Recensioni: Joker.

Joker Phoenix

L’ oscena risata del Joker.

Buonasera e chiediamoci un perché.

Perché non è solo consigliabile, ma necessario, vedere il film “Joker” interpretato da Joaquin Phoenix e diretto da Todd Phillips?

Perché Phoenix non è grandioso, è monumentale.

Perché questo è uno di quei film da “prima” e “dopo”.

Sarà la pietra di paragone.

Certo, resta grandissimo il Joker di Jack Nicholson, ma Phoenix si spinge oltre, con quella risata a metà tra l’osceno e il delirante che ti entra nell’anima e risveglia in te, spettatore, lati oscuri che speravi tanto di non avere.

Invece li hai.

Joker – Phoenix scopre e prende consapevolezza di essere stato – letteralmente – preso a calci in culo e in faccia per tutta la vita, a cominciare da chi credeva fosse l’unica persona ad averlo amato e di cui si è preso cura, annullandosi, per anni.

Mi dispiace per lo spoiler, ma quella persona è sua madre, o meglio quella che lui ha sempre creduto lo fosse.

Basta spoiler.

Così questo personaggio nato come antagonista del Batman dei fumetti [1]si evolve ancora nell’interpretazione di Phoenix da quella già grande resa dal compianto Heath Ledger (“Il cavaliere oscuro”, 2008).

Phoenix lo fa più attuale, lo inserisce in una “Gotham” fin troppo sovrapponibile alla New York di oggi, ma quella degli ultimi, dei diseredati, degli homeless di cui diventa una sorta di leader, seppure violentissimo e malvagio.

È malvagio però perché non può farne a meno e la nostra parte oscura, quella inconfessabile che ognuno di noi si porta dentro e nasconde, fa il tifo per lui.

È malvagio secondo il comune sentire e la via maestra e “politicamente corretta” dei buoni sentimenti, ma si ribella, diventa il ribelle per eccellenza, per antonomasia.

La sceneggiatura – scarna, essenziale, lo ammetto, ma tutto sembra studiato per mettere in evidenza la grandezza di Phoenix – fa in modo che lui incontri un Bruce Waine (il futuro Batman) ancora bambino, ma non cade nella facile trappola di seguire la strada dei super eroi.

Qui non ci sono super poteri, qui c’è la follia dell’uomo e degli uomini, tanto che – come sempre – ci si chiede dove sia davvero il confine tra questa e la presunta sanità mentale.

Undici candidature agli Oscar 2020.

Quello per Phoenix come migliore attore protagonista quasi scontato.

Può darsi che i pronostici – come spesso accade – non verranno rispettati, ma secondo chi scrive l’attore, con questa interpretazione magistrale, l’ha già vinto.

Ora permettetemi una nota personale.

Voglio ringraziare pubblicamente l’amico Matteo per le sue parole davvero incoraggianti: mi hanno aiutato molto e tranquillo, la notte stessa ho ricominciato a scrivere.

E poi, Matteo, perdonami l’autocitazione, ma Joker, in fondo, non anche lui una…

Persona gentile?

Davide De Vita

[1] ll Joker è un personaggio immaginario nato dalla collaborazione di Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson, che ha esordito nel 1940 nel primo numero della serie a fumetti Batman (vol. 1), pubblicata dalla DC Comics. È un pericoloso clown psicopatico, uno dei più celebri supercriminali dei fumetti oltreché la nemesi di Batman. Nelle prime traduzioni italiane era stato chiamato “Il Jolly”, nome italiano più diffuso dell’omonima carta da gioco.

 

Recensioni: “Tolo Tolo” di Checco Zalone

Tolo tolo Checco Zalone

Buonasera e chiediamoci un perché.

Perché andare a vedere “Tolo tolo”, ultimo film interpretato e diretto da Checco Zalone (Luca Medici)?

Perché è necessario.

Perché non è vero che non fa ridere.

Perché è vero che fa riflettere.

Perché – spiacente – ma mette gli ignoranti di fronte alla propria ignoranza e il classico “italiano medio” (nel senso peggiore del termine) davanti alla propria mediocrità.

In sostanza, fa un ritratto, un’istantanea di molti di noi – chi si scrive non si sottrae, non si sente “superiore” a nessuno – e dei tempi in cui viviamo.

Certo, parla dell’immane tragedia dei migranti, ma lo fa a modo suo, restando fedele al suo personaggio estremamente ignorante, menefreghista, evasore fiscale cronico e con “rigurgiti di fascismo” presentato alla stregua di un disturbo intestinale.

Per apprezzare tutte le battute e le gag del film, però, è necessaria una cultura almeno media: per interpretare al meglio un ignorante, infatti, è indispensabile essere colti.

E informati, attenti a ciò che accade intorno a noi ogni giorno, ogni ora.

Medici/Zalone ci riesce, ci riesce molto bene.

Non sono un critico cinematografico, ma a me il film è piaciuto, molto.

Non “attacca” solo la destra italiana e un certo populismo e/o sovranismo, ma anche un certo proporsi della sinistra con quel “radical chic” diventato ormai da tempo davvero antipatico: vedi la parodia del famoso giornalista reporter francese.

In poche righe è difficile dire di più del film, ma credo che – nonostante sia difficile che vinca qualche premio prestigioso – un giorno questa pellicola sarà vista per documentare la Storia che oggi viviamo ed è ancora cronaca.

Ripeto: va visto.

Per poterne poi parlare, a lungo.

Davide De Vita

“Aquile randagie” il film: riflessioni a caldo.

Aquile randagie manifesto film

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Ieri non pensavo di scrivere in merito al film “Aquile randagie”, ma oggi è già un altro giorno e rivendico il diritto – dovere di cambiare idea.

Sottolineo che quanto scrivo – come sempre – è unicamente il mio modestissimo parere personale, niente di più e niente di meno.

Cominciamo con la critica diciamo “tecnica”: onestamente, il film non vincerà un Oscar, anche se di “Oscar” si parla lo stesso…

Ma non di quello Hollywood!

Tornando sull’argomento “tecnico” il fatto che si veda non sia un film “professionale” non è grave, in quanto la pellicola è dichiaratamente di basso budget, per non dire bassissimo, per cui anzi è clamoroso il successo al botteghino in così pochi giorni di programmazione, secondo in Italia subito dopo l’ultimo Tarantino, ma queste sono statistiche, lasciamole agli analisti e agli amanti dei grafici.

Credo che l’intenzione di produttori, registi e interpreti fosse far passare il messaggio forte e chiaro dei valori fondanti – e largamente condivisi in ogni angolo del pianeta – dello scoutismo, ribadendo con forza sia la libertà nel senso più puro del termine sia la spiritualità di cui quegli stessi valori sono permeati.

Chi scrive è stato lupetto ed esploratore nell’ ASCI, ha fatto la Promessa da esploratore in Agesci, quindi novizio, rover, capo. Ha ricevuto le insegne “Gilwell” nei primi anni Ottanta, quindi è stato per anni Capo Reparto, poi nel gruppo nel quale è ancora censito di nuovo Capo Reparto, Maestro dei Novizi, Capo Clan, Capo Gruppo. In Zona ha ricoperto per un breve periodo il ruolo di Addetto Stampa.

Una “carriera” simile a centinaia e migliaia di altri amici e fratelli scout, ma facendo due conti, considerando che diventai lupetto nel 1972 si tratta della bellezza di quarantasette anni che, tranne alcuni periodi di “disintossicazione”, ho il fazzolettone al collo.

Perché riporto tutto ciò?

Perché – com’è normale – magari in tanti di voi che ora leggete non sapete del mio passato, magari non sapete nulla nemmeno dello scoutismo, ma mica è una colpa!

Fatto sta che chi come me e come i tanti capi scout presenti ieri al cinema ad Iglesias (ci siamo detti che ad un’Assemblea di Zona spesso c’è meno gente…) davanti al film, alla storia che questo raccontava, credo si sia posto questa domanda:

<< Sono riuscito, durante la mia vita, riesco ancora, a testimoniare i valori sui quali ho promesso? >>

Personalmente non credo di esserci sempre riuscito, di sicuro spesso sono “caduto” nonostante poi aggrappandomi a quegli stessi valori e ad amici, fratelli volenterosi (guarda caso scout anche loro, quanto meno in passato…) mi abbiano aiutato in mille modi, permettendomi di rialzarmi e proseguire il cammino.

Qui la metafora prosegue, perché la storia delle Aquile Randagie e del loro paradisiaco rifugio in Val Codera parla anche – moltissimo – di “strada” sia in senso letterale sia intesa come sacrificio, fatica necessaria per raggiungere un obiettivo, nel loro caso nobilissimo come salvare migliaia di persone perseguitate, molte delle quali ebree.

Questo è qualcosa che purtroppo abbiamo perso o stiamo perdendo: va per la maggiore la filosofia delle “scorciatoie”, del “come posso fare per fregare il prossimo e arrivare prima degli altri, sopraffacendo chiunque” a discapito della solidarietà e dell’<< aiutare gli altri in ogni circostanza >>.

A discapito – anche – di quella cultura del “fare e faticare” unica strada maestra, onesta e leale per raggiungere obiettivi concreti, se mi permettete formativi o educativi.

La fatica, fisica o mentale, oggi spaventa, non la si vuole affrontare, nemmeno se si tratta di impiegare la mente ad… Imparare e capire l’importanza della grammatica italiana.

Si sottovalutano enormemente queste cose e poi ci si stupisce se per quanto riguarda cultura ed informazione, noi che siamo il Paese definito per millenni la culla di quella stessa cultura, in Europa siamo il fanalino di coda.

Per arrivare al paradosso – visti questi presupposti – di proporre il voto ai sedicenni…

Tornando al film, chi scrive deve moltissimo allo scoutismo, così come lo scoutismo italiano deve moltissimo alle Aquile Randagie. Non so se esagero, ma probabilmente senza la loro ribellione al fascismo e il loro ingresso in clandestinità fino ad “un giorno in più” io e centinaia di migliaia di altri ragazzi (anzi, dal secondo dopo guerra ad oggi credo siano stati ormai milioni) non avremmo potuto fare quella Promessa e intraprendere un’Avventura senza pari.

Davide De Vita

(“Grizzly Saccente”, nome totem datomi dall’Alta Squadriglia del Reparto Maestrale del Gruppo Scout Agesci Iglesias 6)

Lei, io, il cinema e le… Cagatemmericane.

antico proiettore cinematografico

Buonasera (scrivo di sera) e chiediamoci un perché.

Perché c’è una sottile, quasi impalpabile differenza tra i gusti cinematografici miei e quelli della donna che amo e mi sopporta da più dodici anni?

Ho provato a rispondere a questa domanda già tempo fa su queste stesse pagine, ma forse ora sono in grado di farlo meglio.

Per cominciare proviamo a spiegare quali film guardo io – anche se trovandomi “in spirito” posso guardare anche pellicole un attimo più di “spessore” – volendo “staccare la spina” dal quotidiano che già di suo è spesso abbastanza pesantuccio.

Prendo in prestito, per questo,  alcuni post di questi ultimi giorni dell’amico Matteo che definisce certi film “cinema ignorante”.

Lui c’è andato leggero, io – che però le guardo più che volentieri – definisco ognuna di queste pellicole…

<<Cagatammmericana. >> (le tre “m” non sono un errore)

Se ci pensate, dal “Giustiziere della notte” in qua, il tema, la trama e il soggetto non si differenziano mai di molto, ci sia Charles Bronson (il primo ad interpretare quel ruolo) o Clint Eastwood – Callaghan per tornare abbastanza indietro nel tempo attraverso molti “Bruce Willis” fino ai più attuali Jason Statham o Dwayne “the Rock” Johnson passando ovviamente per i vari Rambo e suoi derivati: l’eroe da solo sgomina mille mila cattivoni, dopo che o gli hanno fatto fuori la moglie, o la figlia, o il migliore amico, o hanno quasi fatto fuori lui stesso.

Quasi, appunto.

Perché poi lui, l’eroe, s’incazza come una bestia incazzata – molto incazzata – e o a pugni e calci o con qualsiasi cosa possa usare come arma combatte e vince.

Vi ho riassunto la trama di almeno qualche centinaio di film, potete aggiungere qualche inseguimento in macchina a circa venti minuti dalla fine, qualche battuta idiota tipo:

<< Sergente, sta sanguinando. >>

<< Non ho tempo di sanguinare. >>

E siamo a posto. (La citazione è dal primo “Predator” con Schwarzenegger per nominare anche lui, ma vedetevi “I mercenari” e li beccate tutti insieme appassionatamente)

Sono consapevole che nessuna di queste pellicole vincerà mai l’Orso d’Oro al Festival di Berlino o qualcosa del genere, ma confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che, proprio per evadere dai problemi quotidiani, li guardo e mi rilasso, come se guardassi un cartone animato ripeto consapevole che proprio di questo si tratta, niente di più.

Sono anche consapevole che pellicole del genere, se la vogliamo buttare in politica virano pericolosamente a destra, l’uomo solo che si fa giustizia da sé è un tema molto caro “da quelle parti”, ma ripeto le guardo con consapevolezza e chi mi conosce sa che … Non la penso così.

Il discorso dell’amore della mia vita è un filino diverso.

Intanto, dopo almeno dieci anni di sacrifici di entrambi, oggi potremmo, volendo, accedere a mille mila titoli, di ogni genere, numero e grado, da Sky a Netflix a tutto ciò che vi viene in mente, ma restiamo su Sky che basta quello.

Cosa fa la mia adorata con la tv satellitare più nota in Italia?

Si sintonizza sulla…

Radio.

Occhei, ma veniamo al dunque, cioè a quando decide dopo lunga meditazione di guardare un film a sua scelta.

Esso, quando va bene, è di produzione cecoslovacca degli anni Cinquanta, in piena guerra fredda.

In bianco e nero.

In lingua originale, sottotitolato.

Girato da un regista sconosciuto suicidatosi dopo questo che è stato il suo ultimo film.

La trama, che si comprenderà solo a tre quarti del film ma non ne sono del tutto sicuro, parla – forse – di un muratore stakanovista al quale sono morte nell’ordine e a distanza di breve tempo l’una dall’altra la mamma, la moglie, la figlia e la figlia della sorella era gobba pure quella la famiglia dei Gobbon…

Lui è malato terminale, la fabbrica dove si produceva l’unico farmaco che avrebbe potuto almeno alleviare le sue sofferenze è andata distrutta in un incendio.

Questo incendio ha distrutto anche casa sua.

Nei primi venti minuti di film si vede lui di spalle seduto su una sedia che ha una gamba rotta fissare un muro, mentre i suoi tristissimi pensieri scorrono in basso nello schermo.

Una gioia infinita.

Si capisce che anche il muratore medita il suicidio: chissà come mai?

A metà del film si rompe anche la sedia e il muratore rovina a terra, perciò il regista pensa bene di girare “in prospettiva” venti minuti di soffitto, con lievi movimenti ogni tanto per dare “respiro” a questo turbinio d’azione.

Tagliamo corto: lui alla fine muore tra atroci tormenti e…

Forse anche io.

Chiedo timidamente alla mia lei:

<< Ma ti è piaciuto davvero? >>

<< Beh… Meglio della solita merda che guardi tu. >>

<< Okay, colpito e affondato. Ora cosa guardi che stai cambiando canale?>>

<< Salvini dalla D’Urso. >>

Amo questa donna. (non la D’Urso).

Davide De Vita

Bohemian Rhapsody il film: perché.

Bohemian rhapsody locandina film

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché andare a vedere (e sentire!) “Bohemian Rhapsody”, il film”?

Perché, come sempre a mio modestissimo parere, il film è bellissimo, epico.

Attenzione: la storia della band (i “Queen”[1]) è volutamente stravolta per esigenze cinematografiche e – pare – per espressa volontà degli unici due componenti rimasti in vita, uno dei quali è anche co – produttore della pellicola, per cui ha già fatto storcere il naso ai fan più sfegatati ed esigenti e, nei loro panni, sarei d’accordo con loro ma… Non sono un fan così accanito.

Mi piacciono le storie però e questa è una storia bellissima nonché drammatica, certo in più parti rimaneggiata (penso anch’io che gli altri componenti della band non fossero pulitini e perfettini come si è cercato di mostrarli, non è credibile dato il contesto storico – sociale degli anni Settanta e primissimi Ottanta) ma davvero godibile.  

Ho letto di interminabili vicissitudini occorse durante i vari tentativi di realizzare questo film, cambi di registi e ricerca di un attore adeguato al difficilissimo ruolo di Freddie Mercury[2], ma – ribadisco sempre secondo me – il risultato è ottimo.

Da spettatore medio, oserei dire qualunque come mi ritengo (non sono né un esperto di cinema né di musica), sono uscito dal cinema contento, nonostante abbia versato pure qualche lacrima, lo confesso senza il minimo pudore.

Questo perché la pellicola, la storia e la superba interpretazione di Rami Malek sono stati capaci di comunicare emozioni, il che di questi tempi non è per niente poco.

Così accetto – appunto da spettatore medio – la scelta di “simboleggiare” la miopia di un produttore (di cui non ricordo il nome ora) evidenziando la scena in cui Mercury si oppone al rifiuto dello stesso di accettare “Bohemian Rhapsody” in quanto troppo lunga (sei minuti circa) per essere passata dalle radio dell’epoca e se ne va dicendogli:

<< Passerai alla storia come l’uomo che ha rifiutato i Queen! >>

Oppure l’unica sequenza in cui – secondo me (ma anche di altri più illustri recensori) di nuovo con un’unica scena simbolica – si è voluto rappresentare sia il contrastato rapporto con la stampa e il feroce mondo dello showbiz (il mondo degli affari legato a quello dello spettacolo) e la voce dei Queen.

Oppure ancora la tormentata sessualità del cantante, descritta quasi con accenni – comprensibilissimi – ma mai volgari.

Oltre che intorno alla carismatica figura di Freddie Mercury e alla sua vita tormentata, la storia ruota intorno all’irripetibile concerto – evento del “Live – Aid”[3] tenutosi in Inghilterra allo stadio di Wembley (oltre che a Philadelphia, Sidney e Mosca) il 13 luglio 1985.

Il sottoscritto in quella data marciava in uniforme da fatica, da militare, sui marciapiedi del Centro Addestramento Reclute sotto il sole cocente di Salerno e sia dei Queen sia del Live Aid sapeva ben poco…

Le canzoni però le conoscevo, erano gli anni Ottanta, ignorarle era impossibile; brani come “Will will rock you” o la stessa “Bohemian Rhapsody” erano, insieme ad altri brani cosiddetti più commerciali di altri artisti, la colonna sonora di quelli e degli anni precedenti.

Lessi poi sempre più cose su Freddie Mercury, ascoltai con più attenzione le canzoni sue e della band e scoprii che mi piacevano molto, moltissimo.

Vidi poi alcuni video delle sue perfomance e rimasi allibito: un animale da palcoscenico inarrivabile, capace di conquistare il pubblico come nessuno.

Il video che posto è un pezzetto dell’esibizione di Wembley, per la quale un certo Elton John disse senza fronzoli:

<< Quel giorno Freddie Mercury ha rubato la scena a tutti. >>

Dove, per capirci, “tutti” erano, tra i tanti, personcine come lo stesso Elton John, Status Quo, Elvis Costello, David Bowie, Madonna, Led Zeppelin, B.B. King, Sting, Eric Clapton, Spandau Ballet, Duran Duran e così via…

Trecento milioni di dischi venduti, canzoni che resteranno nella storia non solo del rock ma della musica in senso più ampio.

<< Freddie maledetto Mercury >> (cit. dal film) con la sua sessualità ambigua, omosessuale, bisessuale, di certo affamato di libertà e troppo grande come artista per lasciarsi rinchiudere in una qualsiasi barriera o etichetta…

Una leggenda, un mito.

Una lezione per tanti che, oggi, pensano o credono di essere “bravi”.

Una lezione per chi, oggi quattordicenne o quindicenne, scopre cosa furono davvero quegli anni per la musica.

Da vedere e ascoltare al cinema.

Applausi.

https://www.youtube.com/watch?v=ri97Sk8Gw3s&ab_channel=theytrebel

Davide De Vita

Fonti: wikipedia

[1] Queen furono un gruppo musicale rock britannico, formatosi a Londra nel 1970 dall’incontro del cantante e pianista Freddie Mercury con il chitarrista Brian May e con il batterista Roger Taylor; la formazione storica si è poi completata nel 1971 con l’ingresso del bassista John Deacon.

La band, conosciuta come una tra le più importanti della scena musicale internazionale, ha venduto circa 300 milioni di dischi. Tra le più importanti canzoni del quartetto si ricordano Bohemian Rhapsody, inserita sia da critici sia da sondaggi popolari tra le migliori canzoni di tutti i tempi, Somebody to Love, We Are the ChampionsDon’t Stop Me Now e Crazy Little Thing Called Love di Mercury, We Will Rock YouWho Wants to Live ForeverI Want It All e The Show Must Go On di May, Radio Ga Ga e A Kind of Magic di Taylor e Another One Bites the Dust e I Want to Break Free di Deacon. La loro prima raccolta del 1981, Greatest Hits, risulta l’album più acquistato in assoluto in Inghilterra, con oltre sei milioni di copie vendute, preceduto solo da Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles nella vendita di oltre 25 milioni di copie in tutto il mondo.

Il gruppo ha riscosso nel corso degli anni un grandissimo successo di pubblico e ha avuto una forte influenza sulle generazioni e sui musicisti successivi. Nel 2001 la band è stata inclusa nella Rock and Roll Hall of Fame di Cleveland e, nel 2004, nella UK Music Hall of Fame. Inoltre, i quattro membri della band sono stati ammessi nella Songwriters Hall of Fame. I Queen, che attinsero principalmente al progressive, al glam rock e, soprattutto nei primi anni, all’hard rock, furono influenzati da generi musicali molto diversi, come heavy metal, gospel, blues rock, musica elettronica, funk e rock psichedelico.

Caratteristica del gruppo erano i loro concerti (707 in 26 nazioni dal 1971 al 1986) che, animati da Mercury, considerato uno dei più carismatici frontman di sempre,si trasformavano in spettacoli teatrali; la loro esibizione al Live Aid è stata votata da un vasto numero di critici come la migliore dell’evento. 

[2] Freddie Mercury, pseudonimo di Farrokh Bulsara (Zanzibar, 5 settembre 1946 – Londra, 24 novembre 1991), è stato un cantautore, musicista e compositore britannico di origini parsi.

Ricordato per il talento vocale e la sua esuberante personalità sul palco, è considerato uno dei più celebri e influenti artisti nella storia del rock: universalmente riconosciuto come uno dei migliori frontman nella storia della musica, nel 2008 la rivista statunitense Rolling Stone lo classificò 18º nella classifica dei migliori cento cantanti di tutti i tempi, mentre l’anno successivo Classic Rock lo classificò al primo posto tra le voci rock.

Fu fondatore nel 1970 dei Queengruppo rock britannico di cui fece parte fino alla morte. Per i Queen fu autore della maggior parte dei brani, tra i quali si annoverano successi come Bohemian RhapsodyCrazy Little Thing Called LoveDon’t Stop Me NowIt’s a Hard LifeKiller QueenLove of My LifePlay the GameSomebody to Love e We Are the Champions. Oltre all’attività con i Queen, negli anni Ottanta intraprese la carriera solista con la pubblicazione di due album, Mr. Bad Guy (1985) e Barcelona (1988), quest’ultimo frutto della collaborazione con la cantante soprano spagnola Montserrat Caballé, il cui singolo omonimo divenne l’inno ufficiale dei Giochi della XXV Olimpiade svoltisi a Barcellona.

Ammalatosi di AIDS, sviluppò a causa di ciò una grave broncopolmonite e altre gravi patologie che lo portarono a una prematura morte, sopravvenuta il giorno seguente alla pubblica dichiarazione del suo grave stato di salute. In suo onore, il 20 aprile 1992 fu organizzato il Freddie Mercury Tribute Concert, al quale parteciparono molti artisti musicali internazionali; i proventi dell’evento furono utilizzati per fondare The Mercury Phoenix Trust, organizzazione impegnata nella lotta all’HIV, il virus alla base della sindrome da immunodeficienza acquisita.

Dopo la sua morte uno dei più celebri tributi a lui dedicati è stata la statua ritraente il cantante nella sua famosa posa che si affaccia sul Lago Lemano, in Svizzera, tra le altre numerose erette in suo onore nel corso degli anni. In occasione di quello che sarebbe stato il suo settantesimo compleanno, nel settembre del 2016 l’asteroide 17473, scoperto nel 1991 (anno della scomparsa dell’artista), è stato rinominato 17473 Freddiemercury.

[3] Il Live Aid è stato un concerto rock tenutosi il 13 luglio 1985 in diverse località. L’evento è stato organizzato da Bob Geldof dei Boomtown Rats e Midge Ure degli Ultravox, allo scopo di ricavare fondi per alleviare la carestia in Etiopia. È diventato uno dei più grandi eventi rock della storia, caratterizzando gli anni Ottanta.

Fu presentato come un jukebox globale, e i luoghi principali dell’evento furono il Wembley Stadium di Londra con circa 72.000 presenze, e il John F. Kennedy Stadium di Filadelfia con approssimativamente 90.000 presenze; altri luoghi furono Sydney e Mosca. È stato il più grande collegamento via satellite e la più grande trasmissione televisiva di tutti i tempi: si stima infatti che quasi due miliardi di telespettatori in 150 paesi assistettero alla trasmissione in diretta. Il concerto è stato concepito come seguito di un altro progetto di Geldof e Ure, un singolo a scopo benefico eseguito da un gruppo di artisti provenienti dal Regno Unito e dall’Irlanda, chiamati Band Aid.

Il concerto crebbe di dimensioni man mano che si aggiungevano nuovi musicisti dalle due parti dell’Oceano Atlantico. La raccolta di fondi superò gli obiettivi.

 

[3] Il Live Aid è stato un concerto rock tenutosi il 13 luglio 1985 in diverse località. L’evento è stato organizzato da Bob Geldof dei Boomtown Rats e Midge Ure degli Ultravox, allo scopo di ricavare fondi per alleviare la carestia in Etiopia. È diventato uno dei più grandi eventi rock della storia, caratterizzando gli anni Ottanta.

Fu presentato come un jukebox globale, e i luoghi principali dell’evento furono il Wembley Stadium di Londra con circa 72.000 presenze, e il John F. Kennedy Stadium di Filadelfia con approssimativamente 90.000 presenze; altri luoghi furono Sydney e Mosca. È stato il più grande collegamento via satellite e la più grande trasmissione televisiva di tutti i tempi: si stima infatti che quasi due miliardi di telespettatori in 150 paesi assistettero alla trasmissione in diretta.[1]

Il concerto è stato concepito come seguito di un altro progetto di Geldof e Ure, un singolo a scopo benefico eseguito da un gruppo di artisti provenienti dal Regno Unito e dall’Irlanda, chiamati Band Aid.

Il concerto crebbe di dimensioni man mano che si aggiungevano nuovi musicisti dalle due parti dell’Oceano Atlantico. La raccolta di fondi superò gli obiettivi.

 

“Il padre”, film di Fatih Akin, alla nona edizione delle “Giornate del Cinema del Mediterraneo” di Iglesias

locandina umanita in viaggio

Buonasera e chiediamoci un perché.

Perché, ad esempio, possiamo di nuovo, finalmente, godere del cinema e di quello di qualità ad Iglesias?

Perché ci sono persone che ci credono da almeno nove anni, lavorando con passione e amore verso la settima arte[1]alla preparazione e realizzazione della nona edizione delle “Giornate del Cinema del Mediterraneo”, ad Iglesias presso il Centro Culturale – Casa del Cinema di Iglesias, in via Cattaneo (ingresso in via Amelia Melis de Villa), dal 15 novembre al 2 dicembre, col tema (attualissimo secondo il parere di chi scrive) “Umanità in viaggio”.

Così capita di assistere ad un bellissimo film, “Il padre”( regia di Fatih Akin, 2015, in calce il link al trailer), che non ti aspetti; non ti aspetti il suo respiro quasi biblico, non ti aspetti la fotografia eccezionale, la bravura del protagonista e la solidità di una storia, bella come poche storie sanno essere.

L’argomento è di quelli tosti, mostra senza troppi fronzoli e dal punto di vista – una volta tanto – degli sconfitti il genocidio (riconosciuto di recente anche da Papa Francesco) del popolo armeno, consumatosi nei primi decenni del ventesimo secolo.

Da qui parte la disperata ricerca di due ragazze da parte del loro padre, sopravvissuto quasi per miracolo al proprio assassino, che sarà il primo ad aiutarlo, attraverso mezzo mondo.

I primi luoghi che il protagonista attraverserà a piedi sono tristemente famosi e incredibilmente attuali, come Aleppo o il Libano che proprio in questi giorni rischia di incendiarsi da un momento all’altro.

Non starò qui a raccontare il film, non è assolutamente il caso e non è giusto, ma mi fermerò a dire che si tratta – anche – di una pellicola “on the road” sui generis, ripeto proposta da un punto di vista inconsueto e non… A stelle e strisce come siamo abituati a vedere.

Da aggiungere la comodità della sala blu del centro culturale, l’ottima visibilità e l’altrettanto alta qualità dell’audio.

Tutto questo, badate bene, gratis.

Ad Iglesias, da metà novembre ai primi di dicembre 2017.

L’organizzazione della rassegna è curata da:

C.I.C ARCI – Iglesias – Casa del cinema e della Cultura c/o Centro Culturale via Cattaneo Iglesias; col patrocinio del Comune di Iglesias Assessorato alla Cultura, Regione Autonoma della Sardegna, Assessorato Pubblica Istruzione, Beni culturali, Informazione, Spettacolo e Sport, UCCA Unione Circoli del Cinema Arci; con il contributo di Poste Italiane; le collaborazioni di: C.S.C.  Società Umanitaria Carbonia – Iglesias, Cineteca Sarda Società Umanitaria, ARCI Sardegna, Unione Circoli del Cinema ARCI, Federazione Italiana Circoli di Cinema, Associazione “dallamente&dallemani – sviluppo locale sostenibile”, Società Operaia Industriale di Mutuo Soccorso Iglesias, Sardegna Teatro, Casa Emmaus, Associazione Arci “La gabbianella fortunata”, CELCAM – Centro per l’Educazione ai linguaggi del Cinema degli Audiovisivi e della Multimedialità”

Davide De Vita

https://www.youtube.com/watch?v=CsfjL3CJQW0

[1] Le Arti, prima dell’avvento del cinema, erano sei e la loro origine si perde nella notte dei tempi; con l’avvento della cinematografia il cinema fu così chiamato semplicemente perché fu l’ultima ad essere inventata tra le forme artistiche e di spettacolo.

Cinema: SCA contro DPT.

SCA vs DPTBuonasera (come state, tutto bene? Finite le ferie? Le avete avute, almeno? Dai, spero di sì, per tutte/i) e riprendiamo a chiederci qualche perché.

Tranquilli, fa caldo, è l’ultimo sabato d’agosto, ci vado leggero, anzi leggerissimo.

Allora: perché, chiediamoci, alla stragrande maggioranza di noi maschietti piacciono i film che chiamo (mi perdoneranno attori, registi e case di produzione) super cagate americane (milionarie quando non miliardarie in dollaroni) mentre alle donzelle (più o meno, anche in questo caso, alla maggioranza) piacciono film d’altro genere?

Cominciamo con la classificazione: le s.c.a. (super cagate americane) che piacciono a me, che son disposto anche a pagare per andare a vederle (vabbè, quando c’era il cinema anche ad Iglesias… ) son quelle dove c’è o il poliziotto tosto, in bilico tra la vendetta e la legge, moglie uccisa dal cattivo, oppure separato e in crisi, quindi altra fanciulla in pericolo, folle di cattivissimi contro di lui ma… Inseguimento finale in macchina, sparatorie, scazzottata, happy end, vince lui contro l’Universo; oppure: tutti, dicasi tutti i colossal dei Super Eroi Marvel; ancora: la serie dei Jason Bourne, gli ultimi James Bond con Daniel Craig, le varie Mission Impossible e così via, senza dimenticare una manciatina di pellicole (tutte) con John Statham. Insomma, azione, okay?

Film che una volta si sarebbero chiamati d’evasione.

Evasione dalla realtà che, come sappiamo tutti, la sua bella dose di guai veri, preoccupazioni e problemi ce la propina tutti i giorni e anche di più…

Tornando ai film SCA: banali? Disimpegnati? Puri prodotti commerciali?

Sì.

Però, ragazzi, a me piacciono.

Se poi sono accompagnati da una bella birra ghiacciata, pure meglio.

Sono consapevole che fa tanto Homer Simpson, però almeno lo ammetto.

Sono inoltre certo, visti gli incassi stellari, di non essere il solo a cui piacciono tanto.

Veniamo ora ai film che piacciono, invece, alla mia metà (migliore, come dico sempre) e a tantissime altre fanciulle e/o donzelle.

Perché le donne, ammettiamolo, hanno non una ma molte marce in più.

Quindi, poiché magari i problemi quotidiani “non bastano”, c’è spazio anche per quelli di altra gente, più gravi sono meglio è.

Il termine della categoria l’ha coniato lei, ve lo riporto così cominciamo a capirci:

DPT, che sta per  Degrado, Povertà e Tristezza.

Lo so, vi state già deprimendo.

Appunto.

Ora, il top dei top di questa categoria sarebbe: film rigorosamente in bianco e nero, della Repubblica Ceca o zone limitrofe (con tutto il rispetto per quella nazione e i suoi abitanti), in lingua originale sottotitolato, male, in italiano.

La trama più o meno la seguente: i primi venti minuti si vede il protagonista di spalle che fissa un muro sgretolato e senza finestre e pensa, pensa, pensa.

Cazzo quanto pensa!

Veniamo così a sapere, se non siamo stramazzati prima al suolo, che lui è un malato terminale che ha tentato tre volte il suicidio, senza riuscirci.

Che sua moglie, che ovviamente l’ha lasciato per un altro, è morta alcolizzata dopo aver perso un bambino (che non sapremo mai di chi era) in una squallida stanza d’albergo ai confini con la Kamchatka (che sì, si può attaccare dall’Alaska ma solo con tre, se non ricordo male, ma questa la capiranno in pochi) o nazione con nome simile e altrettanto impronunciabile.

Il resto del film, sottolineando che il protagonista è un morto di fame di prima categoria, narrerà l’intera storia della sua famiglia, appunto con i vari livelli, nei secoli e nei decenni, di degrado povertà e tristezza che in confronto chi ha inventato il detto mainagioia era un comico.

Beh, ma almeno con delle immagini in movimento, direte, sperate voi.

Naaaaaaah, non scherziamo.

Con la voce fuori campo, sempre in ceco (sfumature slovacche) e, udite udite, con un cambio strepitoso d’inquadratura!

Niente più nuca del protagonista ma, per i restanti cinquanta e passa minuti, l’altra parte del muro!

E basta, nient’altro.

Neanche uno spostamento che so, da una crepa all’altra.

Ai titoli di coda, che per me arrivano dopo un millennio, se per un malaugurato caso ho detto

<< Sì, oggi lo guardo con te, amore. >>

e non posso quindi più tirarmi indietro,  quando io mi son suicidato ( o c’ho tentato ) forse sette volte, la mia dolcissima metà, col volto rigato di lacrime, mormora:

<< E’ stato bellissimo, ho pianto dall’inizio alla fine… >> al che replico:

<< Anch’io, tesoro. >>

peccato – ma non posso dirglielo – che non sia esattamente per lo stesso motivo…

P.S.: scherzi a parte, Rita e io amiamo il cinema.

Tutto il cinema.

Speriamo di avervi regalato almeno un sorriso.

Davide De Vita