Numeri e nomi.

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Come va?

Come state?

Dove avete la mascherina, indosso, al collo, appesa ad un braccio, in tasca?

Avete paura?

No?

Neanche un po?

Io sì, moderatamente, ma ce l’ho.

Perché – così arriviamo al dunque – dieci, quindici, forse ventimila anni di cosiddetta “evoluzione” non ci hanno ancora insegnato a vincere la paura dell’ignoto.

Sfidarlo sì, con grande e grave incoscienza, averne un ragionevole timore no, ovviamente non da parte di tutti.

Di troppi sì però.

Sì, parlo del CoVid 19, ma anche di ciò che a mio avviso rappresenta: l’ignoto, ciò che non conosciamo e quindi ci terrorizza o almeno dovrebbe, sempre in misura ragionevole.

Siamo ancora quegli uomini primitivi che temono ciò che c’è oltre la grotta in cui vivono.

Questa volta è un virus invisibile e al momento invincibile che non conosce confini e ci ha ricordato, ci sta ricordando la nostra piccolezza, la nostra meschinità, le nostre miserie.

Non a tutti, non per tutti, non con tutti.

Forse per la prima volta nella Storia il problema ha un aspetto globale: questo ha fatto sì che l’assenza di un governo planetario (e non sto lisciando il pelo a chi vorrebbe il fantomatico “Nuovo Ordine Mondiale”, si badi bene) o quanto meno di una ONU efficiente per non dire della stessa OMS “brillassero” per la manifesta incapacità di affrontarlo con mezzi appropriati e a tempo debito.

Certo, del senno di poi…

Fatto sta che non siamo invulnerabili né immortali.

Fatto sta che in tanti, non tutti ma troppi, ce ne dimentichiamo spesso e volentieri.

Fatto sta che, per quanto la “Greta” di turno urli e strepiti, non abbiamo una “coscienza” globale.

Di nuovo non tutti ma troppi non pensiamo che al nostro piccolo orticello, qualunque cosa di estremamente vicino a noi esso rappresenti.

Certo, prima o poi arriverà un vaccino, prima o poi sarà distribuito, mi auguro gratuitamente anche se ho molti dubbi anche su questo, ma subito dopo ricominceremo a correre insensatamente verso chissà dove, senza aver imparato assolutamente niente da quest’ennesima lezione.

Lo stiamo già vedendo: ripeto all’infinito, non tutti ma in troppi siamo refrattari alle regole, anche alle più elementari, cadendo dal pero quando proprio per questo siamo costretti a pagarne le conseguenze.

Così stiamo già dimenticando quelle liste tristissime, di numeri e nomi.

Buona giornata.

Davide De Vita

Io, artigiano della penna nella Sardegna (forse) Covid Free.

scrittore immagine per 26 maggio 2020

Buona sera e chiediamoci un perché.

Come state?

Oggi ha un significato più profondo questa domanda, eh?

Spero bene in ogni senso, perché dovreste e dovremmo soltanto essere grati, voi ed io.

Voi, perché se state leggendo queste righe, possedete un computer o uno smartphone e un abbonamento o una ricaricabile attivi.

Io perché queste righe le ho potute scrivere.

Oltre a tanto altro che molti magari sognano soltanto.

Ci sarebbero da fare migliaia di riflessioni su queste ultime considerazioni, ma eviterò.

Allora, questo «perché»?

Forse sarebbe più corretto un «perché no?» in quanto questo è uno di quei post riflessivi, intimisti come direbbe qualcuno colto.

Insomma, scrivo perché da tempo non scrivevo sul blog e dedicavo – lo dedico tuttora – moltissimo del mio poco tempo libero al nuovo romanzo; è quasi un’ossessione ormai, però ci son dentro da un anno e mezzo e continuo a togliere, “sgrezzare”, rendere più fluido, gradevole, avvincente.

Beh, spero lo sia o lo diventi una volta presa la forma definitiva.

Perché lo sto facendo?

Domanda sbagliata; quella giusta è: per chi.

Per voi, per ciascuno di voi, lettrici o lettori, passati, presenti, si spera futuri.

Ho imparato che una delle domande giuste da porsi prima di mettersi a scrivere è la seguente: a me LETTORE, cosa piacerebbe leggere?

Accompagnata da: chi è il pubblico al quale mi rivolgo? 

Ce l’ho, un pubblico?

Così in questi mesi di quarantena ho studiato, oltre che scritto.

Certo, ho anche fatto il pane in casa, postato la foto su Facebook, fatto la pizza, non ho cantato o suonato dal balcone, se non un secchio per imitare il suono del tamburo della processione del Venerdì Santo, ho penato per trovare le mascherine, insieme a Rita, ma siamo stati tra i fortunati che hanno potuto continuare a lavorare, non senza difficoltà che ovviamente si sono manifestate tutte insieme nei momenti peggiori e più drammatici della pandemia.

Lo so, ognuno potrebbe raccontarne “di ogni”, ma questa è parte della mia piccola storia.

A proposito di storie da raccontare…

Ho seguito – e continuo a seguire – non uno ma due corsi di scrittura creativa, progettazione di romanzi, narratologia.

(Una disciplina poco conosciuta che studia come strutturare le varie parti di un romanzo, fino al minimo dettaglio, ma anche molti altri aspetti soprattutto tecnici)

Comprendendo che ho ancora moltissimo da imparare, se voglio sedurvi.

Sì, perché è di questo che si tratta, né più né meno: devo metterci tutto l’impegno possibile perché tu lettore o tu lettrice ti chieda alla fine di ogni pagina:

«E adesso cosa succederà?»

Per renderlo possibile sappi, Santa Lettrice e Santo Lettore, che ci vogliono – ogni giorno-  ore e ore di studio, documentazione, rilettura, correzione, revisione, scelta di ogni singola parola, confronto, rimescolamento, tecnica, scelta del ritmo e dello stile (a proposito, lo stile di uno scrittore non rimane mai lo stesso, non solo si evolve nel tempo ma si adatta alla storia che scrive, giusto per chiarire un altro dubbio emerso tempo fa…)insomma sacrificio, che però tu dovrai solo intuire, perché voglio che la storia che creo ti immerga e ti piaccia, insomma ti conquisti e ti… Seduca.

Non io, bada bene, io autore devo SPARIRE

La mia storia deve conquistare il tuo cuore e la tua mente

Se leggendola poi ti dimenticherai completamente di me, avrò raggiunto il mio scopo, perché saranno stati i miei personaggi a fare tutto il lavoro e spero tanto siano diventati anche, se non soprattutto, tuoi.

Per concludere, non penso a me stesso come “scrittore”, non vivo di quello anche se ovviamente mi piacerebbe tanto, ma – l’ho affermato più volte – come ad un artigiano della penna, o della tastiera, o delle parole.

Questo mi sento, questo sono.

Il post doveva andare a parare da un’altra parte, ma alla fine si è scritto da solo e forse è meglio così.

Perché l’ho scritto?

Perché no?

Davide De Vita

 

 

Iglesias, Venerdì Santo 2020: il suono delle matracche.

foto Cucca

(foto di Angelo Cucca; per gentile concessione dell’autore)

Buongiorno, buona Pasqua e chiediamoci un perché.

Perché venerdì 10 aprile 2020, ad Iglesias, sarà ricordato per sempre?

Certo, perché a causa del CoVid 19 e delle conseguenti restrizioni imposte dal governo la sentitissima, secolare processione del Venerdì Santo non c’è stata.

Sicuri?

Secondo chi scrive – e secondo moltissimi iglesienti – c’è stata lo stesso.

Perché nonostante le strade deserte, dai balconi è arrivato il suono delle matracche, specialmente in sa Costera ma anche in tutto il centro storico, insieme al suono ritmato di tamburi, alcuni improvvisati, che idealmente accompagnavano il tradizionale percorso della Processione.

Su tutti, a dare il tempo, quello suonato dal campanile della cattedrale.

C’erano bambini vestiti da “baballotti” sui balconi, c’era la magia di una città che si è voluta ritrovare intorno alle proprie radici sia sacre e religiose sia storiche, in un momento di condivisione toccante.

Iglesias è sì miniere, chiese, mare, montagne, storia, tradizioni, ma è anche e soprattutto composta dai suoi abitanti che quando vogliono sanno essere straordinari.

Lo testimonia la splendida foto di Angelo Cucca riportata in apertura e che l’autore mi ha gentilmente concesso di utilizzare, così come Davide Contu, bravissimo batterista non nuovo a proposte inconsuete della sua arte, mi ha permesso di citarlo: c’era lui sotto il cappuccio, sul campanile, a suonare il tamburo.

Diciamo di più e meglio: sempre citando una sua frase, non c’era lui o solo lui, ma tutta una comunità.

Partiamo dal principio: l’idea è nata da Stefano Ardau e Angelo Pani e ha trovato il favore dell’ Arciconfraternita della Vergine della Pietà del Santo Monte, perché la città “vivesse” lo stesso quell’atmosfera tanto cara, così sentita e tramandata nei secoli.

«Sì, l’idea è mia e di Angelo, ci è venuta qualche settimana fa

mi conferma Stefano al quale ho chiesto via Messenger

«L’intenzione era quella di tenere vivo il legame con il rito che ci rappresenta, ci unisce tutti. Perciò cosa meglio delle “matracche” e del loro suono? Così è nata la pagina, che ha subito ottenuto numerosissime adesioni e condivisioni. A queste si sono aggiunte decine di foto e testimonianze che hanno arricchito le pagine. Un grazie va senza dubbio all’ Arciconfraternita che ha subito accolto con entusiasmo l’iniziativa, al Comune in particolare nella persona di Claudia Sanna che ci ha appoggiato in tutto ma soprattutto ai cittadini: per merito loro il suono delle matracche, venerdì, è diventato la voce di Iglesias.»

L’augurio è che tutto ciò rimanga presto solo un ricordo incancellabile, per tornare quanto prima a quella “normalità” e serenità che purtroppo davamo per scontate.

L’autore ringrazia per la loro gentile disponibilità ed il permesso di citare nomi ed opere Stefano Ardau, Angelo Pani, Davide Contu, Angelo Cucca.

Rivolge inoltre un rispettoso e grato saluto all’ Arciconfraternita, consapevole che i riti della Settimana Santa sono solo una parte delle secolari opere di carità da essa compiute e con la speranza e l’augurio che l’anno prossimo si torni alla splendida tradizione nota in tutto il mondo.

Ringrazia inoltre tutta l’amministrazione comunale e la minoranza, che sa uniti per il bene della città.

Ringrazia ancora, soprattutto, gli iglesienti.

Tutti.

Buona Pasqua.

Davide De Vita

Manca il pane nel mio villaggio

mani che offrono pane

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Perché “manca il pane” nel nostro villaggio?

Perché questa pandemia sta paralizzando il mondo, in troppi non possono lavorare e quindi non hanno soldi per comprarlo.

Qui è anche peggio, perché la crisi economica c’era già, pesantissima, anche prima di quel coso lì, si quello sferico con le punte.

Si badi bene che chi scrive non è nessuno, sta solo mettendo per iscritto considerazioni e riflessioni che si agitano da giorni nella sua mente e se permettete nel suo cuore.

Quindi che si fa?

Si fa come si fa nei villaggi.

Ho spesso paragonato Iglesias ad un villaggio, ma in questo caso il paragone è in senso positivo: so per certo di molti gesti di solidarietà autentica già compiuti e che si continuano a compiere.

Dovremmo continuare su questa strada, ognuno per quanto può, come può.

Se possiamo permetterci una “spesa” pensiamo di lasciare una o una parte “sospesa” come si usa dire, per chi non ce la fa.

Lasciamola al nostro piccolo market di fiducia, o al Mercato Civico come è stato suggerito, oppure alle varie istituzioni, associazioni, enti, organizzazioni già presenti e operative da tempo in città o alla nostra parrocchia, sempre se e quando possibile e rispettando le regole.

In molti si stanno organizzando per il ritiro e la distribuzione a domicilio.

Credo che questa catastrofe ci stia offrendo l’opportunità di rivalutare cosa significhi vivere in una comunità tutto sommato non troppo grande – per questo “villaggio” ma, ripeto, nel senso migliore del termine – dove alla fine ci si conosce tutti o quasi.

Davvero qui e ora ci giochiamo la nostra dignità di esseri umani: proprio perché siamo “altro” da chi, oltre Atlantico, ha già le armi pronte – parlo proprio di fucili e pistole – da usare contro chiunque non gli vada a genio.

Ci sarà tempo per riprendere le schermaglie politiche, più che lecite in quanto diversità e dialogo anche serrato sono ricchezza.

Ora è tempo di guardare se e quanto chi vive ad un passo da noi ha bisogno e fare ciò che possiamo per dare una mano.

Così come è tempo di favorire in ogni modo medici e personale sanitario, anche facendo un passo indietro quando in una fila qualsiasi c’è qualcuno di loro.

Come in molti stanno ripetendo, non sono eroi, ma persone che tentano in mezzo a mille difficoltà di fare al meglio il loro lavoro.

Se ne abbiamo la possibilità, seguiamo il loro esempio e anche noi cerchiamo di fare al meglio il nostro: ora più che mai ne va del bene di tutti.

Come in un villaggio.

Stiamo a casa quanto è possibile, usciamo solo se assolutamente necessario, teniamo duro.

Auguri a tutti da un nessuno che ogni tanto prova a buttar giù due righe ma che oggi più che mai preferisce sperare piuttosto che sparare.

Davide De Vita

Disse il passero alla cinciallegra…

cinciallegra

Buonasera a tutti e chiediamoci un perché.

Tutte le mattine, presto, sia che mi trovi a casa sia nel luogo dove lavoro come badante, il cinguettio degli uccellini mi sveglia prima o insieme al sorgere del sole.

Questo mi ha fatto venire in mente una specie di fiaba, per cui mi son detto: perché non scriverla?

Chiedo perdono a tutti gli esperti di animali: non conosco i comportamenti precisi delle varie specie, per cui prendete la mia come un’ampia licenza poetica.

Ecco la fiaba, ammesso si possa definirla tale.

Disse il passero alla cinciallegra…

«Il sole è sorto, è una bella giornata, comincia la nuova stagione, senti che aria pulita!» disse il passero alla cinciallegra

«Sì ma… Dove sono gli umani?»

«Si dice che una Grande Ombra ne stia portando via tanti, moltissimi si ammalano, altri per il terrore restano barricati nelle loro tane.»

***

«Oggi è una buona giornata per la caccia, muoviti, il sole è già alto; la foresta non è mai stata così pulita, avremo un grande bottino.» disse il lupo al suo cucciolo più promettente

«Sì ma, dove sono gli umani? Non ci spareranno come sempre?»

«No, figlio mio, oggi no, neppure domani.»

***

«Mai visto il mare così pulito! Forse troveremo meno dannata plastica e magari meno reti…» disse il tonno al sarago

«Sì ma… Dove sono gli umani?»

«Oggi non verranno. Resteranno a riva e anche più indietro.»

***

«Guarda laggiù, tra le loro case, nessun carro puzzolente e rumoroso, nessuno di loro lungo quegli strani sentieri, tranne pochi impauriti.» disse il muflone alla sua compagna, dall’alto di una rupe che domina una delle città degli uomini.

«Non verranno quassù ad imbrattare tutto, come sempre?»

«No, oggi no. Nemmeno domani.»

«Si sa il perché?»

«La voce del vento parla di una Grande Ombra che li fa ammalare, ne uccide tanti; hanno paura.»

«Non possono chiedere aiuto al Cielo, ai loro dei?»

«Qualcuno lo fa, ma sono pochi quelli che lo fanno con convinzione. Gli altri, quasi tutti, hanno dimenticato il Cielo e gli dei, o il Creatore di Tutte le Cose.»

«Allora in cosa credono?»

«Nel “di più” e nel “denaro”.»

«Non sono cose che si possono mangiare.»

«Sì, tra gli uomini in passato ci sono stati dei saggi che hanno provato a spiegarlo; ce ne sono stati che hanno parlato d’amore, di pace, di compassione. Ne hanno dato testimonianza con la propria vita.»

«Ah beh, allora li avranno ascoltati.»

«Li hanno uccisi. Tutti. Agli uomini la verità non piace. Agli uomini piace ammazzarsi tra loro. Sono ingegnosi nel costruire armi ogni volta più terribili.»

«Perché?»

«Sono uomini.»

«Torneranno?»

«Quando la Grande Ombra sarà scomparsa torneranno. Tornano sempre. E non imparano mai.»

© Davide De Vita, Iglesias, 22 marzo 2020

Un severissimo insegnante

 

dottoressa che culla l Italia

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Come tanti, come tutti, ho ancora in mente l’ormai abituale bollettino della Protezione Civile, Borrelli e Brusaferro – diventati insieme al Presidente del Consiglio Conte i volti più noti d’Italia – le loro implacabili cifre ufficiali.

Mi sono rattristato, ieri sera, davanti all’assessore al Welfare per la Lombardia Gallera, anche lui ormai notissimo, che mostra le mascherine arrivate al posto di quelle richieste definendole con enorme amarezza “carta igienica”.

Nel sottopancia passa la scritta: non ci sono più abbastanza ambulanze in Lombardia e con i posti di terapia intensiva siamo prossimi al punto di non ritorno.

Ho degli amici in Lombardia e nel Veneto: il mio pensiero corre molto spesso a loro, perché qui, rispetto al dramma di quelle due regioni, possiamo dirci ancora enormemente fortunati.

La fortuna però davvero non basta: serve STARE A CASA, non finiamo di sentirlo, ripeterlo, scriverlo.

Un’altra delle fortune che personalmente ritengo mi siano capitate è che qui, ad Iglesias, alla mia età e in questo periodo (anche prima del virus) ho ancora un lavoro e posso svolgerlo, adesso con tutte le precauzioni e cautele del caso.

Esco perciò per andare al lavoro, col debito modulo compilato, per poi tornare a casa a fine turno il giorno dopo, stop.

Oggi, per non farlo fare a Rita, sono uscito anche per la spesa alimentare, sempre con debita autocertificazione: chi ha già provato quest’esperienza surreale sa cosa intendo.

Esaurite tutte queste premesse, uno dei perché che mi chiedo è il seguente: che insana, folle gioia ci provano le persone che continuano a fregarsene di tutto, come se niente fosse e senza alcun valido e importante motivo se ne vanno in giro, addirittura al mare e, non bastasse, si filmano pure e mettono in rete il proprio video?

Ce n’è uno che gira, l’avrete visto tutti, con due “signore” che si fanno tranquillamente il bagno col salvagente e indossando la mascherina (chissà dove l’hanno trovata e quanto l’hanno pagata…) che a quel punto non solo è inutile ma addirittura ridicola.

In una lettera aperta pubblicata da uno dei quotidiani locali, una signora, lei sì senza virgolette, con una felice terminologia le definisce “contesse miseria”.

Proseguendo la lettura si capisce che la signora, quella vera e senza virgolette, si sta trattenendo parecchio e la capisco benissimo.

Preciso che le “contesse” non sono nostre conterranee e non hanno assolutamente l’aspetto di chi è tornato qui dai parenti ma quello di chi, da vile fin nel più profondo dell’anima, semplicemente è scappato.

Non so se il video sia ancora presente in rete, ma si capisce anche da ciò che dicono.

Riporto questo che è uno dei simboli negativi di questo periodo in merito al comportamento delle persone, ma – per fortuna – sono molti di più gli esempi positivi e carichi prima di responsabilità e di conseguenza di speranza.

Provo a fare una carrellata e dei paralleli, le persone “studiate” direbbero in modo sinottico ma … Non credo di avere abbastanza titoli per usare questo termine! 😊

Non credo di essere il solo ad aver fatto queste considerazioni, perché siamo tutti in casa e il tempo a nostra disposizione, che prima pareva non avessimo mai, è ora tanto e sembra non passare mai.

Le pubblicità televisive.

Sono diventate grottesche, vedere gruppi di persone allegre intorno ad un cane parlante, oppure che passeggiano in città piene di gente indaffarata sembrano provenire da un mondo alieno, che al momento non ci appartiene più, ma che ora più che mai è l’obiettivo al quale tendere.

La riscoperta delle persone e del calore umano.

Essere costretti in casa ci ha fatto giocoforza riscoprire le persone che più amiamo e con le quali – finalmente? – parliamo senza l’ausilio dei dispositivi diventati ormai nostre protesi apparentemente irrinunciabili.

Il tempo che c’era e credevamo non avessimo più.

Da un giorno all’altro, da un momento all’altro, il tempo è diventato tantissimo, con l’insorgere del problema di come occuparlo; la tecnologia in questo aiuta molto, perché quegli stessi dispositivi usati per ciò che sono in sostanza, mezzi di comunicazione, più che mai adesso aiutano a tenerci in contatto e farci sentire meno soli; c’è addirittura chi, così mi hanno scritto, sostiene che il telefono cellulare possa essere usato anche per… Telefonare! Incredibile!

Chi ha la fortuna e il dono di saper suonare uno strumento lo fa e magari posta in rete la propria perfomance, oppure lo fa dal balcone di casa propria; altri riscoprono il piacere della lettura e si accorgono che quegli strani oggetti ricoperti di polvere chiamati “libri” non sono poi così male; ci si sbizzarrisce ad inventare le cose più strane e possibilmente divertenti, si aiutano i bambini a disegnare e colorare milioni di arcobaleni carichi di speranza, si spera e si continua a combattere, insieme.

La riduzione dei consumi e dell’inquinamento.

L’hanno già scritto e lo stiamo scrivendo in molti, ma la Terra vista dallo spazio dopo alcuni mesi di CoVid 19 – lei sì, Madre Terra – ha un aspetto più sano. Sopra la Cina è diminuito del trenta per cento e presto sarà così anche sopra l’Europa.

Come se per il pianeta la vera infezione fossimo noi; non sono certo il primo a sostenerlo, ma danni nei suoi confronti ne abbiamo fatto davvero parecchi e gravissimi; in un certo senso è come se la Terra, visto che da decenni ce ne freghiamo di qualsiasi richiamo, allerta, avviso, come un severissimo insegnante ci avesse messo tutti quanti in castigo per prendere drastici provvedimenti; vi ospito, vi tollero – pare dire – e avete ricambiato con ogni sorta di nefandezza, illudendovi di poter fare ciò che più vi piace senza, alla fine, doverne pagare un prezzo; il prezzo, lo vediamo tutti in questi giorni e in queste ore, è invece altissimo, ma lei, Madre Terra, pare continuare a dire, per chi vuole ascoltare:

«Sono stata costretta, mi avete costretta a prendere provvedimenti drastici e immediati per rallentare la vostra folle corsa.»

Così, visto il fermo obbligato in intere nazioni di milioni di auto e altri mezzi, anche i consumi di combustibili fossili, che non sono inesauribili, tutt’altro, sono stati ridotti parecchio.

Le Messe in streaming dalle chiese vuote.

Per chi è credente, non è semplice accettare questa condizione che fino a “prima” sarebbe parsa semplicemente assurda; la nuova esigenza però così impone, per cui prima di ringraziare la tecnologia che ancora una volta lo permette, lodevole l’iniziativa di tanti sacerdoti che celebrano “in streaming” portando comunque le parole di conforto delle Scritture (e loro personali) a chiunque ancora una volta voglia ascoltare; con così tanto tempo a disposizione, forse anche qualche non credente ascolterà (se non ha già ascoltato) con maggiore attenzione, ma qui entriamo nel campo delle coscienze personali per cui chi scrive si tira rispettosamente indietro.

La riscoperta della solidarietà e dell’unità nazionale.

Non siamo in tempi di mondiali di calcio, pure sono spuntate sui balconi, accanto agli arcobaleni dei bambini,  le bandiere tricolore, mentre la canzone più cantata dalle persone normali è l’inno di Mameli; gesti e note carichi sì di retorica, ma necessari in questo momento difficilissimo, dove davvero sentirsi “fratelli d’Italia” è indispensabile, serve a darci coraggio l’un l’altro, perché nonostante la cialtroneria di pochi, a qualsiasi livello, le persone comuni nella nostra Storia quando è stato il momento di darci dentro sul serio l’hanno sempre fatto stupendo il mondo: l’esempio corrente sono le migliaia di medici, infermieri, personale medico – sanitario che continuano ad immolarsi negli ospedali e al quale ieri, non potendo fare altro, è stato rivolto un applauso comunitario sempre dalle finestre e dai balconi; ci sono poi migliaia e migliaia di piccoli gesti di solidarietà (penso a chi si è offerto di fare la spesa per persone impossibilitate ad uscire di casa, o ritirare ricette e analisi, pagare bollette e così via) quotidiana che non troveranno mai spazio sui titoloni dei giornali e quindi resteranno ignoti, ma lo si sta facendo, chi fa del bene lo fa in silenzio, ma c’è.

Conclusioni (temporanee):

Come scrivo spesso e non mi stancherò mai di ripetere, non sono esperto in nulla né mi permetto di “dar lezioni” a nessuno; scrivo ciò che penso, in base a ciò che vedo e sento; se qualcuno ha voglia di leggermi gliene sono grato, tutto qui. Ribadisco però continuo a sperare, perché possiamo uscirne e ne usciremo, il sole fuori c’è già, ma voglio smetterla presto di poterlo vedere solo dalla finestra.

Si va avanti, venceremos!

Davide De Vita

Il sole tornerà anche qui.

Iglesias per post 11 marzo il sole tornerà

Iglesias, 11 marzo 2020, terzo giorno di Red Zone nazionale.

Buon pomeriggio,  chiediamoci un perché.

Chissà quanti e quali sono, i perché da chiederci, a pensarci…

Ho iniziato a scrivere questo blog qualche anno fa con questo incipit e così proseguo anche se non ho risposte alle innumerevoli domande, agli infiniti “perché” che tutti ci poniamo in questo periodo.

Scrivo rigorosamente da un’abitazione, durante qualche minuto di pausa di lavoro.

Giro i turni,  per cui esco da casa mia intorno alle sette e trenta del mattino per essere qui a lavoro alle otto, poi smonto il giorno dopo, sempre alle otto, quindi percorro sempre lo stesso tragitto.

Da alcuni giorni è cambiato tutto: non vedo più all’andata, dalla macchina, la ragazza persa nel suo mondo e nella sua musica ascoltata dalle cuffiette andava a scuola un po’ imbronciata, pensierosa ma spedita.

Non vedo più, al ritorno, un’altra ragazzina dai capelli lunghi e ricci, sbarazzina, coi jeans strappati come si usa, parlare al cellulare immagino col proprio fidanzatino: lei era sempre sorridente, apparentemente padrona del mondo e col futuro davanti.

Solo per fare due piccoli esempi di normale vita quotidiana.

Non vedo più tante altre persone che incontravo nel mio percorso abituale e – come stiamo scrivendo in tanti – mi colpiscono il silenzio e le strade deserte.

Tutto appare innaturale, surreale, come in un sogno o in un incubo.

Provo ansia, non lo nascondo, scrivo per combatterla, ma nutro speranza.

Provo sdegno per comportamenti a dir poco irresponsabili e non aggiungo altro, tutti sappiamo, leggiamo, vediamo.

Provo grande tristezza per i bar e altri esercizi commerciali che stanno chiudendo volontariamente, senza aspettare qualche ordinanza da un qualsiasi livello, locale o centrale.

Non si navigava in buone acque prima di questa sciagura, ora siamo peggio che in ginocchio.

Pure, non voglio credere che crolleremo, non è da noi.

Per rialzarci,  però,  dobbiamo finalmente avere il coraggio di lasciare – temporaneamente, se volete – le sciocchezze, le cose inutili e concentrarci su ciò che conta davvero più di tutto: la nostra residua umanità.

Quella bella, quella che non fa rumore se non quando si sacrifica, si immola come stanno facendo migliaia di medici e infermieri in tutta Italia, con turni senza fine (al loro confronto i miei diventano ridicoli), sottopagati, derisi, insultati, picchiati fino a pochi giorni fa e ora in prima linea, in trincea.

Notizia di ieri: alcuni di loro si sono presi degli sputi in faccia da uno che “aveva perso la pazienza” e non voleva più aspettare.

Pure, medici, infermieri, operatori sanitari ci sono sempre stati, lì, solo che non ci volevamo pensare.

C’eravamo sempre “prima noi”.

Prima “io”.

Quando tornerà il sole – e tornerà – saremo chiamati tutti a ricostruire, ripartire, riprendere la strada: spero avremo imparato tanto da tutto questo, soprattutto che continuare a pensare “prima io” non solo è sbagliato, ma estremamente dannoso.

Analisti, psicologi, antropologi, storici esamineranno questo fenomeno globale senza precedenti e, come già stanno facendo alcuni di loro, ci faranno notare come questa situazione ci abbia fatto comprendere, drasticamente, che rallentare il ritmo della vita è possibile; fermare il campionato di calcio è possibile; ridurre notevolmente l’inquinamento (vedi Cina dallo spazio) è possibile; che le sciocchezze, le idiozie prive di fondamento scientifico prima o poi si rivelano per ciò che sono, con  valore pari a zero; che leggere non è poi così brutto; che studiare è assolutamente necessario, indispensabile; che i confini – lo ribadisco – esistono solo nella nostra testa e in un rapidissimo giro di giostra si può passare da “respingenti” a “respinti”.

Amara, dura e cruda come lezione, ma esemplare: non la apprenderemo tutti, purtroppo, spero però che si sia in tanti, soprattutto tra quelli che prima “chi se ne frega“.

Non sono il primo a scriverlo però condivido il pensiero: è come se la Natura, il Pianeta, o anche Dio se volete e per chi ci crede, si fossero rotti abbastanza i cosiddetti per la nostra presunzione, superficialità, pressapochismo, egoismo, intolleranza e ci stesse prendendo a schiaffoni ogni giorno (“a talleri”, con un tagliere di legno spesso, diceva un mio caro zio…) per metterci di fronte alla nostra mancanza di responsabilità.

Da giorni, settimane – in attesa di poterlo rifare serenamente – non è più tempo di giocare ma di assumerla, tutti e ciascuno, questa responsabilità.

Così il sole, se gli avremo facilitato la strada, tornerà prima.

Davide De Vita

 

 

È qui.

CoVid 19 molecola

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Solita doverosa premessa: non sono un esperto, non lo sono in niente, né un medico, né un infermiere, né un qualsiasi operatore sanitario.

Parlo naturalmente di chi, unico vero esercito schierato al fronte, in prima linea a contrastare questa guerra contro il virus, fa parte della sanità pubblica.

Sono uno dei tanti che dovrebbe fare un enorme “mea culpa” per aver sottovalutato l’importanza di tutte queste persone e del loro ruolo; che se ne ricorda – in tempi normali – solo quando gli tocca direttamente o riguarda persone a care.

Ho commesso questo e di certo molti altri errori di valutazione e non solo.

Io.

Non “gli altri”.

Io sono privo di competenze specifiche e scientifiche, perciò non mi permetto di sparare idiozie senza fondamento: dovessi farlo, sparate contro di me.

Non sono neanche un giudice e di sicuro non sono “senza peccato”, per cui non punto il dito, non accuso, se dovessi farlo, sparate contro di me.

Era solo questione di tempo: il virus è arrivato in città, è qui.

Scrivo per questo, dopo il fatto accertato: farlo prima mi sembrava inutile.

Se non fosse arrivato com’è arrivato sarebbe stato in un altro modo, ma nessuno poteva escluderlo.

Non esistono confini: li abbiamo inventati noi, prima nella nostra testa, poi sulle mappe.

Dallo spazio non si vedono.

Il virus se ne frega altamente, l’abbiamo visto, lo stiamo vedendo, lo vedremo.

La città è in forte difficoltà, scuole, biblioteche, archivio chiusi, manifestazioni ed eventi sospesi, compresi quelli religiosi, processioni incluse, ma anche il Paese, l’Europa, il pianeta; non si vuole pronunciare ancora, ufficialmente, la parola “pandemia” però ciò che stiamo vivendo gli somiglia davvero tanto.

La definizione che dà la “treccani.it” è la seguente:

«Epidemia con tendenza a diffondersi ovunque, cioè a invadere rapidamente vastissimi territori e continenti.»

Ognuno tragga le proprie conclusioni.

Lasciando perdere le migliaia di sciocchezze che affollano la rete, credo siano importanti, fondamentali, gli appelli che alcune delle persone impegnate in prima linea – di cui sopra –   stanno affidando ad alcuni video.

In essi si spiega che l’altro rischio vero è che non siano più sufficienti i posti letto e quelli per la terapia intensiva; la misura più concreta per contrastare il contagio è dunque quella di evitare assembramenti composti da numeri elevati di persone, perché in più si è e maggiore è il rischio della diffusione del virus.

Meno si è, meglio è.

Meno si esce, meglio è.

Parole loro, non mie.

Per essere ancora più chiari è per questo che ci viene chiesto, salvo motivi assolutamente indispensabili, di

STARE A CASA.

Non ci stanno chiedendo di fare chissà che: solo di STARE A CASA.

Credo quindi sia il momento – doveva esserlo già da tempo, ma – ahimè – meglio tardi che mai…  – della responsabilità, singola e collettiva, per il bene di tutti.

Io devo essere responsabile, prima degli altri.

Io devo essere responsabile, anche per gli altri.

Io devo essere responsabile, con gli altri.

Questa è una guerra contro un nemico invisibile che non conoscevamo e che difficilmente si poteva prevedere; non sarà breve e sarà dura per tutti; sono solo le prime battaglie, serve combatterle prima dentro la nostra testa, per vincerle, insieme ad un fortissimo, comune senso di responsabilità

Ma forse l’ho già detto…

Sabato, 7 marzo 2020, primo giorno di CoVid 19 accertato ad Iglesias.

Davide De Vita

Scrivere di giorni intensi

scrivere di giorni intensi

Buonasera e chiediamoci un perché.

Al momento è quasi mezzanotte, domattina dovrò alzarmi presto come tutti i giorni e come milioni di altre persone, ma devo scrivere: se non lo facessi avrei molto meno rispetto di me stesso.

Perché scrivere è la mia passione, sto male quando non ci riesco: non pretendo lo comprendiate ma è così.

Avevo già scritto questo pezzo, ma come mi ha fatto notare l’amico Mauro Ennas, amministratore del gruppo Facebook “Dal basso” (che saluto e ringrazio) postarlo direttamente lì sarebbe stato fuori contesto.

Aveva, ha ragione.

Questa è una delle tante lezioni che ho appreso oggi, un giorno intenso per molti aspetti.

Per questo ne sto scrivendo.

Ho appena finito di vedere “The great debaters – il potere della parola”; “debaters” significa “argomentatori”; è la storia di tre ragazzi di colore di un piccolo college del Texas, il Wiley, che nel 1935, costituendo una squadra appunto di “argomentatori” (affrontano dibattiti sui temi più svariati, sulla falsariga delle sfide oratorie dell’Antica Grecia) sfidano – e battono – uno dopo l’altro tutti i college neri dell’epoca, finché la grande fama acquisita consente loro di sfidare nientemeno che la prestigiosa università bianca di Harvard, battendo anche quella. Questo l’adattamento cinematografico, diretto e interpretato da Denzel Washington nel 2007.

Per correttezza verso la realtà storica riporto quanto precisa Wikipedia:

la finale del torneo non  contro la squadra di Harvard ma contro quella dell’università del Sud della California. Anche dopo la storica vittoria con i campioni in carica il gruppo non poté mai fregiarsi del titolo di vincitori, agli afroamericani infatti non era permesso partecipare ufficialmente ai dibattiti, fino a dopo la seconda guerra mondiale.

Ancora: la settimana scorsa ho visto al cinema “Il diritto di opporsi”, la storia di un condannato a morte, nero, innocente, del cui caso si occupa un giovane avvocato, sempre nero, a titolo gratuito. Anche questo avvocato era laureato ad Harvard col massimo dei voti e dopo innumerevoli ostacoli ed umiliazioni anche personali riuscirà a dimostrare l’innocenza del suo cliente.

Sono entrambi film tratti o ispirati a storie vere che cito per cominciare a rispondere alla signora o signorina (non ricordo e me ne scuso) Licia Serra, che ringrazio per i complimenti che mi ha rivolto e spero di meritare.

Cito queste due storie perché sono esempi di persone che hanno lottato con tutte le loro forze per ciò in cui credevano.

I problemi legati al razzismo sia negli Stati Uniti sia in molte altre parti del mondo, compresa l’Italia, esistono ancora, ma senza quelle lotte, quella semina di idee, non ci sarebbe mai stato, per esempio, il primo presidente afroamericano della Storia.

Dove voglio andare a parare?

Dentro il cassetto dove – parole sue, signora Licia – ha riposto i suoi racconti.

Perché si tratta di decidere se lasciarli lì dove – perdoni la franchezza – non li leggerà mai nessuno, oppure darli in pasto ai leoni, cioè al pubblico.

Questo si può fare, per esempio, iscrivendone uno o più ad un qualsiasi concorso letterario tra gli innumerevoli presenti ogni anno nel nostro paese, da quelli locali fino a quelli di levatura internazionale.

Si tratta di capire se ci si vuole mettere in gioco e confrontarsi con altre persone che amano scrivere e prepararsi alle inevitabili delusioni e sconfitte che arriveranno inesorabili.

Si sarà però rotto il ghiaccio e se si avrà la forza di non buttarsi giù e continuare a provare, ancora e ancora, studiando e cercando ogni volta di migliorare, almeno avremo coltivato davvero la nostra passione, se di questa veramente si tratta.

Non basterà, ahimè.

Sì, perché per scrivere, ma scrivere in un certo modo, avendo l’ambizione di essere letti ed apprezzati dal maggior numero di persone possibile, sono necessarie molte altre cose.

Leggere moltissimo, prima di tutto, preferibilmente le opere dei maestri del genere letterario che si intende trattare, ma va bene qualsiasi libro, c’è sempre qualcosa da imparare.

Cercare, tra i tanti corsi – anche in formato video e gratuiti – di scrittura creativa quello che sembra più confacente alle nostre esigenze.

Capire se lo vogliamo fare davvero o giusto così una tantum per “sfogo terapeutico” (che va bene lo stesso, per carità, ma son cose diverse).

Se si vuole fare sul serio allora dovremmo fare un bel bagno di umiltà e capire che talento e passione da soli non bastano, servono gli strumenti e la tecnica, come per qualsiasi altro lavoro o professione e qualcuno che ci spieghi come usarli, “come si fa”.

Non basteranno ancora: serviranno tempo, dedizione, costanza, applicazione, studio, sacrificio.

Come per qualsiasi lavoro che si voglia fare bene.

Molti anni fa ebbi la fortuna di partecipare e seguire uno dei primissimi corsi di scrittura creativa realizzati in Italia da una piccola casa editrice che divenne poi la prima per la quale pubblicai.

Aveva indetto un concorso al quale partecipai con un racconto nel quale credevo moltissimo ma che – ora posso dirlo serenamente – non valeva nulla.

Ci fu però qualcuno che “PERSE TEMPO” a leggerlo e correggerlo: incontrai questa persona ad un convegno a Courmayeur se non ricordo male nel 1990; molto amareggiato, gli chiesi perché mi aveva reso il manoscritto con un sacco di correzioni e cancellature con la penna rossa proprio come facevano le maestre di un tempo.

C’era un’enorme sala congressi gremita di pubblico; lui senza scomporsi mi disse di andare sul palco col mio testo e leggerlo A VOCE ALTA al microfono.

Dopo poche righe di quella imbarazzante lettura, appresi la dura lezione: il racconto non solo non funzionava per niente, ma i dialoghi suonavano assurdi e fuori luogo, c’erano veramente molti errori che avevo ignorato più innumerevoli ingenuità.

Perché?

Perché come tutti i principianti ero molto presuntuoso e storcevo il naso davanti a qualcosa di fondamentale per qualsiasi testo: la REVISIONE.

Se avete la fortuna di avere qualche amico o amica che ha dei gusti diversi dai vostri, fate leggere a lui o a lei ciò che avete scritto: voi siete troppo di parte per scovare incongruenze, errori, stonature.

Dopo, passato un po’ di tempo, riprendete il racconto o il romanzo, armatevi di coraggio e TAGLIATE.

Uno dei segreti, oltre a “correggere”, “ricucire” è TOGLIERE.

Ci sono sempre un sacco di frasi, parole, addirittura personaggi che s’insinuano nella storia che avreste voluto raccontare e la conducono dove vogliono loro, non dove volete voi.

Vanno eliminati senza pietà.

Ci vuole coraggio e fa male, però si fa così, non perché lo dico io, ma la tecnica, il metodo è questo.

Questi sono alcuni dei concetti fondamentali che imparai a suo tempo e ho cercato di fare miei.

Scrivere non mi dà da mangiare, per vivere faccio altro, però mi ha dato e continua a darmi molte soddisfazioni, gratificazioni, ultimamente più di quanto mi aspettassi.

Ho parlato dei concorsi perché ho partecipato a diversi di questi, vincendone qualcuno ma dopo tantissimi tentativi.

Sono uno scrittore?

Non lo so, non credo spetti a me dirlo, mi considero un artigiano delle parole, questo sì.

Al momento lavoro – da un anno e mezzo, ma ci vorrà ancora lo stesso tempo almeno prima di arrivare ad una stesura più o meno definitiva – al mio quinto romanzo, il terzo della serie o saga di “Emme”, del commissario Spiga e del suo gruppo, tutti thriller ambientati qui ad Iglesias e dintorni e ai giorni nostri.

Ci sono persone che mi stanno dando una mano enorme per questo, ma a tempo debito saranno ringraziate come meritano, prima di tutto per la loro pazienza!

Ne parlo perché un altro aspetto della preparazione di un racconto o di un romanzo è la DOCUMENTAZIONE: qualunque cosa vogliate scrivere, informatevi sull’argomento e fate in modo che la vostra storia sia quanto più possibile verosimile.

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma sono stato forse fin troppo lungo.

Se avete avuto la pazienza di seguirmi fin qui vi ringrazio tanto, spero di essere stato utile.

Davide De Vita

 

 

 

 

 

 

 

 

Recensioni: Joker.

Joker Phoenix

L’ oscena risata del Joker.

Buonasera e chiediamoci un perché.

Perché non è solo consigliabile, ma necessario, vedere il film “Joker” interpretato da Joaquin Phoenix e diretto da Todd Phillips?

Perché Phoenix non è grandioso, è monumentale.

Perché questo è uno di quei film da “prima” e “dopo”.

Sarà la pietra di paragone.

Certo, resta grandissimo il Joker di Jack Nicholson, ma Phoenix si spinge oltre, con quella risata a metà tra l’osceno e il delirante che ti entra nell’anima e risveglia in te, spettatore, lati oscuri che speravi tanto di non avere.

Invece li hai.

Joker – Phoenix scopre e prende consapevolezza di essere stato – letteralmente – preso a calci in culo e in faccia per tutta la vita, a cominciare da chi credeva fosse l’unica persona ad averlo amato e di cui si è preso cura, annullandosi, per anni.

Mi dispiace per lo spoiler, ma quella persona è sua madre, o meglio quella che lui ha sempre creduto lo fosse.

Basta spoiler.

Così questo personaggio nato come antagonista del Batman dei fumetti [1]si evolve ancora nell’interpretazione di Phoenix da quella già grande resa dal compianto Heath Ledger (“Il cavaliere oscuro”, 2008).

Phoenix lo fa più attuale, lo inserisce in una “Gotham” fin troppo sovrapponibile alla New York di oggi, ma quella degli ultimi, dei diseredati, degli homeless di cui diventa una sorta di leader, seppure violentissimo e malvagio.

È malvagio però perché non può farne a meno e la nostra parte oscura, quella inconfessabile che ognuno di noi si porta dentro e nasconde, fa il tifo per lui.

È malvagio secondo il comune sentire e la via maestra e “politicamente corretta” dei buoni sentimenti, ma si ribella, diventa il ribelle per eccellenza, per antonomasia.

La sceneggiatura – scarna, essenziale, lo ammetto, ma tutto sembra studiato per mettere in evidenza la grandezza di Phoenix – fa in modo che lui incontri un Bruce Waine (il futuro Batman) ancora bambino, ma non cade nella facile trappola di seguire la strada dei super eroi.

Qui non ci sono super poteri, qui c’è la follia dell’uomo e degli uomini, tanto che – come sempre – ci si chiede dove sia davvero il confine tra questa e la presunta sanità mentale.

Undici candidature agli Oscar 2020.

Quello per Phoenix come migliore attore protagonista quasi scontato.

Può darsi che i pronostici – come spesso accade – non verranno rispettati, ma secondo chi scrive l’attore, con questa interpretazione magistrale, l’ha già vinto.

Ora permettetemi una nota personale.

Voglio ringraziare pubblicamente l’amico Matteo per le sue parole davvero incoraggianti: mi hanno aiutato molto e tranquillo, la notte stessa ho ricominciato a scrivere.

E poi, Matteo, perdonami l’autocitazione, ma Joker, in fondo, non anche lui una…

Persona gentile?

Davide De Vita

[1] ll Joker è un personaggio immaginario nato dalla collaborazione di Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson, che ha esordito nel 1940 nel primo numero della serie a fumetti Batman (vol. 1), pubblicata dalla DC Comics. È un pericoloso clown psicopatico, uno dei più celebri supercriminali dei fumetti oltreché la nemesi di Batman. Nelle prime traduzioni italiane era stato chiamato “Il Jolly”, nome italiano più diffuso dell’omonima carta da gioco.