Recensioni: “Il ponte del diavolo”, di Cristiano Niedojadko

Coperttina Il Ponte del Diavolo

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché leggere “Il ponte del diavolo – I fenomeni del diavolo”, ultima fatica letteraria appena data alle stampe dall’autore Cristiano Niedojadko?

Intanto, perché è un bellissimo romanzo.

Cerchiamo di capirci ancora meglio: prendete dallo scaffale, se li avete, “I pilastri della Terra” di Ken Follett e “Il codice da Vinci” di Dan Brown, più qualche “giallo” a scelta di Michael Connelly.

Fatto?

Bene, ora rimetteteli pure sullo scaffale, ma teneteli in mente.

Perché questo non è un semplice romanzo, quali che siano i vostri gusti di lettrice o lettore. 

Avrete tra le mani, infatti, una vera e propria macchina del tempo a quattro corsie, correlate sì l’una con l’altra, ma indipendenti tra loro. 

Attraverserete i secoli, partendo dall’epoca dell’incredibile, ma assolutamente vera Matilde di Canossa, passando poi per il XV e sorvolando con maestria le vicende italiane legate alla Seconda Guerra Mondiale, l’occupazione nazista e la resistenza partigiana, per atterrare magistralmente ai giorni nostri.  

La vicenda, o le vicende, si snodano lungo un intreccio apparentemente molto complesso, ma piacevole da districare pagina dopo pagina.  

Niedojadko mette moltissima carne al fuoco, sommergendo il lettore fin dall’inizio di indizi più o meno criptici, ma raggiunge pagina dopo pagina livelli che ricordano molto da vicino gli autori più sopra citati, senza mai rinunciare però al suo personalissimo stile, grazie al quale i personaggi balzano fuori da queste pagine in tutta la loro umanità. 

Una o più cacce al tesoro, omicidi ed esorcismi, sette segrete e monaci dalla fede incrollabile che le contrastano e le combattono con ogni mezzo, “male inferiore per bene superiore”: questo e molto altro è il “Ponte del diavolo”, un romanzo incantato che ti ghermisce pian piano paragrafo dopo paragrafo, fino a non mollarti più perché sarai con gli eroi delle varie storie nascosto su un carro in compagnia della reliquia di un santo e di un gatto enigmatico, oppure in un sotterraneo inseguito da feroci nazisti come nella migliore tradizione di “Indiana Jones”. Nel “Ponte” c’è azione, ricerca, filosofia, storia, passione, il tutto ben mescolato con sapiente maestria da chi l’ha saputo scrivere con autentica passione. 

Svelare altro di questo romanzo sorprendente sarebbe sacrilegio: vale la pena, perciò,  vivere personalmente quest’avventura che attraversa e intreccia tempo, Storia, enigmi, passioni e molto altro.

Il volume, presto in libreria ad Iglesias, al momento può essere richiesto direttamente all’autore.

Davide De Vita

Dal basso.

dal basso immagini

Buonasera e chiediamoci un perché.

Perché, nonostante tutto, nonostante l’aria che tira c’è ancora speranza per questo Paese e per l’umanità che – per impegno civile e sociale, fortuna o grazie a Dio, fate voi – in molti di noi è rimasta e insorge di fronte alle storture?

Perché ci sono finalmente dei segnali di vita provenienti dalle più diverse esperienze e realtà ma con un fortissimo denominatore comune: restare umani.

Nel 2017 un ragazzo, uno studente di Pistoia, Bernard Dika, ha fatto ad Auschwitz un discorso degno di uno statista; postato da pochi giorni su Facebook,  il video[1] sta girando e ha già superato le seicentomila visualizzazioni; è lo stesso ragazzo che, durante l’Assemblea Nazionale PD ha chiesto ai troppi volti del partito una linea politica unica e chiara[2]; a Castelnuovo di Porto, proprio quello del CARA sgomberato con l’esercito, famiglie e persone normalissime accolgono i profughi nelle loro case: sì, l’hanno fatto, è stato fatto; a Salerno, purtroppo la notizia m’è arrivata per caso e solo via Internet, c’è stato un corteo anti decreto “(IN)sicurezza” e contro Salvini organizzata dal movimento “Potere al popolo[3] e al quale hanno partecipato CGIL, Arci, Legambiente, studenti e associazioni; il senatore Luigi Manconi, dei Radicali Italiani, ha scritto un appello sulla base della lettera straziante di una migrante, intitolato “Non siamo pesci”[4] al quale hanno aderito, per ora, circa seicento tra rappresentanti dell’arte e della cultura in generale, in vista di un presidio davanti a Montecitorio previsto per lunedì. Queste sono solo alcune delle cose di cui m’è giunta notizia tramite la rete; sono sicuro che ci sono state, ci sono e ci saranno altre iniziative e manifestazioni in ogni parte d’Italia, come la lettera dell’ex allenatore della nazionale di pallavolo (che ho riportato anch’io) sia di singoli che di associazioni e movimenti, tranne… Uno. Anche se, a dire il vero, cominciano ad essere parecchi i “pentiti” e i “disillusi” di… Quel movimento lì. Su Gino Strada, per esempio, che loro stessi avevano proposto come candidato Presidente della Repubblica e ora, poiché è inviso a Salvini, per i “capoccia” è diventato il nemico dall’oggi al domani…

Chiacchiere da Facebook o altro social a scelta che dir si voglia, ma non è così, non può e non deve più essere così.

Questo è un mezzo, uno strumento e come tale va usato: se serve a far circolare le idee ben venga, ma come diceva un mio caro amico, “alle idee servono gambe e braccia, altrimenti sono inutili”.

Appunto.

Potendo scenderei in piazza, ma non senza un coordinamento, che è proprio quello che manca.

Un coordinamento una volta tanto (o come si usava dire una volta) “dal basso”.

Perché a scrivere e leggerci siamo tanti, molti di più di quanto forse noi stessi immaginiamo, ma non siamo coordinati, ognuno coltiva un po’ il proprio orticello e gli altri, gli avversari (attenzione: sempre “avversari”, mai nemici, i nemici sono in guerra e l’ultima cosa di cui questo Paese ha bisogno è una guerra civile, pur possibile secondo molti analisti) vincono. Non è un trucco, è una regola vecchia quanto l’umanità: dividi et impera. D’altra parte, uniti si vince. Due regole DIMENTICATE da ciò che resta della sinistra, questo bisogna che ce lo diciamo e lo metabolizziamo, insieme al fatto che nelle stanze ovattate delle segreterie di partito, sempre più simili a consigli d’amministrazione, ci si è dimenticati anche del significato e dell’importanza di quel “dal basso”. Dove, infatti, gli “altri” hanno trovato terreno fertilissimo e fatto man bassa di voti. Sperando che non sia già troppo tardi è il momento di reagire, perché non è questa l’Italia che speravamo. Bisogna che si sappia chi, come, dove e quando sta facendo qualcosa, da promuovere e pubblicizzare proprio qui perché gli altri mezzi di comunicazione come sempre in mano ai potenti di turno snobberanno quelle notizie, cercheranno di oscurarle in qualsiasi modo.

Mi si dirà: il M5S è nato proprio così.

Benissimo, ci hanno fatto vedere come si fa: facciamolo meglio.

Sono piccole idee di un signor nessuno, il sottoscritto, pensate in quest’angolo quasi dimenticato del Sud Ovest sardo, ma le voglio offrire, proporre lo stesso, perché non c’è più un solo istante da sprecare in indifferenza.

Un’indifferenza che uccide, chiedere al Mar Mediterraneo.

Davide De Vita.

[1] 

[2] https://www.youtube.com/watch?v=Q3ANYVUVfS0&ab_channel=VictorioNovikos

[3]https://www.ottopagine.it/sa/attualita/175556/decreto-sicurezza-salerno-in-corteo-contro-salvini.shtml

[4] https://www.huffingtonpost.it/luigi-manconi/non-siamo-pesci_a_23652421/

Mauro Berruto: io non me ne vado.

mauro berruto io non me ne vado

Buongiorno e lasciamo che a chiedersi non uno ma tanti perché sia Mauro Berruto, ex CT della Nazionale Italiana di Volley, con una lettera aperta e diretta senza se e senza ma ai componenti dell’attuale governo; lettera che sta spopolando e alla quale, nel mio piccolissimo, provo a dare ancora più visibilità. 

IO NON ME NE VADO

Cialtroni.

Il vostro difetto non è l’incapacità, ma l’arroganza.

La vostra colpa non è di non aver idea di come si governi un Paese, ma quello di credere di saperlo fare e di aver fatto credere di saperlo fare.

Vi siete smentiti su tutto. Avete dimostrato un’incompetenza abissale, tipica di chi crede di poter parlare di immunologia avendo studiato su Facebook, di politiche del lavoro avendo fatto lo steward al San Paolo o di riforma dello sport avendo fatto l’istruttore in una palestra della Virgin (gli esempi si riferiscono a fatti e persone realmente esistiti!).

Decine di piroette da circo non vi risparmiano il fatto di esservi dimostrati più trasformisti dei peggiori trasformisti.

Avete fatto retromarcia su Euro, Europa, salvataggi delle banche, streaming, impeachment, Tap, Tav, Ilva, chiusure domenicali, alleanze di governo, voti di fiducia, Nato, Ius soli, accise, condoni, trivellazioni, F35 e chissà quante altre cose. Sono talmente tante che non riesco a ricordare!

Siete il peggior governo della storia di questo Paese e siete riusciti a raggiungere questo traguardo in poco più di sei mesi. Nonostante questo non accettate l’evidenza di essere inadeguati.

Sarete spazzati via dalla storia, questo è certo.

Ma prima farete dei danni. Tanti.

Lascerete morti e feriti sul campo (e in mare) e ci vorrà del tempo prima di poter calcolare per bene il disastro creato e il deserto intellettuale e morale che avrete generato.

Sì, perché oltre ai danni all’economia, al mondo del lavoro, alla salute (proprio quella fisica) del Paese, alla capacità di aver ridato polmoni a odio, rabbia, razzismo, fascismo ci saranno anche danni che non si potranno quantificare con la calcolatrice, quelli che farete agli esseri umani. Non mi riferisco (solo) agli stranieri con la cui vita giocate, tenendoli in mezzo al mare in un modo disumano o ai clochard a cui vi bullate di buttare le coperte in un cassonetto, ma al cervello e all’umanità di tanto nostri connazionali, specialmente quelli più giovani. State insegnando ai ragazzi, ai nostri giovani, che studiare non serve a niente, state seminando incompetenza, bullismo, arroganza, sfregio delle istituzioni di qualunque genere.

Siete riusciti a sbeffeggiare lo Stato, la Chiesa, il Presidente della Repubblica, il Papa.

Avete sventolato il Vangelo e il Rosario usandoli come quei fondamentalisti dai quali ci dite di volerci difendere. Un po’ come offrire un bicchiere di acqua zuccherata dentro a cui c’è una pillola di veleno. È perfino peggio dell’essere crudeli e basta: significa essere crudeli con metodo, con premeditazione. Quelle persone in difficoltà (di nuovo parlo dei nostri concittadini non degli immigrati) che avete strumentalmente usato per raggiungere il vostro scopo, sono la vostra spada di Damocle e saranno proprio loro a travolgervi e a spazzarvi via. Proprio quelle persone che hanno paura, che fanno fatica davvero (mentre la madre della Vicepresidente del Senato ricorre al Tar, perdendo, alla richiesta di lasciare una casa popolare). Proprio perché avete giocato con la loro paura e rabbia.

Nel frattempo continuate pure ad attaccare quella che voi chiamate élite.

Per dire, avete schedato gli uomini di scienza. Sono operazioni che se aveste studiato un po’ di storia, vi farebbero venire in mente qualcosa di già visto.

Sicuramente, ai più anziani, qualcosa viene in mente di sicuro: ne hanno già viste di persone come voi.

Peggio di voi, forse, no. Non credo sia possibile, ma di gentaglia arrogante e inadeguata ne è già passata tanta e alla fine, ineluttabilmente, è stata spazzata via. Non passerà giorno, in questo 2019, in cui io e tanti altri faremo tutto il possibile per accelerare il fatto che voi diventiate un orribile ricordo. Qualcosa di talmente spregevole da non poter dimenticare, in modo da diventare uno di quei vaccini, ai quale (infatti) non credete.

Voi e i vostri eroi, bulletti di periferia, che buttano nei cassonetti le coperte ai senzatetto, che sfilano urlando slogan razzisti, che metteranno in tasca il reddito di cittadinanza (se mai almeno questo lo farete) continuando a lavorare regolarmente in nero, che condoneranno un’evasione fiscale o una casa fuorilegge a Ischia.

Un po’ come quei sciacalli che ridevano alla notizia del terremoto. Ricordate? Un po’ come quegli artigiani che: “Finalmente al governo qualcuno di onesto! Dottore, facciamo 120 euro con la fattura o 100 cash e non ci pensiamo più?”

Già, “l’onestà tornerà di moda” dicevate, insegnando al Paese la disonestà.

Siete macellai che si fingono chef di ristoranti vegani.

Vi ha presi a schiaffi istituzionali il Presidente Mattarella, nel suo discorso al Paese, vi prenderà a schiaffi il Paese, democraticamente, ci mancherebbe.

Perché questo è il Paese di Dante Alighieri, di Leonardo, di Michelangelo, di Giotto, di San Francesco, di De Gasperi, di Einaudi, di Togliatti, di Berlinguer, di Pertini e guardate cosa arrivo a dire, cari cialtroni, persino di Almirante.

Questo è il Paese di Venezia, di Firenze, di Siena, di Roma, di Napoli, di Palermo, di Torino. Dell’arte, della cultura, della scienza, della tecnologia, della biodiversità. Ma come è possibile che tutto questo sia finito nelle vostre mani sciagurate? Non solo qualcuno lo ha permesso, creando un vuoto riempito dal vostro livore e dalla vostra arroganza, ma c’è anche chi ha preferito stare a guardare.

“Odio gli indifferenti”, diceva Antonio Gramsci e io non sopporto più né voi né tutti quelli che vi stanno a guardare, senza fare o dire niente.

Siete la sciagura di questo Paese, che grazie al cielo, è talmente grande, pieno di intelligenza e di bellezza che vi spazzerà via e vi condannerà a dover rappresentare per sempre l’esempio perfetto dell’incompetenza assoluta, del vuoto morale e culturale.

Io non vado via.

Resto qui a presidiare il territorio e a fare quello che posso per restituirlo, ripulito da questa immondizia, a chi verrà dopo grazie a una doppia operazione: un Risorgimento, che ci restituisca un’unità nazionale vera, (niente a che fare con quello che fate finta di raccontare) e un Rinascimento, di bellezza, di cultura, di ambizioni, di sogni.

Io non vado via. Resto qui, perché il mio Paese lo rivoglio indietro.

E quando infilare un messaggio di odio fra un paio di foto di gattini o del piatto della cena non funzionerà più, questo Paese ritornerà ad essere il più bello del mondo.

Sì, perché questo crimine è proprio imperdonabile: avete imbruttito il Paese più bello del mondo. Siete vandali che hanno disegnato i baffi sulla tela della Gioconda, avete abbattuto con le vostre ruspe il Colosseo e la Torre di Pisa, avete imbrattato con lo spray e con una frase volgare e sgrammaticata il marmo della Valle dei Templi.

Ricostruiremo, ripuliremo e ricorderemo.

Perché siete un pericolosissimo niente, ma non ci sarà nessuna damnatio memoriae per voi.

La vostra maledizione sarà nell’essere ricordati, per sempre.

Come i peggiori.

Senza nessun affetto,

Mauro Berruto

CT Nazionale Italiana Volley 2010-2015

Fonte:

http://www.mauroberruto.com/

Riportato da Davide De Vita

 

 

Recensioni: “B 17: ali sull’isola”, Alessandro Lai

copertina estesa b 17 per recensione

Buonasera e chiediamoci un perché.

Tranquilli, niente politica oggi, non mi va.

Chiediamoci invece perché leggere un libro per il quale mi sono offerto di fare il lavoro di revisione e editing.

La prima risposta è perché l’autore è un amico di vecchissima data e, presso la sua azienda di famiglia produce un miele (e altri prodotti affini) fantastico, che vi invito ad assaggiare, ma non è il motivo principale.

Il motivo principale è che, con “B 17: ali sull’isola”, che da ieri è disponibile sul sito “ilmiolibro.it”, Alessandro Lai è riuscito a raccontare una bella storia e parlare di Sardegna a modo suo, con un suo stile molto personale che, a mio modo di vedere, di questi tempi non è poco.

Alla prima esperienza come scrittore, Lai mette in scena una vicenda nella quale s’intrecciano ricordi delle due guerre mondiali, la conoscenza e lo sviscerato amore per la terra di Sardegna e una non comune fantasia narrativa.

Ci prende quindi per mano e ci invita a seguire le avventure di un immaginario aviere statunitense che, dopo aver attraversato gli Stati Uniti per finire a bordo di una “fortezza volante”, il “B – 17 “del titolo, si trova impegnato col suo equipaggio in una delle più feroci battaglie aeree svoltesi nei cieli del Mediterraneo durante la Seconda Guerra Mondiale. Il suo aereo avrà la peggio, ma lui si salverà paracadutandosi e atterrando in Sardegna, più precisamente nel Supramonte selvaggio.

Qui entrerà in contatto con una banda di latitanti e, soprattutto, con l’altro co-protagonista del romanzo, tale Borore Tanas di Oliena, figura sì altrettanto immaginaria, ma che racchiude in sé quanto l’Autore ha raccolto e conosce sui banditi e sul banditismo sardo, sulle montagne per le quali i banditi si muovono, sulla vita, gli usi, i costumi, le tradizioni e le usanze della società agro-pastorale sarda di ottanta e più anni fa.

Altri ne hanno scritto e ne scriveranno ancora, magari con il lustro di titoli accademici, però Lai ci mette del suo e lo fa con grande cuore e passione: tutto questo, oltre a dare una vena di romanticismo al testo (che non guasta) gli conferisce lo stesso profumo del pane carasau appena sfornato o lo stupore che conquista chiunque si trovi per la prima volta nella valle di Lanaittu o nell’incredibile rifugio naturale di Tiscali.

Non mancano i racconti di guerra, narrati da Tanas intorno al fuoco, come si faceva un tempo, nei quali lo stesso personaggio acquista ancora più spessore essendo anche un veterano della Grande Guerra che ha conosciuto Emilio Lussu…

“B 17” è insomma una lettura piacevole e sorprendente, scritto da chi, ex sottufficiale di Marina e trekker professionista, proprio durante un periodo difficile della sua vita ne ha voluto fare un dono d’amore per sua moglie, sua figlia e l’aspra e selvaggia terra di Sardegna.

Davide De Vita

Adesso.

befana polidori

Buongiorno, buona domenica, buona Epifania e chiediamoci un perché.

Non lo ricordavo, così sono andato a cercare il significato della parola “epifania”: beh, significa “manifestazione della (o delle, poiché in greco era al plurale) divinità”, nella religione cristiana si riferisce alla prima apparizione di Cristo; significa anche “rivelazione”; dal greco epiphàneia, manifestazioni della divinità, dal verbo epiphànein, composto di epì “dall’alto” e “phànein” apparire. Come da questo significato profondo si sia giunti alla vecchietta dalle fattezze di una strega è altra storia, interessante anche quella, ma non è ciò di cui voglio parlare, se non a fine pezzo, perciò mettetela da una parte e, se vi va, seguitemi.

Oggi voglio parlare, invece e finché mi sarà ancora consentito (guardate che non è così scontata, non è “gratuita” la libertà di pensiero e di parola, è stato versato del sangue, molto, perché voi ed io ne potessimo godere, ma ci dimentichiamo fin troppo spesso anche di quello…) di quanto, forse, sia già troppo tardi, per tutto…

Sto parlando di politica?

Sì, forse la sto pure facendo, nel mio piccolissimo.

Perché, nonostante scriva quasi ogni giorno “quand’è che è troppo?” a corredo dei miei post, evidentemente per tanti, per troppi non lo è mai, non lo è ancora.

Pure, la gente muore, continua a morire in mare, ora gelido ma che è già “concimato”, passatemi il termine, con migliaia, decine di migliaia se non di più, di cadaveri di cui, abbiamo almeno il coraggio di ammettere questo, a molti non è mai fregato, non frega e non fregherà niente.

Sono “altro da noi”, diversi, neri, magari puzzolenti, “ci tolgono il lavoro” e così via.

Non è vero, non è assolutamente vero, non esiste la cosiddetta invasione, basta leggersi i dati ufficiali e dare uno sguardo alle percentuali sia europee sia mondiali.

Ah già, l’Europa, bella anche quella, inesistente, incapace e ipocrita: dura ammetterlo, ma su questo – mi sa solo su questo – sono d’accordo con “quelli là”.

Non leggiamo i dati ufficiali, dicevo e se lo facciamo o non li capiamo proprio o non li vogliamo capire. Non lo facciamo, non lo vogliamo fare, è più facile credere a ciò che ci piace sentirci dire, “quello lìè uno tosto, sta ripulendo l’Italia, lui sì che ci sa fare e via di questo passo.

Semplicemente, non è vero.

Così come, sia ben chiaro, non hanno fatto molto meglio i suoi predecessori: anche questo non può essere motivo di vanto e, purtroppo, è vero.

Questo però non mi impedisce di affermare, sostenere con forza che ritengo quello attuale un governo di incapaci e incompetenti e che il prezzo del suo scellerato operato lo pagheranno le prossime generazioni, proprio anche i figli di leghisti e pentastellati ora osannati su e giù per la Penisola, anzi, isole comprese…

Attenzione però, lo ripeto ancora: se al governo c’è questa classe di mediocri come mai se n’è vista, senza titoli, senza la minima preparazione in qualsivoglia campo, presuntuosi al punto da voler dialogare alla pari con scienziati di chiara fama quando non premi Nobel, non è merito loro.

È colpa nostra, che li abbiamo lasciati fare.

È colpa nostra, che ci siamo girati troppe volte dall’altra parte, convinti, presuntuosamente anche noi, che “il tutto si sarebbe sgonfiato presto da sé.”

Sono nati esattamente nello stesso modo il fascismo in Italia e il nazionalsocialismo in Germania e non sono paragoni esagerati: è, semplicemente, Storia, basta studiarla.

L’ultima – di una lunga serie – scena di questa grottesca rappresentazione è il vicesindaco di Trieste che butta via i vestiti di un barbone prima vantandosene sui social, poi ritrattando il suo stesso post vista la mala parata…

Successero cose simili agli ebrei, poi lo sappiamo – nonostante i tentativi dei “negazionisti” di ridurre o eliminare dalla memoria quell’orrendo sterminio – come andò a finire.

Allora, tornando alla o alle “epifanie”, qui e ora più che alla “manifestazione di una o più divinità” stiamo assistendo, ogni giorno, alla manifestazione degli aspetti più vili e meschini dell’umanità.

Questo mi spaventa, è grave, gravissimo, non è da prendere sottogamba, se lo facessi me ne pentirei, direi tra non molto a me stesso (e a voi che avete la pazienza di leggermi, bontà vostra): perché non hai fatto, o almeno scritto, o almeno detto qualcosa, quando ne avevi ancora il tempo e la possibilità, prima che succedesse?

Beh, quel “prima” è proprio adesso.

Lo sto facendo, io che non ho figli, anche per i vostri, perché un giorno non siano loro a farvi – quando ormai sarà troppo tardi – quelle stesse domande.

Non sono solo io, intendiamoci, sono solo uno dei tanti che ci prova, ma appunto pur essendo tanti, non siamo abbastanza, non ancora almeno.

Riprendendo il discorso sul “voltare la faccia dall’altra parte”, invece, facciamo, perché ci conviene, come le celebri tre scimmiette: non vediamo, non sentiamo, non parliamo.

L’aria che tira è questa, perciò la seguiamo, da campioni del mondo di opportunismo quali siamo e forse siamo sempre stati.

Ci piace l’“uomo forte”, penserà lui a tutto, perché dovrei farlo io?

Perché, semplicemente, ho occhi per vedere, orecchie per sentire, bocca per parlare e, soprattutto, una mente per ragionare con la mia testa.

E tutto questo, non da adesso, ma da parecchio, non mi va, non mi va per niente giù.

Chi me lo fa fare?

L’incrollabile speranza che un futuro migliore sia, nonostante tutto, possibile, lo si possa costruire – rubando una frase al Vangelo – insieme, donne e uomini di buona volontà.

Non solo: la certezza che esistano altre strade, vie che ripudiano l’odio, l’intolleranza, il razzismo, l’incomprensione.

Vie faticose e sempre in salita perché, come lessi una volta, con lo zaino sulle spalle “la strada piana non porta mai in alto.”

Crescere è faticoso, maturare è faticoso, studiare è faticoso, lavorare con coscienza e responsabilità è faticoso, ragionare è faticoso: le altre vie sono ignobili scorciatoie, degne di donne e uomini ignobili.

Sarò l’ultimo degli utopisti, dei sognatori?

Può darsi: ma è seguendo dei sogni, ispirandoci ad essi che, per esempio, alla fine sulla Luna ci siamo arrivati.

Se questo è fare politica, mi sta bene, ci sto, mi ci sporco le mani e come sempre ci metto faccia e firma.

Mi schiero, perché la penso come padre Zanotelli, l’ho scritto di recente, credo che anche Dio stesso sia schierato, con gli ultimi, i poveri, gli schiavi, gli oppressi.

Senza tirarla tanto per le lunghe sì, o Salvini (e vista la brutta virata verso destra anche dei Cinque Stelle…) e il “Movimento”, oppure il Vangelo e i suoi valori, che mai come in questi ultimi tempi hanno assunto un sapore rivoluzionario.

Non è più tempo di imitare le tre scimmiette, è tempo di muoversi, agire e reagire, con le parole e la non violenza, sempre, ma bisogna smetterla di voltarsi dall’altra parte e prendere posizione, prima che sia troppo tardi, prima che “gridino le pietre”.

Non ci sono più scuse, bisogna farlo…

Adesso.

Davide De Vita

 

Recensioni: “Prima che gridino le pietre”, padre Alex Zanotelli.

Prima che gridino le pietre immagine per blog

Buongiorno, buon anno e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, leggere (e capire bene) “Prima che gridino le pietre” non è diventato ormai necessario, ma indispensabile?

Perché quest’urlo di “santa collera” (cit.) di padre Alex Zanotelli è illuminante, smentisce ancora una volta tutte le menzogne che ci sono state propinate in questi ultimi anni, ultimi mesi, con dati alla mano raccolti da chi, per decenni, “a casa loro” ci ha vissuto, la conosce, la ama pur devastata da secoli dalla cosiddetta civiltà dell’uomo bianco occidentale (ma non solo).

Il libro comincia col racconto di una miniera di sale controllata dai francesi (sì, i nostri “cari cugini d’oltralpe” …) nel diciannovesimo secolo. Lì erano les italiens a vivere nelle baracche, ad essere sfruttati ai limiti della schiavitù, ad essere accusati di puzzare e di essere sempre ubriachi oltre che pigri… Beh, prendete tutte, proprio tutte le accuse che oggi rivolgiamo agli immigrati e calatele in quel contesto: ora avete il quadro completo, preciso. Aggiungete poi il diffondersi di una falsa notizia di un gravissimo crimine (poi rivelatasi assolutamente infondata) e il gioco è fatto: l’odio esplose, ci furono morti, una strage.

Questo è quanto: l’odio non porta ricchezza, non è di certo portatore di pace, genera soltanto altro odio e violenza sempre più feroce.

“Casa loro”, dicevamo.

A “casa loro”, l’Africa, la schiavitù, quella proprio delle navi negriere, delle catene, degli indicibili inferni, l’abbiamo portata noi, bianchi “civili” e “bravi cristiani”, spesso giustificandola citando la Bibbia… Beh, a loro e ai loro discendenti questa cosa (chissà come mai… ) non è andata giù, è rimasta come un marchio indelebile nell’anima che li ha sempre fatti sentire – mentre noi gettavamo benzina sul fuoco e magari anche un bel po’ di loro stessi – inferiori.

Noi, invece, cari signori, tutti quanti, tutta l’umanità, dall’Africa discendiamo: l’uomo come lo conosciamo è nato qui. Solo questo dovrebbe farci riflettere e non poco, in un mondo ideale…

Questo però non è un mondo ideale: questo è un mondo dove l’Africa, da sempre, è il grande magazzino gratuito (o quasi) dell’Occidente industrializzato, ma non solo: anche gli stati arabi e di recente i cinesi (che stanno comprando vastissime aree di territorio a prezzi stracciati) se ne sono accorti e si servono comodamente, prendendo quello che vogliono.

Avete un cellulare o un pc?

Se state leggendo queste righe, evidentemente sì. Ne scrissi tempo fa, ne hanno scritto in tanti prima di me e ne scriveranno ancora: la maggior parte di questi apparecchi è costruito col coltan, una sorta di silicio indispensabile per il loro funzionamento.

Questo materiale è estratto da bambini e bambine, uomini e donne ridotti in schiavitù (sì, ancora oggi duemila diciannove appena cominciato) dai signori della guerra che controllano le aree nelle quali si trovano le miniere a cielo aperto e che lucrano vendendolo ai grandi colossi occidentali, inutile fare i nomi delle varie aziende, non ne manca una.

Ci sono poi l’uranio, il legname pregiato, l’oro, i diamanti, il petrolio

Per non parlare del fantastico sbocco del traffico d’armi internazionale: anche all’interno di uno stesso stato africano (di tanti di essi…) ci sono varie fazioni, i cui eserciti più o meno raffazzonati hanno – tutti – fame di fucili mitragliatori automatici e mine antiuomo (giusto per fare qualche esempio).

Armi che molto spesso, vista l’altissimo tasso di mortalità in generale, non solo infantile, finiscono tra le mani dei bambini-soldato.

All’Occidente questo stato di cose fa comodo, è sempre stato così: le nefandezze commesse “a casa loro” da noi italiani (“brava gente”?) in Etiopia, Eritrea, Somalia non sono state dimenticate. Non sono stati da meno però francesi, inglesi, tedeschi, belgi. Tutti hanno preso, depredato, stuprato, incendiato, distrutto tutto ciò che volevano e in certi casi continuano a farlo impunemente. Chi osa opporsi a questo stato di cose, oggi, è torturato, stuprato, ucciso insieme a tutta la sua famiglia…

Ecco perché scappano da “casa loro”: quella è casa loro.

Non ditemi che non sareste contenti anche voi di essere violentati, abusati, torturati davanti a vostra madre e alla vostra famiglia intera mentre a tutti loro viene tagliata la testa e altre parti del corpo, a “casa vostra”, no?

Mi raccomando, non vi venga in mente di fuggire (e perché?), potreste sempre sperare nell’aiuto “a casa vostra” di un Salvini di turno…

Padre Zanotelli è cristallino anche su questo:

o la Lega di Salvini (ma anche la Lega prima di lui) o il Vangelo.

Non c’è scampo, per chi ha ancora una coscienza.

Non evita di puntare il dito anche contro la “sua” Chiesa, colpevole, con i suoi rappresentanti a vario titolo, di essersi voltata fin troppe volte “dall’altra parte”.

Perché, afferma ma sembra di sentirlo urlare, con quella “santa collera” di cui sopra:

<< Dio è schierato, è il Dio degli oppressi, degli schiavi, dei poveri. >>

Concetto che non stride nemmeno un po’ col messaggio evangelico.

Zanotelli, inoltre, riconosce a papa Francesco il merito di parlare apertamente di queste cose, di aver fatto discorsi importanti su questo tema.

Però lo vede solo, troppo solo.

Il testo prosegue descrivendo con dati, cifre, statistiche precise e non modificate a favore della propaganda in eccesso o per difetto (tutti dati verificabili da chiunque, basta volerlo fare davvero e ragionare con la propria testa…) la reale situazione dei più noti stati africani dai quali provengono i migranti.

I quali, in tutta Europa, sono un numero enormemente inferiore a quello che ci si vuole far percepire per incrementare la paura del “nero a chilometro zero” e con quel terrore, il consenso di chi ora è al governo.

Non manca di spiegare molto bene come funziona davvero il sistema inefficace dei centri di accoglienza diversi dal modello SPRAR, che invece ritiene sì anche quelli migliorabili, ma già un buon passo nella giusta direzione. Il libro andava in stampa mentre Mimmo Lucano, sindaco di Riace, veniva fermato con diversi capi d’accusa; il “modello Riace” però nel frattempo è diventato famoso nel mondo, mentre molti di quegli stessi capi d’accusa non hanno trovato fondamento giudiziario. Il tutto è ancora in corso, staremo a vedere.

Tornando al business dei migranti, Zanotelli spiega, dati alla mano, come quei famosi trentacinque euro per migrante finiscano invece sempre e per la maggior parte nelle mani di albergatori e “benefattori” senza scrupoli, che gestiscono questi “centri” (diffusi in tutta Italia, da nord a sud isole comprese) come facevano gli agenti delle “riserve indiane” nel West dei giovani Stati Uniti della fine Ottocento…

Dalla Storia, però, non vogliamo imparare mai.

Concludo con quella che nel libro è una “piccola premessa”:

<< Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), i rifugiati nel mondo sono sessantacinque milioni, l’86 per cento dei quali è ospitato nei paesi più poveri. Appena il 14 per cento si trova nell’Occidente ricco e sviluppato. Eppure l’Europa si sente sotto assedio, si sente invasa, reagisce con paura e ostilità, erge muri, srotola filo spinato, chiude i porti, respinge i migranti. Quella stessa Europa che pretende di essere l’esempio della civiltà tollera episodi di discriminazione e xenofobia. Gli italiani, emigrati negli anni in tutto il mondo, hanno dimenticato la loro storia, o fanno finta di non ricordarla. >>

Perché dunque leggere e comprendere bene questo libro è indispensabile?

Perché, tra le altre cose, è uno degli strumenti pacifici che abbiamo per difendere il futuro prossimo, prima che gridino le pietre.

Il 23 e il 26 maggio 2019 ci saranno le prossime elezioni europee.

“Prima che gridino le pietre – manifesto contro il NUOVO RAZZISMO”, padre Alex Zanotelli, chiarelettere, 2018

Davide De Vita

 

“Quinte Emotive” presenta ad Iglesias “Il berretto a sonagli” di Pirandello

Quinte Emotive scena corale 1

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, la Verità spesso ci atterrisce, sgomenta e terrorizza?

Fermi, calmi, zitti e buoni.

Non è necessario rispondere subito: sono millenni che l’Uomo si pone questa domanda e ancora stiamo tutti cercando una risposta accettabile, oppure accettabile per noi, per ciascuno di noi, intendo.

C’è chi la trova nella Fede, chi nelle formule della realtà scientifica, chi un ideale sociale e politico e così via.

Un signore che si chiamava Luigi Pirandello[1] ha provato a rispondere a modo suo a questa domanda, scrivendo nel 1916 “Il berretto a sonagli”[2], logica prosecuzione delle novelle “La verità” e “Certi obblighi”.

La commedia, nella quale il “berretto” altri non è che quello del buffone, del giullare, per tutti simbolo della vergogna, del disonore e dello scandalo, ma sotto il quale chi lo indossa – pur tacciato di follia – dice appunto la verità che non vogliamo vedere e sentire, è stata portata in scena ad Iglesias dalla compagnia teatrale “Quinte emotive”[3] al Teatro Electra, domenica sera 16 dicembre.

Il teatro era pieno e lo spettacolo, andato in crescendo sia per il molto apprezzato “lasciarsi andare ai personaggi” degli attori sia per la calorosa risposta del pubblico, che alla fine non ha lesinato applausi.

Personaggi e interpreti: Cristina Pillola “Beatrice”, Giusy Fogu “Saracena” e “Assunta, madre di Beatrice”, Gisella Biggio “Fana”, Andrea Zucca “Fifì”, Leonardo Pani “Ciampa”, Efisio Deiola “Delegato Spanò”, Manuela Perria “Nina, moglie di Ciampa”. Musiche dal vivo Pinuccio Pumoni, costumi Rosa Pinna, audio – luci Service Eventi. Regia di Paolo Angioni.

Giusy Fogu, presidente di “Quinte Emotive” e in quest’occasione portavoce della compagnia (nella piece interpreta sia la “Saracena” sia la madre di “Beatrice”), spiega il lungo, faticoso e impegnativo percorso che ha portato attori e regista fino al palco dell’Electra.

<< Abbiamo scelto tempo fa Pirandello in contemporanea con “Il processo” o poco prima, per avere un classico in repertorio. Consapevoli che col tempo della preparazione, saremmo andati in scena ai 100 anni dalla prima messa in scena dell’opera, avvenuta il 27 giugno 1917 a Roma. Il “Berretto a sonagli” si adattava inoltre al numero e alla tipologia degli attori che potessero comporre il cast. Una scelta nata come una sfida a crescere ancora che il regista, accogliendo la nostra richiesta di un simile spettacolo, ci ha proposto. >>

<< Un lavoro spianato >> prosegue l’attrice << per quanto riguarda la dizione, che abbiamo cercato di curare meglio con l “esercizio” (virgolette obbligatorie) dello spettacolo sul “Processo” di Francoforte. Pirandello necessitava anche di questa particolare preparazione, che stiamo ancora curando in quanto consapevoli della necessità di anni di studio. Per questo la preparazione del “Berretto” è durata circa un anno, ma ormai con quella dell’“Electra” siamo arrivati alla dodicesima replica e ci sentiamo molto stimolati a continuare a crescere >>

<< Iglesias come ha risposto e risponde? >> chiedo

<< La città ha fame di cultura e di teatro. Purtroppo spesso mancano spazi idonei, adeguati, per esempio per portare avanti il laboratorio di “teatro sociale” al quale la nostra compagnia tiene molto. Abbiamo alle spalle lunghi anni di onesto e faticoso lavoro, oggi siamo andati in scena davanti al teatro pieno e non può che farci piacere, ma bisogna pensare anche in prospettiva. Abbiamo molto apprezzato la presenza del sindaco Mauro Usai e dell’assessore alla cultura e allo spettacolo Claudia Sanna, speriamo che loro abbiano apprezzato noi. Non abbiamo, infatti, ancora una sede definitiva, se non due stanze per le riunioni. Dove lavoriamo da circa nove anni prima come laboratorio Arci poi come Compagnia vera e propria siamo per così dire ospiti, ma il nostro progetto di “Teatro sociale” di cui accennavo prima è fermo proprio a causa della mancanza di ambienti adeguati. Abbiamo visto entusiasmo e raccolto applausi, confidiamo in qualcosa di più concreto. >>

La compagnia teatrale “Quinte emotive” di Iglesias è tra le compagnie locali selezionate dal CeDAC[4] per completare il prestigioso cartellone teatrale della prossima stagione a Carbonia.

Sipario, applausi.

Davide De Vita

cartellone stagione teatrale Carbonia

[1] Luigi Pirandello:

(Girgenti, 28 giugno 1867Roma, 10 dicembre 1936) è stato un drammaturgo, scrittore e poeta italiano, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1934. Per la sua produzione, le tematiche affrontate e l’innovazione del racconto teatrale è considerato tra i maggiori drammaturghi del XX secolo. Tra i suoi lavori spiccano diverse novelle e racconti brevi (in lingua italiana e siciliana) e circa quaranta drammi, l’ultimo dei quali incompleto.

[2]Il berretto a sonagli” è una commedia in due atti di Pirandello; il titolo si riferisce al cappello che una volta portavano i buffoni ed era noto a tutti come il “copricapo della vergogna”; la trama si snoda in una non meglio precisata cittadina siciliana dell’interno ed è ambientata nei primi anni del Novecento (1916) con la Grande Guerra appena cominciata ma lontana da quel contesto. Riprende le tematiche già affrontate dall’autore nelle due novelle “La verità” (1912) e “Certi obblighi” (sempre 1912).

La trama: Beatrice Fiorica, gelosa e insoddisfatta, vuole denunciare al delegato Spano’, amico di famiglia, il tradimento del marito, cavalier Fiorica, con la giovane moglie del suo scrivano Ciampa, anziano e a conoscenza dei fatti, che tollera la situazione purché venga salvato il suo “pupo”, cioè la sua rispettabilità e la “faccia”. Inutilmente questi cerca di evitare la denuncia tentando di persuadere Beatrice a girare la corda “seria” quella che fa ragionare ed evita i disastri. Secondo Ciampa portiamo tutti sulla fronte tre corde come d’orologio: “la seria, la civile, la pazza. Sopra tutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile, per cui sta qua in mezzo alla fronte…; su la tempia destra, c’è la corda seria, per parlare seriamente, a quattr’occhi; a sinistra la corda pazza…quella che fa perdere la vista degli occhi…  ed uno non sa più quello che fa”. Beatrice però non ci vuol sentire da quell’orecchio e fa scoppiare lo scandalo, ma tutta la famiglia le va contro: madre, fratello, serva e così alla fine il delegato cerca di far apparire che non c’è stato alcun rapporto tra il cavaliere e la giovane Nina Ciampa. Ma è proprio al Ciampa, al marito tradito, che la cosa non va più bene, egli è offeso e ferito, tutti sanno ora, dopo tutto quel chiasso, che porta “il berretto a sonagli”, il cappello da buffone e da becco, e vuole la rivincita. Sarà la signora Beatrice che si è tolta il capriccio di far girare la corda “pazza” a subire le conseguenze dello scandalo e a salvare il buon nome del Ciampa. Come? Facendosi ricoverare per tre mesi in un manicomio… Si è comportata da pazza, “…Ha bollato con un marchio d’infamia tre persone: uno, d’adulterio; un’altra, di sgualdrina e me (Ciampa), di becco. Deve dimostrare di essere pazza-pazza davvero- da rinchiudere!… Bisogna chiuderla! Bisogna chiuderla!  …È pazza! È pazza!” La commedia termina con una ‘orribile risata di Ciampa, risata di rabbia, selvaggio piacere e disperazione ad un tempo.

[3] La compagnia teatrale “Quinte Emotive”:

La compagnia nasce dopo molti anni di laboratori teatrali gestiti dal Centro Iniziative Culturali gestito dall’ARCI di Iglesias e tenuti dall’attore professionista argentino Coco Leonardi; questi parteciperà nel 2011 alla fondazione della Compagnia stessa; con la guida, la regia e la direzione artistica di Leonardi gli attori della compagnia hanno lavorato secondo il metodo Stanislavskij, basato sull’approfondimento psicologico del personaggio e la ricerca di affinità tra il mondo interiore di quest’ultimo e quello dell’attore. Ha debuttato sempre nel 2011 con “Memorie di un tavolo” e vanta ad oggi più di cinquanta repliche dei suoi spettacoli, andati in scena ad Iglesias, Cagliari, Carbonia, Mogoro, Serramanna, Sinnai, Assemini, Sant’Antioco, Monserrato. Ha vinto nel 2016 la prima edizione del “Premio di teatro Amelia Camboni” indetto dal Comune di Villamassargia; attualmente ospitata presso i locali dell’ex mattatoio di Iglesias, prosegue con il nuovo regista e attore Paolo Angioni il lavoro di formazione, seguendo corsi di dizione e approfondimento del metodo già citato. È affiliata UILT (Unione Italiana Libero Teatro); lo spettacolo “Il processo”, liberamente tratto da “L’istruttoria” di Peter Weiss è il primo lavoro messo in scena dalla Compagnia per la regia di Angioni; è stato inserito nelle manifestazioni per la “Giornata della memoria 2017” ed è stato richiesto da alcuni istituti scolastici come materia di studio relativa alla persecuzione nazista.

Compongono l’Associazione Culturale Teatrale “Quinte Emotive”: Giusy Fogu col ruolo di presidente, Leonardo Pani vicepresidente, Manuela Perria segretaria; M. Cristina Pillola tesoriere; Gisella Biggio socia; Corrado Cicilloni socio; Efisio Deiola socio.

[4] CeDAC: Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo in Sardegna.

 

 

Silvia, le altre, il fuoco e gli insulti.

Silvia e incendio

Buonasera e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, non parlare anche qui di Silvia Romano? Sì, la cooperante rapita che, solo per aver scelto di fare ciò che voleva, per cui si era preparata (laureata – a 23 anni – in Mediazione Linguistica per la Sicurezza e Difesa sociale al “CIELS”, Centro di Intermediazione Linguistica Europea) ed essere stata rapita probabilmente proprio in quanto simbolo, ha ricevuto tanti di quegli insulti sui social da riempire pagine intere.

Insulti. Minacce, volgarità irripetibili.

Silvia, che non ho il piacere di conoscere, era ed è però una volontaria.

Ha ventitré anni, è una persona adulta, vota.

Ha fatto una scelta e, come hanno fatto notare in tantissimi, pensate un po’, è andata – più volte, perché questa non era la prima – “ad aiutarli a casa loro”.

<<Non va bene. >> dicono e scrivono, magari gli stessi che un minuto prima dicevano e scrivevano << Bisogna aiutarli a casa loro. >>

Mi chiedo: questi che dicono e scrivono sia << bisogna aiutarli a casa loro>> e << prima gli italiani >>, hanno mai fatto qualcosa di concreto, fuori di casa, lontano dai pc o dagli smartphone, che so, per il vicino di casa in difficoltà o per i propri genitori anziani?

Gesti concreti, come andare a fare la spesa per loro, o “sciocchezze” come passare qualche ora in loro compagnia?

Beh, qualche dubbio, permettetemi, ce l’ho.

E sono il primo pieno di difetti e peccati, sia ben inteso.

Il fatto è che pare non vada bene niente, in questo Paese, mai.

Se qualcuno si permette di darsi da fare, in prima persona, consapevole di rischiare anche la pelle (vi rimando alla laurea di questa ragazza…) è una cretino, per non dire altro che tanto l’hanno già detto.

Tra le altre cose, bisogna dirlo, è donna.

Per molti cerebrolesi (uso una metafora, non voglio in alcun modo offendere chi lo è davvero) fallocrati che si masturbano sulla tastiera o con la tastiera non avendo nient’altro nella vita, essere donna è “palese condizione di inferiorità”.

Dove voglio andare a parare?

Qui: il signor (si fa per dire…) Gianfranco Zani, cinquantaduenne di Sabbioneta, poiché la moglie voleva lasciarlo, ha dato fuoco alla casa dove stava lei, uccidendo il figlio undicenne per soffocamento da fumo. L’uomo aveva ricevuto un divieto ad avvicinarsi alla casa familiare quattro giorni prima dal gip di Mantova.

Cosa c’entra questo con la vicenda della cooperante rapita?

A mio modestissimo modo di vedere, moltissimo.

Sono facce diverse della stessa medaglia, la prima espressa con insulti, ingiurie e volgarità contro chi, donna, ha avuto il coraggio delle proprie scelte, la seconda espressa col fuoco, contro chi – donna – ha avuto l’enorme coraggio di ribellarsi ad una situazione evidentemente insostenibile.

Chi paga?

Le donne, sempre e comunque, da millenni.

Facciamo – noi “uomini veri, duri e puri” – tanto i gradassi, ma se ci viene sbattuto in faccia un bel “no” secco e deciso, non lo accettiamo, riprendiamo la clava e ammazziamo, bruciamo, stupriamo magari pure in branco, ovunque a prescindere da provenienza geografica, religione, etnia…

In molti – non tutti, grazie al Cielo – ci siamo evoluti sono in coglioneria.

Se poi, visto che ci siamo, diffondiamo ignoranza, falsità e odio, tanto meglio, il “brodo primordiale di ritorno” è prossimo ad essere servito di nuovo, chi se ne frega dei posteri, che tanto non li conosceremo mai e i nostri debiti – ah! I nostri debiti … – li pagheranno loro…  

Non mi va di parlare di “femminicidio”: sono assassinii, brutalità senza fine che stanno diventando così frequenti da fare a malapena notizia, ci siamo abituati, non ci indigniamo più per niente, se non quel quarto d’ora o più durante il quale anche noi pestiamo sui tasti per aggiungere un “like” o condividere il post del momento…

Abbiamo perso il contatto con la realtà e il mondo corre in direzioni che non riusciamo più a comprendere, ma che purtroppo lasciano dietro terribili scie di sangue, quello verissimo…

Fino al prossimo argomento del giorno…

Su Gramellini solo qualche riga, poiché oggi è uscito un nuovo suo articolo in cui il giornalista prova a “correggere il tiro”: ora io non sono nemmeno pubblicista, ma se è stato costretto a farlo, viste le reazioni furiose dei lettori, evidentemente qualcosa che proprio non andava nel primo doveva esserci…

P.S.: al momento in cui scrivo la polizia keniota si dice fiduciosa nel ritenere possibile una conclusione positiva della vicenda Romano, vista la collaborazione della popolazione e gli arresti già effettuati di almeno quattordici persone probabilmente implicate nel sequestro.

Davide De Vita

Fonti:

https://tg24.sky.it/mondo/2018/11/21/kenya-silvia-romano.htm

https://milano.repubblica.it/cronaca/2018/11/22/news/mantova_da_fuoco_alla_casa_con_dentro_moglie_e_figlio_di_11_anni_il_bimbo_e_gravissimo-212337222/

 

Vedo “nero”: appello a chi ha già letto almeno dai cinquanta libri … In su.

atlete italiane staffetta

Libania Grenot, Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo, oro italiano nella 4 x 400 ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona.

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Sì, ma non restiamocene seduti qui davanti, al sicuro dietro lo schermo del pc o dello smartphone o dell’i-phone o quello che vi pare.

Chiediamoci non solo

Salvini: perché?

ma anche

Questo mondo: perché?”.

O anche:

perché una foto come quella postata in apertura fa ancora notizia, quando dovrebbe essere assolutamente normale e avere solo connotati sportivi, tra l’altro encomiabili?

Perché anche noi siamo responsabili, dove per “noi” intendo persone che nella vita hanno letto almeno dai cinquanta ai cento libri.

In su.

Siamo responsabili – fatte naturalmente le debite eccezioni, ci sono persone che non hanno mai smesso di impegnarsi e bisogna dargliene atto – di questo imbarbarimento globale, di questo impoverimento culturale, di questa regressione che altri chiamano “progresso” e/o “cambiamento” e invece non è altro che il trionfo assoluto della mediocrità.

Come sempre è la mia opinione personale, sempre opinabile, ma i presupposti perché vada sempre peggio ci sono tutti e noi, io per primo, siamo rimasti a guardare, naturalmente, come già scritto, ma lo ribadisco,  fatte le debite eccezioni.

Sono stato additato come intellettuale (mah…) schierato, “signor Ovvio” e tante altre belle cose, ci stanno tutte e le accetto, ma una parte di me, che prima sussurrava, ora grida:

<< Ti sei svegliato tardi, ora forse è addirittura troppo tardi. >>

Spero di no, ma decisamente adesso è impossibile restare a guardare, impassibili.

Mi ero scelto un ruolo passivo di osservatore, poi mi sono schierato, apertamente, liberamente e democraticamente.

Spero, nel piccolo, non troppo tardi.

Per questo bisogna scrivere non solo qui ma cercare il contatto diretto con le persone che la pensano diversamente e tentare il dialogo, sempre.

Chiedere addirittura scusa (già fatto più volte), se serve: il fine ultimo è troppo più importante del nostro piccolo orgoglio personale.

Perché, se non proviamo a contrastare l’onda ignorante, retrograda, xenofoba, neanche troppo cripto-autarchica ci ritroveremo in una situazione che ahimè non solo questo Paese ma l’Europa intera ha già conosciuto; e già l’Europa come idea stessa sta scricchiolando parecchio …

Come si fa?

Bella domanda.

Una delle prime idee che mi è venuta in mente è: bisogna indossare il saio dell’umiltà – chi già lo indossa ne indossi uno ancora più “efficace” e cerchi di avere infinita pazienza… – e cerchi, usando le parole più semplici di cui è capace, di diffondere la cultura accumulata in tanti anni e che non può e non deve essere fine a sé stessa, ma appunto condivisa, un po’ come il pane evangelico.

Bisogna arrivare a far capire alle persone che l’ignoranza non è una cosa bella ma un’arma con la quale i leader attuali non stanno facendo altro – come sempre nella Storia – che prenderle per il culo in modo da mantenere il potere il più a lungo possibile, a loro stesso danno.

Com’è stato già detto e scritto più e più volte,

l’ignoranza è proprio la più grande e pericolosa arma di distrazione di massa

mai concepita dall’uomo, fin dalle origini della civiltà.

Contrastarla è quindi, oggi, compito sempre più ingrato e difficile, ma ora o mai più.

Ci costerà dunque abbandonare il linguaggio un po’ snob che – confessiamolo – utilizziamo spesso e ci fa sentire tanto superiori, ma adesso siamo fuori moda, adesso c’è un ministro che si vanta di non leggere da tre anni…

A me non va giù che continuino a morire centinaia, migliaia di persone nel Mediterraneo così come non va giù che ci siano più di cinque milioni di persone di nazionalità italiana al di sotto della soglia di povertà, ma non credo assolutamente che il primo problema sia la causa del secondo, non c’è riscontro nemmeno temporale in questo.

Non mi va giù lo stesso, per esempio, che non sia riconosciuto il reato di tortura, ma nemmeno che la Polizia e le forze dell’Ordine non abbiano personale e mezzi adeguati: come in tutte le cose, a mio modo di vedere, manca equilibrio nelle scelte e nelle decisioni, ai vari livelli.

Quindi è il momento, se già non è troppo tardi, ripeto, di usare ciò che sappiamo per cambiare il mondo sul serio, cominciando pezzettino per pezzettino, persona per persona, a spiegare con pazienza ciò che sta realmente accadendo; cito il grandioso film “Philadelphia”:

spiegarlo come se si fosse davanti ad un bambino di quattro anni”.

Potrebbe essere l’ultimo tentativo di salvarci tutti: dopo, sarò pure l’ennesima “Cassandra”, ma vedo nero, in tutti i sensi, tranne quello odiato dal leader leghista.

Con la forte speranza di sbagliarmi

Davide De Vita

Conoscenze di base? Zero. (la bufala della “prossima introduzione” delle cifre arabe che, invece, usiamo già da secoli)

Zero

Buongiorno e chiediamoci un perché.

So di non essere letto da molti che dovrebbero essere i veri destinatari di questi pezzi, però scrivo lo stesso nella speranza che qualcuno, di voi che mi leggete e ringrazio infinitamente per il tempo che mi dedicate, conosca qualcun altro che non mi legge, gliene parli, questi lo dica a qualcun altro e così via, fino a…

Raggiungere i suddetti soggetti.

Certo, recita un vecchio adagio che chi vive sperando non muoia proprio benissimo, però ci provo lo stesso, che volete, sarò l’ultimo dei romantici o dei sognatori, o tutt’e due, chi lo sa, fate voi.

Arriviamo al dunque: perché un esagerato numero di persone, tutti evidentemente tastieristi (da pc e/o smartphone) compulsivi e con tanto tempo a disposizione, ha sfogato la propria rabbia repressa quando un buontempone ha postato su un social (non ricordo quale) la “sconvolgente” notizia che a breve a scuola si sarebbero introdotti i… Numeri arabi?

Semplice: perché, purtroppo, l’ignoranza è sempre più diffusa, dannosa, insensibile allo spirito critico e anche al semplice buon senso.

Probabilmente avete già sentito parlare di questa storia, in ogni caso ne ha scritto Gramellini stamattina e il suo articolo è stato riportato da Radio24, la radio de ilSole24ore.

Fatto sta, lo ricordiamo ma sono cose che – un tempo era così, oggi non ne sono sicuro – si dovrebbero sapere dalle elementari, usiamo normalmente i numeri o cifre arabe sempre, tutti i giorni fin dal …

Decimo secolo, quando le imparammo da loro.

Come sempre (la ricerca mi è costata “addirittura” dieci secondi… Anche se ricordavo che la mia maestra ce lo insegnò a suo tempo, ma meglio fugare ogni eventuale dubbio) riportiamo cosa scrive mamma Wiki; ricordo ancora una volta, non mi stancherò mai di ripeterlo, che queste informazioni a loro volta sono presenti in quegli oggetti strani, fatti di carta, dimenticati, di forma rettangolare e pieni di cose scritte chiamati “libri” …

numeri arabi, anche conosciuti come numeri indo-arabici, sono la rappresentazione simbolica delle entità numeriche più comune al mondo. Sono considerati una pietra miliare nello sviluppo della matematica.

Si può distinguere tra il sistema posizionale utilizzato, conosciuto anche come sistema numerico indo-arabo, ed il preciso glifo utilizzato. I glifi più comunemente usati in associazione all’alfabeto latino sin dai tempi dell’era moderna sono 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9.

I numeri nacquero in India tra il 400 a.C. ed il 400 d.C. Furono trasmessi prima nell’Asia occidentale, dove trovano menzione nel IX secolo, ed in seguito in Europa nel X secolo. Poiché la conoscenza di tali numeri raggiunse l’Europa attraverso il lavoro di matematici ed astronomi arabi, i numeri vennero chiamati “numeri arabi“.

C’è di più: anche il concetto di “zero”, prima sconosciuto in Europa, ce lo insegnarono loro.

Lo zero (cf. arabo (sefr), ebraico אפס (éfes), sanscrito शून्य (śūnya), neol. greco μηδέν [inteso come nulla, niente]) è il numero che precede uno e gli altri interi positivi e segue i numeri negativi.

Dalla parola araba “sefr” o “sifr” secondo altre fonti, deriva la parola “cifra” tuttora in uso.

Purtroppo, questa ovvia ricerca – che dovrebbe essere superflua in un Paese che si ritiene alfabetizzato almeno per quanto riguarda le nozioni basilari della conoscenza – non è stata fatta dai signori di cui sopra, allarmati innanzitutto dalla “terribile” parola “arabi”.

Non è affatto un bel segnale, significa che un numero sempre maggiore di persone, in Italia,  non solo non ha più le minime conoscenze di base ma, ahimè, letteralmente non è più in grado di ragionareNon posso fare a meno di aggiungere che queste stesse persone hanno votato, votano e voteranno. 

Ancora, parafrasando un leit – motif molto usato ultimamente,  forse sarebbe meglio non solo “prima l’Italiano (inteso come lingua, anche quella assassinata quotidianamente da spietati serial killer di grammatica e ortografia)” ma anche tutte le altre materie andrebbero proprio come minimo… 

Ripassate.

Alla cultura araba dobbiamo anche, invece – è Storia, non un parere o un’opinione – le nozioni di base, tra le tante, dell’astronomia o dell’anatomia umana, per esempio…

Ricordarlo però – vabbé, saperlo proprio forse è chiedere troppo… – oggi non è di moda, non fa tendenza.

Sarà perché…

È vero?

Davide De Vita