Distopic

Redazione di un qualsiasi quotidiano cartaceo od on – line del “Mondo Occidentale”.

Una giovane reporter, nera, snella, pettinatura afro, arricchita da treccine ornate di perline rosse, verdi, blu e oro è ferma davanti allo schermo del proprio computer. Alle sue spalle il capo redattore, alto, magro, bianco, testa pelata, sguardo truce, maglione e jeans neri, le mani sulla spalliera della sedia girevole della ragazza, ripete la domanda:

«Te lo sei inventato. In rete è pieno di spazzatura simile.»

«No Burt, non è un pezzo mio, d’accordo, ma non l’ho inventato. E la mia fonte fino adesso è stata attendibile al cento per cento.»

«La tua famosa fonte di cui non vuoi parlare con nessuno, eh?»

«Esatto. La mia famosa fonte di cui non posso parlare con nessuno. I patti, le condizioni che mi ha posto Nako sono queste, fin dalla prima volta.»

«Nako?»

«Un nick come un altro. “Anonymous” è piuttosto inflazionato…»

«Uff… Leggimelo ancora, magari stavolta mi convinci a passarlo… Forse.»

La ragazza comincia a leggere a voce alta il testo sullo schermo.

***

Questo testo ha già fatto il giro del web più volte ed è stato immediatamente classificato come fake – news o bufala cospirazionista.  Continua però a circolare perché le copie sono innumerevoli. Si prega di considerarlo allo stesso tempo con massime prudenza e attenzione.

Stralcio di conversazione trapelata solo negli scorsi giorni, proveniente da un luogo sconosciuto, data imprecisata ma quasi certamente anteriore alla diffusione della pandemia di Sars Cov2 più comunemente nota come “CoVid19”.

Voce 1, uomo, adulto, maturo:

«Non c’è altro mezzo quindi?»

Voce 2, donna, adulta, matura:

«Tutti i modelli matematici e le simulazioni studiati fino adesso spingono verso quest’unica, inevitabile soluzione.»

Voce 3, uomo, adulto, forse più giovane di “Voce 1”:

«Somiglia terribilmente alla funesta “Soluzione finale” …»

Voce 4, donna, adulta, matura:

«Vero. Ne siamo consapevoli. Ma davvero non c’è scelta, ci siamo spinti, tutti, troppo oltre. O ci fermiamo adesso, subito, o il pianeta imploderà. Sì, con la nostra soluzione moriranno milioni di persone, ma se ne salveranno miliardi.»

Voce 1:

«Non credo si capirà. Spero non si sappia mai che siamo stati noi, moriranno i più poveri, i più fragili, come… Nell’esempio che hai appena citato.»

Voce 2:

«Improduttivi. Sacrificabili. Il sacrificio di pochi per il bene di tutti gli altri.»

Voce 3:

«Vi sembra giusto? Moralmente, eticamente giusto?»

Voce 4:

«Non è questo il discorso, da quel punto di vista siamo colpevoli, senza dubbio. Questo però è calcolo puro, niente di più e niente di meno. Siamo in troppi e abbiamo preso troppo da questa palla di fango. Se non ci fermiamo ora sarà la fine di tutto, per tutti.»

Voce 1:

«Perché una nuova guerra, seppur pilotata, non sarebbe andata bene?»

Voce 2:

«Perché, paradossalmente, c’era il rischio che qualcuno la vincesse

Voce 3:

«Va bene, se siamo a questo punto, procediamo e che Dio abbia pietà di tutti noi…»

Voce 4:

«La storia di copertura?»

Voce 1:

«Pronta. Il luogo di origine è stato individuato con il consenso dei principali leader del governo locale. La notizia ufficiale sarà che tutto è iniziato con la trasmissione del SarsCov2 da un pipistrello ad un essere umano…»

Voce 2:

«La berranno?»

Voce 3:

«Credetemi, il mondo avrà ben altro a cui pensare…»

Voce 4:

«Quanto durerà?»

Voce 1:

«Dai due ai quattro anni. Dipenderà dalla velocità di realizzazione dei vaccini e dalla loro distribuzione e diffusione, ma finirà. I modelli e le simulazioni sono stati precisi anche su questo aspetto. Tenete presente che tutti i ricercatori e i laboratori del mondo ci lavoreranno in contemporanea, con fondi praticamente infiniti. Non è mai successo prima nella Storia, questa volta sarà indispensabile.»

Voce 2:

«Non riesco a non pensare alle centinaia di milioni di contagiati e ai milioni di morti, è… Troppo per la mente umana e per la coscienza di ognuno di noi, se ancora ne abbiamo una…»

Voce 3:

«”Troppo” è la parola chiave in questa vicenda, ma dobbiamo concentrarci sul fatto che passati quegli anni orrendi sarà finita e…»

Voce 4:

«… Avremo salvato il mondo, ma nessuno lo saprà mai, anzi, saremo accusati per sempre del contrario.»

© Davide De Vita

Vi avrei detto che. . .

Salve e chiediamoci un perché.

Come va, come state?

Eh, lo so, è dura per tutti.

Come recita un adagio ormai celebre di un personaggio di Jacopo Cullin:

« Eehhh, lo fa! »

Detto ciò, giusto per non cominciare troppo seri o peggio ancora seriosi, perché scrivo queste righe?

Perché se avessi avuto la possibilità di presentare “Absentia” come con i romanzi precedenti, le parole seguenti le avrei dette a voce, mi sarebbe piaciuto tanto ma, per come immaginavo la nuova presentazione, in questo periodo non è proprio possibile per i motivi che tutti sappiamo.

Perciò vi avrei detto che . . .

L’idea di scrivere una storia nella quale si mette in atto il furto del Breve ce l’ho da quando, tanti anni fa, proprio la signora Celestina Sanna me lo mostrò dopo aver ascoltato il motivo per cui mi interessava.

Ascoltai lei, quindi scrissi il racconto “Assedio”, arrivato in finale al Premio Nazionale di Letteratura “il Prione” del 1995 e pubblicato prima nell’antologia del concorso di quell’anno e poi nella mia “ragionata” “Crisalidi”.

Molti anni più tardi ebbi l’idea di “Emme”, del commissario Spiga e tutto il mondo narrativo che ci ruota intorno.

Non sapevo che la forza dei personaggi e della storia e delle storie sarebbe stata così forte da farmi scrivere non uno ma tre romanzi.

Prima che me lo chiediate: sì, credo di fermarmi per un po’ con tutti loro, quindi per ora la trilogia chiude il ciclo.

Per tornare ad “Absentia”, esperienze di vita, di lavoro, di conoscenze comuni mi hanno portato all’incontro con la dottoressa Daniela Aretino, alla quale sono e sarò sempre infinitamente grato.

Lei è una archivista paleografa di professione, una vera ricercatrice, attenta alle minuzie e ai dettagli, appassionatissima – oltre che esperta – di Iglesias e della sua Storia.

Il sottoscritto è un pasticcione, che si muove a tentoni, spesso prendendo clamorose cantonate: se è successo – spero di no – è solo colpa mia, mea culpa mea maxima culpa!

La Storia, dunque, con la “S” maiuscola, mi stava bene, anzi ne avevo bisogno per ambientarci la vicenda che piano piano si stava formando sia nella mia mente sia sullo schermo del pc.

Non mi bastava, mi servivano tante altre storie più piccole da intrecciare tutte insieme, per lasciare a voi, lettrici e lettori, il compito – spero piacevole – di . . . Districare la matassa.

Non mi bastava ancora: per dare ancora più verosimiglianza al nuovo thriller, mi venne in mente di inserirci personaggi esistenti, appena romanzati, riconoscibilissimi da chiunque viva ad Iglesias e la conosca un pochino.

Come leggerete il romanzo capirete di chi parlo.

La ricerca e la documentazione questa volta sono state belle robuste, non solo per la Storia e le storie, ma anche per dettagli tecnici di varia natura, per i quali sono grato, tra gli altri, a Pierpaolo Tacconi e Luca Silvestro, loro sanno molto bene perché.

La carissima amica, autrice, attrice e regista Nico Pusceddu, che dopo aver accettato di “diventare” signora Lisetta, mi ha aiutato tanto nel rendere le scene più teatrali, quindi – spero – di maggiore impatto emotivo e “drammatico”.

L’elenco dei ringraziamenti sarebbe lungo ma è presente alla fine del libro, probabilmente ho scordato qualcuno e me ne scuso, perché ora che il romanzo è nelle vostre mani mi rendo conto di aver passato gli ultimi due anni e mezzo a chiedere le cose più assurde (per loro. . . ) alle persone più… Impensate.

Insomma questo è un piccolo assaggio di quello che avrei avuto il piacere di dirvi se fosse stato possibile metter su – letteralmente “in scena” – la presentazione che avevo in mente, ma chi lo sa, magari qualcosa del genere prima o poi la faremo lo stesso.

In ogni caso, se ci sono altre domande dal pubblico . . . Sparate!

Grazie a tutti.

Sipario.

Davide De Vita

Recensioni: “Io sono l’abisso”, di Donato Carrisi

Buona sera e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, Donato Carrisi è l’autore italiano di thriller più venduto al mondo?

Abbastanza semplice: perché le storie che racconta nei suoi romanzi sono belle storie e funzionano.

Grondano sangue e ansia ad ogni pagina o quasi, intendiamoci, ma per gli amanti del genere sono miele o musica.

Attenzione: un autore simile, così tremendamente affermato, ha un vero e proprio stuolo di collaboratori, sia nelle redazioni delle case editrici italiane che lo pubblicano, sia in quelle straniere.

Però le idee sono le sue, la faccia la mette lui, i romanzi li scrive lui.

Senza “americanate”.

Ricordandoci – come se ce ne fosse ancora bisogno – che le tenebre non solo possono celarsi dietro un’anonima porta dipinta di verde, ma soprattutto si annidano nel lato più oscuro dell’anima di ognuno di noi.

Questo è ciò che ci tormenta e allo stesso tempo affascina: scoprire in noi stessi l’abisso.

Sono un fan dichiarato di questo autore, dal quale cerco di carpire le tecniche di costruzione del thriller, non certo lo stile, che ritengo debba essere sempre del tutto personale e ben distinto. Ammesso poi che riesca ad emulare anche solo per un millesimo il suddetto!

In “Io sono l’abisso” ancora una volta e seguendo una “lezione” ormai appresa da tutti, sono le situazioni e gli oggetti apparentemente normali a diventare terrificanti, come, piccolissimo spoiler (non fondamentale, tranquilli). . . Un barattolo di sottaceti che sta dove proprio non dovrebbe stare.

Non c’è l’arcinota Mila Vasquez in questo romanzo, ma un’altra protagonista femminile dipinta a tutto tondo e che, credo, potrebbe dar vita ad un nuovo ciclo.

Che altro dire?

Si fa leggere in un paio di giorni, con i colpi di scena che arrivano puntuali nonostante, conoscendo ormai le tecniche di cui sopra, un pochino chi legge li intuisce.

Ma solo un pochino!

Altro piccolissimo spoiler, giusto per accendere ancora la vostra curiosità: fate più attenzione, d’ora in avanti, quando. . . Sistemate la raccolta differenziata della spazzatura!

Davide De Vita

Tra offuscati e Pacifici

Buongiorno, buon Natale e chiediamoci un perché.

Perché, ad esempio, per ognuno di noi ci sono persone più importanti di altre?

La risposta non è difficile, pensiamo agli affetti: dipende dal tempo che decidiamo di dedicare a loro.

Chi ha letto “Il piccolo principe” penserà subito all’esempio della rosa.

Un fiore, questo, che nel mio caso specifico rimanda ad alcune lettere di Gramsci e alla rosa che coltivava in prigionia.

Salti azzardati?

Perché?

Perché non dovrei farli?

La mente va allenata, altrimenti si atrofizza e di questi tempi – soprattutto di questi tempi – non va bene, non può andar bene.

Il Papa, paradossalmente diventato una voce di sinistra (!) ha definito quello che stiamo vivendo un tempo “sospeso”.

Corretto, ma non credo significhi possiamo permetterci il lusso di sprecarlo, anzi.

Di fatto ci è stata limitata, molto, moltissimo, la libertà.

D’ azione e di movimento, non di pensiero, grazie al Cielo.

Questo significa che il tempo a nostra disposizione, essendo ulteriormente limitato, è diventato ancora più prezioso.

Stamattina non sono riuscito a trattenermi e ho discusso con una persona che . . . Non la pensava come me.

Sul virus, sul vaccino, eccetera eccetera eccetera.

Sono stato antipatico, mi dispiace, ma dopo alcune domande mirate, di cui conoscevo molto bene le risposte, mi ha liquidato così (senza rispondere, naturalmente. . .)

«Guardi, lasci stare, ci fanno fare quello che vogliono loro…»

Chi? Cosa ci fanno fare? Chi sono “loro”?

Sarebbero state le giuste domande da contrapporre a quest’ennesimo siparietto trito e ritrito, invece ho dato retta, ho lasciato stare e me ne sono andato.

Avevo molte cose da fare, non mi andava di buttar via il mio tempo con chi, con tutto il rispetto, per me appartiene alla categoria degli offuscati.

Appunto.

Più tardi, invece, mi sono imbattuto in due sagome di cartone colorate con colori vivacissimi.

Ne avrete letto anche sui giornali, sono i “totem” dei “Pacifici”, coordinati se non ho capito male dall’amico Christian Castangia.

Un maestro elementare, regista e molte altre cose, che a me ricorda tantissimo Gianni Rodari.

Non so se a lui questo paragone piacerà, ma il suo impegno coi bambini e l’apprendere da loro piuttosto che esserne “solo” un insegnante mi affascina.

Siamo rimasti a chiacchierare forse mezz’ora, forse di più, non lo so e non importa, non credo che nessuno dei due abbia quantificato i minuti impiegati.

Abbiamo parlato di tutto, per focalizzarci poi sul tempo, sì, lo stesso di cui parlo in apertura di pezzo.

Trovandoci d’accordo sul fatto che sia la risorsa più preziosa che abbiamo, infinitamente più del denaro.

Non era possibile evitare di parlare di quello che stiamo vivendo, così tragico e – apparentemente – quasi senza speranza.

Non gliel’ho detto, lo scrivo qui, per me quei colori dipinti dai bambini sono speranza.

Più delle parole, delle menzogne, dei politici, o di alcuni di essi.

Più delle formule, talora confuse e spiazzanti, degli scienziati.

Siamo dei sognatori?

Può darsi.

Ho scritto più volte che se l’uomo non avesse sognato, fin dalla notte dei tempi, non saremmo arrivati da nessuna parte.

I bambini sono Maestri nel Gioco dei Sogni: la Fantasia è il loro regno.

«Se non sarete come bambini non entrerete nel regno dei Cieli»

Quando tutto sembra indicare che non ci sia più speranza, quello è il tempo della Speranza più grande.

Credo in quei colori.

La fantasia ci salverà.

© Davide De Vita

Nientology.

Buongiorno, mi chiamo De Vita. Davide, De Vita.

Sono un nientologo, nel senso che non ho alcuna seria competenza scientifica in nessuna materia.

Ho però conservato il brutto vizio, pensate, di leggere libri di carta, quelli pesanti magari, pesanti in tutti i sensi, ma all’interno dei quali si trova la conoscenza, non solo “informazioni”.

Quelli, per spiegarmi meglio, dove è necessario faticare per capire, insomma impiegare la mente, leggere e rileggere fino ad apprendere, far proprio, aumentare, appunto, la conoscenza.

L’avessi fatto al momento giusto avrei una laurea in tasca, ma…

Non l’ho fatto, mea culpa mea maxima culpa.

Ho cercato di rimediare, cerco di rimediare, leggendo.

Qui, su queste pagine elettroniche, le informazioni abbondano, trasudano, esondano.

Meno – nel senso che è sempre più rara – la capacità critica di analizzarle, elaborarle, distinguerle tra “prive di fondamento” e no.

Noi nientologi siamo più di quanti si possa immaginare, ma viviamo tempi bui: siamo disarmati dalle urla – si può urlare anche per iscritto – di chi appunto, non avendo solidi argomenti, si fa forza col volume.

La maggior parte delle volte perciò restiamo silenziosi.

Il suono roboante impressiona, colpisce, soprattutto quando lo si usa per esprimere idee e concetti che si vorrebbe fossero veri ma non lo sono.

Soprattutto quando si dicono cose che l’uditorio ama sentire, perché è ciò che desidera sentirsi dire.

Anche se non è la verità, soprattutto se non è la verità.

Così noi nientologi, persone “tristemente” ancorate al ragionamento “causa – effetto” e a fesserie come il sillogismo aristotelico o il metodo scientifico galileiano, di questi tempi siamo disarmati, sbigottiti davanti ad un ininterrotto campionato mondiale del “chi la spara più grossa” o “chi piscia più lontano” assurti anche ai massimi livelli politici.

Non mi riferisco solo alla nostra nazione, ma all’intero pianeta.

In questo scenario, in questo paradigma (ho scritto altri pezzi su quest’ultima parola, ce l’avete un vocabolario?) un’altra sciocchezza come il CoVid 19 non ha trovato – e continua a trovare, imperterrito – terreno fertile ma fertilissimo.

Siamo diventati coltura priva di cultura.

E una vocale può fare eccome la differenza.

Siamo nientologi però, gente che ancora – terribile! – mette in discussione prima di tutto le proprie opinioni, che non ha verità in tasca e si ostina a usare la propria testa.

Che antiquati!

Obsoleti, probabilmente.

Presuntuosi, anche: segretamente, ci illudiamo che prima o poi tornerà il nostro tempo e…

Ci toccherà, come sempre, ripartire e ricostruire dalle macerie prodotte dalla nostra più grande, acerrima nemica:

l’ignoranza.

P.S.: dimenticavo, continuo e continuiamo a chiederci un sacco di “perché.”

Davide De Vita

Numeri e nomi.

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Come va?

Come state?

Dove avete la mascherina, indosso, al collo, appesa ad un braccio, in tasca?

Avete paura?

No?

Neanche un po?

Io sì, moderatamente, ma ce l’ho.

Perché – così arriviamo al dunque – dieci, quindici, forse ventimila anni di cosiddetta “evoluzione” non ci hanno ancora insegnato a vincere la paura dell’ignoto.

Sfidarlo sì, con grande e grave incoscienza, averne un ragionevole timore no, ovviamente non da parte di tutti.

Di troppi sì però.

Sì, parlo del CoVid 19, ma anche di ciò che a mio avviso rappresenta: l’ignoto, ciò che non conosciamo e quindi ci terrorizza o almeno dovrebbe, sempre in misura ragionevole.

Siamo ancora quegli uomini primitivi che temono ciò che c’è oltre la grotta in cui vivono.

Questa volta è un virus invisibile e al momento invincibile che non conosce confini e ci ha ricordato, ci sta ricordando la nostra piccolezza, la nostra meschinità, le nostre miserie.

Non a tutti, non per tutti, non con tutti.

Forse per la prima volta nella Storia il problema ha un aspetto globale: questo ha fatto sì che l’assenza di un governo planetario (e non sto lisciando il pelo a chi vorrebbe il fantomatico “Nuovo Ordine Mondiale”, si badi bene) o quanto meno di una ONU efficiente per non dire della stessa OMS “brillassero” per la manifesta incapacità di affrontarlo con mezzi appropriati e a tempo debito.

Certo, del senno di poi…

Fatto sta che non siamo invulnerabili né immortali.

Fatto sta che in tanti, non tutti ma troppi, ce ne dimentichiamo spesso e volentieri.

Fatto sta che, per quanto la “Greta” di turno urli e strepiti, non abbiamo una “coscienza” globale.

Di nuovo non tutti ma troppi non pensiamo che al nostro piccolo orticello, qualunque cosa di estremamente vicino a noi esso rappresenti.

Certo, prima o poi arriverà un vaccino, prima o poi sarà distribuito, mi auguro gratuitamente anche se ho molti dubbi anche su questo, ma subito dopo ricominceremo a correre insensatamente verso chissà dove, senza aver imparato assolutamente niente da quest’ennesima lezione.

Lo stiamo già vedendo: ripeto all’infinito, non tutti ma in troppi siamo refrattari alle regole, anche alle più elementari, cadendo dal pero quando proprio per questo siamo costretti a pagarne le conseguenze.

Così stiamo già dimenticando quelle liste tristissime, di numeri e nomi.

Buona giornata.

Davide De Vita

Io, artigiano della penna nella Sardegna (forse) Covid Free.

scrittore immagine per 26 maggio 2020

Buona sera e chiediamoci un perché.

Come state?

Oggi ha un significato più profondo questa domanda, eh?

Spero bene in ogni senso, perché dovreste e dovremmo soltanto essere grati, voi ed io.

Voi, perché se state leggendo queste righe, possedete un computer o uno smartphone e un abbonamento o una ricaricabile attivi.

Io perché queste righe le ho potute scrivere.

Oltre a tanto altro che molti magari sognano soltanto.

Ci sarebbero da fare migliaia di riflessioni su queste ultime considerazioni, ma eviterò.

Allora, questo «perché»?

Forse sarebbe più corretto un «perché no?» in quanto questo è uno di quei post riflessivi, intimisti come direbbe qualcuno colto.

Insomma, scrivo perché da tempo non scrivevo sul blog e dedicavo – lo dedico tuttora – moltissimo del mio poco tempo libero al nuovo romanzo; è quasi un’ossessione ormai, però ci son dentro da un anno e mezzo e continuo a togliere, “sgrezzare”, rendere più fluido, gradevole, avvincente.

Beh, spero lo sia o lo diventi una volta presa la forma definitiva.

Perché lo sto facendo?

Domanda sbagliata; quella giusta è: per chi.

Per voi, per ciascuno di voi, lettrici o lettori, passati, presenti, si spera futuri.

Ho imparato che una delle domande giuste da porsi prima di mettersi a scrivere è la seguente: a me LETTORE, cosa piacerebbe leggere?

Accompagnata da: chi è il pubblico al quale mi rivolgo? 

Ce l’ho, un pubblico?

Così in questi mesi di quarantena ho studiato, oltre che scritto.

Certo, ho anche fatto il pane in casa, postato la foto su Facebook, fatto la pizza, non ho cantato o suonato dal balcone, se non un secchio per imitare il suono del tamburo della processione del Venerdì Santo, ho penato per trovare le mascherine, insieme a Rita, ma siamo stati tra i fortunati che hanno potuto continuare a lavorare, non senza difficoltà che ovviamente si sono manifestate tutte insieme nei momenti peggiori e più drammatici della pandemia.

Lo so, ognuno potrebbe raccontarne “di ogni”, ma questa è parte della mia piccola storia.

A proposito di storie da raccontare…

Ho seguito – e continuo a seguire – non uno ma due corsi di scrittura creativa, progettazione di romanzi, narratologia.

(Una disciplina poco conosciuta che studia come strutturare le varie parti di un romanzo, fino al minimo dettaglio, ma anche molti altri aspetti soprattutto tecnici)

Comprendendo che ho ancora moltissimo da imparare, se voglio sedurvi.

Sì, perché è di questo che si tratta, né più né meno: devo metterci tutto l’impegno possibile perché tu lettore o tu lettrice ti chieda alla fine di ogni pagina:

«E adesso cosa succederà?»

Per renderlo possibile sappi, Santa Lettrice e Santo Lettore, che ci vogliono – ogni giorno-  ore e ore di studio, documentazione, rilettura, correzione, revisione, scelta di ogni singola parola, confronto, rimescolamento, tecnica, scelta del ritmo e dello stile (a proposito, lo stile di uno scrittore non rimane mai lo stesso, non solo si evolve nel tempo ma si adatta alla storia che scrive, giusto per chiarire un altro dubbio emerso tempo fa…)insomma sacrificio, che però tu dovrai solo intuire, perché voglio che la storia che creo ti immerga e ti piaccia, insomma ti conquisti e ti… Seduca.

Non io, bada bene, io autore devo SPARIRE

La mia storia deve conquistare il tuo cuore e la tua mente

Se leggendola poi ti dimenticherai completamente di me, avrò raggiunto il mio scopo, perché saranno stati i miei personaggi a fare tutto il lavoro e spero tanto siano diventati anche, se non soprattutto, tuoi.

Per concludere, non penso a me stesso come “scrittore”, non vivo di quello anche se ovviamente mi piacerebbe tanto, ma – l’ho affermato più volte – come ad un artigiano della penna, o della tastiera, o delle parole.

Questo mi sento, questo sono.

Il post doveva andare a parare da un’altra parte, ma alla fine si è scritto da solo e forse è meglio così.

Perché l’ho scritto?

Perché no?

Davide De Vita

 

 

Iglesias, Venerdì Santo 2020: il suono delle matracche.

foto Cucca

(foto di Angelo Cucca; per gentile concessione dell’autore)

Buongiorno, buona Pasqua e chiediamoci un perché.

Perché venerdì 10 aprile 2020, ad Iglesias, sarà ricordato per sempre?

Certo, perché a causa del CoVid 19 e delle conseguenti restrizioni imposte dal governo la sentitissima, secolare processione del Venerdì Santo non c’è stata.

Sicuri?

Secondo chi scrive – e secondo moltissimi iglesienti – c’è stata lo stesso.

Perché nonostante le strade deserte, dai balconi è arrivato il suono delle matracche, specialmente in sa Costera ma anche in tutto il centro storico, insieme al suono ritmato di tamburi, alcuni improvvisati, che idealmente accompagnavano il tradizionale percorso della Processione.

Su tutti, a dare il tempo, quello suonato dal campanile della cattedrale.

C’erano bambini vestiti da “baballotti” sui balconi, c’era la magia di una città che si è voluta ritrovare intorno alle proprie radici sia sacre e religiose sia storiche, in un momento di condivisione toccante.

Iglesias è sì miniere, chiese, mare, montagne, storia, tradizioni, ma è anche e soprattutto composta dai suoi abitanti che quando vogliono sanno essere straordinari.

Lo testimonia la splendida foto di Angelo Cucca riportata in apertura e che l’autore mi ha gentilmente concesso di utilizzare, così come Davide Contu, bravissimo batterista non nuovo a proposte inconsuete della sua arte, mi ha permesso di citarlo: c’era lui sotto il cappuccio, sul campanile, a suonare il tamburo.

Diciamo di più e meglio: sempre citando una sua frase, non c’era lui o solo lui, ma tutta una comunità.

Partiamo dal principio: l’idea è nata da Stefano Ardau e Angelo Pani e ha trovato il favore dell’ Arciconfraternita della Vergine della Pietà del Santo Monte, perché la città “vivesse” lo stesso quell’atmosfera tanto cara, così sentita e tramandata nei secoli.

«Sì, l’idea è mia e di Angelo, ci è venuta qualche settimana fa

mi conferma Stefano al quale ho chiesto via Messenger

«L’intenzione era quella di tenere vivo il legame con il rito che ci rappresenta, ci unisce tutti. Perciò cosa meglio delle “matracche” e del loro suono? Così è nata la pagina, che ha subito ottenuto numerosissime adesioni e condivisioni. A queste si sono aggiunte decine di foto e testimonianze che hanno arricchito le pagine. Un grazie va senza dubbio all’ Arciconfraternita che ha subito accolto con entusiasmo l’iniziativa, al Comune in particolare nella persona di Claudia Sanna che ci ha appoggiato in tutto ma soprattutto ai cittadini: per merito loro il suono delle matracche, venerdì, è diventato la voce di Iglesias.»

L’augurio è che tutto ciò rimanga presto solo un ricordo incancellabile, per tornare quanto prima a quella “normalità” e serenità che purtroppo davamo per scontate.

L’autore ringrazia per la loro gentile disponibilità ed il permesso di citare nomi ed opere Stefano Ardau, Angelo Pani, Davide Contu, Angelo Cucca.

Rivolge inoltre un rispettoso e grato saluto all’ Arciconfraternita, consapevole che i riti della Settimana Santa sono solo una parte delle secolari opere di carità da essa compiute e con la speranza e l’augurio che l’anno prossimo si torni alla splendida tradizione nota in tutto il mondo.

Ringrazia inoltre tutta l’amministrazione comunale e la minoranza, che sa uniti per il bene della città.

Ringrazia ancora, soprattutto, gli iglesienti.

Tutti.

Buona Pasqua.

Davide De Vita

Manca il pane nel mio villaggio

mani che offrono pane

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Perché “manca il pane” nel nostro villaggio?

Perché questa pandemia sta paralizzando il mondo, in troppi non possono lavorare e quindi non hanno soldi per comprarlo.

Qui è anche peggio, perché la crisi economica c’era già, pesantissima, anche prima di quel coso lì, si quello sferico con le punte.

Si badi bene che chi scrive non è nessuno, sta solo mettendo per iscritto considerazioni e riflessioni che si agitano da giorni nella sua mente e se permettete nel suo cuore.

Quindi che si fa?

Si fa come si fa nei villaggi.

Ho spesso paragonato Iglesias ad un villaggio, ma in questo caso il paragone è in senso positivo: so per certo di molti gesti di solidarietà autentica già compiuti e che si continuano a compiere.

Dovremmo continuare su questa strada, ognuno per quanto può, come può.

Se possiamo permetterci una “spesa” pensiamo di lasciare una o una parte “sospesa” come si usa dire, per chi non ce la fa.

Lasciamola al nostro piccolo market di fiducia, o al Mercato Civico come è stato suggerito, oppure alle varie istituzioni, associazioni, enti, organizzazioni già presenti e operative da tempo in città o alla nostra parrocchia, sempre se e quando possibile e rispettando le regole.

In molti si stanno organizzando per il ritiro e la distribuzione a domicilio.

Credo che questa catastrofe ci stia offrendo l’opportunità di rivalutare cosa significhi vivere in una comunità tutto sommato non troppo grande – per questo “villaggio” ma, ripeto, nel senso migliore del termine – dove alla fine ci si conosce tutti o quasi.

Davvero qui e ora ci giochiamo la nostra dignità di esseri umani: proprio perché siamo “altro” da chi, oltre Atlantico, ha già le armi pronte – parlo proprio di fucili e pistole – da usare contro chiunque non gli vada a genio.

Ci sarà tempo per riprendere le schermaglie politiche, più che lecite in quanto diversità e dialogo anche serrato sono ricchezza.

Ora è tempo di guardare se e quanto chi vive ad un passo da noi ha bisogno e fare ciò che possiamo per dare una mano.

Così come è tempo di favorire in ogni modo medici e personale sanitario, anche facendo un passo indietro quando in una fila qualsiasi c’è qualcuno di loro.

Come in molti stanno ripetendo, non sono eroi, ma persone che tentano in mezzo a mille difficoltà di fare al meglio il loro lavoro.

Se ne abbiamo la possibilità, seguiamo il loro esempio e anche noi cerchiamo di fare al meglio il nostro: ora più che mai ne va del bene di tutti.

Come in un villaggio.

Stiamo a casa quanto è possibile, usciamo solo se assolutamente necessario, teniamo duro.

Auguri a tutti da un nessuno che ogni tanto prova a buttar giù due righe ma che oggi più che mai preferisce sperare piuttosto che sparare.

Davide De Vita

Disse il passero alla cinciallegra…

cinciallegra

Buonasera a tutti e chiediamoci un perché.

Tutte le mattine, presto, sia che mi trovi a casa sia nel luogo dove lavoro come badante, il cinguettio degli uccellini mi sveglia prima o insieme al sorgere del sole.

Questo mi ha fatto venire in mente una specie di fiaba, per cui mi son detto: perché non scriverla?

Chiedo perdono a tutti gli esperti di animali: non conosco i comportamenti precisi delle varie specie, per cui prendete la mia come un’ampia licenza poetica.

Ecco la fiaba, ammesso si possa definirla tale.

Disse il passero alla cinciallegra…

«Il sole è sorto, è una bella giornata, comincia la nuova stagione, senti che aria pulita!» disse il passero alla cinciallegra

«Sì ma… Dove sono gli umani?»

«Si dice che una Grande Ombra ne stia portando via tanti, moltissimi si ammalano, altri per il terrore restano barricati nelle loro tane.»

***

«Oggi è una buona giornata per la caccia, muoviti, il sole è già alto; la foresta non è mai stata così pulita, avremo un grande bottino.» disse il lupo al suo cucciolo più promettente

«Sì ma, dove sono gli umani? Non ci spareranno come sempre?»

«No, figlio mio, oggi no, neppure domani.»

***

«Mai visto il mare così pulito! Forse troveremo meno dannata plastica e magari meno reti…» disse il tonno al sarago

«Sì ma… Dove sono gli umani?»

«Oggi non verranno. Resteranno a riva e anche più indietro.»

***

«Guarda laggiù, tra le loro case, nessun carro puzzolente e rumoroso, nessuno di loro lungo quegli strani sentieri, tranne pochi impauriti.» disse il muflone alla sua compagna, dall’alto di una rupe che domina una delle città degli uomini.

«Non verranno quassù ad imbrattare tutto, come sempre?»

«No, oggi no. Nemmeno domani.»

«Si sa il perché?»

«La voce del vento parla di una Grande Ombra che li fa ammalare, ne uccide tanti; hanno paura.»

«Non possono chiedere aiuto al Cielo, ai loro dei?»

«Qualcuno lo fa, ma sono pochi quelli che lo fanno con convinzione. Gli altri, quasi tutti, hanno dimenticato il Cielo e gli dei, o il Creatore di Tutte le Cose.»

«Allora in cosa credono?»

«Nel “di più” e nel “denaro”.»

«Non sono cose che si possono mangiare.»

«Sì, tra gli uomini in passato ci sono stati dei saggi che hanno provato a spiegarlo; ce ne sono stati che hanno parlato d’amore, di pace, di compassione. Ne hanno dato testimonianza con la propria vita.»

«Ah beh, allora li avranno ascoltati.»

«Li hanno uccisi. Tutti. Agli uomini la verità non piace. Agli uomini piace ammazzarsi tra loro. Sono ingegnosi nel costruire armi ogni volta più terribili.»

«Perché?»

«Sono uomini.»

«Torneranno?»

«Quando la Grande Ombra sarà scomparsa torneranno. Tornano sempre. E non imparano mai.»

© Davide De Vita, Iglesias, 22 marzo 2020