Buona strada, Mario.

Mario Triverio scomparso il 3 gennaio 2020

Buonasera e chiediamoci un perché.

Perché non dovrei scrivere di Mario?

Sì, certo, sono uno dei tanti, tantissimi che lo potrebbero fare, probabilmente meglio di me, ma…

Sono io, voglio farlo io o anch’io.

Glielo devo.

Il problema è che davvero non so da dove cominciare, tanti sono i ricordi che mi legano a quest’uomo che, comunque la si pensi, è stato un visionario quando altri non lo erano e si è sempre battuto per ciò in cui credeva.

Tanto per cominciare, insieme a Giovanni Diaz ha rifondato lo scoutismo nel Sulcis Iglesiente negli anni Sessanta.

Certo non da solo, tanti si sono fidati e l’hanno seguito, dando ognuno ciò che poteva, facendo ognuno “del suo meglio”.

Ha “visto” l’Agesci prima che questa nascesse e diventandone poi uno dei fondatori; si è battuto per la “Zona” di cui è stato responsabile, portando nei primi anni Settanta più di mille scout a Cortoghiana per un’Inaugurazione.

Se non ricordo male è stato anche Responsabile Regionale e Consigliere Nazionale, ma altri sanno queste cose meglio di me, se ho sbagliato me ne scuso.

La faccenda è – se già non bastasse – che non è questo il punto.

Non per me e non adesso che non ci sei più.

Perché, per esempio, sei stata la prima persona a regalarmi un Vangelo, che custodisco ancora molto gelosamente, ci sono sopra, scritti di tuo pugno, il tuo nome totem “Sparviero” e la tua firma.

Ed ero soltanto un caposquadriglia – scarsissimo, dei Caimani, figuriamoci, hanno fatto anche le vignette su quella squadriglia… – che cercava di capire, tra le altre cose, cosa diavolo fosse quella benedetta “Alta Squadriglia”.

Con te ho camminato, riso, pianto, discusso, disegnato, parlato, ascoltato, cantato, pregato.

Insieme al mio Clan, che era il “tuo” mi hai portato a conoscere Assisi, l’Eremo delle Carceri, quindi Spello e Carlo Carretto.

Sei stato uno dei miei Capi Reparto, poi Maestro dei Novizi, il mio Capo Clan, mi hai dato la Partenza e mi hai accolto in Comunità Capi.

Dalla prima adolescenza fino al tempo in cui son dovuto partire militare ho avuto al collo il fazzolettone dell’Iglesias 2, dove a mia volta sono stato Capo Reparto, mi sono formato, ho preso il “Brevetto” di capo.

Non ho dimenticato niente e credo – spero – di aver fatto miei, anche nella vita, i valori dello scoutismo.

Certo, non sono state sempre rose e fiori e abbiamo avuto visioni divergenti, ma ce lo siamo detti in faccia, anche questo mi è piaciuto, alla fine.

La vita mi ha condotto presso un altro gruppo, quell’Iglesias 6 che è diventata “casa mia” e dove ancora sono stato a mia volta Capo Reparto, Maestro dei Novizi, Capo Clan, capo gruppo: tutto ciò mi ha permesso di capire meglio e fare mie certe cose, certi concetti che per la prima volta ascoltai da te.

In questi ultimi anni ci siamo un pochino riavvicinati e il grande rispetto, la stima e – forse – l’affetto nei miei confronti che ho letto nei tuoi occhi hanno avuto per me un grande valore, un valore ormai “adulto” da entrambe le parti.

Ricordo – tra tanti, innumerevoli ricordi – la tua poesia delle “Orme”: ne hai lasciato davvero tante, non saranno cancellate dalla marea.

Domani (oggi per chi legge) ci sarà il tuo funerale e sono sicuro che ci sarà tanta gente: persone che – parecchio grazie a te – hanno scoperto il valore dell’amicizia e sono amici o amiche ormai da decenni.

Questo anche, basterebbe, ma non basta.

Perché non mancherai solo a Vanna, Alessandro, Alberto, Andrea (che saluto e abbraccio per quando avranno voglia di leggermi) ma a chiunque da queste parti abbia mai indossato un’uniforme prima “cachi” o “grigia”, quindi “carta da zucchero” insieme ad un fazzolettone.

Ci sarebbe tanto altro da scrivere e raccontare ma credo basti così: ognuno ci metterà del suo ricordando quel pezzetto di strada, lungo o corto non importa, fatto accanto a te.

Ciao Mario, sei stato per me una persona veramente importante, segnante e sognante.

Grazie di tutto e per tutto, buona strada

Davide

 

Il buio nell’anima

Presepe casa Rita e Davide 2019

Buongiorno, buon Natale e chiediamoci un perché.

Perché – per esempio – alzarsi presto stamattina e mettersi a scrivere?

Perché ho dei pensieri urgenti e li voglio buttar giù, prima che volino via.

Se poi saranno almeno un poco intelligenti o utili a qualcuno, non starà a me giudicare.

Buon Natale perciò anche a chi nella propria anima ha il buio, la mente chiusa da muri più duri del cemento, il cuore pietrificato.

Persone che non accettano che quel Bambinello che per chi ha fede (quella bella, sana, pulita) diverrà Cristo, fosse figlio di profughi e profugo egli stesso.

Perché questo è: la Sacra Famiglia era una famiglia in fuga, erano fuggitivi e perseguitati.

Proprio come quei tanti, tantissimi, troppi che non volete riconoscere come quegli stessi ultimi ai quali, prima di tutto, lo stesso Vangelo – e il Papa, questo Papa di nome “Francesco” – si rivolge.

Certo che ci sono poveri e disperati anche a casa nostra, anche dietro l’angolo o nella via dove abitiamo: gli uni però non escludono gli altri, non funziona così, anche se fin troppo spesso siamo noi per primi ad ignorarli tutti, perché è più comodo.

È stato allestito un presepe con un gommone, una “installazione” come si dice oggi forte, dal potente valore simbolico.

Mi piaceva, sono assolutamente d’accordo con quel significato.

Persone col buio nell’anima l’ hanno fatto a pezzi.

Persone che non capiscono che Cristo è e deve essere scandalo, pietra d’inciampo, Colui che ti mette alla prova, con le spalle al muro come mi disse una volta un mio carissimo amico e nonun bel piatto da appendere alla parete” per citare pure un altro, notissimo esempio, proposto innumerevoli volte da chi non c’è più; chi mi conosce sa a chi mi riferisco.

Si badi bene, non sono un sacerdote, non sono nemmeno “l’ultimo dei peccatori” che pure ad ergersi “ultimi” – temo – si pecca di presunzione, ma un uomo in cammino che continua ad interrogarsi e non smetterà mai di farlo.

Per vari motivi, non ultimo il lavoro particolare che svolgo, non riesco ad andare a Messa da tempo e mi manca, sì, mi manca.

Mi manca ascoltare quella Parola di Speranza, di apertura.

Mi manca il raccoglimento prima dell’incontro con quello stesso Cristo di cui sopra, il senso di star bene subito dopo.

Non mi importa passare per bigotto o esaltato, non credo di esserlo e di sicuro non imporrò mai la mia fede – se così posso azzardarmi a chiamarla – a qualcun altro, in quanto la ritengo – oltre che un dono – qualcosa di estremamente personale: non l’ho mai fatto, proseguirò così.

Posso dire però che in tanti momenti molto difficili della mia vita quella stessa fede mi ha aiutato tanto, questo sì.

E per questo stesso motivo non mi piace, non accetto chi ergendosi a “solo e unico difensore ed interprete” di quella stessa fede rifiuta, respinge, emargina, chiude e si rinchiude in un arido recinto fatto di ignoranza, paura, egoismo, presunzione.

Non lo accetto più e non rimarrò indifferente.

La stessa parola “pontefice”, “pontifex” significa letteralmente “costruttore di ponti”, non di muri.

Basterebbe questo, dovrebbe bastare.

Non è così, purtroppo.

Si vorrebbe che l’altro, il diverso, il profugo, il migrante, il disabile, l’anziano problematico e così via non disturbasse, se ne restasse in disparte, che “noi si deve andare alla Messa di Mezzanotte tutti al caldo, ben vestiti e sorridenti, per farci comodi auguri nella nostra altrettanto comoda, sicura e ristrettissima cerchia di <<persone per bene >> per poi tornare nelle nostre case riscaldate, con enormi riserve di cibo e acqua potabile…”.

Ribadisco, non sono un santo e sicuramente sono molto lontano dalla santità, ma quella “fede” di cui sopra, da “mostrare”, da “far vedere”

(<< io sì che sono bravo, vado a Messa, mi hanno visto tutti … >>)

non mi piace, la chiamo

I P O C R I S I A.

Buon Natale, anche a te che hai il buio nell’anima e che, spero, prima o poi possa vedere la Luce.

Davide De Vita

 

 

 

 

 

“Aquile randagie” il film: riflessioni a caldo.

Aquile randagie manifesto film

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Ieri non pensavo di scrivere in merito al film “Aquile randagie”, ma oggi è già un altro giorno e rivendico il diritto – dovere di cambiare idea.

Sottolineo che quanto scrivo – come sempre – è unicamente il mio modestissimo parere personale, niente di più e niente di meno.

Cominciamo con la critica diciamo “tecnica”: onestamente, il film non vincerà un Oscar, anche se di “Oscar” si parla lo stesso…

Ma non di quello Hollywood!

Tornando sull’argomento “tecnico” il fatto che si veda non sia un film “professionale” non è grave, in quanto la pellicola è dichiaratamente di basso budget, per non dire bassissimo, per cui anzi è clamoroso il successo al botteghino in così pochi giorni di programmazione, secondo in Italia subito dopo l’ultimo Tarantino, ma queste sono statistiche, lasciamole agli analisti e agli amanti dei grafici.

Credo che l’intenzione di produttori, registi e interpreti fosse far passare il messaggio forte e chiaro dei valori fondanti – e largamente condivisi in ogni angolo del pianeta – dello scoutismo, ribadendo con forza sia la libertà nel senso più puro del termine sia la spiritualità di cui quegli stessi valori sono permeati.

Chi scrive è stato lupetto ed esploratore nell’ ASCI, ha fatto la Promessa da esploratore in Agesci, quindi novizio, rover, capo. Ha ricevuto le insegne “Gilwell” nei primi anni Ottanta, quindi è stato per anni Capo Reparto, poi nel gruppo nel quale è ancora censito di nuovo Capo Reparto, Maestro dei Novizi, Capo Clan, Capo Gruppo. In Zona ha ricoperto per un breve periodo il ruolo di Addetto Stampa.

Una “carriera” simile a centinaia e migliaia di altri amici e fratelli scout, ma facendo due conti, considerando che diventai lupetto nel 1972 si tratta della bellezza di quarantasette anni che, tranne alcuni periodi di “disintossicazione”, ho il fazzolettone al collo.

Perché riporto tutto ciò?

Perché – com’è normale – magari in tanti di voi che ora leggete non sapete del mio passato, magari non sapete nulla nemmeno dello scoutismo, ma mica è una colpa!

Fatto sta che chi come me e come i tanti capi scout presenti ieri al cinema ad Iglesias (ci siamo detti che ad un’Assemblea di Zona spesso c’è meno gente…) davanti al film, alla storia che questo raccontava, credo si sia posto questa domanda:

<< Sono riuscito, durante la mia vita, riesco ancora, a testimoniare i valori sui quali ho promesso? >>

Personalmente non credo di esserci sempre riuscito, di sicuro spesso sono “caduto” nonostante poi aggrappandomi a quegli stessi valori e ad amici, fratelli volenterosi (guarda caso scout anche loro, quanto meno in passato…) mi abbiano aiutato in mille modi, permettendomi di rialzarmi e proseguire il cammino.

Qui la metafora prosegue, perché la storia delle Aquile Randagie e del loro paradisiaco rifugio in Val Codera parla anche – moltissimo – di “strada” sia in senso letterale sia intesa come sacrificio, fatica necessaria per raggiungere un obiettivo, nel loro caso nobilissimo come salvare migliaia di persone perseguitate, molte delle quali ebree.

Questo è qualcosa che purtroppo abbiamo perso o stiamo perdendo: va per la maggiore la filosofia delle “scorciatoie”, del “come posso fare per fregare il prossimo e arrivare prima degli altri, sopraffacendo chiunque” a discapito della solidarietà e dell’<< aiutare gli altri in ogni circostanza >>.

A discapito – anche – di quella cultura del “fare e faticare” unica strada maestra, onesta e leale per raggiungere obiettivi concreti, se mi permettete formativi o educativi.

La fatica, fisica o mentale, oggi spaventa, non la si vuole affrontare, nemmeno se si tratta di impiegare la mente ad… Imparare e capire l’importanza della grammatica italiana.

Si sottovalutano enormemente queste cose e poi ci si stupisce se per quanto riguarda cultura ed informazione, noi che siamo il Paese definito per millenni la culla di quella stessa cultura, in Europa siamo il fanalino di coda.

Per arrivare al paradosso – visti questi presupposti – di proporre il voto ai sedicenni…

Tornando al film, chi scrive deve moltissimo allo scoutismo, così come lo scoutismo italiano deve moltissimo alle Aquile Randagie. Non so se esagero, ma probabilmente senza la loro ribellione al fascismo e il loro ingresso in clandestinità fino ad “un giorno in più” io e centinaia di migliaia di altri ragazzi (anzi, dal secondo dopo guerra ad oggi credo siano stati ormai milioni) non avremmo potuto fare quella Promessa e intraprendere un’Avventura senza pari.

Davide De Vita

(“Grizzly Saccente”, nome totem datomi dall’Alta Squadriglia del Reparto Maestrale del Gruppo Scout Agesci Iglesias 6)