Il peso delle parole.

corteo fascista e ritirata di russia

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Quello di oggi in un primo momento pensavo di non scriverlo, non ne ero convinto, poi le parole si sono messe in fila da sole, chiedendomi di essere mostrate.

Citando Nanni Moretti (che non mi piace, ma questo non significa che non sia bravo), perché << le parole sono importanti >>.

Così m’è venuto in mente che sono proprio le parole – con il loro uso ed abuso – il filo conduttore degli accadimenti di questi giorni, a livello locale, nazionale, internazionale.

Qui,  ad Iglesias,  hanno fatto clamore quelle scritte su un muro, minacciose, contro il sindaco; da molte altre parti, in Italia, non fanno quasi più notizia quelle di chi afferma che il fascismo << ha fatto anche cose buone >>, per arrivare a Washington, D.C., dove l’attuale primo inquilino della Casa Bianca ha affermato (le successive smentite o presunte tali non reggono) di non volere più

<< migranti provenienti da paesi di merda >> così, per amor di metafora.

Non è giusto, non si deve fare, è sbagliato.

Stiamo perdendo – se già non l’abbiamo persa – la percezione di cos’è giusto e cos’è sbagliato, del bene e del male; anche nelle piccole cose, anzi cominciando dalle piccole cose (che poi tanto piccole non sono) come appunto le parole.

Ci siamo sempre detti che pensiero e parola ci distinguono dal resto del regno animale: a vedere quel che abbiamo combinato da quando abbiamo raddrizzato la schiena, giusto uno o due milioni di anni fa, al pianeta e ai nostri simili beh…

Non si direbbe.

In tutto questo tempo però abbiamo inventato parole magiche, strane, offensive, pesanti, amorevoli, trasformate in preghiera e liturgia, canzoni, romanzi, ne abbiamo creato poetiche, fantasiose e così via…

Le abbiamo dotate di regole così come altre regole abbiamo inventate per noi stessi e, magari, per non spararci addosso ad ogni respiro ma…

C’è sempre un << ma >>.

Il << ma >> è che pare oggi molte di quelle regole non valgano più, che il peso delle parole non sia conosciuto, non ci si renda conto di quanto possano ferire, far male, uccidere.

Se avete avuto occasione di sentire ragazzine – sì, ragazzine – anche dai dodici anni in su, se non di meno, che parlano tra loro sicure di non avere adulti intorno, ebbene – è proprio ora che ci si svegli, noi adulti – avrete udito che si danno della << troia >> ( non ci giriamo intorno, è così ) l’una con l’altra con estrema leggerezza, ridendoci su, disinnescando – forse nella loro mente – l’estrema aggressività del termine che invece, finendo addosso a coetanee più fragili, fanno male, molto male.

Stessa cosa per i ragazzini, quei maschietti che individuano il bersaglio e cominciano ad attaccarlo prima, appunto, con le parole, per poi magari buttarlo giù da una rupe << per scherzo >> o dargli fuoco dopo avergli fatto scoppiare addosso dei petardi; purtroppo non ho inventato niente, è cronaca di questi giorni.

Beh, sarò all’antica, retrogrado, però credo si sia davvero oltrepassato un limite enorme e da tempo.

La responsabilità è ancora una volta prima di tutto nostra: quando siamo stati chiamati noi, a provare a cambiare o quanto meno migliorare il mondo, dov’eravamo?

Da quale altra parte ci siamo girati?

Viviamo le conseguenze delle nostre scelte, o non scelte.

Troppo facile, belle parole, scaricare tutte le colpe o alle generazioni che ci hanno preceduto o alle nuove: in mezzo c’eravamo noi, potevamo fare e non abbiamo fatto, o abbiamo fatto e abbiamo sbagliato, tanto.

Le parole dunque sono importanti e hanno il loro peso: pensate soltanto a quanto, da genitori, con trepidazione, attendiamo la prima parola di nostro figlio o nostra figlia.

Sono importanti anche quelle non dette, per esempio le tante non dette a proposito di una nuova << marcia su Roma >> che stavolta ha visto incolonnate seimila (secondo gli organizzatori, ma ad un esame più attento si capisce, anche dalle foto, che più realisticamente erano circa mille) persone…

Seimila o mille, ricordo che all’avvento del fascismo, quello storico italiano, ce n’erano davvero molte di meno e…

Bastarono.

In merito, ricordo anche che alle cose buone (si fa per dire…) del fascismo  (che so, l’abolizione di ogni tipo di libertà, le purghe, i pestaggi, le leggi razziali, lo scellerato ingresso in guerra, il delitto Matteotti, le nefandezze compiute nell’ “Africa Imperiale”, proprio quella casa loro che il regime contribuì a depauperare e dove ora in tanti vorrebbero rispedire i migranti che non hanno più nulla, per finire con la disastrosa ritirata di Russia, ma sto tralasciando molto altro) qualcuno sopravvisse,  magari riuscì in qualche modo a tornare a casa dal gelo russo e raccontò ( … le parole sono importanti … ) ciò che aveva vissuto a figli e nipoti, che sono a loro volta ancora in vita e tengono accesa la fiamma della memoria storica, quella impossibile da cancellare in quanto impressa a fuoco sulla pelle.

Davide De Vita

 

 

 

Iglesias: sulle minacce di morte al sindaco Gariazzo.

Emilio Gariazzo sindaco di Iglesias

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Chiediamocelo a gran voce però, tutti quanti nessuno escluso, perché – ne ho avuto la certezza solo pochi istanti fa mentre fino a poco prima pensavo e speravo si trattasse dell’ennesima bufala – sono giunte esplicite minacce di morte al sindaco della nostra città, Emilio Gariazzo, al quale va tutta la mia solidarietà, prima come uomo, poi come amico, poi come cittadino ed infine per il ruolo rappresentativo che ricopre.

Queste, nel voluto ordine, le mie priorità.

Le considerazioni da fare inoltre sono tante, tantissime: la prima è che Iglesias raramente ha conosciuto fenomeni simili, almeno dal secondo dopo guerra ad oggi, non le appartengono storicamente; il dibattito politico anche molto acceso quello sì, ci sta tutto ed è giusto che sia così, in un centro che vuole definirsi civile.

Ci stanno le critiche all’operato (o al non operato, a seconda dei casi) e/o ai programmi, più o meno disattesi a seconda dei punti di vista.

Gli insulti, l’atmosfera da guerriglia sociale e tanto meno le minacce no, non sono assolutamente accettabili, a chiunque – ribadisco a chiunque – siano rivolte.

Ho amici carissimi in Sicilia, giusto per parlare chiaro, dove queste cose sono il classico preludio a fatti ben più gravi, anche di sangue.

Premesso che sono certo non si arrivi ad estremi simili (saremmo davvero perduti, tutti), credo che però il “lasciar correre”, il “prendiamola alla leggera tanto sono fesserie” non va bene, a me non va bene, se può esserci stato un tempo in cui forse ho tollerato questo atteggiamento, beh, quel tempo è proprio finito.

Ho votato per Emilio, non è un segreto, ho votato per lui e la sua giunta: alcune cose le hanno fatte, altre no, giudicherà la storia, come sempre, anzi, prima di questa lo faremo noi stessi, andando a votare in maggio.

Si parla però sempre di idee, di programmi, di opinioni: mai di questioni personali.

L’integrità di Emilio, spiacente, non è in discussione, semplicemente non può esserlo; ripeto ancora una volta che è lecito criticarne l’operato in quanto sindaco e come tale, ma sfido chiunque a ricoprire una qualsiasi carica istituzionale senza diventare immediato bersaglio di critiche e/o sberleffi, quando ci si limita a queste e a quelli.

Fanno parte del gioco, chi si candida lo sa bene, lo mette in conto, ma le minacce no, le minacce così pesanti non possono più essere “derubricate” a scherzo, fesserie, bravata, ragazzata.

Dobbiamo darci una bella regolata, tutti quanti, come sempre io per primo, ribadire che certi limiti davvero non si possono superare, che il rispetto per la persona e le persone vengono prima di tutto, sicuramente prima di una diversa visione politica della cosa pubblica o di un’opinione anche fortemente contrastante.

Possiamo, se vogliamo, ribaltare questo stato di cose, a favore sì nostro, ma di sicuro dei nostri figli e nipoti.

Dipende ancora una volta e soprattutto da ciascuno di noi.

Così, magari, diventeremo tutti,  finalmente,  adulti.

Un enorme abbraccio ad Emilio e auguri, Iglesias.

Davide De Vita

Erica (robot): uno sguardo dal futuro già presente.

Robot Erica

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Attenzione, premessa: parlo di nuovo di robot perciò, ancora una volta, se avete altro di più importante e interessante da fare o leggere …

Siete rimasti?

Va bene… Riprendiamo.

Perché si parla sempre più spesso di robot dall’aspetto umano (“androidi”) e si investono montagne di soldi in progetti di questo tipo?

Mentre ci preoccupiamo delle prossime elezioni, delle tensioni internazionali e/o locali, queste che sarà sempre più difficile chiamare semplicemente “macchine” continuano a svilupparsi, a somigliarci sempre di più.

Secondo Hiroshi Ishiguro e Dylan Glas, i “creatori” di “Erica”, perché progettando questo androide, al momento il più autonomo del mondo, stiamo comprendendo meglio ciò che ci rende … Umani.

Certo, la “macchina” prima o poi sarà destinata al mercato, che nel frattempo sta diventando sempre più importante, nonostante al momento il prezzo di un robot sia ancora proibitivo per la maggior parte delle persone normali come voi ed io, ma anche per i computer successe la stessa cosa e ora ce l’abbiamo tutti, o quasi.

Parlare di fantascienza diventa perciò sempre più difficile, affacciati come ci siamo affacciati in un anno, il 2018, in cui ancora di più la tecnologia la farà da padrona (lo dicono tutte le “previsioni”): dalle auto senza guidatore che ci faranno sempre meno paura alla difficoltà di distinguere tra realtà (si parlerà ancora di più di “realtà aumentata” e cose del genere) e finzione, virtualità, con tutte le conseguenze etiche, sociali e politiche facilmente immaginabili.

Tra i problemi più grossi, senza dubbio e ancora una volta quello dell’occupazione: molti lavori – o quanto meno mansioni – prima esclusivamente umani sono già svolti da robot o androidi, ne abbiamo già parlato spesso anche in queste pagine, con il risultato che sempre più persone (vere, in carne ed ossa) sono state…

Messe da parte.

Questo accade lentamente ovunque nel mondo, già da prima dell’avvento dei robot: in nome del profitto, le aziende costruiscono dove costa meno e la manodopera è a più buon mercato; se poi si arriva al lavoratore meccanico che non pensa, non si ferma mai a meno che non si guasti e quindi …

Non rompe le scatole, il gioco è fatto.

Come già scritto e ripetuto più volte, il problema successivo è: se le persone non lavorano, non hanno reddito, come fanno a comprare ciò che le aziende robotizzate producono e sperano di vendere?

Questo sarà un argomento molto spinoso che affronteremo anche prima di quanto pensiamo, alla base di nuove lotte, purtroppo e probabilmente anche violente.

Non è un futuro roseo?

Forse non lo è mai stato, perché è nella natura umana complicarci la vita e le cose.

Forse – sottolineo forse, ma magari sono troppo cupo – arriveremo al punto di chiedere ad “Erica” o a qualcuno dei suoi “discendenti” di aiutarci a risolvere quei problemi.

Nel frattempo, continuiamo ad occuparci di quelli del nostro piccolo presente quotidiano, che – forse – sono già abbastanza e di certo non hanno proprio bisogno di temere anche l’ombra di un …

Sorriso metallico.

Davide De Vita

Fonte:

https://www.internazionale.it/video/2017/10/16/erica-robot-umano-mondo

Tempus fugit… Ed è solo lunedì.

Tempus fugit

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Premessa: quello di oggi è un post leggero, da primo caffè del mattino, per cui se avete altro da fare, fatelo, non mi offenderò, non voglio rubare il vostro… Tempo.

Già, perché è proprio di questo che m’è saltato di scrivere oggi: del tempo di cui tutti, più o meno volontariamente, ci siamo resi schiavi.

Oggi poi è un giorno particolare, un lunedì “più lunedì” di tutti gli altri messi insieme: il primo lavorativo dell’anno, quello che con più o meno violenza ci riporta alla routine del lavoro quotidiano (lavoro per chi ce l’ha, sia sempre ben inteso …) o del dannarsi per cercarne uno o tentare di mantenere quello che si ha …

Con la speranza di avere tempo a sufficienza…

Cos’è dunque ‘sto benedetto tempo?

Sembra una domandina semplice, ma…

Non lo è.

Mamma Wikipedia così recita:

Il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi. Esso induce la distinzione tra passato, presente e futuro.

La complessità del concetto è da sempre oggetto di studi e riflessioni filosofiche e scientifiche.

Ullalà! Addirittura? A quest’ora? (scrivo poco dopo le sei e mezza del mattino)

Già, proprio così.

Al tempo, a questo concetto, sono legate le domande fondamentali: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

Condite con un enorme: quando?

Nel nostro piccolo però ci accontentiamo di farci guidare (o comandare) da ore e minuti, settimane e mesi, meno dagli anni che quelli con il loro trascorrere ci spaventano di più, latori come sono, ad ogni cambio di calendario, dell’approssimarsi di un’inevitabile e democraticissima scadenza che il grande Totò chiamava “a livella”.

Queste ore, questi minuti eccetera che sono?

Per convenzione, frammenti di giri di giostra, dove quest’ultima è il pianeta che abitiamo e distruggiamo neanche troppo lentamente ogni giorno, illusi come siamo di avere a disposizione infinite risorse e… Tempo.

È infatti una convenzione universalmente accettata che un giro di questa giostra (un giro completo della Terra intorno al Sole, con buona pace dei terrapiattisti …) duri trecentosessantacinque giorni e sei ore, con un giorno in più ogni quattro anni (anno bisestile) dato appunto da queste ultime, come ci è stato insegnato fin dalle elementari. Non so se lo insegnino ancora, però – al momento – dentro questa “convenzione” viviamo tutti.

<<È presto! >> <<È tardi! >> <<Non ho abbastanza tempo! >> <<Queste ore non passano mai! >> <<Ma quando finisce ‘sto strazio?>> e via così, finché un bel giorno arriva un certo Einstein a dirci, anzi a dimostrarci che il tempo non solo è relativo, ma in determinate e particolarissime circostanze questo si potrebbe pure piegare…

Okay, okay, mi sto spingendo troppo in là e di sicuro non ho la preparazione per spiegare concetti così complessi, però tanto affascinanti…

Chiudiamola qui perciò, che sicuramente, se siete arrivati a leggere fin qui un paio di minuti ve li ho rubati e me ne sento responsabile, ma vi avevo avvertito fin dall’inizio.

D’altra parte, sono le sette meno un quarto ormai, c’è a mala pena …

Il tempo per quel caffè.

Alla prossima, tempo permettendo.

Davide De Vita

Iglesias: distinguo.

Iglesias vecchio municipio

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Chiediamocene anzi sempre di più, se non vogliamo tornare all’oblio dell’apatia sociale, morale e perché no, politica.

Perché vorrei distinguere nettamente due modi di esprimere il dissenso: il primo legittimo, il secondo da condannare <<senza se e senza ma>> come si usa dire.

Due fatti sono all’attenzione della pubblica piazza – che nello specifico, per convenzione, potrebbe essere proprio piazza Sella – in questi ultimi giorni: la << scesa in campo >> di Valentina Pistis come prima, in senso cronologico, candidata alla carica di sindaco di Iglesias.

Come scrivevo in apertura, scelta coraggiosa, legittima, a prescindere da come la si pensi: una giovane donna che ci prova.

Dall’altra parte, il ritrovamento della testa di capretto con proiettili e messaggio rivolti in puro stile mafioso al sindaco in carica e alla sua giunta.

Perché – si badi bene solo dal punto di vista della cronaca e nient’altro – accomuno i due fatti?

Perché mentre Valentina, che non conosco bene di persona e di cui potrei non condividere le idee, merita il massimo rispetto come persona proprio in quanto quelle stesse idee le ha più che legittimamente e pubblicamente espresse, con un coraggio che le riconosco e ammiro, mettendoci pubblicamente faccia, firma e programmi, altri, vili, hanno ben pensato (si fa per dire) di utilizzare la parodia di una delle scene più famose de “Il padrino” per esprimere il proprio dissenso, con un richiamo alla violenza che non ci appartiene e non ci può appartenere.  

Vili in quanto anonimi, in un tempo in cui, per esempio attraverso mezzi come quello che stiamo utilizzando voi ed io in questo momento, chiunque può dire quello che vuole, rischiando denunce e querele se si esagera e si oltrepassa il limite del lecito, ma con più che sufficiente libertà di pensiero ed espressione.

Da registrare quindi con piacere la condanna unanime del gesto, come si usa dire, da parte di tutte le forze politiche cittadine: non credo che Iglesias e gli iglesienti si abbassino tanto da poterlo condividere, in quanto – sempre a parer mio – pur trattandosi di una minaccia bella e buona, sa anche di idiozia e tanto per cambiare, di notevole ignoranza, in quanto magari i responsabili nemmeno sanno di citare il capolavoro di Coppola.

Credo che esprimere il dissenso, soprattutto in campo politico, sia “cosa buona e giusta” se questo rientra nei canoni leciti, non scade nell’insulto gratuito e magari propone anche alternative, ma non obbligatoriamente.

Personalmente sindaco e giunta (all’interno della quale, come sanno tutti, ci sono molti miei amici) hanno tutta la mia solidarietà, ma l’avrebbero ugualmente avuta qualunque sindaco e giunta di fronte ad offese come questa, che non servono a nessuno e sporcano una campagna elettorale già cominciata e che si annuncia piuttosto feroce di suo.

Attendo come tutti in città di conoscere nomi, volti e programmi degli altri candidati, augurando a ciascuno di loro di riuscire a fare bene il lavoro – sicuramente non facile – per il quale si propongono.

Concludo con un appello per tutti noi: per favore Iglesias, non fare del male a te stessa.

Davide De Vita

Fahreneit 451, i terrapiattisti e la forza della ragione

Fahreneit 451 immagine simbolo

Buongiorno, buon anno e chiediamoci un perché. Spero stiate tutti bene, abbiate digerito o siate in fase digestiva, comunque siamo al 3 di gennaio, non manca molto alla fine delle feste e delle… Abbuffate, coraggio!

Torniamo al nostro perché quotidiano: ne ho già scritto più volte, ma perché è sempre più necessario, indispensabile, leggere o rileggere “Fahrenheit 451”, romanzo (vedi fonti in calce) di Ray Bradbury uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1951 (in forma di racconto) e poi nel 1953 nella sua forma definitiva?

( In breve: in un ipotetico futuro una dittatura al potere ordina di bruciare tutti i libri del mondo – Fahreneit 451 è la temperatura alla quale brucia la carta – mentre ogni componente della “resistenza” impara un libro a memoria, diventando quasi egli stesso quel libro o quella storia) 

Perché, a distanza di tanti decenni, è ancora attualissimo, l’ignoranza si fa strada dilagante e spesso la strada le viene spianata da chi, come sempre e ovunque, ne trae vantaggio e potere.

Sì, potere, in quanto, per citare un vecchissimo detto, nel paese dei ciechi il guercio è re.

Dove voglio andare a parare?

Qui: tra le tante, innumerevoli idiozie (spero che il grassetto renda abbastanza) che si trovano in rete, ieri notte sono incappato in alcuni video di un signore – di cui non farò il nome per non fargli altra immeritata pubblicità – che sostiene a spada tratta che …

La terra sia piatta e non rotonda, ancora oggi, nel 2018.

Un cretino, un idiota, un poveraccio, direte voi; è stata la prima cosa che ho pensato anch’io, poi ho notato il numero di iscritti al suo canale, quindicimila.

Ho letto i commenti deliranti dei suoi seguaci ( << followers >> fa più figo ma perdonate, a me la lingua italiana piace ancora tantissimo ), molti dei quali giovanissimi e mi sono preoccupato più di quanto non lo fossi già: queste persone, con grande convinzione e rispondendo con insulti a quanti cercano di spiegar loro che hanno così torto che più torto non si può, negano cinque o seicento anni di ricerca e metodo scientifico, grazie al quale sono stati possibili tutti i progressi tecnologici – e non solo – di questi secoli.

Certo, nel bene e nel male, ma non possiamo tornare di botto a prima di Galileo, quando anche la stessa Chiesa Cattolica ne ha riabilitato in toto figura e scoperte, mentre chi per quella stessa Chiesa – o per tutte in generale – non prova troppa simpatia ha sempre fatto del metodo scientifico il cardine dei propri ragionamenti.

Ovviamente i sostenitori della “terra piatta”, chiamati per questo appunto “terrapiattisti” (sic …) affermano che si tratti di un complotto (e ti pareva…) atto ad ingannare l’umanità intera, ordito da non si sa bene chi e con non meglio identificati scopi … Così come – secondo loro – solo i terrapiattisti convinti sono “risvegliati” dal torpore mentale, mentre voi ed io, che ancora crediamo a quei fessacchiotti di Galileo, Einstein e via di questo passo, siamo i veri idioti.

Qual è dunque il pericolo, il problema -più serio di quanto possiamo pensare – ormai palese?

Quello di avere a che fare con sempre più persone di questo tipo, disinformate al massimo e per nulla intenzionate a mettersi anche solo un poco in discussione, inconsapevoli di essere manovrate e manovrabili in qualsiasi direzione, compresa quella, forse più pericolosa di tutte …

Elettorale.

Con un mondo sempre più complesso nel quale viviamo, con piccoli dittatori che minacciano di premere sinistri pulsanti nucleari posti sopra la propria scrivania e uomini potentissimi con improbabili zazzere che gli rispondono per le rime dall’altra parte del pianeta, neo-zar che manovrano altre persone sullo scacchiere internazionale trattandole né più né meno come proprie marionette e, nel nostro piccolo nazionale e quotidiano, nuove elezioni politiche alle porte, non c’è tanto da stare allegri.

Questo nuovo anno si sta aprendo con mille e un problema da affrontare, come quelli che l’hanno preceduto e quelli che lo seguiranno, ma se sempre più persone, più menti si rifiuteranno di funzionare secondo logica, rifugiandosi in quell’ignoranza così tanto comoda, quegli stessi problemi si moltiplicheranno, si aggraveranno.

Chiedersi un perché, cercare la ragione vera delle cose e degli accadimenti diventa allora, perdonate la presunzione, nuova arma di resistenza.

Per favore, non spegniamo l’intelligenza, o davvero …

È finita per tutti.

Davide De Vita

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Fahrenheit_451

 

Buon Natale Iglesias viva, viva Iglesias!

 

Buon Natale Iglesias

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi è semplice e allo stesso tempo importante: perché, forse, dovremmo fermarci un attimo a riflettere su questa nostra città e sul futuro che l’attende, ci attende?

Perché, sempre a mio modestissimo parere, c’è un cambiamento in atto.

Forse non è dovuto soltanto alla presente amministrazione, forse si stanno raccogliendo i frutti seminati anche da quelle precedenti, indipendentemente dal colore politico d’appartenenza, ma tant’è.

Mi si dirà (mi è stato già detto, siamo in democrazia, si può fare): sei di parte.

Certo che lo sono, ma la mia parte non è un colore, una fazione, un quartiere, una contrada, una via, un pianerottolo, la stanza di un appartamento, la mia parte è Iglesias, col futuro migliore che forse non vedrò ma di cui oggi, fine 2017, vedo l’inizio e anche qualcosa di più.

Come si fa a viaggiare verso il futuro?

Costruendo il presente, giorno dopo giorno, senza dimenticare le proprie origini, le proprie tradizioni, senza quindi tradirle ma accompagnandole in uno scenario più al passo coi tempi.

Iglesias è una città perfetta?

No, la perfezione non è di questa terra, però questa città, la nostra città, è perfettibile, così come lo è ciascuno di noi.

Sia ben chiaro una volta per tutte: a me non viene in tasca niente dallo scrivere queste righe, lo faccio perché ne ho piacere e come sempre ci metto la faccia e la firma, consapevole di poter sbagliare.

Si va, lo sappiamo tutti, verso prossime elezioni in primavera, se non ricordo male, quindi siamo chiamati – tutti – ad esprimere concretamente la nostra opinione tramite il voto: bene, benissimo, auguro ai prossimi amministratori, chiunque saranno, semplicemente di fare (o riuscire a fare) bene il lavoro al quale si sono – o saranno – candidati.

Nel frattempo, visto il ruolo di osservatore e commentatore che ho scelto di essere, con tutti i limiti e difetti del caso, non posso ignorare ciò che ho visto quest’anno, sarei il campione mondiale degli ipocriti.

Partiamo da questi ultimi giorni, dalle centinaia di persone col naso all’insù e la bocca aperta davanti al “mapping 3D” portato per la prima volta in Sardegna non dal Comune ma da Centro Città, al quale si deve anche la comparsa del trenino per le vie appunto del centro; queste cose, seppur molto gradite ed evidenti, sono solo le ultime manifestazioni di un fermento che raramente s’era visto prima.

Perché innumerevoli, spalmante durante tutto l’anno, sono state le manifestazioni e gli eventi a cura di altrettante innumerevoli associazioni e/o gruppi: non parlo solo di quelle ormai famose e radicate quali il Corteo Medievale, la Processione dei Candelieri dell’Assunta o i Riti della Settimana Santa, ma di quelle minori, di ogni genere, di cui davvero si è perso il conto. Tra queste, poiché la città è stata dichiarata ufficialmente “Città che legge”, quasi due presentazioni di libri alla settimana (permettetemi di citare anche la mia, per la quale ancora una volta ringrazio di cuore Iglesias e gli iglesienti) con un ritorno culturale ed un’attenzione nuova verso la pagina scritta che può solo far bene.

Le tante iniziative che hanno proposto, anzi, riproposto la città al turismo internazionale, con ricadute importantissime di cui forse non abbiamo ancora ben capito valore e importanza: dai concerti a Porto Flavia all’avveniristico IAT ( all’avanguardia in Italia) solo per citare le prime due cose che mi vengono in mente, ma se avete la voglia e il tempo di andarvi a sfogliare il calendario degli eventi di luglio e agosto vi renderete conto che ricordarli tutti, tanti erano, è quasi impossibile.

Il Cine Teatro Electra che lavora a pieno ritmo proponendo e presentando concerti, spettacoli, manifestazioni di ogni genere; il “Madison Cineworld” che riapre, dando lavoro a ragazzi della città, ai nostri ragazzi, ora giusto per Natale, mostre d’arte, rassegne eno-gastronomiche e così via, chi più ne ha più ne metta.

Ripeto: queste cose sono state fatte, sono cronaca e saranno storia, questo è il presente di Iglesias, con la possibilità di un futuro ancora migliore.

Sono stati risolti tutti i problemi?

Certamente no, nessuno ha la bacchetta magica, però questa è una delle strade percorribili, nella quale, se permettete, credo.

Una strada attraverso la quale sviluppo e ricchezza, sì ricchezza, avete capito bene, possono arrivare qui e forse lo stanno già facendo, contribuendo così a risolvere – o cominciare a risolvere – anche quei problemi, primo fra tutti quello dell’occupazione, che da decenni mettono i ceppi alla città e ai suoi abitanti, impedendo loro anche soltanto di sperare in un futuro migliore.

Oppure, nota dolorosissima, spingendoli (spingendoci) a BRUCIARE € 670 pro capite all’anno solo nelle slot machine. Siamo circa ventisettemila abitanti secondo l’ultimo censimento, facciamo due conti e rendiamoci conto dell’immensità del dramma e dello spreco; per non parlare di quanto si BUTTA VIA coi “Gratta e vinci” o, ahimè, nella piaga dell’alcool. 

Non sono certo io a scoprirlo, associazioni e gruppi di volontari denunciano da anni questo tristissimo fenomeno, ma ancora una volta ritengo sia una questione di educazione e di cultura, della quale dovremmo sentirci tutti responsabili perché, semplicemente, lo siamo.

Nonostante tutto però ho ancora speranza, proprio per tutto ciò che ho scritto prima, così come ne ho nelle ragazze e nei ragazzi che ho visto darsi da fare in ogni campo con spirito nuovo e una mentalità molto più aperta, finalmente adeguata al terzo millennio.

Nei loro confronti e in quelli di chi a loro succederanno, mi dispiacerebbe trovarmi un giorno costretto a dover dire: sì ragazzi, una volta Iglesias era così, purtroppo ora non lo è più ed è anche colpa mia.

Mi sentirei un traditore… Di futuro, loro e mio.

Per questo – e concludo – mi scuso se ho dimenticato qualcosa o qualcuno, mea culpa mea maxima culpa, però davvero, sarò l’ultimo degli idealisti e/o sognatori, ma quest’anno mi sento di scrivere: buon Natale Iglesias viva, viva Iglesias!

Davide De Vita

 

 

Sardegna, lavoro, politica: dico la mia.

Sardegna con attrezzi da lavoro

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi è amaro come il fiele, arcinoto, dibattuto da decenni, doloroso come può esserlo solo una ferita che non si rimargina.

Riguarda il lavoro nell’Isola, il lavoro che non c’è.

Se avessi davvero la risposta a questo immane interrogativo, forse mi farebbero santo ma…

Non ce l’ho.

Purtroppo è un “perché” che collega non si sa più quante amministrazioni, di destra, di sinistra, di simil – destra, di simil – sinistra, a pallini, verdi, rosa, a strisce, ci hanno provato tutti (o hanno detto di averlo fatto), col risultato che i nostri ragazzi, moltissimi a costo di enormi sacrifici,  loro e delle loro famiglie, una volta laureatisi a pieni voti sono – letteralmente – volati via da questa terra ingrata…

O meglio da quelle (queste) istituzioni incapaci di tenersi in casa le eccellenze.

In una lettera pubblicata dall’Unione Sarda (riporto il link in calce) a firma di una madre nuorese, si spiega bene questo immarcescibile fenomeno non solo sardo, non solo meridionale, ma applicabile a “tutto il territorio nazionale”.

(Lettera di sicuro successiva alle dichiarazioni sull’occupazione rilasciate dal presidente della Giunta Regionale Pigliaru, che hanno lasciato anche il sottoscritto quanto meno … Perplesso.)

Così ci stupiamo quindi vedendo in tv o negli immancabili media ragazze e ragazze che “ce l’hanno fatta” sì, ma all’estero, quello stesso estero dove – ma guarda un po’ – chi è bravo è riconosciuto come tale e a lei o a lui sono affidati incarichi di prestigio e/o responsabilità, di nuovo “guarda un po’ “, equamente retribuiti.

Ci stupiamo insomma di ciò che dovrebbe essere la norma, mentre qui è l’eccezione.

Qui, invece, stiamo per assistere all’ennesimo festival delle promesse, evanescenti come il vapore, anzi meno,  che il vapore almeno a qualcosa serve.

Attenzione però: troppo facile e comodo prendersela sempre e ogni volta, con i “nostri politici”.

Facciamoci aiutare dalla grammatica – … questa sconosciuta … – cos’è << nostri >>?

<<Nostri >>, per la grammatica italiana, è un aggettivo.

Ricordiamo insieme cos’è un aggettivo: un nome che determina la qualità (!) dei sostantivi o la loro situazione nell’ambiente.

 Ci siamo?

Quando scriviamo “nostri politici” stiamo dando loro una qualità (almeno questa ce l’hanno …) ma, di nuovo attenzione, perché gliel’abbiamo attribuita…

Noi stessi.

Tu non l’hai votato, io non l’ho votato, Tizio non l’ha votato, eppure Caio è stato eletto; però qualcuno l’ha votato, ergo è un nostro politico.

Mi si potrebbe controbattere: stai facendo di tutta l’erba un fascio.

Probabile, per cui spero, mi auguro con tutto il cuore che non sia così, che ci siano delle eccezioni: si facciano avanti, si facciano conoscere, si facciano votare, si facciano eleggere e…

Mantengano ciò che hanno promesso.

Anche solo metà, saremmo già molto avanti.

Non siamo andati a votare?

Non ci andremo neanche la prossima volta?

Male, malissimo, perché allora dovremmo solo tacere.

Per quanto farraginoso e complesso sia il nostro sistema elettorale (chissà cosa verrà fuori prossimamente dalle urne …), questo è l’unico strumento pacifico, o quasi, rimastoci, l’unico che abbia ancora un vago profumo di democrazia.

Se non la usiamo, siamo colpevoli, tutti, perché lasciamo che altri pensino e scelgano per noi.

“Non scegliere” è una scelta, con la sua valenza politica.

Vecchio discorso, trito e ritrito, ma finché non ci porremo – sempre io per primo, si capisce – davanti ad uno specchio, da soli, senza pubblico e ci chiederemo:

<< Cos’ho fatto in concreto, cosa sto facendo, qui ed ora, per lasciare questo mondo appena migliore di come l’ho trovato, per me e per i miei figli? >>

Beh, se non ne saremo capaci, non siamo nemmeno degni di protestare, meritandoci i “nostri politici” e le loro nefaste azioni o inazioni.

Badate non ho la capacità – o quasi – di amministrare me stesso, figuriamoci una città od altro, lo ammetto senza problemi, quindi non c’è nei miei pensieri qualcosa che anche lontanamente somigli ad una candidatura; del resto, le uniche tessere che ho in tasca sono quella sanitaria, una dei punti del supermercato e quella dell’Agesci, come sanno tutti.

Ah no, fino a poco tempo fa avevo anche quella della Federazione Italiana… Scacchisti!

Tutte cose estremamente pericolose ed eversive, come vedete…

Riprendendo il discorso sul guardarsi allo specchio – e concludo – è difficile, rischioso, faticoso, ma dimostra ancora una volta che siamo noi stessi gli artefici del nostro destino.

Tra l’altro, mentire a sé stessi è sempre stata impresa assai ardua.

Davide De Vita

Fonte:

http://www.unionesarda.it/articolo/caraunione/2017/12/09/la_lettera_del_giorno_quei_letti_vuoti_e_i_politici_senza_vergogn-127-674746.html

Iglesias: lamentatio in sempiternum.

 

teatro-electra

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Anzi, chiediamocene molti, tutti quanti.

Quello di oggi non lo scriverò, diciamo che …

È implicito, capirete.

Non avrei voluto tornare sull’argomento ma mi ci son sentito tirato per i capelli o, se la usassi più spesso, la giacchetta.

Facciamo le solite, doverose premesse, che non si sa mai: sono perfettamente consapevole, più di quanto si possa pensare o immaginare, dei mali, profondi e di antica origine, che affliggono questa città e i suoi abitanti, primi fra tutti l’assenza di lavoro per giovani e non solo o la difficoltà per tante, troppe persone di tirare avanti, anzi proprio di mettere insieme il pranzo – quando c’è – con la cena, giusto per essere chiari e parlare di cose che, ahimè, conosco bene.

Ciò di cui sono convinto è che migliorare la qualità della vita in città, anche con la grande apertura alla cultura e al turismo vista negli ultimi anni, non sia in antitesi con l’obiettivo di migliorarla a ciascuno di noi, anzi. 

Credo ci possano essere mille e una prospettive di occupazione proprio lavorando in questa direzione; faccio un esempio: dalla nascita del corteo medioevale, associazioni e iniziative anche diluite nell’anno si sono moltiplicate; bene: quante sarte e sarti hanno di nuovo lavorato per la realizzazione dei costumi? 

E’ solo il primo degli esempi – concreti – che mi vengono in mente, a voi gli altri, sono certo ne conosciate molti più di me. 

Ho citato quelli giusto per non ripetere l’ovvio dei ristoratori e dei camerieri.

Concluse le premesse, andiamo a cominciare, parlando ahinoi, ancora una volta dello sport più diffuso a livello cittadino, la

lamentatio in sempiternum.

Da dove partiamo?

Boh, ce ne sarebbero mille e uno ancora, di esempi da fare, ma proviamo con la storia recente: ricordate fino a qualche anno fa, quando sia il cinema teatro Electra sia la cattedrale santa Chiara erano chiusi?

Una delle lamentatio più in voga in quel periodo era il refrain: non riapriranno mai, non ce la farà nessuno…

L’uno è aperto ormai da anni e ospita senza soluzione di continuità sia spettacoli teatrali, sia concerti, sia iniziative culturali di ogni genere alle quali spesso, la mattina (una anche oggi) sono invitate le scolaresche.

La cattedrale idem, mi risulta aperta all’esercizio del culto (sorvolo sulle polemiche che hanno seguito il rifacimento degli arredi interni, non sono preparato in merito e lo ammetto candidamente, inoltre scivolerei pericolosamente anch’io nel benaltrismo dilagante …)  

Insomma, anche la cattedrale è stata riaperta, amen.

Perché proprio questi due esempi?

Perché sono sotto gli occhi di tutti, non sono discutibili ma temo abbiano lasciato un po’ orfani i lamentatori di professione che hanno dovuto trovare gioco forza altri obiettivi contro i quali sfogarsi.

Non ce la facciamo però.

Mi ci metto anch’io, che di sicuro non sono senza peccato, anzi, prima – almeno ci provo – cerco di guardare la trave nel mio occhio rispetto alla pagliuzza in quella di qualcun altro: dobbiamo quasi per forza, ogni volta che ci si propone qualcosa di buono o di bello, fatto, realizzato, concreto, tingerlo di questa o quella colorazione politica, cercare – al solito – altro o ben altro (sigh…!) spostando inevitabilmente il discorso su argomenti diversi.

Fortunatamente le cose stanno cambiando, ragazze e ragazzi hanno teste pensanti e indipendenti e – nonostante noi (!!!) – stanno venendo su bene lo stesso.

Stessa cosa dicasi per quanti, sempre di più, hanno capito che il vento che soffia è diverso dal solito. 

Tornando ai ragazzi, che sono il futuro e guardare avanti non fa mai male, fanno parte di generazioni aperte al mondo, in contatto col mondo e che forse, una volta per tutte, abbatteranno quest’odiosissima chiusura mentale che porta a stracciarci le vesti fin troppo spesso senza mai – o quasi – esprimere apprezzamento per ciò che, comunque, è stato fatto.

Fatto, capite?

Non proposto, chiacchierato, illustrato, vagheggiato ma fatto, realizzato, in concreto.

Non ho più voglia di elencare altri esempi, siamo tutti dotati di vista, udito e intelletto, non ce n’è bisogno.

D’altra parte, poi concludo: che cosa cambia se ci si lamenta di ciò che non va?

Forse si nutre la speranza che qualcosa potrebbe andare nel verso giusto? 

Lamentarsi non porta nessun beneficio ed è persino dannoso. 

La lamentela nasconde insicurezza, distoglie dalla soluzione e soprattutto è un’enorme mancanza di rispetto nei confronti di sé stessi, di chi ci ha generato e che fa, o ha fatto, salti mortali per vederci felici e compiaciuti.

Una mancanza di rispetto nei confronti dei nostri amici e dei nostri colleghi che, costretti a starci a sentire, rischiano di restarne contagiati.

Una mancanza di riconoscenza verso le cose che ognuno di noi ha, quelle che ci sono state donate con amore e anche quelle che abbiamo ottenuto con energia e forza, per le quali ci siamo battuti e per le quali dobbiamo ogni giorno lottare per evitare di perderle. 

Un’enorme ingratitudine e un’ “offesa”, non rimarginabile, per quanti sacrificherebbero la loro vita per vivere nella nostra anche un solo momento.

Non sono parole mie, ma le condivido in pieno.

Ne trovate la fonte come sempre in fondo alla pagina.

Non ci piace ciò che altri hanno fatto?

O non hanno fatto?

Benissimo, rimbocchiamoci le maniche e facciamolo noi, facciamo altro, magari meglio.

Facciamolo però, altrimenti, come si dice: le chiacchiere – comprese le mie! – per me stanno a zero.

Davide De Vita

Fonte:

http://educandoci.com/lamentarsi-o-agire/

La pericolosa Marcelle… Ennesima BUFALA, riaccendere il cervello, please.

Fake news invasion

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Forte però stavolta, eh?

Chiediamoci, stamattina, perché a volte sembra che la nostra mente abbia abdicato alla stupidità, a quel webetismo (termine che passa come inventato da Enrico Mentana, ma esisteva già, vedi fonti a fondo pagina, a proposito di “verificare la notizia”) dilagante che in rete impazza.  Siamo all’ennesima bufala, colossale e se ci pensiamo/pensate talmente idiota da farci sentire… Tali.

Sì, mi riferisco alla pericolosissima Marcelle Labelle Carradori che, secondo gli autori dell’idiozia contagiosa, starebbe minacciando tutti o quasi i nostri Sacri Profili Facebook. Attenzione! Attenzione! Attenzione!

Trattasi appunto di B U F A L A.

Il guaio è che non dovrebbe esserci bisogno di una smentita per ognuna di queste fesserie virali, se tenessimo la mente accesa e collegata alle nostre frenetiche dita sempre pronte a cliccare per condividere, quasi in automatico, in piena isteria ossessiva compulsiva.

Invece evidentemente la nostra mente entra in sciopero più o meno coatto, nemmeno si pone il dubbio che, visto che ce ne sono così tante in giro, che se ne parla anche a livello internazionale (vedi innumerevoli servizi giornalistici – anche quelli da prendere con le pinze – sull’eventuale influenza, proprio con le fake news o bufale, di hacker russi sulle scorse elezioni presidenziali americane o su quelle prossime italiane ) magari anche quella che i nostri amici ci schiaffano in privato su Messenger potrebbe essere una di quelle.

No, fa figo avere mille mila “amici” con cui condividere tutto, anche queste, perdonate il termine, ma quando ce vò, ce vò, cazzate.

Beh? Sai che c’è? L’amicizia, quella vera, non è – nella stragrande maggioranza dei casi e ovviamente fatte salve le solite, debite eccezioni – quella di Facebook e le cose che si condividono veramente nella vita, in quella reale, sono molto più intense e preziose, sia quelle drammatiche sia quelle gioiose e l’amicizia la cementano, rendendola inossidabile agli anni.

Lo spirito critico invece, la capacità di analisi e di pensiero indipendente invece pare proprio appannarsi sempre di più in questo mondo virtuale, ahinoi con ricadute non piacevoli anche in quello reale.

La colpa?

Non cerchiamo altri, cosa che facciamo così tanto spesso e bene, ma – scusate l’autocitazione – chiediamoci un perché mentre ci guardiamo riflessi in uno specchio.

Qualunque sia la guida che ci siamo scelti, siamo noi, se lo vogliamo davvero, ognuno di noi e noi soltanto, gli unici artefici del nostro destino, compreso quello virtuale.

Con tanti saluti alle varie Marcelle Labelle e ai suoi replicanti che immancabilmente ricompariranno.

P.S.: gentilmente, non mandatemi più roba simile, faccio da solo.

Davide De Vita

Fonti:

https://www.chicercatrova2000.it/news/leggi.phtml?id=2281

webete sm. :– Utente che considera Internet composta solamente dalla WWW. Neologismo coniato da Ginzo (ginzo@tin.it).

http://www.lastampa.it/2016/08/29/tecnologia/news/mentana-e-webete-il-neologismo-che-non-lo-viGVYkpFNMuhLEAnRtTpAL/pagina.html