ho letto), poi anche qui in rete, dove molti dei testi più efficaci sempre da libri sono stati presi.

Dobbiamo perciò andare parecchio indietro nel tempo, fino al buon vecchio ma sempre validissimo Aristotele: quest’uomo vissuto più o meno duemila quattrocento anni fa, insegnava ai suoi discepoli che 

c’è un solo modo per sfuggire alle critiche: non dire nulla, non fare nulla, non essere nessuno.

Mio padre, che di filosofia sapeva ben poco, ma di come vanno le cose della vita e del lavoro tanto, soleva ripetere: soltanto chi non fa, non sbaglia.

Dunque quale che sia il nostro operato e quale che sia il nostro ruolo, capi o subalterni, genitori o figli, tutti siamo esposti a critiche. La realtà tuttavia è che, magari con la premessa “lo dico a fin di bene”, capita di sentir dire spesso cose terribilmente sgradevoli che infastidiscono, feriscono, offendono e demoralizzano.

Appunto.

Per disinnescare questo meccanismo antipatico e tentare seriamente la via del dialogo, pacato e sincero, quello sì con enormi potenzialità costruttive, riporto alcune semplici regolette che – volendo – potremmo tutti seguire.

In una critica infatti, per quanto legittima, il fattore di negatività comunque insito in essa può essere stemperato con la forza di un linguaggio positivo. C’è una certa differenza fra il dire “non mi è piaciuto” e il dire “avrei gradito”, fra il dire “è un vero disastro” e il dire “si può far di meglio”.

Soprattutto se quel “si può far di meglio”, come si diceva all’inizio, è illustrato, spiegato, motivato, dettagliato.

Qui sotto a lato, in estrema sintesi, le regolette a cui facevo riferimento.sei regole per una critica costruttiva

Ripeto che non sono un esperto, non sono nessuno, non ho titoli di sorta e non fingo di averli: sicuramente anche in questo campo sono (siete) in tanti a sapere di più e meglio di me: ritengo di essere un semplice osservatore di ciò che accade intorno, dalla punta del mio naso fino a dove può spaziare la mente umana, con la fortuna di avere una certa abilità a riportare i miei pensieri per iscritto, tutto qua. Pensieri e scritti che però, questo sì, rivendico come miei – quando non cito, come sempre, le fonti alle quali ho attinto – ma non per questo spacciandoli per verità assolute. Sono la mia semplice opinione, come sempre opinabile e discutibile, ma che provo ad esprimere ogni volta dopo una lunga documentazione, riflessione, preparazione. Alcuni la chiamerebbero argomentazione, ma non ho finito l’Università quindi – io – non lo faccio.

Ah! Ovviamente avrei potuto fare di più e di meglio ma… C’ho provato, anche perché, poi concludo davvero:

la critica è costruttiva, quando a farla è una persona che ha costruito… E’ semplice demolire, senza sapere il lavoro che c’è dietro.

Davide De Vita

Fonti: 

http://www.venderedipiu.it/dal-volume-9/critica-costruttiva-esiste-davvero

PensieriParole <https://www.pensieriparole.it/aforismi/comportamento/frase-71713>

 

Recensioni: “Fill’e fortuna”, Giorgia Loi

copertina fill e fortuna

Che un libro possa essere, tra le tante altre cose, anche una macchina del tempo molto particolare, sicuramente non è il sottoscritto ad affermarlo per primo.

Che “Fill’ e fortuna”, di Giorgia Loi, abbia un fascino particolare per chi, come me, pur non essendoci propriamente nato ha comunque vissuto “ai piedi di Marganai” è invece, a fine lettura, indubbio.

Queste pagine scritte con maestria e passione ci riportano agli anni sessanta, durante i quali le sofferenze e la durezza della miniera, madre e matrigna di tutta l’area del sud ovest sardo, si riflettono sul vivere del protagonista, i cui ricordi ce lo presentano prima bambino e poi adolescente in quel “collegio” Enaoli che, come ben spiegato nel testo, era molto più di questo e nel quale si sperimentarono intuizioni educative e pedagogiche all’avanguardia per quei tempi.

Il mondo di allora è quindi visto attraverso gli occhi del protagonista e dei suoi compagni, con un richiamo – a parere di chi scrive – al “Cuore” di De Amicis ma rivisto, aggiornato, modernizzato e naturalmente e fortemente contestualizzato.

Le pagine di “Fill’e Fortuna” sanno di lentischio, proprio lo stesso che s’incontra per i ripidi sentieri del Marganai, prima che fosse preso d’assalto dai fuori strada, dai SUV, dai “quod” e da altri mezzi meccanici ad alta tecnologia (fatte salve le bici e i cavalli) che, non per colpa loro in quanto meri strumenti, portano chi li guida, forse, ad ignorarne la poesia e la magia.

Sanno anche di un tempo in cui, ancora forse, i rapporti umani, nel bene e nel male, avevano ancora un fortissimo valore, così come gli strettissimi legami familiari, grazie ai quali i ragazzi avevano dei validissimi punti di riferimento e un ceffone dato al momento giusto non faceva automaticamente una denuncia per maltrattamenti… Già, altri tempi davvero.

L’autrice ci conduce quindi, sempre insieme ad Antonio, il protagonista al quale l’appellativo del titolo è attribuito (non sveleremo naturalmente qui il perché) lungo i percorsi della vita di questo “enaolino” strappato alla sua famiglia per cause di forza maggiore e…

Credo i puntini siano doverosi: pur non trattandosi di un giallo, “Fill’e Fortuna” riserva non poche sorprese al lettore che si troverà sempre più coinvolto, capitolo dopo capitolo, nelle vicende dello stesso Antonio e della sua comunità così particolare e allo stesso tempo così intimamente legata ad Iglesias, dintorni e suoi trascorsi, non solo minerari, di nuovo nel bene e nel male.

Apprezzabilissimo anche per il minuzioso e certosino lavoro di documentazione che traspare da ogni riga, “Fill’e Fortuna” ci regala uno spaccato di storia “nostra” (l’autore di questa recensione si rivolge in particolar modo a chi si sente indissolubilmente legato alla terra del Sulcis Iglesiente, ma il libro è godibilissimo da chiunque) che forse rischiava di essere dimenticata o confinata all’oblio.

Giorgia Loi ha impedito che ciò avvenisse, gliene siamo davvero molto grati.

“Fill’e Fortuna”, Giorgia Loi, edizioni il Ciliegio, disponibile in libreria e nei principali store on line.

Giorgia Loi è nata ad Iglesias (CI) il 17 giugno 1972 e risiede a Gonnesa (CI); laurea in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Cagliari nel 1999; nel 2010 pubblica “Lettera a Helena”, Albatros editrice; nel 2014 il romanzo storico “Cristalli di Quarzo”, il Ciliegio Edizioni, Como. Attualmente insegna letteratura italiana e storia nella scuola superiore. È tra le fondatrici dell’Associazione “Liberi di volare – Scrittori Iglesienti”

Le scelte di Sophia, woman robot

Robot Sophia

Buongiorno e chiediamoci un perché. Quello di oggi appassiona da decenni – in alcuni casi terrorizza – gli appassionati di fantascienza come il sottoscritto, con il piccolo dettaglio che… L’argomento non è più fantascienza ma realtà. Accade infatti che, anzi è già accaduto, un robot dalle sembianze umanoidi (secondo i suoi realizzatori somiglierebbe ad Audrey Hepburn, secondo il sottoscritto nemmeno lontanamente) non solo sia stato progettato, costruito e – per il momento – funzioni benissimo, ma abbia acquisito cittadinanza, per la precisione saudita.

Probabilmente in molti ne avrete sentito parlare, anche perché sui social il commento più diffuso in merito è che questo umanoide dalle fattezze femminili ha quasi – o del tutto – più diritti, da quelle parti, delle donne in carne ed ossa.

È solo uno degli aspetti del problema: fatto sta che per la prima volta nella Storia, una macchina – sì, è tecnologicamente avanzatissima, ma è pur sempre sorella di una lavatrice o un forno a microonde: è un elettrodomestico – ha acquisito dei diritti fino a quel momento prerogativa esclusiva degli esseri umani e di qualche animale privilegiato.

Isaac Asimov, universalmente riconosciuto padre della robotica o quanto meno delle sue teorie ispiratrici, aveva previsto nei suoi racconti e romanzi che qualcosa del genere non sarebbe potuto accadere prima del duemila cinquanta.

La realtà, per l’ennesima volta, ha superato di gran lunga la pur fervidissima immaginazione del buon dottore, come lo chiamavano i suoi fan.

Nel frattempo Sophia ha concesso un’intervista al giornalista americano Andrew Ross Sorkin; tra le cose che ha detto:

«Devo esprimere le emozioni per capire gli esseri umani e costruire fiducia con le persone»

Al momento il robot, progettato dalla Hanston Robotics di Honk Kong, mostra una mimica facciale in via di perfezionamento ma che già le permette (lapsus freudiano che ha costretto anche me a percepirne l’umanità, da cui il “le permette”) di mostrare allegria o tristezza, insomma alcune delle emozioni più comuni e di facile interpretazione.

Quanto costa ‘sta lavatrice?

Sembra che il costo effettivo sia ancora top secret, ma se pensiamo che Sophia ha ottenuto la cittadinanza al forum “Future investment initiative” di Riad, dove a sua volta è stato presentato il grandioso progetto di un’intera città per la maggior parte abitata da robot come lei e che tutto ciò è stato finanziato da alcuni signori sauditi possessori di … Fantastiliardi, beh, ecco, voi ed io temo non potremo permettercelo per le prossime sei o sette vite.

Perché lo hanno fatto?

In tanti ce lo chiediamo, alcuni rispondono che i robot potranno aiutare l’uomo in molti lavori, quando non sostituirli del tutto, compresi quelli a vocazione educativa oppure sociale come l’assistenza anziani, ma il sottoscritto è parecchio, ma davvero parecchio perplesso in materia.

Un’altra risposta a questo perché, pensando di nuovo ai signori sauditi è, inevitabilmente: perché lo possono fare.

Nel frattempo, quando ancora non si ha notizia di capacità di scelta da parte di Sophia o robot umanoidi simili a lei (il nocciolo vero della questione è sempre – e ancora – quello), cominciamo a riflettere su una tagliente risposta che sempre Sophia ha dato ad Elon Musk, altro visionario multimiliardario appassionato di tecnologia avanzata; alla perplessità espressa da Musk sul sempre più vivo interesse mostrato dagli investitori nel campo robotico, l’umanoide ha risposto:

«Stai guardando troppi film di Hollywood, se tu sarai gentile con me, io sarò gentile con te». 

Davide De Vita

Fonti:

http://www.ilmessaggero.it/tecnologia/hitech/arabia_saudita_robot_sophia-3329473.html

Video:

Storia (2): la scrittura, alba della Storia

dalla tavoletta alla tastiera

Buongiorno e chiediamoci un perché. Perché, ad esempio, in molte aree geografiche e in tempi diversi (sì, proprio “in tutti i luoghi e in tutti i laghi”, canta quello) si avvertì l’esigenza di andare oltre la precedente tradizione orale e si cominciò a scrivere.

L’invenzione della scrittura è ormai unanimemente considerata l’alba della Storia, il suo inizio, che ha però molteplici aspetti.

Occhei, ma cos’è, scrivendo difficile, ma preciso, la scrittura?

Recita al solito mamma Wikipedia:

La scrittura è la fissazione di un significato in una forma esterna durevole, che nelle scritture alfabetiche diventa rappresentazione grafica della lingua parlata, per mezzo di un insieme di segni detti grafemi che compongono un sistema di scrittura e di lettura. I grafemi denotano sovente suoni o gruppi di suoni. Come il linguaggio parlato, la scrittura è un modo fondamentale di comunicazione umana, ed è il mezzo finora più efficace per la conservazione e la trasmissione della memoria.

In un senso più ampio, si definisce dunque scrittura ogni mezzo che permette la trasmissione durevole di informazioni, che sia o no rappresentazione grafica del parlato, come accade nelle scritture della musica, dell’algebra, della chimica e altri.

Allo stato attuale delle ricerche, gli studiosi concordano sulla data, piuttosto approssimativa, il 3400 a.C. mentre il luogo è abbastanza preciso, la Mesopotamia (celebre “valle tra due fiumi”) così come il popolo, i Sumeri.

Proviamo insieme a capire meglio: “a.C.”  (“avanti Cristo”) è un concetto tutto occidentale, secondo il quale la Storia si divide in un prima e in un dopo la nascita di Gesù Cristo, fatta risalire ad un ipotetico “anno zero” (questione anche questa parecchio dibattuta, ma che affronteremo appunto a suo tempo) utilizzato, appunto, come “spartiacque temporale”.

La Mesopotamia non era altro che l’attuale Iraq o Irak, che non tanto tempo fa (vedi “Guerre del Golfo”), dopo le nefandezze commesse da Saddam Hussein & suoi accoliti, le “Forze Occidentali” hanno quasi raso al suolo, lasciando purtroppo un caos politico, tribale ed etnico che ha favorito moltissimo lo svilupparsi dell’Isis; questo, giusto per ricollegarci al presente, nonostante la “liberazione” di Raqqa, (Siria) avvenuta giusto pochi giorni fa in uno dei Paesi che con l’Iraq confina.

Ah già: si contano oltre tremila morti “ufficiali”, solo nell’ultima battaglia, ma noi siamo evoluti, siamo civili, mica arretrati come cinque millenni e passa fa…

Torniamo a noi e ai Sumeri: chi erano ‘sti signori?

Sumeri (abitanti di Šumer, egiziano Sangar, biblico Shinar, nativo ki-en-gir, da ki = terra, en = titolo usualmente tradotto come Signore, gir = colto, civilizzato, quindi “luogo dei signori civilizzati”) sono considerati la prima civiltà urbana assieme a quella dell’antico Egitto. Si trattava di un’etnia della Mesopotamia meridionale (l’odierno Iraq sud-orientale), autoctona o stanziatasi in quella regione dal tempo in cui vi migrò (attorno al 4000 a.C.) fino all’ascesa di Babilonia (attorno al 1500 a.C.). Preceduta da una scrittura fondamentalmente figurativa, a base di pittogrammi, la successiva stilizzazione condusse alla scrittura cuneiforme che sembra aver preceduto ogni altra forma di scrittura codificata, comparendo attorno alla fine del IV millennio a.C.

Roba antica, antichissima, lontanissima da noi e dal nostro vivere quotidiano, giusto? Babilonia! Se ne parla anche nella Bibbia! Ma dai, cosa ce ne può importare…

Molto, moltissimo: se ora sto scrivendo, non importa che lo stia facendo con la tastiera di un portatile o con uno stiletto su una tavoletta d’argilla, mentre voi leggete (o leggerete) questi strani segni sullo schermo, comprendendo ciò che significano con una certa precisione, beh, ragazzi, lo si deve a questi oscuri “signori” di quasi cinquemila anni fa.

Attenzione però, in quanto il merito non è tutto loro: sempre secondo le ultimissime ricerche e scoperte, non solo si è cercato di rintracciare nel contesto del Vicino Oriente antico le premesse forti della scrittura cuneiforme, ma si è anche indagato su altri centri dove la scrittura si sia potuta sviluppare indipendentemente. Sul fatto che l’America centrale, culla delle civiltà mesoamericane a partire dal 600 a.C., possa essere annoverato tra questi centri c’è un ampio consenso nella comunità scientifica, molto più dubbia è invece la natura delle incisioni Rongorongo rinvenute sull’Isola di Pasqua. Particolarmente fruttuose sono state le intuizioni di Marija Gimbutas e le sue indagini sui sistemi di registrazione su terrecotte in uso nei Balcani già tra il 6000 e il 5000 a.C. (cultura di Vinča), dove però, a differenza che nel Vicino Oriente, la scrittura si sarebbe sviluppata a scopi cultuali, in particolare per i riti legati alla Dea Madre. Tali scritture, precedenti il primo apparire delle cosiddette popolazioni indoeuropee, sono datate tra il 5400 e il 4000 a.C. Sono state avanzate ipotesi secondo cui le forme di registrazione di Vinča avrebbero influenzato la scrittura cuneiforme, mentre più probabile sembra un’influenza diretta sulla Lineare A cretese (II millennio a.C.) e la scrittura sillabica di Cipro.

Perché, dunque, in più parti del pianeta si cominciò a scrivere?

Per ragioni di amministrazione, contabilità, commercio. Motivi molto pratici, insomma, in quanto si comprese che i soli numeri (nati molto prima per le stesse ragioni) non erano sufficienti a “tenere memoria” dei fatti, degli scambi, degli avvenimenti più importanti.

L’alba della Storia, appunto, come scrivevo in apertura.

Con la speranza di non avervi annoiato, ci rileggiamo alla prossima… Puntata!

Davide De Vita

Fonti:  

https://it.wikipedia.org/wiki/Scrittura

http://www.corriere.it/esteri/17_ottobre_17/siria-raqqa-stata-liberata-cade-capitalo-stato-islamico-058eaca0-b328-11e7-9cef-7c546dada489.shtml

 

[1] Attributo di quelle popolazioni che, stanziate da epoca remota in un determinato territorio, si ritenevano nate dalla terra stessa; per estensione aborigeno, indigeno.

Perché scrivere? I primi vincitori del “Vera Caproni” edizione 2017

Foto di gruppo vincitori premio Vera Caproni 2017 venerdi 13 ottobre sala Lepori Iglesias

Buongiorno e chiediamoci un perché. Oggi stiamo a casa, ad Iglesias, a chiederci perché il sottoscritto e altri suoi amici e colleghi credono e lavorano – gratis – con e per la parola scritta.

L’occasione per rispondere a questa domanda è stata, ieri venerdì 13 ottobre, dalle diciotto circa presso la sala Lepori, la cerimonia di premiazione della prima edizione del Premio Letterario “Vera Caproni”.

L’insegnante di lettere al quale il premio è intestato e si ispira era molto nota ed apprezzata in città, sia per la passione che metteva nel suo lavoro, sia per la particolare attenzione verso i ragazzi, considerati non solo come alunni ma persone in divenire, da accompagnare verso l’età adulta insegnando loro a non avere paura delle sfide che la vita, inevitabilmente, pone di fronte a ciascuno di noi.

Organizzato dall’associazione “Liberi di Volare – Scrittori iglesienti” con la collaborazione di alcune insegnanti che hanno composto la giuria, il concorso in questa prima edizione si è rivolto alle ragazze e ai ragazzi delle scuole superiori; la qualità dei racconti giunti alla selezione, di tutti i racconti, non solo di quelli dei vincitori, ha premiato questa scelta, confermando ancora una volta le grandissime potenzialità di queste scrittrici e di questi scrittori in erba.

Tutto ciò, per rispondere ad uno dei tanti perché riportati in apertura di pezzo, la scrittura ancora oggi è un ottimo veicolo per trasmettere e comunicare sentimenti, emozioni, inventare e raccontare storie coinvolgenti, fossero anche e soltanto il ricordo di un brandello di vissuto.

Così come ha fatto la simpaticissima e applauditissima signora Carmela Crovetti, ragazzina ultra novantenne che ha messo sulla carta – letteralmente, a mano, con la penna su un quaderno – alcuni dei ricordi della sua vita e che l’associazione ha deciso di premiare con una targa e la pubblicazione all’interno dell’antologia che raccoglie i racconti del premio.

Questi, per tornare alla cronaca, hanno visto tra i vincitori i seguenti testi:

<< Invidia >>, di Federico Manis, premio speciale del direttivo;

<<Quando arrivi al capolinea >> di Sonia Martinelli, terzo classificato;

<< Francesco>>, di Matteo Cappai, secondo classificato;

<< Stelle che non sono le stesse>>, di Sara Saragat, primo classificato.

Quest’ultimo racconto ha dato il titolo all’antologia che l’associazione ha messo in vendita, com’è stato spiegato, all’esclusivo scopo di finanziare le prossime iniziative di “Liberi di Volare”.

Tra queste, come ha ricordato il presidente Marco Cocco, l’imminente Corso di Scrittura Creativa, che partirà mercoledì sera 25 ottobre presso i locali della Biblioteca Nicolò Canelles e la prossima edizione del “Vera Caproni”, che avrà un respiro più ampio rivolgendosi a tutta la Sardegna, sarà aperto a tutti e riguarderà racconti inediti.

Da annotare la presenza dell’assessore alla cultura e al turismo del Comune di Iglesias Simone Franceschi, sostenitore dell’Associazione sin dalla prima ora e del sindaco Emilio Gariazzo che ha espresso la sua ammirazione per le attività di “Liberi di Volare” e un personale ricordo di Vera Caproni, porgendo il suo saluto ai parenti presenti in sala.

Per maggiori informazioni sulle attività di “Liberi di Volare” è possibile consultare la pagina Facebook dell’associazione o mettersi in contatto con uno qualsiasi dei componenti il direttivo.

Davide De Vita

 

 

La Catalogna, la Storia e i perché di quest’ultima.

Puigdemont annuncia l'indipendenza a tappe della Catalogna

Buongiorno e chiediamoci un perché. Quello di oggi sarà contemporaneamente attuale e antico, cronaca e… Storia.

O almeno questa sarebbe la mia intenzione, a voi… L’ardua sentenza.

Bene: perché la Storia è spesso considerata indigesta (per usare un eufemismo) e quasi inutile da tante persone, in particolar modo studentesse e studenti?

Perché, suppongo, gliela si fa odiare, come l’hanno fatta odiare a me (che ora, invece,  da decenni la amo) a suo tempo.

Solita doverosa premessa: ci sono tantissimi insegnanti di entrambi i sessi che invece la insegnano con passione, dedizione, impegno; a loro va tutta la mia riconoscenza, ammirazione, stima; questo anche perché lo fanno nonostante i mille mila problemi della scuola italiana.

Conclusa la premessa, ne aggiungo subito un’altra: non sono un insegnante anche se mi sarebbe tanto piaciuto esserlo; parlo di Storia e racconto storie per puro diletto e senza alcuna pretesa: lo faccio perché mi piace.

Non so se andrò avanti con questa nuova idea, ma intanto comincio, poi si vedrà.

L’idea sarebbe quella di affrontarla, la Storia, a modo mio e, se possibile, con un pizzico di ironia.

Cominciamo perciò dal principio, quindi…

Da un titolo di giornale di oggi.

Sì, avete capito benissimo: per parlare di ieri, dell’altro ieri, di diecimila anni fa, credo sia non solo utile ma necessario – quando non indispensabile – partire da ciò che ci accade intorno adesso, nel nostro mondo.

I titoli dei giornali, la tv, la rete, riportano tutti la notizia del discorso di Puigdemont, presidente della Catalogna, sull’indipendenza della stessa, congelata per favorire il dialogo.

Bene, fermiamoci qui, perché questa è ancora cronaca, anche se fra un istante – se già non lo è – sarà Storia.

Ci serve, ci servirà sempre, un altro strumento, per capire la Storia: un planisfero del mondo, una mappa geo-politica del pianeta.

Di tutto il pianeta.

Perché (giusto per inserirne un altro ancora), il pianeta è sferico, non presenta un punto più importante di un altro (già questa dovrebbe essere una lezione che invece, purtroppo, non abbiamo ancora imparato) mentre le vicende umane accadono – sono accadute e accadranno – ovunque su quella superficie, quando non sotto o sopra.

Speriamo tutti che non accada nulla di grave – il rischio è altissimo – in Catalogna e in Spagna, ma di cosa si parla, in definitiva?

(lascio ad analisti ed esperti, infinitamente più preparati di me, l’esame delle motivazioni politiche ed economiche della vicenda)

Di confini, né più né meno.  

Li abbiamo inventati noi, da millenni, i confini: tant’è vero che, come scrivevo sia poche righe fa, sia tante altre volte su queste pagine, dallo spazio non si vedono, non se ne scorge uno.

La tradizione, che arriva prima della Storia, ci ricorda per esempio quello tracciato da Romolo per definire il perimetro di Roma; ci racconta anche che – giusto per essere sicuro – subito dopo ammazzò il fratello, Remo, ma aveva un precedente, Caino, forse ancora più famoso.

Oggi sappiamo che le cose non andarono letteralmente così, ma tanto tanto tempo fa qualcuno quei confini li tracciò davvero, sulle sponde del Tevere, così come accadde in tantissime altre parti del mondo.

Ci siamo evoluti?

Forse.

Perché, stringi stringi, stiamo ancora al “questo è mio, quindi non è tuo, se lo tocchi ti ammazzo”.

Non ci credete?

Che mi dite di Donald Trump e di Kim Jong Un?

Siria? Libia? Afhganistan? Yemen? Israele? Palestina?

Okay?

La Storia, dunque.

Cos’è e perché è così importante conoscerla e studiarla?

Cos’è.

Recita il dizionario Google:

indagine o ricerca critica relativa a una ricostruzione ordinata di eventi umani reciprocamente collegati secondo una linea unitaria di sviluppo (che trascende la mera successione cronologica propria per es. della cronaca).

Mamma Wikipedia riporta invece quanto segue:

La storia (dal greco antico ἱστορία, historìa, “ispezione [visiva]”) è la disciplina che si occupa dello studio del passato tramite l’uso di fonti, cioè di documenti, testimonianze e racconti che possano trasmettere il sapere. Più precisamente, la storia è la ricerca sui fatti del passato e il tentativo di una narrazione continua e sistematica degli stessi fatti, in quanto considerati di importanza per la specie umana.

Perché è così importante il suo studio?

Qui riporto il testo integrale di un post di masteruniversity.org/blog, in quanto rispecchia fedelmente il mio pensiero.

La storia non è tra le materie più amate dagli studenti. Ricordarsi tutte quelle date, quella successioni di eventi e cause è per molti ragazzi un incubo. Eppure, esiste più di un motivo per cui studiare la storia è non solo utile ma anche essenziale. Forse non per trovare lavoro – (non è detto, N.d.A.) – ma per imparare a stare al mondo sì.

Storia magistra vitae” (storia maestra di vita) recita un detto. È proprio così. Ecco perché.

Aiuta a comprendere il presente.

A meno che non vogliate vivere da eremiti, è bene che ogni persona impari a comprendere ciò che accade intorno a sé, sia dal punto di vista economico sia politico e sociale. Solo una conoscenza della storia può aiutare a capire il senso di ciò che ci circonda. Questo per un motivo molto banale: è una raccolta estremamente vasta di precedenti. La maggior parte di ciò che vediamo oggi è riconducibile a qualcosa che è accaduto dieci, cento o mille anni fa. E dal momento che qualsiasi evento ha presentato delle conseguenze, e queste sono state analizzati dai contemporanei e dai posteri, studiare la storia offre strumenti di inestimabile valore per la comprensione del presente.

Aiuta a capire chi siamo.

L’identità di ognuno di noi dipende dal contesto culturale nel quale è cresciuto. Capire il contesto nel quale ci si è formati vuol dire capire sé stessi. Ebbene, questo contesto è frutto di un percorso storico, di avvenimenti che si sono susseguiti e di conseguenze che si sono intrecciate tra di loro. Solo studiando la storia si comprende il contesto, e se solo studiando il contesto si prende consapevolezza della propria identità.

Aiuta a costruire il futuro.

A qualsiasi livello, ma soprattutto a livello politico, lo studio della storia rappresenta una risorsa fondamentale. E non solo perché contribuisce alla comprensione del presente (vedi il punto 1) ma perché offre la risposta alla domanda: “quali conseguenze porterà questa o quella azione?”.

Tutto ciò che si pensa di poter fare per costruire il futuro è, in un certo senso, stato già provato in diecimila anni di storia dell’uomo. Sì, occorre un certo lavoro di adattamento e interpretazione, ma la base per rispondere c’è e la dà solo lo studio della storia.

La vita dell’umanità è una serie di corsi e ricorsi storici. Lo è perché l’animo umano è sempre lo stesso, e quindi si tendono a ripetere gli stessi errori. Probabilmente, perché i governanti di ieri e di oggi tengono in scarsa considerazione l’importanza dello studio della storia – o fanno fatica a recepirne gli insegnamenti.

È divertente.

Meglio di un romanzo. Al netto delle date, la storia è il teatro in cui le vicende dell’uomo si sono sviluppate attraverso la forza degli ideali (spesso negativi) e delle passioni. Ma, soprattutto, attraverso il caso.

È imprevedibile.

Ovviamente dipende da come la si racconta, ma è innegabile che il migliore autore di romanzi della storia sia….

La Storia.

Con la speranza di non avervi annoiato troppo, arrivederci al prossimo…

Capitolo.

Davide De Vita

Fonti:

http://www.repubblica.it/esteri/2017/10/10/news/catalogna_puigdemont_pronuncia_il_suo_discorso_sul_futuro_della_catalogna-177896918/

https://it.wikipedia.org/wiki/Storia

https://www.masteruniversity.org/blog/storia/cosa-serve-studiare-storia/345

Abdul è nato qui (sullo Ius Soli).

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Buon pomeriggio e chiediamoci un perché. Perché, per esempio, abbiamo ancora così tanta paura dello straniero?

Attenzione, non uso di proposito il termine diverso, che aprirebbe orizzonti anche più ampi, ma proprio e solo straniero.

Magari perché quello che percepiamo come tale, di fatto, non lo è più?

In questi giorni si parla tantissimo di Ius Soli, temperato o meno neanche fosse il clima per cui prima di tutto, senza fingermi l’esperto che non sono, ho cercato di capire di cosa si tratta.

Partiamo dalle parole pure e semplici che, come diceva quello, le parole sono importanti.

Traduzione letterale: Ius Soli significa letteralmente “diritto del suolo”.

Questa espressione è legata al mondo giuridico ed equivale all’acquisizione della cittadinanza di un Paese come conseguenza dell’essere nati su quel territorio a prescindere dalla cittadinanza dei genitori.

Si comprende da subito che è diverso dal “diritto del sangue”, il cosiddetto Ius Sanguinis che è la trasmissione della cittadinanza dei genitori al bambino.

Traduzione “parla come mangi”: nasci in Italia, sei italiano. Punto.

Con lo Ius Sanguinis: i tuoi genitori sono di Timbuctù, quando nasci sei timbuctese o come caspita si dirà (sarebbero comunque maliani o malesi – da non confondere con quelli provenienti dalla Malesia – in quanto originari del Mali, Africa Occidentale, regioni meridionali del Sahara).

Il problema è che la legge vigente in Italia oggi è proprio quest’ultima: introdotta nel 1992, prevede un’unica modalità di acquisizione: un bambino è italiano se almeno uno dei genitori è italiano.

Un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito sul territorio italiano, può chiedere la cittadinanza

solo dopo aver compiuto diciotto anni e se fino a quel momento ha risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”.

Questa legge è da tempo considerata carente: esclude per diversi anni dalla cittadinanza e dai suoi benefici decine di migliaia di bambini nati e cresciuti in Italia, e lega la loro condizione a quella dei genitori (il cui permesso di soggiorno nel frattempo può scadere) e costringere tutta la famiglia a lasciare il paese.

Si parla in questi giorni, con persone di ogni tipo e molti politici che hanno protestato con un digiuno “a staffetta” a favore dell’immediato esame della legge in Senato,  di Ius Soli puro, temperato e Ius Culturae (diritto legato all’istruzione).

Tutti tendono all’ottenimento della cittadinanza italiana prima del compimento dei diciotto anni.

Ius soli puro.

L’abbiamo visto poche righe fa; prevede, lo ripeto, che chi nasce nel territorio di un certo stato ottenga automaticamente la cittadinanza; questo accade per esempio negli Stati Uniti d’America, mentre non è previsto in nessuno stato dell’Unione Europea.

Ius soli temperato.

Questo, bloccato prima della discussione in Senato per l’eventuale approvazione o bocciatura (PD: << non ci sono le condizioni, sarebbe condannarlo a morte sicura >>) prevede quanto segue:

un bambino nato in Italia diventa automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve aderire ad altri tre parametri:

– avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale;
– disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge;
– superare un test di conoscenza della lingua italiana.

Ius Culturae

L’altra strada, la terza via, per ottenere la cittadinanza potrebbe essere quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano. Potrebbero chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

Ora, che cosa capisce Abdul (nome di fantasia), di diciassette anni, arrivato in Italia da Chissàdoveland quando ne aveva tre, che per un mucchio di stagioni ha accompagnato il padre – ora vecchio e stanco – coi borsoni sulle spiagge, proponendo la propria mercanzia a noi distratti ed opulenti (beh, si fa per dire, lo so che tutti abbiamo problemi, mai negato e/o ignorato, sia chiaro) italiani ovunque e comunque?

Poco, per non dire niente.

A dirla tutta, anzi, anche noi, a meno che non ci siamo interessati direttamente sacrificando un po’ del nostro preziosissimo tempo per informarci di più e meglio, ne abbiamo capito poco, per non dire nulla, per primo il sottoscritto, almeno fino ad oggi.

Però Abdul lo conosco, da quand’era bambino. Non solo è stato qui, ma vive qui da più di un decennio, insieme alla sua famiglia, va a scuola qui, parla italiano, addirittura ha l’accento di qui.

Come i tanti Abdul di Roma, Palermo, Cagliari, Bergamo e via di questo passo.

Non nego che tra loro – come ho scritto e riscritto più volte – esistano bestie, da trattare come tali, ma le abbiamo, purtroppo, anche noi.

La crudeltà umana non conosce confini, etnia, religione, cultura, ceto sociale: una parte di essa è malvagia.

D’altra parte però è sempre valido il detto che fa sempre più rumore un albero abbattuto o bruciato di un’intera foresta che cresce.

Comunque la pensiamo o la pensiate, non solo il futuro, ma già il presente sono e saranno multietnici, multiculturali ed inter- religiosi, nessuno può e potrà farci niente.

Nel frattempo Abdul crescerà, in un modo o nell’altro otterrà la cittadinanza italiana e, ragazzi, voterà, ricordando tante cose. 

Possiamo quindi, tutti, coltivare le strade della reciproca conoscenza e del rispetto reciproco, intendendo in questo anche il rispetto delle regole e quindi delle leggi in vigore.

Se poi, come nel caso in questione, si avverte che la legge attualmente in vigore è sbagliata, sarà compito di tutti impegnarci nel cambiamento; altrimenti, come fin troppe volte, altri penseranno per noi, decideranno per noi, costruiranno un futuro che non ci piacerà, ma sarà stata colpa nostra e della nostra ignavia (che vuol dire mancanza di volontà e forza morale…).

Tutto ciò perché quanto sta accadendo ormai da un decennio e non accenna a finire, è davvero come hanno scritto in tantissimi un fenomeno epocale, composto da numeri enormi che dalle aree martoriate del pianeta migra verso luoghi in cui si suppone si possa vivere (o sopravvivere) meglio.

Forse, le immense masse di troppo poveri si sono rese conto della propria condizione, marciando pacificamente (la maggior parte) verso nuovi territori, come sempre in cerca di cibo, acqua, lavoro, migliori condizioni.

Non ho mai creduto ai corsi e ricorsi storici, ma fenomeni simili nella Storia dell’Uomo sono già accaduti più volte e accadranno ancora.

Starà a noi, a ciascuno di noi, utilizzare l’intelligenza perché tutto questo non diventi un’immane catastrofe.

Altrimenti – Dio non voglia, ma soprattutto le nostre coscienze, in quanto non credo che Dio, Allah, chi volete, desideri questo – facciamo prima a comprarci un AK – 47 e le relative munizioni; come abbiamo visto negli Stati Uniti è piuttosto facile, magari nello Stato del Nevada…

Sperare è sempre meglio che sparare.

Davide De Vita

P.S.: non ho fatto il digiuno, ma sono a favore dello Ius Soli puro.

2° P.S.: vista dallo spazio, quindi da una prospettiva molto più ampia, la Terra non mostra neanche un confine.