Adesso.

befana polidori

Buongiorno, buona domenica, buona Epifania e chiediamoci un perché.

Non lo ricordavo, così sono andato a cercare il significato della parola “epifania”: beh, significa “manifestazione della (o delle, poiché in greco era al plurale) divinità”, nella religione cristiana si riferisce alla prima apparizione di Cristo; significa anche “rivelazione”; dal greco epiphàneia, manifestazioni della divinità, dal verbo epiphànein, composto di epì “dall’alto” e “phànein” apparire. Come da questo significato profondo si sia giunti alla vecchietta dalle fattezze di una strega è altra storia, interessante anche quella, ma non è ciò di cui voglio parlare, se non a fine pezzo, perciò mettetela da una parte e, se vi va, seguitemi.

Oggi voglio parlare, invece e finché mi sarà ancora consentito (guardate che non è così scontata, non è “gratuita” la libertà di pensiero e di parola, è stato versato del sangue, molto, perché voi ed io ne potessimo godere, ma ci dimentichiamo fin troppo spesso anche di quello…) di quanto, forse, sia già troppo tardi, per tutto…

Sto parlando di politica?

Sì, forse la sto pure facendo, nel mio piccolissimo.

Perché, nonostante scriva quasi ogni giorno “quand’è che è troppo?” a corredo dei miei post, evidentemente per tanti, per troppi non lo è mai, non lo è ancora.

Pure, la gente muore, continua a morire in mare, ora gelido ma che è già “concimato”, passatemi il termine, con migliaia, decine di migliaia se non di più, di cadaveri di cui, abbiamo almeno il coraggio di ammettere questo, a molti non è mai fregato, non frega e non fregherà niente.

Sono “altro da noi”, diversi, neri, magari puzzolenti, “ci tolgono il lavoro” e così via.

Non è vero, non è assolutamente vero, non esiste la cosiddetta invasione, basta leggersi i dati ufficiali e dare uno sguardo alle percentuali sia europee sia mondiali.

Ah già, l’Europa, bella anche quella, inesistente, incapace e ipocrita: dura ammetterlo, ma su questo – mi sa solo su questo – sono d’accordo con “quelli là”.

Non leggiamo i dati ufficiali, dicevo e se lo facciamo o non li capiamo proprio o non li vogliamo capire. Non lo facciamo, non lo vogliamo fare, è più facile credere a ciò che ci piace sentirci dire, “quello lìè uno tosto, sta ripulendo l’Italia, lui sì che ci sa fare e via di questo passo.

Semplicemente, non è vero.

Così come, sia ben chiaro, non hanno fatto molto meglio i suoi predecessori: anche questo non può essere motivo di vanto e, purtroppo, è vero.

Questo però non mi impedisce di affermare, sostenere con forza che ritengo quello attuale un governo di incapaci e incompetenti e che il prezzo del suo scellerato operato lo pagheranno le prossime generazioni, proprio anche i figli di leghisti e pentastellati ora osannati su e giù per la Penisola, anzi, isole comprese…

Attenzione però, lo ripeto ancora: se al governo c’è questa classe di mediocri come mai se n’è vista, senza titoli, senza la minima preparazione in qualsivoglia campo, presuntuosi al punto da voler dialogare alla pari con scienziati di chiara fama quando non premi Nobel, non è merito loro.

È colpa nostra, che li abbiamo lasciati fare.

È colpa nostra, che ci siamo girati troppe volte dall’altra parte, convinti, presuntuosamente anche noi, che “il tutto si sarebbe sgonfiato presto da sé.”

Sono nati esattamente nello stesso modo il fascismo in Italia e il nazionalsocialismo in Germania e non sono paragoni esagerati: è, semplicemente, Storia, basta studiarla.

L’ultima – di una lunga serie – scena di questa grottesca rappresentazione è il vicesindaco di Trieste che butta via i vestiti di un barbone prima vantandosene sui social, poi ritrattando il suo stesso post vista la mala parata…

Successero cose simili agli ebrei, poi lo sappiamo – nonostante i tentativi dei “negazionisti” di ridurre o eliminare dalla memoria quell’orrendo sterminio – come andò a finire.

Allora, tornando alla o alle “epifanie”, qui e ora più che alla “manifestazione di una o più divinità” stiamo assistendo, ogni giorno, alla manifestazione degli aspetti più vili e meschini dell’umanità.

Questo mi spaventa, è grave, gravissimo, non è da prendere sottogamba, se lo facessi me ne pentirei, direi tra non molto a me stesso (e a voi che avete la pazienza di leggermi, bontà vostra): perché non hai fatto, o almeno scritto, o almeno detto qualcosa, quando ne avevi ancora il tempo e la possibilità, prima che succedesse?

Beh, quel “prima” è proprio adesso.

Lo sto facendo, io che non ho figli, anche per i vostri, perché un giorno non siano loro a farvi – quando ormai sarà troppo tardi – quelle stesse domande.

Non sono solo io, intendiamoci, sono solo uno dei tanti che ci prova, ma appunto pur essendo tanti, non siamo abbastanza, non ancora almeno.

Riprendendo il discorso sul “voltare la faccia dall’altra parte”, invece, facciamo, perché ci conviene, come le celebri tre scimmiette: non vediamo, non sentiamo, non parliamo.

L’aria che tira è questa, perciò la seguiamo, da campioni del mondo di opportunismo quali siamo e forse siamo sempre stati.

Ci piace l’“uomo forte”, penserà lui a tutto, perché dovrei farlo io?

Perché, semplicemente, ho occhi per vedere, orecchie per sentire, bocca per parlare e, soprattutto, una mente per ragionare con la mia testa.

E tutto questo, non da adesso, ma da parecchio, non mi va, non mi va per niente giù.

Chi me lo fa fare?

L’incrollabile speranza che un futuro migliore sia, nonostante tutto, possibile, lo si possa costruire – rubando una frase al Vangelo – insieme, donne e uomini di buona volontà.

Non solo: la certezza che esistano altre strade, vie che ripudiano l’odio, l’intolleranza, il razzismo, l’incomprensione.

Vie faticose e sempre in salita perché, come lessi una volta, con lo zaino sulle spalle “la strada piana non porta mai in alto.”

Crescere è faticoso, maturare è faticoso, studiare è faticoso, lavorare con coscienza e responsabilità è faticoso, ragionare è faticoso: le altre vie sono ignobili scorciatoie, degne di donne e uomini ignobili.

Sarò l’ultimo degli utopisti, dei sognatori?

Può darsi: ma è seguendo dei sogni, ispirandoci ad essi che, per esempio, alla fine sulla Luna ci siamo arrivati.

Se questo è fare politica, mi sta bene, ci sto, mi ci sporco le mani e come sempre ci metto faccia e firma.

Mi schiero, perché la penso come padre Zanotelli, l’ho scritto di recente, credo che anche Dio stesso sia schierato, con gli ultimi, i poveri, gli schiavi, gli oppressi.

Senza tirarla tanto per le lunghe sì, o Salvini (e vista la brutta virata verso destra anche dei Cinque Stelle…) e il “Movimento”, oppure il Vangelo e i suoi valori, che mai come in questi ultimi tempi hanno assunto un sapore rivoluzionario.

Non è più tempo di imitare le tre scimmiette, è tempo di muoversi, agire e reagire, con le parole e la non violenza, sempre, ma bisogna smetterla di voltarsi dall’altra parte e prendere posizione, prima che sia troppo tardi, prima che “gridino le pietre”.

Non ci sono più scuse, bisogna farlo…

Adesso.

Davide De Vita

 

Recensioni: “Prima che gridino le pietre”, padre Alex Zanotelli.

Prima che gridino le pietre immagine per blog

Buongiorno, buon anno e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, leggere (e capire bene) “Prima che gridino le pietre” non è diventato ormai necessario, ma indispensabile?

Perché quest’urlo di “santa collera” (cit.) di padre Alex Zanotelli è illuminante, smentisce ancora una volta tutte le menzogne che ci sono state propinate in questi ultimi anni, ultimi mesi, con dati alla mano raccolti da chi, per decenni, “a casa loro” ci ha vissuto, la conosce, la ama pur devastata da secoli dalla cosiddetta civiltà dell’uomo bianco occidentale (ma non solo).

Il libro comincia col racconto di una miniera di sale controllata dai francesi (sì, i nostri “cari cugini d’oltralpe” …) nel diciannovesimo secolo. Lì erano les italiens a vivere nelle baracche, ad essere sfruttati ai limiti della schiavitù, ad essere accusati di puzzare e di essere sempre ubriachi oltre che pigri… Beh, prendete tutte, proprio tutte le accuse che oggi rivolgiamo agli immigrati e calatele in quel contesto: ora avete il quadro completo, preciso. Aggiungete poi il diffondersi di una falsa notizia di un gravissimo crimine (poi rivelatasi assolutamente infondata) e il gioco è fatto: l’odio esplose, ci furono morti, una strage.

Questo è quanto: l’odio non porta ricchezza, non è di certo portatore di pace, genera soltanto altro odio e violenza sempre più feroce.

“Casa loro”, dicevamo.

A “casa loro”, l’Africa, la schiavitù, quella proprio delle navi negriere, delle catene, degli indicibili inferni, l’abbiamo portata noi, bianchi “civili” e “bravi cristiani”, spesso giustificandola citando la Bibbia… Beh, a loro e ai loro discendenti questa cosa (chissà come mai… ) non è andata giù, è rimasta come un marchio indelebile nell’anima che li ha sempre fatti sentire – mentre noi gettavamo benzina sul fuoco e magari anche un bel po’ di loro stessi – inferiori.

Noi, invece, cari signori, tutti quanti, tutta l’umanità, dall’Africa discendiamo: l’uomo come lo conosciamo è nato qui. Solo questo dovrebbe farci riflettere e non poco, in un mondo ideale…

Questo però non è un mondo ideale: questo è un mondo dove l’Africa, da sempre, è il grande magazzino gratuito (o quasi) dell’Occidente industrializzato, ma non solo: anche gli stati arabi e di recente i cinesi (che stanno comprando vastissime aree di territorio a prezzi stracciati) se ne sono accorti e si servono comodamente, prendendo quello che vogliono.

Avete un cellulare o un pc?

Se state leggendo queste righe, evidentemente sì. Ne scrissi tempo fa, ne hanno scritto in tanti prima di me e ne scriveranno ancora: la maggior parte di questi apparecchi è costruito col coltan, una sorta di silicio indispensabile per il loro funzionamento.

Questo materiale è estratto da bambini e bambine, uomini e donne ridotti in schiavitù (sì, ancora oggi duemila diciannove appena cominciato) dai signori della guerra che controllano le aree nelle quali si trovano le miniere a cielo aperto e che lucrano vendendolo ai grandi colossi occidentali, inutile fare i nomi delle varie aziende, non ne manca una.

Ci sono poi l’uranio, il legname pregiato, l’oro, i diamanti, il petrolio

Per non parlare del fantastico sbocco del traffico d’armi internazionale: anche all’interno di uno stesso stato africano (di tanti di essi…) ci sono varie fazioni, i cui eserciti più o meno raffazzonati hanno – tutti – fame di fucili mitragliatori automatici e mine antiuomo (giusto per fare qualche esempio).

Armi che molto spesso, vista l’altissimo tasso di mortalità in generale, non solo infantile, finiscono tra le mani dei bambini-soldato.

All’Occidente questo stato di cose fa comodo, è sempre stato così: le nefandezze commesse “a casa loro” da noi italiani (“brava gente”?) in Etiopia, Eritrea, Somalia non sono state dimenticate. Non sono stati da meno però francesi, inglesi, tedeschi, belgi. Tutti hanno preso, depredato, stuprato, incendiato, distrutto tutto ciò che volevano e in certi casi continuano a farlo impunemente. Chi osa opporsi a questo stato di cose, oggi, è torturato, stuprato, ucciso insieme a tutta la sua famiglia…

Ecco perché scappano da “casa loro”: quella è casa loro.

Non ditemi che non sareste contenti anche voi di essere violentati, abusati, torturati davanti a vostra madre e alla vostra famiglia intera mentre a tutti loro viene tagliata la testa e altre parti del corpo, a “casa vostra”, no?

Mi raccomando, non vi venga in mente di fuggire (e perché?), potreste sempre sperare nell’aiuto “a casa vostra” di un Salvini di turno…

Padre Zanotelli è cristallino anche su questo:

o la Lega di Salvini (ma anche la Lega prima di lui) o il Vangelo.

Non c’è scampo, per chi ha ancora una coscienza.

Non evita di puntare il dito anche contro la “sua” Chiesa, colpevole, con i suoi rappresentanti a vario titolo, di essersi voltata fin troppe volte “dall’altra parte”.

Perché, afferma ma sembra di sentirlo urlare, con quella “santa collera” di cui sopra:

<< Dio è schierato, è il Dio degli oppressi, degli schiavi, dei poveri. >>

Concetto che non stride nemmeno un po’ col messaggio evangelico.

Zanotelli, inoltre, riconosce a papa Francesco il merito di parlare apertamente di queste cose, di aver fatto discorsi importanti su questo tema.

Però lo vede solo, troppo solo.

Il testo prosegue descrivendo con dati, cifre, statistiche precise e non modificate a favore della propaganda in eccesso o per difetto (tutti dati verificabili da chiunque, basta volerlo fare davvero e ragionare con la propria testa…) la reale situazione dei più noti stati africani dai quali provengono i migranti.

I quali, in tutta Europa, sono un numero enormemente inferiore a quello che ci si vuole far percepire per incrementare la paura del “nero a chilometro zero” e con quel terrore, il consenso di chi ora è al governo.

Non manca di spiegare molto bene come funziona davvero il sistema inefficace dei centri di accoglienza diversi dal modello SPRAR, che invece ritiene sì anche quelli migliorabili, ma già un buon passo nella giusta direzione. Il libro andava in stampa mentre Mimmo Lucano, sindaco di Riace, veniva fermato con diversi capi d’accusa; il “modello Riace” però nel frattempo è diventato famoso nel mondo, mentre molti di quegli stessi capi d’accusa non hanno trovato fondamento giudiziario. Il tutto è ancora in corso, staremo a vedere.

Tornando al business dei migranti, Zanotelli spiega, dati alla mano, come quei famosi trentacinque euro per migrante finiscano invece sempre e per la maggior parte nelle mani di albergatori e “benefattori” senza scrupoli, che gestiscono questi “centri” (diffusi in tutta Italia, da nord a sud isole comprese) come facevano gli agenti delle “riserve indiane” nel West dei giovani Stati Uniti della fine Ottocento…

Dalla Storia, però, non vogliamo imparare mai.

Concludo con quella che nel libro è una “piccola premessa”:

<< Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), i rifugiati nel mondo sono sessantacinque milioni, l’86 per cento dei quali è ospitato nei paesi più poveri. Appena il 14 per cento si trova nell’Occidente ricco e sviluppato. Eppure l’Europa si sente sotto assedio, si sente invasa, reagisce con paura e ostilità, erge muri, srotola filo spinato, chiude i porti, respinge i migranti. Quella stessa Europa che pretende di essere l’esempio della civiltà tollera episodi di discriminazione e xenofobia. Gli italiani, emigrati negli anni in tutto il mondo, hanno dimenticato la loro storia, o fanno finta di non ricordarla. >>

Perché dunque leggere e comprendere bene questo libro è indispensabile?

Perché, tra le altre cose, è uno degli strumenti pacifici che abbiamo per difendere il futuro prossimo, prima che gridino le pietre.

Il 23 e il 26 maggio 2019 ci saranno le prossime elezioni europee.

“Prima che gridino le pietre – manifesto contro il NUOVO RAZZISMO”, padre Alex Zanotelli, chiarelettere, 2018

Davide De Vita

 

Decreto (in)sicurezza: le mafie ringraziano.

Salvini Blowing in the wind

Buongiorno e chiediamoci un…

No, un momento, oggi voglio prima raccontarvi una storiella.

Poniamo che, per esempio il prossimo 24 dicembre, in un paese a caso, che so, mettiamo “Codroipo”, un papà leghista tenga per mano il proprio figlio, che so, di otto, dieci anni, non ancora avvezzo alle amenità della politica.

Poniamo che questo bambino abbia una sorellina più piccola, che – anche lei poco avvezza ai “grandi temi” – avrebbe voluto per Natale un bambolotto molto scuro, ma sì, diciamo proprio nero, uno di quelli bellissimi…

Chiede allora il bimbo al padre:

<< Perché hai detto a Licia che Babbo Natale non le porterà mai un bambolotto nero? >>

<< Perché è contrario alla nostra cultura, credimi, le sta facendo un favore, un giorno sarai grande e capirai anche tu … >>

Il bimbo non è molto convinto, ma se glielo dice papà…

Più avanti, per strada, quello stesso bambino vede tante persone intirizzite dal freddo, molte sono donne, altri bambini come lui; non hanno più un posto dove andare, vagano senza meta in circa di cibo, calore, riparo…

Le accomuna la pelle scura, molto scura, nera proprio come quella del bambolotto che avrebbe voluto sua sorellina Licia e che quest’anno Babbo Natale – dice papà – non le porterà..

Il bambino si fa coraggio e chiede:

<< Papà ma quelle persone hanno freddo e fame, non hanno un posto dove andare, perché non le aiutiamo? >>

Il papà, che pensa di essere molto religioso e fedele a cultura e tradizioni, per tutta risposta molla uno scappellotto al figlio e risponde:

<< Non guardarli: quelli non sono come noi. Ora muoviti che altrimenti facciamo tardi a Messa. >>

(Sic!…)

Fine della storiella.

Ora possiamo chiederci il perché.

Perché, per esempio, non si può stare indifferenti davanti a ciò che accade?

Perché il limite è stato oltrepassato, da tempo, ma si continua a fingere che non sia così.

Perché il signor Matteo Salvini ha giurato sulla Bibbia e sul Vangelo, ma non ha messo in pratica non dico una parola, ma nemmeno il risvolto di copertina di questi testi, ammesso che li abbia mai letti. (se li avesse capiti, non sarebbe… Matteo Salvini.)

Non sapevo nemmeno dell’esistenza di Codroipo, così come ignoravo fosse famosa per essere l’anagramma della più triste delle bestemmie: ora lo so, ma ne avrei fatto volentieri a meno.

Come ormai sappiamo tutti, la storia del divieto dei bambolotti neri è vera.

Questo è il delirio fatto legge.

Bisogna dirlo, urlarlo a gran voce, scriverlo sui muri e gridarlo nelle piazze: è troppo.

No, non è vero: c’è di peggio.

Il decreto (in)sicurezza che passerà alla Storia col nome del vero primo ministro in carica, ha – di fatto – reso un enorme favore alle mafie, fornendo materia prima in quantità industriale e a costo zero alla criminalità organizzata.

Come hanno capito anche i sassi, infatti, decine di migliaia di persone, molte delle quali donne e bambini, seppur regolari in quanto possessori di “permesso di soggiorno umanitario” da un giorno all’altro non lo sono o non lo saranno più, trasformandosi in quei clandestini di cui il “nostro” (va beh, il “vostro”, tenetevelo pure…) si è sempre tanto lamentato…

In breve: lui stesso ha creato il “nemico” di cui – evidentemente – sentiva tanto bisogno…

Non è il primo e non è il solo ad averlo fatto: l’ultimo che mi viene in mente si chiamava

Göring.

Ora, anche questo lo sanno pure i sassi, da sempre la criminalità, organizzata o meno, pesca tra gli ultimi, gli emarginati, i disperati.

Non dico che proprio ogni centro di accoglienza fosse il massimo della perfezione (che non è di questo mondo), però decine di migliaia di persone regolari potevano sperare in un futuro appena migliore del passato lasciato alle spalle attraversando inferni che non possiamo nemmeno lontanamente immaginare.

Tutto questo – bisogna dirlo – peserà anche sul tanto lodato presidente Mattarella che il decreto l’ha firmato.

Perché queste cose bisogna dirle?

Perché – sperando come sempre di sbagliarmi – scorrerà sangue per le strade italiane, aumenterà l’odio a dismisura e ci sarà qualche ingenuo che si chiederà, troppo tardi:

<< Come siamo arrivati a tutto questo? >>

Beh, s’è cominciato in questi giorni, settimane, mesi.

E perché non si può più restare indifferenti?

Perché tutto questo è davvero troppo e l’indifferenza, ora e sempre, è…

Complicità.

Buon Natale.

Davide De Vita

Silvia, le altre, il fuoco e gli insulti.

Silvia e incendio

Buonasera e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, non parlare anche qui di Silvia Romano? Sì, la cooperante rapita che, solo per aver scelto di fare ciò che voleva, per cui si era preparata (laureata – a 23 anni – in Mediazione Linguistica per la Sicurezza e Difesa sociale al “CIELS”, Centro di Intermediazione Linguistica Europea) ed essere stata rapita probabilmente proprio in quanto simbolo, ha ricevuto tanti di quegli insulti sui social da riempire pagine intere.

Insulti. Minacce, volgarità irripetibili.

Silvia, che non ho il piacere di conoscere, era ed è però una volontaria.

Ha ventitré anni, è una persona adulta, vota.

Ha fatto una scelta e, come hanno fatto notare in tantissimi, pensate un po’, è andata – più volte, perché questa non era la prima – “ad aiutarli a casa loro”.

<<Non va bene. >> dicono e scrivono, magari gli stessi che un minuto prima dicevano e scrivevano << Bisogna aiutarli a casa loro. >>

Mi chiedo: questi che dicono e scrivono sia << bisogna aiutarli a casa loro>> e << prima gli italiani >>, hanno mai fatto qualcosa di concreto, fuori di casa, lontano dai pc o dagli smartphone, che so, per il vicino di casa in difficoltà o per i propri genitori anziani?

Gesti concreti, come andare a fare la spesa per loro, o “sciocchezze” come passare qualche ora in loro compagnia?

Beh, qualche dubbio, permettetemi, ce l’ho.

E sono il primo pieno di difetti e peccati, sia ben inteso.

Il fatto è che pare non vada bene niente, in questo Paese, mai.

Se qualcuno si permette di darsi da fare, in prima persona, consapevole di rischiare anche la pelle (vi rimando alla laurea di questa ragazza…) è una cretino, per non dire altro che tanto l’hanno già detto.

Tra le altre cose, bisogna dirlo, è donna.

Per molti cerebrolesi (uso una metafora, non voglio in alcun modo offendere chi lo è davvero) fallocrati che si masturbano sulla tastiera o con la tastiera non avendo nient’altro nella vita, essere donna è “palese condizione di inferiorità”.

Dove voglio andare a parare?

Qui: il signor (si fa per dire…) Gianfranco Zani, cinquantaduenne di Sabbioneta, poiché la moglie voleva lasciarlo, ha dato fuoco alla casa dove stava lei, uccidendo il figlio undicenne per soffocamento da fumo. L’uomo aveva ricevuto un divieto ad avvicinarsi alla casa familiare quattro giorni prima dal gip di Mantova.

Cosa c’entra questo con la vicenda della cooperante rapita?

A mio modestissimo modo di vedere, moltissimo.

Sono facce diverse della stessa medaglia, la prima espressa con insulti, ingiurie e volgarità contro chi, donna, ha avuto il coraggio delle proprie scelte, la seconda espressa col fuoco, contro chi – donna – ha avuto l’enorme coraggio di ribellarsi ad una situazione evidentemente insostenibile.

Chi paga?

Le donne, sempre e comunque, da millenni.

Facciamo – noi “uomini veri, duri e puri” – tanto i gradassi, ma se ci viene sbattuto in faccia un bel “no” secco e deciso, non lo accettiamo, riprendiamo la clava e ammazziamo, bruciamo, stupriamo magari pure in branco, ovunque a prescindere da provenienza geografica, religione, etnia…

In molti – non tutti, grazie al Cielo – ci siamo evoluti sono in coglioneria.

Se poi, visto che ci siamo, diffondiamo ignoranza, falsità e odio, tanto meglio, il “brodo primordiale di ritorno” è prossimo ad essere servito di nuovo, chi se ne frega dei posteri, che tanto non li conosceremo mai e i nostri debiti – ah! I nostri debiti … – li pagheranno loro…  

Non mi va di parlare di “femminicidio”: sono assassinii, brutalità senza fine che stanno diventando così frequenti da fare a malapena notizia, ci siamo abituati, non ci indigniamo più per niente, se non quel quarto d’ora o più durante il quale anche noi pestiamo sui tasti per aggiungere un “like” o condividere il post del momento…

Abbiamo perso il contatto con la realtà e il mondo corre in direzioni che non riusciamo più a comprendere, ma che purtroppo lasciano dietro terribili scie di sangue, quello verissimo…

Fino al prossimo argomento del giorno…

Su Gramellini solo qualche riga, poiché oggi è uscito un nuovo suo articolo in cui il giornalista prova a “correggere il tiro”: ora io non sono nemmeno pubblicista, ma se è stato costretto a farlo, viste le reazioni furiose dei lettori, evidentemente qualcosa che proprio non andava nel primo doveva esserci…

P.S.: al momento in cui scrivo la polizia keniota si dice fiduciosa nel ritenere possibile una conclusione positiva della vicenda Romano, vista la collaborazione della popolazione e gli arresti già effettuati di almeno quattordici persone probabilmente implicate nel sequestro.

Davide De Vita

Fonti:

https://tg24.sky.it/mondo/2018/11/21/kenya-silvia-romano.htm

https://milano.repubblica.it/cronaca/2018/11/22/news/mantova_da_fuoco_alla_casa_con_dentro_moglie_e_figlio_di_11_anni_il_bimbo_e_gravissimo-212337222/

 

Mauro Usai sindaco di Iglesias: i primi cento giorni.

 

Mauro Usai foto intervista ottobre 2018

Mi riceve puntuale nel suo ufficio, il giovane sindaco di Iglesias Mauro Usai, a circa cento giorni dalla sua elezione. Ci spostiamo dalla saletta principale, più di rappresentanza, ad una adiacente meno informale, dove ci sediamo intorno ad un tavolo ingombro di carte e documenti, che nel corso dell’intervista mi mostrerà più volte, a seconda dell’argomento affrontato. È in maniche di camicia – Obama ha fatto scuola ovunque – e mi guarda dritto negli occhi: glielo faccio notare e gli dico che per un politico quale lui è ormai da tempo, non è scontato.

Questo primo cittadino – espressione del PD ma con una grande vocazione alla critica e all’indipendenza di pensiero, come vedremo più avanti – non siede, metaforicamente parlando, su una poltrona comoda.

Cominciamo così l’intervista seguendo uno schema che presto andrà bonariamente a farsi benedire, perché domanda su domanda l’uomo si infervora e spazia a ruota libera, partendo dai temi più attuali, caldi e appunto “scomodi”.

Sanità, disoccupazione, povertà.  

<< L’argomento sanità mi fa incazzare (usi pure questo termine, l’autorizzo). Non è un discorso demagogico, perché siamo stati l’unica comunità a dire sì alla riforma sanitaria, di cui non chiediamo altro che la vera, reale e piena applicazione, che invece non c’è mai stata. Il polo unico ospedaliero Iglesias – Carbonia dovrebbe essere degno di chiamarsi DEA di 1° livello [1], ma come tutti sappiamo e purtroppo vediamo ogni giorno così non è. Si tratta di una battaglia che continuo a combattere ogni giorno e alla quale tengo moltissimo, non c’è giorno che non mi scontri contro qualcuno dell’Amministrazione Regionale in merito. Non è possibile che un presidio ospedaliero chiuda nel fine settimana, così come non è accettabile che non si possano ottenere in un’ora delle analisi d’urgenza ma si debba aspettare un giro vizioso che va e torna da Carbonia, con disagi enormi per chi già è sofferente di suo. Ripeto, è una battaglia continua che ho intenzione di proseguire, è troppo importante per i cittadini.

La disoccupazione e la povertà, indissolubilmente legati, sono invece temi che mi fanno soffrire, soprattutto perché, almeno in questo caso, degli strumenti per provare almeno a contrastarla esistono ma sono o male interpretati o male applicati. Mi riferisco per esempio al REIS, per esteso Reddito di Inclusione Sociale che non ha niente a che fare col più noto “reddito di cittadinanza” di cui si parla tanto. Credo che sulla carta questo strumento sia molto valido, in quanto prevede appunto l’“inclusione” in realtà produttive o di interesse sociale, con una sorta di avviamento e formazione, quando occorre, alle stesse attività verso le quali si intende indirizzare il o la richiedente aiuto. Manca però – purtroppo – il personale per compiere per intero questo percorso, in quanto normalmente si arriva al più facile compromesso di dare e ottenere un semplice sussidio economico, snaturando lo strumento e scivolando pericolosamente verso il mero assistenzialismo. >>

La visione della città.

<< Essendo stato presidente della Giunta Comunale nella passata amministrazione non mi sono estranei né questi uffici né le dinamiche amministrative, ma mi sono chiesto spesso, durante quel periodo “cos’avrei fatto da sindaco”. Ora lo sono e credo che una delle tante priorità sia stata curare l’aspetto e il decoro urbano; credo infatti che Iglesias possa e debba essere un gioiellino, ma deve esserci, in parallelo con l’impegno che l’amministrazione comunale come squadra ci sa mettendo, anche la maggiore consapevolezza del singolo cittadino. In quest’ottica, per esempio, abbiamo riattivato la fontana all’ingresso di Iglesias prima del viale Villa di Chiesa, riaperto al pubblico la torre Guelfa, per parlare di piccole cose, ma – nell’ambito del vero e proprio decoro urbano – ci siamo visti costretti all’installazione delle telecamere di sorveglianza per combattere quello che potremmo definire il malcostume del “sacchetto selvaggio”. Proprio queste telecamere (ce ne sono altre in via di installazione e attivazione, alcune si chiamano “Scout” e funzionano con dei sensori di movimento, prima cioè filmano e poi fotografano) ci hanno permesso di individuare senza ombra di dubbio i “lanciatori” che, paradossalmente, a verifica si sono rivelati del tutto in regola (per la maggior parte) con il pagamento della tassa sui rifiuti, come se questo potesse giustificare il “faccio come mi pare”, a discapito della reale differenziazione, che a danno dell’intera comunità non è più virtuosa e proprio per questo peserà parecchio sulle prossime bollette. Mi dispiace, ma è proprio così. >>

Grandi opere.

<< Abbiamo ripreso in mano la programmazione dell’Amministrazione precedente, per esempio per quanto riguarda la realizzazione del Centro Intermodale. C’erano ostacoli burocratici quasi infiniti da superare, così spesso mi sono ritrovato personalmente a farmi firmare dal funzionario di turno il documento che impediva questo o quello. Ora siamo in grado di affermare che manca proprio un ultimo passo, da approvare in giunta, relativo all’estensione del procedimento di Verifica di Impatto Ambientale (VIA), dopo il quale potremmo finalmente affidare ad una nuova ditta (quella che c’era prima è fallita) che riprenda in concreto i lavori. Parliamo, per essere chiari, di un milione e mezzo di euro in ballo.

Molti di più, invece, ma dobbiamo aspettare il bilancio, sono in gioco per la bonifica del Rio San Giorgio, alla quale teniamo ugualmente moltissimo: qui parliamo di 43 (quarantatré) milioni di euro.

Turismo.

<< È ancora uno dei cavalli di battaglia di questa amministrazione, che ci crede moltissimo; i risultati ci danno ragione, dati alla mano: solo grazie alle presenze – accertate dai dati ufficiali – a Porto Flavia, infatti, siamo arrivati a poco meno di novemila (ottomila settecento circa) biglietti staccati in un mese, per un totale di sedicimila presenze in tre mesi. Questo in controtendenza con il resto della Sardegna, dove un po’ ovunque s’è registrato il segno “meno”. C’è moltissimo lavoro dietro questi dati, per esempio l’accordo col Parco Geominerario per la gestione “coordinata” appunto del sito di Porto Flavia e per una più oculata e condivisa gestione dei costi. Non posso – e mi dispiace – dire lo stesso per gli altri due siti che potremmo (sarebbero fruibili anche ora, ma preferiamo aspettare che le cose siano più chiare e, senza mezzi termini, meno onerose per il comune) proporre sul mercato turistico, cioè la Grotta Santa Barbara e la galleria Villamarina di Monteponi. Puntiamo infatti ad un chiarimento definitivo con Igea, che attualmente gestisce i siti, al loro effettivo passaggio al Comune insieme ad una riperimetrazione delle due concessioni minerarie.>>

Politica nazionale, crisi della sinistra.

<< Che la sinistra soffra di una grave crisi non lo scopro io e non lo scopro oggi. Certo, ho visto le due piazze di Roma e Milano ieri (si riferisce alle manifestazioni contro il razzismo in Lombardia e in genere contro il governo attuale a Roma del 30 settembre, n.d.c.) gremite e tinte di rosso come non si vedeva da tempo, ma personalmente non credo sia quella la strada giusta. Ho sempre creduto e affermato che un partito, proprio come dice la parola, debba rappresentare una parte. Questo si è smarrito, si è tradita la nostra identità. A mio avviso le cose da fare sono due: rinnovare completamente l’attuale dirigenza e invertire l’agenda politica, mettendo al primo posto i poveri e non la Confindustria, che corteggiata da Renzi è andata poi ad appoggiare la Lega. Papa Francesco insegna e, paradossalmente, sembra una delle poche voci autorevoli che oggi dicono ancora “cose di sinistra”. Oppure, seguire sia i poveri sia la Confindustria, ma privilegiando i primi. >>

Il futuro politico di Mauro Usai.

<< Guardi, come ogni politico non nego di pensarci e magari un pizzico d’ambizione c’è, non sarebbe normale il contrario, ma l’impegno che richiede Iglesias è grande e non posso permettermi di distrarmi. Sto anche cercando di rendere più trasparente il nostro operato (intendo mio e della squadra, senza la quale ben poco potrei fare e che quindi ringrazio anche qui) con mezzi non convenzionali come per esempio i social dove stiamo comunicando quanto facciamo. Vede, prima di diventarlo mi sarebbe piaciuto fare il sindaco. Oggi mi piacerebbe riuscire a farlo bene: sto provando in questo senso a fare del mio meglio. >>

Davide De Vita

[1] Il dipartimento d’emergenza e accettazione (detto anche dipartimento emergenza-urgenza in acronimo, rispettivamente, DEA o DEU), in Italia, indica un dipartimento di una azienda ospedaliera.

Svolge funzioni di pronto soccorso, e comprende varie unità operative incentrate sulla cura del paziente in area critica. L’obiettivo del DEA è creare un’integrazione funzionale delle divisioni e dei servizi sanitari atti ad affrontare i problemi diagnostico-terapeutici dei pazienti in situazioni critiche.

Esso è perciò organizzato con un modello multidisciplinare che riunisce, nella stessa struttura, personale specialista in ambiti diversi. È quindi costituito da unità operative omogenee, affini o complementari, che perseguono comuni finalità e sono tra loro interdipendenti, pur mantenendo le proprie autonomie e responsabilità professionali.

Otto anni fa usciva di scena signor Pinotto

Pinotto giovane

Buonasera e chiediamoci un perché.

Occhei, me lo chiedo io, stavolta scivoliamo proprio sul personale, ma mi sento di scriverlo e quindi forse è giusto così.

Perché voglio ricordare una persona, mio padre, scomparso esattamente otto anni fa ad oggi.

Ciao signor Pinotto, sono sicuro che da dove sei da diversi anni osservi con interesse tutto ciò che sta accadendo in questa città che amavi come nessun’altra al mondo.

È vero che su molti argomenti non ci trovavamo – diciamola tutta, non andavamo d’accordo – ma non posso negare che fossi un esempio di gran lavoratore e, appunto, di “super tifoso” di Iglesias.

Mia sorella ti teneva testa, eccome, mentre io non ci riuscivo…

Avevi dei sogni però, li avevo anch’io ma…

Non erano gli stessi, non tutti almeno.

Perché, questo devo proprio riconoscertelo, avevi più di un sogno: avevi una visione.

Sai? Ti piacerebbe quello che sta succedendo: come sognavi quaranta, cinquanta anni fa, i sindaci di Iglesias e Gonnesa hanno trovato un accordo concreto per gestire l’intero litorale – scusa il gioco di parole – in comune.

Non capivo bene quello che facevi e succedeva allora, ma ricordo l’entusiasmo col quale ti eri dato da fare insieme alla prima giunta Pili per migliorare le cose, andando di persona – senza chiedere assolutamente nulla in cambio – a pulire i giardini pubblici in quel periodo in stato di degrado e abbandono oppure quando – sempre gratis – avevi offerto il tuo magazzino per custodire temporaneamente i libri della biblioteca comunale che finalmente si stava ristrutturando e si preparava ad aprire al pubblico.

Tu che di libri non ne avevi  letto proprio tanti ne riconoscevi l’assoluta importanza…

Ricordo i primi passi di quelle che poi diventarono tutte le varie associazioni medievali, dove c’eri ugualmente, a discutere magari dell’origine e dell’uso proprio o improprio – storicamente parlando – del velluto

Ricordo i tuoi sogni in grande che capisco solo adesso che li vedo in parte realizzati, con migliaia di turisti provenienti da ogni parte del mondo che da due – tre anni hanno scoperto Iglesias ed i suoi gioielli.

Ricordo il massimo rispetto che avevi per gli avversari politici, ne contestavi magari le idee che non condividevi, ma finivate sempre al bar insieme per un caffè o un aperitivo, perché vi interessava davvero Iglesias ed il suo futuro.

Eravate una bella squadra, signor Pinotto, nonostante tutto avremmo ancora tantissimo da imparare da te e da voi tutti, se soltanto ne avessimo l’umiltà.

Siamo tutti presi, invece,  dalla frenesia di questo ventunesimo secolo, dove troppe cose sono state dimenticate, sacrificate in nome di non si sa più bene cosa e di una velocità che non vi apparteneva ma vi rendeva molto più… Umani.

Ciao signor Pinotto, ovunque tu sia.

Davide De Vita

Mauro Usai è il sindaco di Iglesias

Mauro Usai campagna elettorale ballottaggio San Benedetto giugno 2018

Buongiorno (o quel che vi pare, non so a che ora leggerete) e chiediamoci un perché.

Perché Mauro Usai è il nuovo sindaco di Iglesias? 

Dopo una campagna elettorale aspra ed un turno di ballottaggio molto più combattuto di quanto ci si potesse aspettare, Mauro Usai è il nuovo sindaco di Iglesias (52,08% contro il 47,92% di Valentina Pistis); molto triste il dato sull’enorme numero di astenuti, in pratica più del doppio dei votanti: undicimila cento quindici su ventiquattromila aventi diritto in città. Sono cifre allarmanti che testimoniano l’incontestabile disaffezione di tantissimi per la politica a vari livelli, cominciando proprio dal più vicino… Alla porta di casa.

Comunque sia la maggioranza di chi ha votato (ricordiamo che nel ballottaggio sarebbe bastato anche un solo, singolo voto in più dell’avversario per vincere) ha eletto Mauro Usai, che è il più che legittimo nuovo sindaco di Iglesias.

Ho il piacere e l’onore di riproporre qui un’intervista che mi rilasciò circa un anno e mezzo fa, in tempi assolutamente non sospetti, quando non gli passava nemmeno per la testa un’eventuale candidatura alla carica di primo cittadino di Iglesias.

Nonostante questo, rileggere oggi le sue parole non fa che confermare la coerenza di questo ragazzo, chiamato a misurarsi con problemi gravissimi – che non ha mai negato – per provare a risolvere i quali ha comunque le idee chiare e progetti concreti.

L’intervista.

È impegnato, Mauro, nel senso che il termine aveva negli anni settanta, quando lo erano anche i cantautori. Però vive, studia ed è politicamente attivo nel presente, nel “qui ed ora” come ribadirà spesso durante la nostra chiacchierata. Mauro è Mauro Usai, ventottenne presidente del consiglio comunale di Iglesias da due anni e mezzo (consigliere comunale più votato in assoluto) e da più d tre anni segretario regionale dei giovani del Partito Democratico. Impegnato, si diceva, ma anche molto disponibile: l’appuntamento è fuori dalla sede del Partito, all’interno della quale lo vedo parlare di rientro dal viaggio a Roma, dove ha reso omaggio alla salma di Pietro Ingrao. Da fuori non si sente ciò che dice – ne avrò un esauriente riassunto poco più tardi – ma l’atteggiamento, la determinazione e la convinzione del suo argomentare sono palesi. Ci “crede” e si vede.

Puntuale, lascia la sezione e mi raggiunge, quindi cominciamo, anzi, comincia lui.

<< Una volta si sarebbe detto che sono “nato in una sezione” >>

attacca, facendo riferimento al fatto che il padre, Siro, attivissimo in politica, prima col Partito Radicale, poi dirigente dei Democratici di Sinistra, persona molto nota ed apprezzata ad Iglesias, fece respirare quell’aria a lui e a suo fratello Fabio fino alla sua prematura scomparsa nel duemilauno.

<< Sì, in un certo senso posso definirmi “figlio d’arte”, ma in quel periodo ho avuto un grande sostegno anche dallo scoutismo i cui principi, per esempio quello del “servizio” o “cercare di lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato” ho cercato di non dimenticare, anche in politica. >>

La domanda successiva è inevitabile:

<< Come Renzi? >>

<< No, Renzi non mi piace, ho votato per Bersani a suo tempo, mi sembrava e lo considero ancora molto più serio. Però è innegabile che Renzi, con tutti i pro e i contro, abbia restituito prestigio e credibilità all’Italia nel panorama europeo oltre aver ridato un minimo di speranza al Paese, gli ultimi dati stanno confermando un – seppur minimo – accenno di ripresa. >>

In teoria l’argomento avrebbe dovuto essere “il futuro dei giovani”, ma arginare Mauro è difficile. Mi spiega che è “molto adirato” (ha usato un altro termine, più diretto …) con i suoi coetanei, perché in tanti, troppi, percepiscono la politica come la somma di inciuci, manfrine e compromessi, mentre per lui significa

<< coniugare le istanze di tutti per raggiungere il bene comune.>>

Aggiunge che la politica

<< È una sola, dove servono l’esempio, l’umiltà e la conoscenza degli argomenti che si intendono affrontare. Per questo ho qualche perplessità ad accettare frasi come quella di Grillo nella quale si afferma che anche una casalinga può fare la contabile del Parlamento. >>

Si spinge oltre, questo giovane politico al quale, pochi mesi fa, hanno incendiato l’auto dopo una lunga serie di minacce a lui e al fratello, a scopo palesemente intimidatorio.

<< A proposito di soldi, sono anche favorevole al finanziamento pubblico ai partiti, ma questi dovrebbero impegnarsi a fare “formazione”, come faceva il vecchio PCI quando, nelle sezioni, insegnava a leggere e a scrivere agli operai. >>

Gli faccio notare che quanto afferma potrebbe essere considerata una visione “antica” ma lui ribatte che è il suo pensiero, anzi si spinge oltre e, tornando all’argomento che sarebbe dovuto essere il filo conduttore della chiacchierata, aggiunge

<< Non cedo all’odierna visione distorta della politica: il peggio che un ragazzo oggi possa fare è farsi manovrare, non pensare con la propria testa. Dicono, a me e ai miei coetanei, che “siamo il futuro”: non lo accetto, questo significa solo rimandare. Siamo il presente, dobbiamo agire qui ed ora. Il risorgimento, l’unità d’Italia, l’hanno fatto ragazzi anche più giovani di noi, nel loro presente. Aspiro all’“armonia”, nel senso di mettere ognuno nelle condizioni di avere le stesse occasioni. Anche per questo ho promosso ed è nata la “Consulta dei Giovani”, una specie di “Consiglio Comunale dei Giovani”, alla quale partecipano già circa un centinaio di persone, istituita con statuto e istituzione ufficiale del Comune di Iglesias. Tra i suoi scopi la promozione delle politiche giovanili. Tra le manifestazioni invece mi preme ricordare la N2Week, cioè la settimana della “Numero 2” (è una scuola con un cortile purtroppo abbandonato per anni al degrado, n.d.c.) dove i ragazzi organizzano una settimana di sport, cultura, musica, arte (writers) con crescente successo. >>

L’ultimo, cruciale argomento, è il lavoro, che da queste parti proprio non c’è. Tra industria e turismo, come possibili fonti di occupazione, non sceglie ma abbraccia entrambi, anzi sottolinea che

<< Anche quella del turismo è un’industria, ma attenzione, non esiste un paese senza industrie. Quelle “tradizionali” però dovrebbero a mio avviso, magari sotto la spinta delle forze sindacali, investire molto di più sulla ricerca, ispirandosi, per esempio, ad alcune acciaierie tedesche che sono immerse nel verde. Ancora, sono per la compartecipazione degli operai agli utili delle industrie, proprio sul modello statunitense. >>

Mi dice tante altre cose, Mauro, che sconfinano nel troppo personale ed entrambi non riteniamo giusto riportare.

Sì, è proprio cresciuto, questo ragazzo, che agisce, vive e studia nel “qui ed ora”, ma mi perdonerà se, parlandoci, ho avuto la sensazione che lo stia comunque costruendo, un pezzettino di futuro.

Oggi, nella notte tra il 24 e il 25 giugno 2018, Mauro Usai è stato eletto nuovo sindaco di Iglesias.

Auguri, signor sindaco e… Buon lavoro!

Davide De Vita

Modalità: mente inserita e funzionante.

 

Progetto

Buonasera e chiediamoci un perché, visto che da un po’ non lo facevamo.

Come va in questo giugno che sembra ottobre?

Sì, anch’io lo chiamo giugnembre e mi piacerebbe tanto poter andare al mare ma al momento, meteorologicamente parlando, non è consigliabile.

Arriverà, l’estate, magari a Natale, ma arriverà, dicono.

Scusate, divagavo.

Perché, dicevo, personalmente preferisco chi espone le sue idee, le sue opinioni, i suoi progetti con calma e sicuro della fondatezza del suo ragionamento piuttosto che chi tenta di sopraffare l’avversario con urla, strepiti se non addirittura con l’insulto?

Forse perché sono fuori moda, ho ricevuto una certa educazione, di cui sono grato e infine perché nonostante ne abbia già letti migliaia spero di poter continuare a leggere libri finché campo.

Anche questo, vista l’aria che tira, non è di moda, anzi, scusate, non è << trendy >>, di tendenza, oppure << cool >>, fico.

Mi hanno dato dell’intellettuale (ripeto che non credo proprio di esserlo, non mi ci sento, non sono laureato e quello che so deriva dai libri letti e da una gigantesca curiosità nei confronti del sapere in generale) ma non sapevo e non so tuttora se prenderlo come un complimento o mettermi a ridere, però scrivere no, scrivere non smetto: è una delle cose che riesco a fare meglio e mi piace moltissimo, perciò eccomi di nuovo.

Mi piacciono le persone che ragionano per molti motivi, forse c’entrano anche gli scacchi, nei quali  si analizza un problema, si ragiona su come affrontarlo, si studia una strategia e poi si mettono in atto le tattiche per raggiungere un determinato obiettivo, lo scacco matto, la vittoria, oppure la resa dell’avversario che, se sportivo, abbandona riconoscendo la manifesta inferiorità.

Questo sulla scacchiera, come sanno i miei amici che praticano il nobil giuoco, ma nella vita reale non è molto diverso.

Partiamo dalle parole, che come diceva quello là, sono importanti.

Dunque, cos’è il ragionamento?

Un procedimento mentale volto a dimostrare una verità, a risolvere un problema; è un’argomentazione ed è sinonimo di riflessione.

Risolvere un problema: questa cosa mi piace, riporta a ciò che scrivevo sopra.

Non basta: ci troviamo di fronte ad un problema, di qualsiasi natura, ma per risolverlo dobbiamo avere degli strumenti, ammesso che sia nostra precisa volontà risolverlo, naturalmente!

Poniamo il caso che il nostro problema sia, per esempio,  l’assenza di un bene o di un servizio oppure la necessità di migliorare quelli già esistenti: come si procede?

Uno degli strumenti è il progetto.

Cos’è il progetto?

Un progetto consiste, in senso generale, nell’organizzazione di azioni nel tempo per il perseguimento di uno scopo predefinito, attraverso le varie fasi di progettazione da parte di uno o più progettisti. Scopo finale è la realizzazione di un bene o servizio il cui ciclo di sviluppo è gestito tipicamente attraverso tecniche di project management.

Ah già, gli anglicismi. Okay, okay, cos’è il project management?

In ingegneria gestionale ed economia aziendale, con l’espressione project management (in italiano gestione di progetto) si intende l’insieme delle attività di back office e front office aziendale, svolte tipicamente da una o più figure dedicate e specializzate dette project manager, volte all’analisi, progettazione, pianificazione e realizzazione degli obiettivi di un progetto, gestendolo in tutte le sue caratteristiche e fasi evolutive, nel rispetto di precisi vincoli (tempi, costi, risorse, scopi, qualità).

Sì, sì, tranqui che me li sono cercati anch’io, ma vi risparmio la fatica:

back office:

Nell’organizzazione aziendale il back office (letteralmente dietro ufficio, nel significato di retro-ufficio) è quella parte di un’azienda (o di un’organizzazione) che comprende tutte le attività proprie dell’azienda che contribuiscono alla sua gestione operativa, come il sistema di produzione o la gestione.

Ci siete?

E’ in soldoni, tutta quella parte del lavoro che non si vede ma non per questo è meno importante.

front office:

Nell’organizzazione aziendale il termine front office (letteralmente “ufficio davanti“), indica l’insieme delle strutture di un’organizzazione che gestiscono l’interazione con il cliente. Si contrappone al back office che rappresenta invece il motore aziendale.

Il front office può essere chiamato anche sportello, sistema di facciata o accoglienza clienti.

Chiaro? Ciò che si vede del lavoro fatto, dalla commessa al supermercato che vi vende la merendina, all’impiegato allo sportello di un’azienda, una banca, un ufficio compresi quelli della pubblica amministrazione, nel bene e nel male.

Più semplice ancora: voi od io ci accorgiamo che a casa mancano il pane, il latte e il limone; la nostra analisi nel back office ci porta a concludere che sì, è un problema da risolvere in quanto questi beni mancano in dispensa e in frigorifero; indossiamo i panni del project manager domestico (vanno bene anche i jeans e una maglietta o una camicia, se preferite), studiamo un progetto poi lo mettiamo per iscritto. Sì, lo so, si può chiamare anche “lista della spesa”, ma volete mettere? 

Poi passiamo all’azione, ci rechiamo nel market sotto casa o nel super market un po’ più lontano – a seconda della strategia e delle tattiche scelte – quindi, nel nostro front office di destinazione ( leggi << cassa del supermercato, lato cliente >> ) poiché abbiamo calcolato in precedenza il nostro budget ( leggi << ho preso abbastanza soldi e li ho messi nel portafoglio, oppure uso la carta di credito o la prepagata, ora non sottilizziamo >>) paghiamo la merce, la ritiriamo, torniamo a casa, rimpinguiamo (non usavo questa parola dal ’73 ! ) la dispensa e abbiamo risolto il nostro problema. 

Torniamo un pochino seri, ma spero l’esempio precedente non sia stato troppo fuorviante… 

Ora è chiaro che la perfezione non appartiene a questo mondo, ma c’è una notevole differenza, a parer mio, tra il mettere in piedi strategie a medio e lungo termine atte quanto meno a tentare di risolvere il problema in essere – spesso riuscendoci – rispetto a chi, non avendo argomenti altrettanto seri, ragionati e discussi, pretende di risolvere quello stesso problema con le suddette urla e/o strepiti, pretendendo di avere ragione solo per la quantità di decibel utilizzati.

Fino, come detto, ad utilizzare l’insulto come ultima risorsa.

Per par condicio, riporto anche la definizione di insulto:

Grave offesa ai sentimenti e alla dignità, all’onore di una persona (per estensione anche a istituzioni,  cose astratte), arrecata con parole ingiuriose, con atti di spregio volgare (come per esempio. lo sputo, un gesto sconcio, ecc.) o anche con un contegno intenzionalmente offensivo e umiliante.

C’è chi – liberissimo di farlo, questione di scelte – preferisce quest’ultimo modo di affrontare i problemi.

Beh, io no.

Davide De Vita

Fonti:

http://www.treccani.it/vocabolario/insulto/

http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/R/ragionamento.shtml

https://it.wikipedia.org/wiki/Progetto

 

 

 

 

 

 

Il Gatto – Salvini e la Volpe – Di Maio: ogni favola è un gioco, ma…

Salvini Gatto e Di Maio Volpe

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Già.

Se vivessimo in una favola potremmo chiederci: perché ostinarci ad impiegare tempo, fatica e denaro nella preparazione nostra e/o dei nostri figli, facendoli studiare fino alla laurea?

Di più: perché affannarci, noi stessi, i nostri figli quando non i nostri nipoti, nella disperata ricerca di un’occupazione o nel tentativo di salvare quella che, a questo punto miracolosamente, ancora abbiamo?

Visti gli attuali, attualissimi esempi che ci giungono dalla favola che si vive lassù in alto (vedi la selva di microfoni fuori dallo studio del Quirinale due giorni fa che attendevano il Gatto e la Volpe) , non serve a nulla.

Soprattutto se, in tempi come questi dove nel paese che non è dei Balocchi ma potrebbe essere dei <<ciechi>> ( nel senso di chi non vuol vedere come stanno davvero le cose ), dove un guercio è re, si è dotati di una convincente parlantina (chi se ne frega dei contenuti, la platea ama sentirsi dire ciò che vuole sentire) e si è riusciti abilmente a scansare ogni tipo di lavoro degno di tal nome – o quasi – utilizzando la scalata in carriera politica anche per giustificare l’insuccesso negli studi prima e il non aver in sostanza mai lavorato poi, beh allora, come si diceva, perché sacrificarsi?

È inutile, ripeto: perché se ce l’hanno fatta loro, ce la può fare chiunque.

Come in una favola.

Salvo poi, piccolissimo dettaglio, fare i conti con la realtà e la Storia…

Beh, se la si conosce.

Per inciso: nemmeno io sono laureato – non mi basteranno altre quattro vite per finire di pentirmi di non aver proseguito gli studi: quando avevo tempo e possibilità mi mancava la voglia, lo dico proprio ufficialmente, mentre ora che ne avrei voglia e possibilità non ne ho il tempo – ma non ho mai pensato di candidarmi, nemmeno come consigliere comunale, giusto per lambire anche il tema locale, caldissimo in questi giorni nelle lande in cui vivo…

Loro due invece sì, loro, per citare Orwell, si sentono evidentemente più uguali degli altri, mentre è notizia di ieri o di poche ore fa che l’incarico al signor professor Conte non sia più così tanto sicuro, ma la telenovela prosegue…

Si diceva della realtà e della Storia: la realtà è che, per attuare i sogni espressi nel cosiddetto Contratto di Governo (volendomi fare del male, molto male, mi son letto, ma lo trovate ovunque in rete) ci vorrebbero più di cento miliardi di euro all’anno.

Sì, avete capito bene, non sono << cento da spalmare nei cinque anni di legislatura >> come ha affermato, durante una trasmissione tv, Beppe Grillo e non basterebbero mai i venti o trenta miliardi di una << normale finanziaria >> da lei citata.

Torniamo per un attimo al << caso Conte >>: non avevo mai sentito parlare di lui come penso la maggior parte degli italiani, ma era chiaro che, una volta ufficializzato il suo nome, avrebbe avuto tutti i riflettori puntati su di lui e gli avrebbero fatto le pulci.

Mentre si attendono chiarimenti sui suoi veri o presunti <<approfondimenti di studio >> in varie prestigiose università straniere, non mi sembra proprio il caso di prendersela contro di lui per un’onerosa cartella di Equitalia che – quella sì – parrebbe tra l’altro abbia pagato. Quattro quinti d’Italia sa cosa significhi, soprattutto se proprio a pagare non ce la si fa, per non dire di quanti, purtroppo, per una di quelle cartelle si sono tolti la vita (argomento dimenticato fin troppo in fretta da tutte le forze politiche).

Era altrettanto ovvio che avremmo avuto addosso gli occhi del mondo, nel quale esistono delle regole, delle leggi e dei trattati internazionali che, guarda un po’, vanno rispettati, altrimenti ci sono sanzioni e penali pesantissime che andrebbero ad aggravare il già quasi infinito debito pubblico… Non solo: anche la geologia ci insegna parecchio, perché non abbiamo materie prime (una quisquilia evidentemente secondo i nostri eroi…) e le nostre industrie principali sono di trasformazione dei materiali o comunque

Il Gatto e la Volpe tutte queste cose le sanno benissimo, nonostante fingano di essere in grado di contrastarle, non si sa bene come, ripeto anche dopo aver letto il loro << Libro dei Sogni >>.

Il Preside Mattarella prende ancora tempo, infastidito sia dal curriculum non troppo chiaro del professor Conte, sia dal nome dell’euro-scettico professore – questo sì di chiara fama – economista Savona, che proprio non gli va giù, mentre gli italiani, che lentamente si stanno rendendo conto che le elezioni, numeri alla mano, alla fine non le ha vinte nessuno, aspettano non si sa bene cosa, non si sa bene chi.

C’è il rischio che s’incazzino ancora di più, visto che sono (siamo) pure orfani della Nazionale ai Mondiali, con la quale ci saremmo ancora illusi di contare qualcosa nel Grande Gioco dell’Economia e della Politica globale.

I sogni prima o poi finiscono e la realtà è sempre dura da accettare, ma proprio con quella – e con la Storia come dicevo – bisogna sempre fare i conti.

Uno solo, un << Conte >> non basta.

Davide De Vita

Fonti: 

https://www.ilpost.it/2018/05/18/costo-programma-lega-movimento-5-stelle/

https://www.agi.it/fact-checking/costo_reddito_cittadinanza_abolizione_fornero_flat_tax-3912582/news/2018-05-17

Iglesias: Mauro Usai candidato sindaco.

Mauro Usai candidato sindaco di Iglesias

Buongiorno   e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, ad Iglesias alle imminenti amministrative si potrebbe scegliere Mauro Usai (candidato con una propria lista, “Rinnova Iglesias”) come futuro sindaco?

È lui stesso a spiegarlo alla cittadinanza in una conferenza stampa dove presenta sé stesso in questa nuova veste (è il Presidente del Consiglio Comunale uscente) e i punti principali del suo programma politico.

Con la commovente presenza del nonno in prima fila (padre del mai dimenticato e notissimo sindacalista Siro), Usai si è scusato per non avere un microfono ma ha ugualmente illustrato la sua visione non solo di sindaco ma di amministrazione condivisa (ha ribadito più volte questo concetto) della città.

Rivendica quindi le cose ben fatte, a partire dalla promozione turistica di un certo livello che ha permesso ad Iglesias di affacciarsi sul mercato mondiale del settore, come testimonia l’Ufficio Turistico che non teme paragoni in materia di innovazione.

Affronta il tema scottante della disoccupazione e in quest’ambito “promette di non promettere”, ribadendo forte e chiaro che il comune non può dare posti di lavoro, mentre può impegnarsi a far sì che vengano create occasioni e possibilità di inclusione sociale, anche per mezzo di strumenti che si possono finanziare con i Fondi Europei.

Batte forte questo tasto dei Fondi Europei, ai quali non si sarebbe e non si potrebbe accedere senza un bilancio in ordine e virtuoso, che si deve – ringrazia pubblicamente il sindaco uscente Emilio Gariazzo – al lavoro dell’amministrazione uscente.

Cita il proseguimento dei lavori per la realizzazione del Centro Intermodale, che confermerà ad Iglesias il ruolo di snodo centrale per la viabilità del territorio del Sud Ovest sardo.

Parla della possibilità di creare rete anche per quanto riguarda i vari uffici e la possibilità di snellire quelle pratiche burocratiche così snervanti e antipatiche a tutti, con l’obiettivo di facilitare l’ottenimento di quei documenti indispensabili anche per la sola ricerca di un lavoro.

Si dichiara pubblicamente favorevole al mantenimento del Polo Industriale di Porto Vesme, ma nel rispetto totale delle attuali norme vigenti, soprattutto in materia ambientale, senza per questo mettere in secondo piano il turismo: anzi, secondo Usai i due settori possono marciare di pari passo.

Sempre per quanto riguarda l’ambiente, parla delle bonifiche dei vari territori che interessano aree comunali e limitrofe e auspica il proseguimento di una politica comune tra i vari attori interessati, quali lo stesso Comune, Igea, Parco Geominerario: grazie ad accordi presi intorno ad un tavolo, infatti, è stato possibile riaprire Porto Flavia o la Grotta Santa Barbara, per citare le attrattive turistiche più note, ma c’è ancora molto da fare.

Rivendica quanto è stato fatto per le politiche giovanili citando le varie edizioni dell’“N2 Week”, durante le quali studio, sport, spettacolo e arte si sono fuse in quello che è già diventato un valido centro di aggregazione e a favore del quale sono previsti investimenti importanti.

Ribadisce più volte che è suo intento costruire ponti e non muri, ma allo stesso tempo vuole fare appello al cuore e all’intelligenza delle persone e non sfruttare la rabbia, la “pancia” degli sfiduciati e di chi ha già espresso un voto di protesta oppure non ha votato e non ha più intenzione di farlo.

Proprio a queste persone si rivolge, a chi non crede più nella politica con la “P” maiuscola, illustrando la sua intenzione di aprire le porte del “palazzo” per un’amministrazione che vorrà essere la più trasparente possibile, anche con l’apporto di eccellenze, competenze ed esperienze che Iglesias ha già e che non è giusto ignorare.

Per questo propone l’istituzione di una Conferenza Permanente di esperti geologi, tecnici ed esperti nei vari settori da consultare prima di affrontare i vari problemi del territorio.

Non si sottrae ma affronta di petto il rovente argomento sanità: spiega ancora una volta che non solo gli attori interessati in questo caso sono diversi, a partire dalla Regione Sardegna, ma che le esigenze sono cambiate negli ultimi anni e che Iglesias è destinata a diventare anche in questo settore parte di una rete sanitaria più articolata nel territorio e adatta a queste stesse nuove esigenze. Questo senza escludere che il lavoro all’interno del CTO (di cui cita il recentissimo crollo avvenuto in una parte dell’edificio) deve essere assolutamente ripreso e ultimato nonostante questo non dipenda direttamente dal Comune.

Non ci sono temi più importanti l’uno dell’altro, per Usai, che parla anche delle frazioni e delle loro esigenze: cita per esempio san Benedetto dove non funziona ancora nemmeno il telefono, ma non dimentica le altre, con problemi di collegamento come Nebida o Bindua.

Conclude con la speranza e l’intenzione di lavorare sodo per riportare ad Iglesias intelligenze e competenze, commuovendosi al pensiero di tante sue amiche e amici che sono dovuti emigrare per cercare lavoro, data la crisi che tutti stiamo vivendo da decenni.

Conclude abbracciando il sindaco uscente e poi il nonno, in un ideale – molto più umano che politico ma comunque tutto iglesiente – passaggio di consegne tra generazioni che non può che far ben sperare.

Davide De Vita