Fahreneit 451, i terrapiattisti e la forza della ragione

Fahreneit 451 immagine simbolo

Buongiorno, buon anno e chiediamoci un perché. Spero stiate tutti bene, abbiate digerito o siate in fase digestiva, comunque siamo al 3 di gennaio, non manca molto alla fine delle feste e delle… Abbuffate, coraggio!

Torniamo al nostro perché quotidiano: ne ho già scritto più volte, ma perché è sempre più necessario, indispensabile, leggere o rileggere “Fahrenheit 451”, romanzo (vedi fonti in calce) di Ray Bradbury uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1951 (in forma di racconto) e poi nel 1953 nella sua forma definitiva?

( In breve: in un ipotetico futuro una dittatura al potere ordina di bruciare tutti i libri del mondo – Fahreneit 451 è la temperatura alla quale brucia la carta – mentre ogni componente della “resistenza” impara un libro a memoria, diventando quasi egli stesso quel libro o quella storia) 

Perché, a distanza di tanti decenni, è ancora attualissimo, l’ignoranza si fa strada dilagante e spesso la strada le viene spianata da chi, come sempre e ovunque, ne trae vantaggio e potere.

Sì, potere, in quanto, per citare un vecchissimo detto, nel paese dei ciechi il guercio è re.

Dove voglio andare a parare?

Qui: tra le tante, innumerevoli idiozie (spero che il grassetto renda abbastanza) che si trovano in rete, ieri notte sono incappato in alcuni video di un signore – di cui non farò il nome per non fargli altra immeritata pubblicità – che sostiene a spada tratta che …

La terra sia piatta e non rotonda, ancora oggi, nel 2018.

Un cretino, un idiota, un poveraccio, direte voi; è stata la prima cosa che ho pensato anch’io, poi ho notato il numero di iscritti al suo canale, quindicimila.

Ho letto i commenti deliranti dei suoi seguaci ( << followers >> fa più figo ma perdonate, a me la lingua italiana piace ancora tantissimo ), molti dei quali giovanissimi e mi sono preoccupato più di quanto non lo fossi già: queste persone, con grande convinzione e rispondendo con insulti a quanti cercano di spiegar loro che hanno così torto che più torto non si può, negano cinque o seicento anni di ricerca e metodo scientifico, grazie al quale sono stati possibili tutti i progressi tecnologici – e non solo – di questi secoli.

Certo, nel bene e nel male, ma non possiamo tornare di botto a prima di Galileo, quando anche la stessa Chiesa Cattolica ne ha riabilitato in toto figura e scoperte, mentre chi per quella stessa Chiesa – o per tutte in generale – non prova troppa simpatia ha sempre fatto del metodo scientifico il cardine dei propri ragionamenti.

Ovviamente i sostenitori della “terra piatta”, chiamati per questo appunto “terrapiattisti” (sic …) affermano che si tratti di un complotto (e ti pareva…) atto ad ingannare l’umanità intera, ordito da non si sa bene chi e con non meglio identificati scopi … Così come – secondo loro – solo i terrapiattisti convinti sono “risvegliati” dal torpore mentale, mentre voi ed io, che ancora crediamo a quei fessacchiotti di Galileo, Einstein e via di questo passo, siamo i veri idioti.

Qual è dunque il pericolo, il problema -più serio di quanto possiamo pensare – ormai palese?

Quello di avere a che fare con sempre più persone di questo tipo, disinformate al massimo e per nulla intenzionate a mettersi anche solo un poco in discussione, inconsapevoli di essere manovrate e manovrabili in qualsiasi direzione, compresa quella, forse più pericolosa di tutte …

Elettorale.

Con un mondo sempre più complesso nel quale viviamo, con piccoli dittatori che minacciano di premere sinistri pulsanti nucleari posti sopra la propria scrivania e uomini potentissimi con improbabili zazzere che gli rispondono per le rime dall’altra parte del pianeta, neo-zar che manovrano altre persone sullo scacchiere internazionale trattandole né più né meno come proprie marionette e, nel nostro piccolo nazionale e quotidiano, nuove elezioni politiche alle porte, non c’è tanto da stare allegri.

Questo nuovo anno si sta aprendo con mille e un problema da affrontare, come quelli che l’hanno preceduto e quelli che lo seguiranno, ma se sempre più persone, più menti si rifiuteranno di funzionare secondo logica, rifugiandosi in quell’ignoranza così tanto comoda, quegli stessi problemi si moltiplicheranno, si aggraveranno.

Chiedersi un perché, cercare la ragione vera delle cose e degli accadimenti diventa allora, perdonate la presunzione, nuova arma di resistenza.

Per favore, non spegniamo l’intelligenza, o davvero …

È finita per tutti.

Davide De Vita

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Fahrenheit_451

 

Caos Venezuela: perché.

Assalto al parlamentoBuongiorno e chiediamoci un perché: perché, ad esempio, il Venezuela, prima o poi, scoppierà?

Per provare a capire ciò che sta accadendo oggi, meglio fare qualche passo indietro, fino a febbraio dell’anno scorso quando, su una testata on line ora scomparsa dal web, scrivevo:

(25 febbraio 2016, articolo pubblicato su teleGM24)

“Per tentare di porre rimedio a tutto ciò, il governo Maduro, in questi giorni, ha deciso di aumentare, dall’oggi al domani, del seimila (sì, avete letto benissimo, proprio seimila) per cento il prezzo della benzina, prima pari quasi a zero. Cerchiamo di capire meglio: la moneta corrente è il “bolivar”, per cui dopo le nuove misure, un litro di combustibile a 91 ottani costerà un bolivar, mentre ce ne vorranno sei per quello raffinato a 95 ottani. Per avere un’idea più chiara di cosa significhi, ricordiamo che un caffè, un semplicissimo caffè costa più di 100 (cento) bolivar. L’opposizione (fonte: Daniel Lozano, La Nacion, Argentina) denuncia i “regali” di milioni di barili a Cuba ed altri paesi alleati, criticando anche questa nuova misura, che ricorda fin troppo un precedente sollevamento popolare, verificatosi nel 1989 proprio in seguito ad un aumento del prezzo della benzina, costato la vita a centinaia di persone e passato alla storia col nome di “Caracazo” o “Sacudon”. A questo si aggiunge una svalutazione del cinquantanove per cento del bolivar, per cui ad oggi venticinque febbraio duemila sedici la moneta venezuelana è pari a zero virgola quindici dollari e zero virgola quattordici euro; perciò, nonostante le pompose dichiarazioni dello stesso Maduro che, soddisfatto per l’accordo raggiunto con Russia, Arabia Saudita e Qatar per rallentare la produzione petrolifera, afferma minacciando ( anche lui! ) l’avvento della terza guerra mondiale nel caso in cui trionfasse la politica imperialista: “Nessuno canti vittoria. L’obiettivo è distruggere Russia, Venezuela, Iran e Opec. Siamo appetibili per il nostro petrolio e anche per Bolivar, Chavez, il popolo, la rivoluzione. Siamo l’asse delle libertà in America.”

Nonostante questi proclami e queste misure a detta di tanti impopolari, il Venezuela ha attualmente la peggiore economia del pianeta ed è in testa alla classifica dell’inflazione, con pochi o nessuno spiraglio di miglioramento. Ora, con il disgelo tra Cuba e gli Stati Uniti, la fine dell’embargo all’Iraq, l’incertezza sulla sorte della Libia e degli altri paesi medio orientali interessati dal fenomeno Isis, si vedono davvero poco, purtroppo, reali speranze di salvezza per questa nazione, proiettata invece verso l’abisso di un altro (vedi Argentina) colossale “default”.

Ci siamo?

Lo so, magari non ci credete eppure esistono economie più disastrate della nostra.

Non tante, ma esistono.

Che succede oggi, invece, in Venezuela?

Quello che spesso diciamo tra amici al bar, o nelle chat di Whatsapp o sul social che preferite, come

<< Bisognerebbe entrare in Parlamento e prenderli tutti quanti a calci in c…>>

Beh, ragazzi, chiunque sia stato, da chiunque siano stati effettivamente spinti e più o meno “controllati”, alcuni individui hanno fatto esattamente questo all’interno del Parlamento di Caracas.

Secondo le agenzie, circa cento militanti chavisti ( seguaci dell’ex premier Chavez ) hanno assaltato e assediato il parlamento per oltre nove ore, invadendo il palazzo e aggredendo deputati, funzionari e giornalisti presenti al suo interno.

“Un minuscolo gruppo di persone pagate dal governo è venuto oggi in questa sede per sequestrare non i deputati o i giornalisti, bensì la sovranità popolare venezuelana, la nostra democrazia”

… Dichiara alla stampa Julio Borges, presidente dell’Assemblea Nazionale, rincarando poi la dose:

“per noi è molto chiaro che questo è solo un piccolo campione di quello che si sta preparando per il Venezuela con la Costituente fraudolenta lanciata dal presidente Maduro: siamo qui non per difendere un palazzo, ma i quattordici milioni di cittadini che hanno votato per noi. Maduro ha detto che condanna questi fatti di violenza, ma la verità è che è lui l’unico responsabile di questa violenza”.

Borges si riferisce alle dichiarazioni con le quali Maduro ha definito l’attacco:

Un fatto strano, una rissa nei corridoi del Parlamento”,

affermando poi di non essere

complice di nessun fatto violento

e di aver dato disposizioni affinché la giustizia indaghi su quanto è accaduto.

In un video, che lui stesso ha diffuso sui social network, Oswaldo Rivero, conosciuto come Cabeza de Mango (noto giornalista televisivo chavista), si è presentato come il responsabile dell’attacco, affermando:

 “Assumiamo la responsabilità storica di quello stiamo facendo. Siamo qui per protestare contro quelli che nascondono il cibo e commettono atti terroristici”

In conclusione, comunque vadano le cose, la verità (che come diceva già Eschilo prima di tutti, in guerra è sempre la prima vittima) è che il popolo venezuelano, in ginocchio da anni per la crisi economica durissima, è stanco della corruzione senza limiti e delle continue delusioni e disillusioni “offerte” dalla classe politica locale.

Non solo: è un popolo, letteralmente, affamato.

E i popoli affamati…

Davide De Vita

Fonte:

 http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/06/news/venezuela_militanti_chavisti_assaltano_il_parlamento_deputati_sotto_assedio_per_9_ore-170083025/#gallery-slider=170080928

 

Ipotesi Qatar

QatarBuongiorno, dov’eravamo rimasti? Ah sì, chiediamoci un perché! Chiediamoci, per esempio, cosa potrebbe succedere da oggi, 5 luglio, in Qatar.

Guardate, sono il primo a consigliarvelo: se pensate che il Qatar sia uno sciroppo per la tosse, oppure un posto troppo lontano per avere – per noi – il benché minimo interesse, non leggete questo post, fate altro, impiegate meglio il vostro tempo.

Se invece, come me, ritenete che ciò che accade laggiù – o potrebbe accadere – sia molto importante per tutto ciò che accadrà – o potrebbe accadere – nel mondo, beh, allora andate, anzi andiamo avanti.

Ricordiamo: secondo molti analisti, il Qatar sarebbe lo stato che più di ogni altro non solo appoggia ma proprio finanzia il terrorismo radicalizzato di matrice islamica. Non una cosetta da niente, dunque.

Oggi scade (scadrebbe?) la data limite imposta dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati al Qatar per accettare le richieste “non negoziabili “che però lo stato in questione rigetta in quanto “ricordano l’atteggiamento di stati arroganti che storicamente hanno sempre portato alla guerra”.

La data di oggi era già stata prorogata, a dimostrazione del fatto che quegli stessi “stati arroganti” non hanno proprio le idee chiare sul da farsi.

Quindi che succede?

L’Arabia Saudita invaderà il Qatar?

Potrebbe farlo: il Qatar ha un decimo della popolazione saudita, un confine di terra privo di difese e un esercito di piccole dimensioni, ma non solo: il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha il sostegno di Donald Trump (non quello del dipartimento di stato degli Stati Uniti) nella sua opera d’isolamento del Qatar e potrebbe convincere Trump ad accettare un’invasione. Sempre Salman ha spinto l’esercito saudita a scatenare la terribile guerra civile in Yemen per il semplice (e ampiamente infondato) sospetto che l’Iran stesse fornendo aiuto militare ai ribelli.

Piccolo appunto (i commenti di qualsiasi genere li lascio ad altri, qui riporto solo fatti): noi, Italia, esportiamo bombe prodotte in Sardegna, nello Yemen, giusto per capire quanto queste vicende non siano poi così tanto “lontane” dal nostro vissuto quotidiano…

 Le richieste impossibili

Secondo Salman il Qatar dovrebbe allinearsi “militarmente, politicamente, socialmente ed economicamente, oltre che finanziariamente” con l’Arabia Saudita e i suoi alleati.

Tradotto: niente più politica estera indipendente, controlli più serrati in patria.

Poi: chiudere completamente il gruppo d’informazione Al Jazeera, che ha sede in Qatar e il cui network televisivo satellitare è la testata d’informazione meno censurata e più affidabile del mondo arabo.

Interrompere ogni contatto coi Fratelli musulmani, un movimento islamico perlopiù non violento e democratico, che era stato tra le forze propulsive delle primavere arabe nel 2010 e 2011. Avrebbe dovuto smettere di sostenere i gruppi ribelli islamisti radicali siriani, in particolare l’organizzazione nota fino alla fine dello scorso anno come Fronte al nusra (prima che cambiasse nome per occultare i suoi legami con Al Qaeda).

Consegnare tutti gli individui accusati di “terrorismo” (un termine molto ampio nei quattro paesi che sostengono il blocco).

Espellere tutti i cittadini di questi paesi che vivono oggi in Qatar (presumibilmente per evitare che fossero contaminati dal clima sociale e politico relativamente aperto che vige nel paese).

Interrompere tutti i contatti diplomatici e commerciali con l’Iran, nonostante quasi tutte le sue entrate derivino dagli enormi giacimenti di gas che condivide con questo stato.

Non basta: pagare dei risarcimenti per il disturbo arrecato e accettare un regolare monitoraggio che verificasse il suo rispetto di queste condizioni nei prossimi dieci anni.

I quattro paesi che sostengono il blocco (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto, rispettivamente tre monarchie assolute e una dittatura militare) stanno in realtà tentando di sopprimere le idee democratiche nella regione. L’accusa secondo cui il Qatar “sostiene il terrorismo” sarebbe più convincente se l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti non stessero facendo esattamente la stessa cosa.

Entrambi i paesi hanno finanziato il Fronte al nusra e chiuso un occhio sui suoi legami con Al Qaeda, dal momento che stava combattendo il regime del presidente siriano Bashar al Assad, dominato dagli sciiti.

Il denaro è stato spesso consegnato in borse piene di contante depositate in alberghi turchi, quindi è probabile che parte di esso sia arrivato nelle mani del gruppo Stato islamico (ISIS).

L’ipotesi più probabile.

Il Qatar importa quasi tutto il cibo che consuma e in futuro dovrà farlo arrivare per via marittima o aerea, visto che il confine di terra con l’Arabia Saudita sarà chiuso in maniera permanente. Ma il Qatar è abbastanza ricco da pagare questo prezzo. L’Arabia Saudita (il principe Salman) si limiterà quindi in buona sostanza a usare le proprie risorse finanziarie per impedire agli altri di commerciare con lo stato isolato.

In conclusione non ci sarà un’invasione saudita: i diecimila soldati statunitensi stanziati nel piccolo stato non garantiscono protezione “politica” in quanto gli USA preferiranno sempre l’Arabia Saudita; le poche centinaia di soldati turchi presenti però lo difenderebbero:

 “Non ci serve il permesso di nessuno per creare delle basi militari tra paesi partner”

ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

“Sosteniamo e apprezziamo la posizione del Qatar nei confronti delle 13 richieste. Si tratta di un modo estremamente sgradevole di cercare d’interferire con i nostri accordi”

Dice al Guardian l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti in Russia Omar Ghobash:

“una possibilità sarebbe imporre alcune condizioni ai nostri partner commerciali e dirgli che se vogliono collaborare con noi dovranno fare una scelta commerciale”

boicottando il Qatar.

Ma dai… Ma no… Ma vuoi vedere che … No… Non ditemi che, magari, dietro a tutta questa faccenda che sta insanguinando il mondo da anni, ci sono enormi interessi commerciali e finanziari e il fanatismo religioso è un’ottima copertura?

Non ci posso – QUASI – credere!

Davide De Vita

Fonte:

https://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2017/07/04/resa-dei-conti-in-qatar

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte:

https://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2017/07/04/resa-dei-conti-in-qatar