Piangeremo.

sardegna trafitta dalla spada di Alberto da Giussano

Piangeremo quando ci accorgeremo di essere stati venduti all’ennesimo padrone.

Piangeremo quando capiremo di essere stati trattati – ancora una volta – come quell’angolo di terrazzino – d’Italia – dove si lascia la spazzatura.

Piangeremo quando capiremo di aver salutato come salvatore dell’isola uno che non ha avuto il coraggio di mettere la propria faccia sui manifesti, obbedendo al burattinaio di turno che gli ha imposto la sua.

Piangeremo quando nuove colate di cemento proseguiranno a stuprare le nostre coste, che questo si vuol fare, nient’altro, alla faccia di promesse e impegni che col futuro dei sardi e della Sardegna niente hanno a che fare.

Piangeremo quando per l’ennesima volta avremo la conferma che non contiamo un cazzo, che siamo un milione e mezzo scarso comprese le povere pecore che colpa non hanno, tenuti divisi a bella posta così rompiamo meno i coglioni e ci si può ricordare di noi giusto per ogni tornata elettorale.

Piangeremo quando ci saranno le elezioni europee e saremo già stati dimenticati, perché stando su quelle poltrone (o fingendo di starci) si guadagna molto, moltissimo di più, ma questo è, questo e nient’altro.

Piangeremo già a giugno, quando tutti i nodi verranno al pettine, quando saremo in recessione vera e non più soltanto tecnica e ci sarà da pagare, ancora, di più e come sempre…

Piangeremo di fronte a nuove tasse e balzelli vari, che chiameranno con nomi diversi ma sempre quelli saranno.

Piangeremo per il latte versato e…

Più che parzialmente strumentalizzato.

Piangeremo perché avremmo potuto evitare o cominciare a combattere seriamente tutto questo ma…

Non l’avremo fatto, non avremo fatto niente, quand’era il momento e ne avevamo l’occasione.

E non ci sarà nessuno ad asciugare le nostre lacrime.

Davide De Vita

Perché Massimo Zedda

Massimo Zedda candidato presidente regione Sardegna 2019

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Perché votare Massimo Zedda e chi lo sostiene, per esempio?

Sarebbe facile rubargli lo slogan e scrivere

<< perché è tutta un’altra storia >>

Ma sarebbe troppo e rischierei il plagio.

Come sempre, invece, alcune doverose premesse.

Massimo Zedda non è il salvatore della patria, o dell’isola, così come non lo è stato nessun altro fino adesso e di sicuro non fa miracoli, però è attualmente colui che esprime idee, progetti e programmi che più si avvicinano a come la penso.

La coalizione che lo sostiene ha tante anime, come capita spesso, così tante che, come sanno i diretti interessati, ho avuto e avrò difficoltà nell’esprimere le mie preferenze, a causa delle regole del voto disgiunto e altre leggi che, se infrante, inficerebbero il mio voto.

Mi limiterò quindi ad una sola, chi mi conosce e la diretta interessata lo sanno.

Non credo che i gravissimi problemi che da troppo tempo stritolano la Sardegna saranno risolti dall’oggi al domani (dalla recentissima e ancora in discussione “questione latte”, alla spaventosa situazione della sanità (bisogna avere il coraggio di ammetterlo), all’altrettanto tremenda questione lavoro – che non c’è – ai trasporti inadeguati, alla NON continuità territoriale, alla questione scuola mettendoci dentro tutto, non solo per quanto riguarda gli studenti, ma anche i docenti, i precari, gli stessi edifici e aggiungete quello che sappiamo tutti e forse qui, in questo momento mi sfugge) come qualcuno ha millantato dall’altra parte ultimamente, ma penso ci si possa muovere meglio e proprio sulla scia di quanto Zedda ha fatto a e per Cagliari. 

Ci sono, inoltre, delle potenzialità inespresse – o quasi – che ancora non siamo riusciti a far esplodere come in tanti avremmo voluto, il primo tema che mi viene in mente è quello del turismo sostenibile col quale stiamo facendo i primi, timidi passi qui nella macro-provincia del Sud Sardegna, che in sigla è “SU” ma in realtà, ancora, sa tanto di “GIU’”.

Non ci saranno miracoli, dunque, però credo che la strada, la direzione, la rotta che Massimo Zedda una volta eletto seguirà vada nella giusta direzione.

Un altro dei motivi che mi spingono a votare e votare in questo modo è che ho gli anni che ho (57) e per troppo tempo durante la mia vita sono rimasto a guardare, lasciando che altri decidessero per me: non mi va più, non è giusto, ho una mente che grazie al Cielo funziona ancora, la uso e la userò finché mi sarà possibile.

Agli amici del PD: voterò una donna espressione sì del partito, ma per la persona in sé, non per la sua tessera.

Così come voterò Massimo Zedda anche perché NON è espressione del PD attuale.

Questo vorrei fosse chiaro, perché ahimè non vedo ancora (perdete voti ovunque per questo motivo) quel bagno d’umiltà che le persone vi chiedono. 

So che il parlar semplice l’avete dimenticato, ma vi si chiede, in buona sostanza e poiché pare non lo vogliate capire,  di andare in pubblico e dire:

<< avete ragione, in molte cose abbiamo SBAGLIATO e ci siamo allontanati da voi >>

Questo, in parole semplici, vi chiede l’elettorato e vi chiedo anch’io, ma mai “orecchie da mercante” furono più emblematiche delle vostre. 

Credo proprio dovreste farlo, riprendendo ad usare non solo il linguaggio delle persone semplici, ma tornando tra loro, ad ascoltarle sul serio facendovi carico dei problemi reali, di ogni giorno.

Non continuando a rinchiudervi in anguste stanze – o salotti sempre più borghesi, per usare un termine a voi noto, dove vi ritrovate sempre in meno ad usare paroloni che capite solo voi mentre vi rimirate l’ombelico.

Mi permetto di dirvi questo proprio perché vi ho votato spesso, ma la deriva l’ho cominciata a denunciare anni fa, in tempi non sospetti e mentre tante delle mie aspettative venivano puntualmente deluse.

Certo, non ho un gran nome e la redazione di un prestigioso giornale o una grossa casa editrice alle spalle, ma sono un elettore come tanti altri, quindi penso, parlo e scrivo.

Scelta vostra dunque, altrimenti io e altri milioni di elettori – come è già successo – letteralmente continueremo a

Lasciarvi perdere.

Con la speranza, invece, che davvero questa volta, sia …

Tutta un’altra storia.

In bocca al lupo a tutti noi.

Davide De Vita.

 

Recensioni: “B 17: ali sull’isola”, Alessandro Lai

copertina estesa b 17 per recensione

Buonasera e chiediamoci un perché.

Tranquilli, niente politica oggi, non mi va.

Chiediamoci invece perché leggere un libro per il quale mi sono offerto di fare il lavoro di revisione e editing.

La prima risposta è perché l’autore è un amico di vecchissima data e, presso la sua azienda di famiglia produce un miele (e altri prodotti affini) fantastico, che vi invito ad assaggiare, ma non è il motivo principale.

Il motivo principale è che, con “B 17: ali sull’isola”, che da ieri è disponibile sul sito “ilmiolibro.it”, Alessandro Lai è riuscito a raccontare una bella storia e parlare di Sardegna a modo suo, con un suo stile molto personale che, a mio modo di vedere, di questi tempi non è poco.

Alla prima esperienza come scrittore, Lai mette in scena una vicenda nella quale s’intrecciano ricordi delle due guerre mondiali, la conoscenza e lo sviscerato amore per la terra di Sardegna e una non comune fantasia narrativa.

Ci prende quindi per mano e ci invita a seguire le avventure di un immaginario aviere statunitense che, dopo aver attraversato gli Stati Uniti per finire a bordo di una “fortezza volante”, il “B – 17 “del titolo, si trova impegnato col suo equipaggio in una delle più feroci battaglie aeree svoltesi nei cieli del Mediterraneo durante la Seconda Guerra Mondiale. Il suo aereo avrà la peggio, ma lui si salverà paracadutandosi e atterrando in Sardegna, più precisamente nel Supramonte selvaggio.

Qui entrerà in contatto con una banda di latitanti e, soprattutto, con l’altro co-protagonista del romanzo, tale Borore Tanas di Oliena, figura sì altrettanto immaginaria, ma che racchiude in sé quanto l’Autore ha raccolto e conosce sui banditi e sul banditismo sardo, sulle montagne per le quali i banditi si muovono, sulla vita, gli usi, i costumi, le tradizioni e le usanze della società agro-pastorale sarda di ottanta e più anni fa.

Altri ne hanno scritto e ne scriveranno ancora, magari con il lustro di titoli accademici, però Lai ci mette del suo e lo fa con grande cuore e passione: tutto questo, oltre a dare una vena di romanticismo al testo (che non guasta) gli conferisce lo stesso profumo del pane carasau appena sfornato o lo stupore che conquista chiunque si trovi per la prima volta nella valle di Lanaittu o nell’incredibile rifugio naturale di Tiscali.

Non mancano i racconti di guerra, narrati da Tanas intorno al fuoco, come si faceva un tempo, nei quali lo stesso personaggio acquista ancora più spessore essendo anche un veterano della Grande Guerra che ha conosciuto Emilio Lussu…

“B 17” è insomma una lettura piacevole e sorprendente, scritto da chi, ex sottufficiale di Marina e trekker professionista, proprio durante un periodo difficile della sua vita ne ha voluto fare un dono d’amore per sua moglie, sua figlia e l’aspra e selvaggia terra di Sardegna.

Davide De Vita

Iglesias e le michelamurgiate in aeroporto

michela murgia con pubblicita porto flavia

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Sembra che alla scrittrice Michela Murgia non piacciano le foto, o meglio le didascalie che le accompagnano, presenti in aeroporto a Cagliari e che pubblicizzano Iglesias e l’iglesiente; l’autrice si spinge oltre e definisce “cialtroni” gli autori di quella pubblicità. Peggio, ironizza – secondo lei – addirittura sulle vesti bianche e incappucciate della Settimana Santa, affermando che, per seguire la falsariga di “non è questo e non è quello”, si sarebbe dovuto scrivere “no, non è il ku-klux-klan” (testuale da suo post, verificate).

Il tutto, rimbalzato dai social al più diffuso quotidiano locale è “argomento da ombrellone” (mi riferisco alle considerazioni della scrittrice, non alla promozione turistica, che invece apprezzo molto), quindi come tale cerco di trattarlo.

Ora, di sicuro le immagini – tra l’altro bellissime, almeno questo lo riconosce – e le didascalie non pubblicizzano qualcosa di gretto e meschino ma dei veri e propri gioielli che negli ultimi due, tre anni sono stati visitati – anche grazie a quel tipo di pubblicità – da un numero sempre crescente di turisti, dati alla mano mai visti prima da queste parti in numero così elevato.

Lei – leggete il suo post – cita il complesso di inferiorità dei sardi, una brutta pubblicità di una spugnetta abrasiva in cui quest’ultima era usata per rimuovere le tracce di un delitto atroce, un femminicidio come si dice ora, assimilandola a quelle di cui sopra.

Io non sono lei e non ho venduto tante copie di libri quante ne ha vendute dei suoi, ma permettetemi di non essere d’accordo.

Da sempre, il principio cardine della pubblicità – o uno dei suoi principi – è: se ne parli bene, se ne parli male, l’importante è che se ne parli.

In soldoni, paradossalmente sto facendo anch’io un piccolissimo regalo alla stessa Murgia: sto comunque parlando di lei.

Avrei potuto ignorare il tutto, ma fa caldo ed è l’argomento estivo, locale ed effimero (ribadisco: effimero…) del momento, ergo eccomi qui.

Fateci caso, anzi fate memoria, sono gli slogan più stupidi e i ritornelli al limite dell’imbecillità quelli che più restano in testa, per la gioia dei pubblicitari e dei loro committenti.

A me quelle foto e anche le didascalie piacciono: possono essere discutibili, ma sono riuscite a non passare inosservate: un dato di fatto.

Non mi fanno sentire inferiore, anzi: comunicano a chi per tutta la sua vita non ha mai sentito parlare di Iglesias e dintorni che l’una e gli altri esistono e sono meraviglie da scoprire e apprezzare: questa è la mia interpretazione e, per esperienza diretta, di chi non avendole mai viste prima provenendo da Londra ed essendo anche abituato a viaggiare nel mondo, ne è stato fortemente incuriosito.

Non sarà, mi chiedo, che forse dovremmo essere noi ad avere – finalmente – una maggiore apertura mentale proprio nei confronti di quel mondo al quale cominciamo solo ora ad affacciarci sperando che si accorga della nostra esistenza?

Non solo: a mio avviso quelle pubblicità sono qualcosa di “alternativo” a quello che per tanti è “il solito viaggio in Sardegna”, fermo restando che le cose da fare e da migliorare sono ancora tantissime se ci si vuole affacciare al mercato mondiale del turismo, perché di questo si sta parlando.

Ora la Murgia è nata a Cabras, posto altrettanto bello e ricco di storia e tradizioni, però non vorrei – come si dice, “a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca spesso … “– che il tutto fosse dettato da semplice …

Invidia.

Poiché in questo Paese vige ancora la libertà di pensiero, mi prendo questa libertà e…

Lo scrivo qui, nel mio blog.

Ricordando che anche la signora ha cominciato con un blog e confessando senza pudore la mia invidia per il numero delle sue copie vendute!

Di seguito stralci di un’intervista rilasciata dalla Murgia a “ilmiolibro.it”, dalla quale ho estratto i suoi dati di vendita aggiornati.

«Chiaro che per farcela devi vendere a sufficienza», spiega la Murgia. «Io sono stata fortunata. Ho avuto successo già con il primo libro e questo mi ha permesso di mollare gli altri lavori. Uno scrittore che venda intorno alle 50 mila copie guadagna come un avvocato di provincia. Io ho già venduto 210 mila copie, dunque guadagno più di un avvocato di provincia». Prima di diventare scrittrice per mestiere la Murgia è stata operatrice fiscale, venditrice di multiproprietà e anche portiere di notte. «Quando ho esordito ho avuto un anticipo abbastanza consistente» – racconta – «ma adesso so che le cose sono cambiate. Gli esordienti sono pagati dalle piccole case editrici cifre irrisorie intorno ai 200-300 euro».

Venga ad Iglesias quando vuole, signora, sarà comunque la benvenuta.

Davide De Vita

Fonte:

https://ilmiolibro.kataweb.it/articolo/scrivere/851/la-scrittura-non-paga-insegnanti-editor-o-impiegati-il-vero-lavoro-dei-romanzieri/

Link al post della Murgia:

https://www.facebook.com/kelleddamurgia/posts/10214686702735577?hc_location=ufi

 

Sardegna, lavoro, politica: dico la mia.

Sardegna con attrezzi da lavoro

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi è amaro come il fiele, arcinoto, dibattuto da decenni, doloroso come può esserlo solo una ferita che non si rimargina.

Riguarda il lavoro nell’Isola, il lavoro che non c’è.

Se avessi davvero la risposta a questo immane interrogativo, forse mi farebbero santo ma…

Non ce l’ho.

Purtroppo è un “perché” che collega non si sa più quante amministrazioni, di destra, di sinistra, di simil – destra, di simil – sinistra, a pallini, verdi, rosa, a strisce, ci hanno provato tutti (o hanno detto di averlo fatto), col risultato che i nostri ragazzi, moltissimi a costo di enormi sacrifici,  loro e delle loro famiglie, una volta laureatisi a pieni voti sono – letteralmente – volati via da questa terra ingrata…

O meglio da quelle (queste) istituzioni incapaci di tenersi in casa le eccellenze.

In una lettera pubblicata dall’Unione Sarda (riporto il link in calce) a firma di una madre nuorese, si spiega bene questo immarcescibile fenomeno non solo sardo, non solo meridionale, ma applicabile a “tutto il territorio nazionale”.

(Lettera di sicuro successiva alle dichiarazioni sull’occupazione rilasciate dal presidente della Giunta Regionale Pigliaru, che hanno lasciato anche il sottoscritto quanto meno … Perplesso.)

Così ci stupiamo quindi vedendo in tv o negli immancabili media ragazze e ragazze che “ce l’hanno fatta” sì, ma all’estero, quello stesso estero dove – ma guarda un po’ – chi è bravo è riconosciuto come tale e a lei o a lui sono affidati incarichi di prestigio e/o responsabilità, di nuovo “guarda un po’ “, equamente retribuiti.

Ci stupiamo insomma di ciò che dovrebbe essere la norma, mentre qui è l’eccezione.

Qui, invece, stiamo per assistere all’ennesimo festival delle promesse, evanescenti come il vapore, anzi meno,  che il vapore almeno a qualcosa serve.

Attenzione però: troppo facile e comodo prendersela sempre e ogni volta, con i “nostri politici”.

Facciamoci aiutare dalla grammatica – … questa sconosciuta … – cos’è << nostri >>?

<<Nostri >>, per la grammatica italiana, è un aggettivo.

Ricordiamo insieme cos’è un aggettivo: un nome che determina la qualità (!) dei sostantivi o la loro situazione nell’ambiente.

 Ci siamo?

Quando scriviamo “nostri politici” stiamo dando loro una qualità (almeno questa ce l’hanno …) ma, di nuovo attenzione, perché gliel’abbiamo attribuita…

Noi stessi.

Tu non l’hai votato, io non l’ho votato, Tizio non l’ha votato, eppure Caio è stato eletto; però qualcuno l’ha votato, ergo è un nostro politico.

Mi si potrebbe controbattere: stai facendo di tutta l’erba un fascio.

Probabile, per cui spero, mi auguro con tutto il cuore che non sia così, che ci siano delle eccezioni: si facciano avanti, si facciano conoscere, si facciano votare, si facciano eleggere e…

Mantengano ciò che hanno promesso.

Anche solo metà, saremmo già molto avanti.

Non siamo andati a votare?

Non ci andremo neanche la prossima volta?

Male, malissimo, perché allora dovremmo solo tacere.

Per quanto farraginoso e complesso sia il nostro sistema elettorale (chissà cosa verrà fuori prossimamente dalle urne …), questo è l’unico strumento pacifico, o quasi, rimastoci, l’unico che abbia ancora un vago profumo di democrazia.

Se non la usiamo, siamo colpevoli, tutti, perché lasciamo che altri pensino e scelgano per noi.

“Non scegliere” è una scelta, con la sua valenza politica.

Vecchio discorso, trito e ritrito, ma finché non ci porremo – sempre io per primo, si capisce – davanti ad uno specchio, da soli, senza pubblico e ci chiederemo:

<< Cos’ho fatto in concreto, cosa sto facendo, qui ed ora, per lasciare questo mondo appena migliore di come l’ho trovato, per me e per i miei figli? >>

Beh, se non ne saremo capaci, non siamo nemmeno degni di protestare, meritandoci i “nostri politici” e le loro nefaste azioni o inazioni.

Badate non ho la capacità – o quasi – di amministrare me stesso, figuriamoci una città od altro, lo ammetto senza problemi, quindi non c’è nei miei pensieri qualcosa che anche lontanamente somigli ad una candidatura; del resto, le uniche tessere che ho in tasca sono quella sanitaria, una dei punti del supermercato e quella dell’Agesci, come sanno tutti.

Ah no, fino a poco tempo fa avevo anche quella della Federazione Italiana… Scacchisti!

Tutte cose estremamente pericolose ed eversive, come vedete…

Riprendendo il discorso sul guardarsi allo specchio – e concludo – è difficile, rischioso, faticoso, ma dimostra ancora una volta che siamo noi stessi gli artefici del nostro destino.

Tra l’altro, mentire a sé stessi è sempre stata impresa assai ardua.

Davide De Vita

Fonte:

http://www.unionesarda.it/articolo/caraunione/2017/12/09/la_lettera_del_giorno_quei_letti_vuoti_e_i_politici_senza_vergogn-127-674746.html