Notre Dame brûle.

Notre Dame incendio guglia crolla

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché è necessario fermarsi a riflettere sul rogo della cattedrale di Notre Dame de Paris?

Perché è un simbolo potentissimo, ricco dentro e fuori, fisicamente e per metafore, di altri innumerevoli simboli.

Tutti abbiamo visto e probabilmente stiamo ancora vedendo in tv (è naturalmente l’argomento del giorno) le immagini delle fiamme che distruggono una delle chiese più famose del mondo, forse la più famosa dopo la stessa basilica di san Pietro.

Due righe di Storia, come sempre da mamma Wiki:

La cattedrale metropolitana di Nostra Signora (in francese: Cathédrale métropolitaine Notre-Dame; in latino: Ecclesia Cathedralis Nostrae Dominae, conosciuta anche come cattedrale di Notre-Dame o più semplicemente Notre-Dame (pronuncia [nɔtʁə dam]), è il principale luogo di culto cattolico di Parigi, cattedrale dell’arcidiocesi di Parigi, il cui arcivescovo metropolita è anche primate di Francia. Ubicata nella parte orientale dell’ Île de la Cité, nel cuore della capitale francese, nella piazza omonima, rappresenta una delle costruzioni gotiche più celebri del mondo ed è uno dei monumenti più visitati di Parigi. In base alla Legge francese sulla separazione tra Stato e Chiesa del 1905, l’edificio è proprietà dello Stato francese, come tutte le altre cattedrali fatte costruire dal Regno di Francia, e il suo utilizzo è assegnato alla Chiesa cattolica. La cattedrale, consacrata nel 1182, basilica minore dal 27 febbraio 1805, è monumento storico di Francia dal 1862 e Patrimonio dell’Umanità.

Un’infinità di simboli e significati, dunque, travolti e distrutti dalle fiamme, da un rogo enorme di cui ancora non si conoscono con certezza le cause, definite con sempre maggiore insistenza “accidentali”, escludendo quindi sia la matrice criminale, sia quella – temutissima – terroristica.

Ad esser sinceri dubito sapremo mai veramente cosa sia successo: resta il fatto, trasmesso in diretta e in mondovisione, che uno degli edifici più belli e famosi del mondo non esiste più nella forma e nelle fattezze con le quali l’abbiamo sempre visto, anche chi non è mai stato a Parigi: era quello, infatti, ben prima della stessa Tour Eiffel, uno dei simboli più identificativi della città, un po’ come il Colosseo o la Basilica di san Pietro per Roma, il ponte sul Tamigi per Londra, la statua della Libertà per New York. A proposito di New York, le immagini del crollo della guglia ricordano in maniera impressionante quelle del crollo della prima torre del World Trade Center l’undici settembre duemilauno.

Non ci sono stati morti, questo è vero, ma il fatto che sia stata proprio quella chiesa a venir giù, una delle chiese cattoliche più famose del mondo, all’inizio della Settimana Santa, quanto meno fa riflettere.

Perché nonostante non sia stato un attentato terroristico – e meno male – ha ricordato a tutti quanto siano fragili, ancora nel XXI secolo, le opere dell’uomo, per non dire quanto sia fragile egli stesso nella sua enorme complessità.

Sono andati in fumo secoli di Storia, di fede, di ispirazione per tutte le arti anche per chi credente non è mai stato: un crollo che si porta via un pezzetto di noi, del nostro piccolo grande mondo che ci illudiamo sia al sicuro e invece non lo è, non lo è per niente.

Un monito, anche.

Perché la Storia è cultura e va preservata e non cancellata, nascosta o peggio ancora distrutta: meno cultura significa più pseudo ordine, sempre a danno di democrazia, tolleranza, diritti. Concetti questi che non significano “nessuna regola” ma regole civili, al passo con il Terzo Millennio che nonostante tutto abbiamo cominciato ad attraversare da quasi vent’anni.

L’arte, la bellezza, la meraviglia di cui è stato capace – e per molti aspetti lo è ancora – l’Uomo in tutti questi secoli, durante i quali non ha ideato, progettato, costruito solo armi, andrebbero mostrate e vissute ancora di più, in modo che ce ne si innamori perdutamente, perché appartengono a ciascuno di noi, nessuno escluso.

Mi rendo conto di sfiorare l’Utopia, ma a questo punto, col vento che tira, anche questo “innamoramento” è più necessario che mai.

Altrimenti catastrofi come questa, per disattenzione, incuria, cattiva manutenzione ne accadranno altre e ne accadranno presto.

Così come ogni singola vita umana ha un valore altissimo, anche ciò che la mente e le mani umane, degli artisti, creano, valgono molto di più di quanto per pigrizia ci siamo abituati a pensare.

Per poi piangere, come in questo caso, quando opere immense vanno in fumo.

Davide De Vita

INRI 2018

Gesù crocifisso

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Beh, quello di oggi è proprio impegnativo, visto che da circa due millenni ce lo stiamo chiedendo.

Per un credente cristiano la risposta è facile: Gesù è morto in croce e poi risorto per la nostra salvezza.

Paradossale, fuori dalla logica umana come tutto ciò che ne sta al di sopra, ma in questo caso si parla di fede e qui non vado oltre, ognuno conosce o prova a conoscere il proprio io più nascosto e con quello farà i conti, oppure, se come si diceva prima si è credenti, col Capo in testa quando giungerà il momento.

Fatto sta che comunque uno la pensi questa figura, quest’uomo vissuto in Medio Oriente grosso modo duemila anni fa e finito così tragicamente, tutto fa tranne lasciare indifferenti.

Nella cultura occidentale, di matrice giudaico – cristiana, il tempo stesso parte, comincia dall’esistenza di quell’uomo, c’è un prima e un dopo, quella breve vita fa da spartiacque.

Non c’è nessun altro personaggio, se mi si passa il termine, sul quale si sia scritto tanto e non si finirà mai di scrivere.

L’attuale Chiesa Cattolica è davvero ciò che quell’uomo immaginava?

Non lo so, non sono nessuno per rispondere a questa domanda: mi sono sempre risposto che anche la Chiesa è fatta di uomini (e donne) e per questo gli errori commessi, anche gravi, gravissimi, compresi i peggiori sono così tanti.

Ci sono però anche tante (tantissime) cose positive, ma quelle hanno sempre fatto molto meno rumore, sapete, come il vecchio detto, no?

Fa molto più chiasso un albero che cade, rispetto ai miliardi di foglie che crescono…

Così, io ultimo, peccatore, lontanissimo dalla santità, mi sono concentrato su quella figura errante nel deserto, che non ha mai lasciato nulla di scritto, i cui detti e le sue opere sono però state prima tramandate e poi raccolte in quei quattro libretti che chiamiamo Vangeli.

Certo, ce n’erano altri, tantissimi, ma quelli che per alterne vicende sono giunti fino a noi sono quelli che conosciamo tutti.

E che ci troviamo, in sintesi?

Che l’uomo, qualsiasi uomo, può amare e compiere il bene, non solo essere buono, che quello non basta, non è mai bastato e mai basterà.

Una follia ancora oggi, dove tutto il pianeta sanguina e urla di disperazione.

Pure, quel messaggio, quella vita, sono un esempio, un “guardate che si può vivere anche diversamente, in pace, amando non solo il prossimo ma anche il proprio nemico”.

Follia, appunto, però dopo duemila anni siamo ancora qui a parlarne, a scriverne io e a leggerne, se vi aggrada, voi.

Perché in quella follia c’è la speranza, spesso l’unica che ci consente di andare avanti tra i tormenti, i problemi, le angosce della nostra vita quotidiana.

La speranza e la preghiera, quell’alzare imploranti lo sguardo al cielo in cerca d’aiuto, conforto, vie d’uscita.

Ripeto, non sono nessuno, tanto meno un sacerdote, però lo voglio scrivere lo stesso che tante volte la preghiera mi ha aiutato, eccome se mi ha aiutato, non c’è niente di cui vergognarsi, con tutti i miei enormi limiti e difetti sono un cristiano.

Sì, lo sono.

Con un oceano di dubbi, cadute e momenti in cui faticosamente mi sono alzato, ma lo sono e da tempo non ho alcuna remora a dirmi tale.

Non lo impongo agli altri però, questo no.

Quella vita là, quella di cui parlavamo prima e di cui parleremo ancora per chissà quanto altro tempo, quella è la proposta: folle, fuori dal nostro vissuto quotidiano?

Forse, o forse no.

Forse, se proprio oggi riuscissimo a spegnere tutti gli aggeggi elettronici diventati le nostre protesi irrinunciabili e – tacendo – ascoltassimo un po’ di più quell’io profondo di cui anche parlavamo prima, chi lo sa, magari davvero potremmo anche riuscire a trovare la … Sintonia del Cielo.

Perdonate lo sfogo del vostro umile scrivano, ma oggi è Venerdì Santo e mi andava così.

Amen.

Davide De Vita.

Santi & orsacchiotti.

orsetto di peluche

Buonasera e chiediamoci un perché.

Chiediamoci stasera, io per primo, come mai quando incontriamo la santità o potremmo percepirne il profumo, non ce accorgiamo mai, se non dopo che questa come sabbia tra le dita è svanita e difficilmente la incontreremo ancora.

La prima volta che incontrai quest’uomo, scendeva da una vecchia cinquecento gialla che lui chiamava Mariolina, come “Mariolina Cannuli”, annunciatrice tv dei tempi che furono.

Forse confondo il nome con quello di qualche altra annunciatrice, ma la Cinquecento gialla no, quella era proprio così.

Lui era simpatico, di poche parole, brevi ma incisive.

Semplice e diretto in maniera disarmante.

Arrivava da Paulilatino, ma era stato anche a Cagliari e in altri posti, prima di essere trasferito ad Iglesias.

Non da lui, ma da altre persone, seppi che a Cagliari, per tentare in qualche modo di aiutare come poteva delle famiglie di disperati che stavano per essere sfrattate, apparecchiò un tavolino e si mise a dire messa, così, su due piedi, davanti a chi doveva eseguire l’ordine di sgombero e quindi ritardando lo stesso e facendo scudo, in qualche modo, a quegli stessi disperati.

Non so se fosse una leggenda, ma ce n’erano tante che lo accompagnavano, alle quali lui non accennava mai.

Poi c’era il mio vissuto personale: non ho mai capito come facesse, ma c’era sempre, sempre, quando… Ne avevo bisogno, quando ero veramente a terra, quando pensavo che proprio non ce l’avrei fatta, quando non sapevo come andare avanti, come arrivare al giorno dopo.

Prima del giorno dopo, ripeto, sempre, arrivava lui, o di persona o magari con una telefonata.

Lo so, sembra una storia inventata, eppure non è così: non me ne può importare di meno che ci crediate o no.

Prima di conoscere quest’uomo conobbi quella che sarebbe diventata la donna della mia vita, il mio amore più grande in assoluto (e lo è ancora e lo sarà per sempre); mi capitò di parlarle di quest’uomo.

Lei se lo ricordava, l’aveva conosciuto a Cagliari e, spinta da chissà che, nonostante tutti le dicessero di non farlo, una volta che ne ebbe la possibilità, da bambina, corse ad abbracciarlo.

Il destino volle che tutt’e tre ricordammo insieme quell’episodio, lui finse di non ricordarlo, ma luoghi e date corrispondevano.

Successero altre cose, pesanti e tristi nella mia vita, durante le quali lui si manifestò in punta di piedi e sempre, accidenti, sempre al momento giusto e con poche, semplici parole.

Chiedendo inoltre a me (molto prima che papa Francesco usasse la stessa espressione) di pregare per lui.

Le cose per me e per la mia metà migliore (come la chiamo sempre) cominciarono ad andare un pochino meglio e, non ricordo quando, quell’uomo mi diede un orsacchiotto spelacchiato, al quale mancava pure un occhio, che teneva appeso nella Cinquecento.

<< Tieni, dallo alla tua bella. >> mi disse.

Lo feci e ancora oggi per noi quell’orsacchiotto vale più di mille diamanti.

Cominciò a star male, il paulesu conch’e ferru (nativo di Paulilatino testa di ferro, testardo) come si definiva scherzosamente; riuscii ad andarlo a trovare un paio di volte, accorgendomi che peggiorava, nonostante non ci facesse troppo caso.

Poi fu trasferito, ma avevo ancora il suo numero di cellulare, per cui riuscii a chiamarlo qualche mese fa per fargli sapere che le cose per me e per la mia bella andavano davvero meglio e ci tenevo, oltre a sapere come stava, a farglielo sapere.

Ne fu sorpreso e felice.

Anch’io.

Può darsi che chi di dovere non ne faccia mai davvero un santo come tutti gli altri, ma noi siamo stati fortunati, l’abbiamo conosciuto e se non lo era poco ci mancava davvero.

Per noi, nella maniera più semplice possibile, lo è stato e lo sarà per sempre.

Quell’uomo o la sua anima ora sono certo abiti in una suite dei piani proprio alti, senza più sofferenze ma con ciò che desiderava.

Lascio ai teologi o altri esperti del settore le disquisizioni in merito.

A me, ripeto, basta aver avuto la fortuna di averlo conosciuto.

Quell’uomo era un frate.

Oggi m’è arrivata la tristissima notizia che non c’è più, su questa terra.

Si chiamava padre Alfonso.

Davide De Vita