Faccio cose, vedo gente… In salsa iglesiente.

faccio cose vedo gente con municipio e cattedrale

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Salve a tutti, è un po’ che non ci si vede, come va? Passate bene le vacanze, chi ne ha potuto godere? Com’era il mare che ho potuto (ma anche voluto, siamo onesti) vedere solo qualche giorno?

Occhei, perdonate le banalità, ma le ho scritte per “inquadrare il contesto” come direbbero autori molto più prestigiosi del vostro umile artigiano della penna o della tastiera, visto che veleggiamo verso la fine dell’estate duemila diciannove e l’inizio dell’autunno che ha già cominciato a manifestarsi.

Ricominciamo quindi a chiederci qualche perché, in queste che sono riflessioni su tutto e su niente e che, bontà vostra, pare leggiate spero con piacere.

La prima che mi viene in mente riguarda la politica italiana ed è sotto gli occhi di tutti: perché quello lì non c’è più.

Quello lì “non c’è più” perché ha compiuto quello che la Storia ricorderà come il più idiota dei suicidi politici che si potesse compiere, essere al governo forte di un consenso smisurato ed aprire la crisi, facendolo di fatto crollare (il governo) e servendolo su un piatto d’argento sia ai propri ex alleati sia ai propri avversari (anche se nel suo vocabolario erano e sono “nemici”).

È successo l’insperabile, dando ragione ancora una volta al vecchio adagio che recita:

<< sediamoci sulla riva del fiume ed attendiamo di vederci passare davanti il cadavere del nostro nemico >>, più o meno.

Beh, quello lì nel fiume s’è proprio tuffato e vedremo in quanti lo seguiranno nella manifestazione di piazza annunciata per protestare contro tutto e tutti, a go go.

La Storia, che non perdona i vinti, è già avanti, lui è già il passato ma non se n’è ancora reso conto.

Brutta storia (minuscolo voluto) l’ignoranza in evidenza… 

Nelle prossime puntate di questa italianissima soap opera politica vedremo che accadrà.

***

Solita piccola e doverosa premessa per i meno attenti: sono uno qualunque, che si guarda intorno e scrive, tutto qua e nient’altro che questo.

 Nel nostro piccolo orticello; 

incontro 1.

Capita, nel nostro villaggio che vorrebbe tanto essere una bella città (e sotto molti aspetti si sta impegnando per riuscirci) così come una semplice contadina d’altri tempi sognava di diventare ed essere una gran dama, che il sottoscritto esca di casa e come recita il titolo del pezzo, “faccia cose e veda gente”.

Ora a me Moretti non è mai piaciuto, questione di gusti, ma riconosco che molte sue trovate sono diventate patrimonio non solo dell’immaginario collettivo ma anche del nostro comune parlare, quindi onore al merito.

Al contrario amo senza limiti il “villaggio” dove vivo, problemi (innegabili, ma che si possono se non risolvere almeno contrastare e a mio modestissimo avviso qualcosa in quella direzione si sta facendo), difetti, prospettive, potenzialità e sogni compresi, il pacchetto completo e non sto citando molto altro. 

L’ho già scritto ma ribadirlo non credo faccia male. 

È capitato quindi che qualche giorno fa sia uscito con degli amici e colleghi scrittori coi quali abbiamo giocato a far finta di essere un po’ come quei circoli di due secoli fa presenti soprattutto in Inghilterra e a… Parlare dei mondi, degli universi che la nostra fantasia ha già costruito e continua a costruire e di tante altre cose, cosette, cosacce.

È stato molto piacevole come tante altre volte, magari a voi che leggete non importa proprio nulla di tutto ciò, ma per chi scrive o almeno ci prova, questi incontri e/o confronti sono molto importanti oltre che gradevoli – non nascondo che si parla intorno ad un bel calice di vino, per la precisione l’altra sera era “Carignano di Calasetta” giusto per fare un po’ di pubblicità ma il nettare in questione la merita tutta – e ne approfitto per ringraziare anche per mezzo di queste righe i miei compagni d’avventura.

***

Incontro 2 e fatti bizzarri.

Arriviamo infine all’incontro piacevolissimo di ieri sera: mi sforzerò di non fare nomi, ma ci avete visto in tanti, ergo non credo ce ne sarà bisogno. Capita dunque che mi sia deciso di fargli un regalo, così, a sentimento, un regalo impalpabile, etereo e lui abbia ricambiato facendone uno a me, altrettanto immateriale ma che considero preziosissimo.

Non preciso e non puntualizzo, a suo tempo si saprà, almeno spero.

Quello che mi colpisce ogni volta che ci incontriamo (e ci conosciamo di persona solo da pochi mesi) è l’empatia reciproca che va oltre la stima e l’ammirazione l’uno nei confronti dell’altro.

Cose che accadono quando si incontrano persone che oltre ad osservare la realtà che le circonda, si cimentano nel raccontarla – ognuno col mezzo che predilige, sia la macchina da presa o la tastiera – a modo proprio, col proprio stile, in modo assolutamente libero.

Questo nostro fare, creare, lascerà un segno?

Mi si dice di sì, forse sarà così, mi piacerebbe accadesse ma forse per scarsa autostima non ne sono così certo.

Parlo per me, che scherzo spesso sul fatto che mi farebbe davvero incazzare una eventuale …

Gloria postuma.

Che poi – anche se non nego che ovviamente mi farebbe piacere – non la cerco, non mi interessa: mi interessa e mi piace moltissimo scrivere, mi sono trovato a ripetere a me stesso già molto tempo fa che sono nato per quello e se non lo faccio sto male, mi manca l’aria.

Non pretendo che si capisca fino in fondo questa mia grande esigenza, però è così, per spiegarmi meglio non mi paga nessuno (per scrivere questi e tanti altri pezzi precedenti) anzi pago io (il dominio del blog ha un costo annuale) pur di poterlo fare e continuare a farlo.

Detto ciò, capitano anche, quando ci incontriamo con la persona di cui parlo e che ovviamente si riconoscerà, episodi per così dire …

Bizzarri che sarà lui a decidere se raccontare o meno.

Concludo ribadendo che incontri come questo sono per me molto significativi e preziosi, arricchenti, perché offrono una marea di spunti di riflessione e ancora una volta mi pongono più domande che risposte. 

E’ ciò che preferisco, perché mi aiuta a mettere continuamente in discussione ciò che faccio, dico, penso, scrivo, sono.

Insomma, se non si fosse ancora capito, questo è un enorme grazie, amico mio.

Per sdrammatizzare: sarà vera gloria?

Ai posters (ma anche a qualche manifesto) l’ardua sentenza! 😉

Davide De Vita

P.S.: se qualcuno ha pensato, pensa o penserà che stessimo parlando di politica, non è così.

Non ne stavamo parlando, la stavamo facendo

Recensioni: “Storie Minime” di Stefano Ardau

Storie Minime Stefano Ardau

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché acquistare, leggere e recensire “Storie Minime” di Stefano Ardau?

Perché lo merita il testo e lo merita lui.

Mi piace la Storia e mi piacciono le storie o, come le chiama l’autore con azzeccata intuizione, appunto “Storie Minime”.

Più che una raccolta di racconti su persone di Iglesias esistenti od esistite l’ho trovata una godibile galleria di ritratti, dipinti (o scritti, ma in questo caso è lo stesso) con pennellate rapide e precise, a volte ruvide e malinconiche, mai banali.

Un testo onesto scritto di testa e di cuore: di questi tempi non è poco.

Lo sguardo è quello attento di chi ha avuto spesso a che fare col pubblico, magari da dietro il bancone di un bar, con un’attenzione particolare per gli ultimi, gli invisibili, i dimenticati.

Si narra di donne e uomini alcune delle quali e alcuni dei quali ho conosciuto anch’io e di sicuro in tanti in città abbiamo incontrato o visto almeno una volta, per poi – presi come siamo sempre dal nostro imminente e pressante quotidiano – resettarli nella memoria “altra” se non proprio nell’oblio.

Stefano no, Stefano si ferma – o si è fermato – a scattare delle istantanee a queste persone che forse con un brutto termine moderno si potrebbero chiamare “borderline”.

In questo libro però non si cercano etichette e si preferisce, invece,  parlare di persone vere e concrete, dei loro drammi e del loro a volte incredibile e tortuoso vissuto.

Parla di sconfitte, Stefano.

In un mondo e in un periodo storico dove pare che se non sei vincente non sei nessuno.

Con grande coraggio – che gli ammiro molto, lo dichiaro pubblicamente – parla anche delle proprie, arrivando a concludere il testo con quello che immagino sia stato un dolore senza confini per l’improvvisa perdita di una persona a lui molto cara.

Ci sarebbe stata bene – ma per carità, il libro va benissimo così com’è – un’introduzione del tipo:

<< I fatti, le persone, i luoghi di cui si parla NON sono da ritenersi puramente casuali ma precisi e mirati >>

Perché così è: a volte i ritratti non sono più lunghi di una pagina, ma ben delineati, più che sufficienti a far tornare alla mente e alla memoria l’uomo o la donna di cui si parla.

Conosco Stefano da tanti anni anche se non benissimo: leggo ciò che scrive perché m’interessa, nonostante spesso la pensiamo in maniera diversa, soprattutto in ambito politico.

Questo non mi impedisce di apprezzare molto alcune sue idee – che ritengo validissime – come appunto questo libro e il progetto “Favolandia” che consiste – se non sbaglio – nello scrivere favole apposta su richiesta per ogni bambina o bambino che glielo chiede e realizzarla poi oltre che scritta anche colorata.

Un’ottima idea: lui l’ha avuta, io no.

Per tornare a “Storie Minime”, con dieci euro si può comprare una ricarica telefonica oppure proprio questo libro, che invece è una ricarica per la memoria e…

Per l’anima.

Davide De Vita

Durga: the day after. Grazie a tutti :-)

immagine per articolo su presentazione

Attenzione: questo è un articolo dove me la suono e me la canto, sappiatelo! 🙂

Buona sera, buona domenica e chiediamoci un perché.

Perché ringraziare sia quanti erano presenti ieri alla presentazione del mio ultimo romanzo “Durga: il ritorno di Spiga – Emme 2” sia chi non ha potuto raggiungerci ma ha letto il libro o lo sta leggendo?

Perché lo ritengo giusto, doveroso.

Sono un tizio qualunque che soltanto grazie a tutti voi può continuare  a sognare questa specie di bellissimo sogno diventato realtà. Solo grazie a voi può continuare ad esistere e proseguire ancora per qualche altra “avventura”.

Non mi sembra ancora vero – come mi è capitato più volte – di sentire per strada persone che parlano dei personaggi dei miei libri come se li conoscessero benissimo e fossero persone “reali”: una sensazione bellissima, perché siete voi che leggete che li avete fatti “vostri” e per me che li ho creati questa è una grandissima soddisfazione.

Mi si dice “scrittore” e forse lo sono, ma ho ancora tanto, tantissimo da imparare, devo “crescere”, parecchio, ovviamente la perfezione non è di questo mondo quindi sicuramente ho commesso degli errori e altri ne commetterò, ma non sarei umano altrimenti.

Più che “scrittore” preferisco pensare a me stesso come ad un “artigiano della parola scritta”, perché il lavoro che c’è dopo la primissima stesura di una storia è davvero grande e ha bisogno di pazienza, umiltà, fermate e riprese, tagli e cuciture, revisione, revisione, revisione, revisione e ancora revisione.

Nel caso di un giallo come quelli che scrivo, ancora di più: proprio come il lavoro paziente e certosino di un antico artigiano e nella fattispecie un orologiaio d’altri tempi, che riparava gli orologi a molla con gesti esperti e sapienti.

Ho fatto in tempo a conoscere gli ultimi in attività ad Iglesias prima che sparissero e qualcosa ho imparato: per esempio come si apre una cassa d’orologio (in quale punto fare leva) o con quanta pazienza e precisione bisogna (quando ancora c’erano) rimettere a posto una molla a spirale…

Cosa c’entra tutto questo con lo scrivere gialli?

Moltissimo.

Devi controllare tutto, ore, date, luoghi, nomi, situazioni, concatenazione degli eventi e tante altre cose, poi come già dicevo sopra controllare ancora e ricontrollare ancora: deve “funzionare”.

Se poi hai la fortuna di avere accanto a te persone che quando è necessario sanno essere molto esigenti e severissime, avendo anche uno sguardo attento e “altro”, diverso dal tuo, tanto di guadagnato.

Aggiungici amici scrittori che davanti ad un bicchiere di birra o di vino ti aiutano, criticano, suggeriscono ma soprattutto si confrontano lealmente ed apertamente con te e con ciò che tutti scriviamo, ognuno nel suo genere: ecco,  ancora meglio.

Per questi motivi – oltre molti altri – mi sento un uomo molto fortunato.

Nonostante le ansie provate e vissute la “notte prima”, che ho scritto mentre le stavo “attraversando” un po’ per scaramanzia e un po’ per non perderle e che ora vi ripropongo.

Durga’s night.

Questa è la notte prima della presentazione del mio ultimo romanzo “Durga: il ritorno di Spiga – Emme 2”. Il mio quarto romanzo dopo “Saiselgi”, “Arecibo”, “Emme” di cui è il naturale seguito. Tutto bello, lineare, semplice… Invece no, non lo è per niente. Provo ansia, in questi giorni migliaia di studenti affrontano gli esami di maturità e mi sento un po’ come loro…

Dovrei avere un vantaggio enorme, visto che per il mio “esame” di domani il testo l’ho scritto io.

In fondo non è proprio del tutto vero neanche questo: dopo “Emme” la forza dei personaggi era tale che molti di loro era come se chiedessero maggiore spazio, respiro, vita. Quindi sono stati loro, in un modo che forse solo chi scrive può capire, a impormi di andare avanti e probabilmente non solo per un primo sequel ma anche altri, al momento non saprei se andrò oltre un eventuale “3 “.

Per quanto riguarda la presentazione di domani sera ho immaginato di tutto, dal cadere sugli scalini che portano al palco al trovarmi di fronte la sala vuota, al non sapere come andare avanti mentre recito e magari mi viene un vuoto di memoria, al troppo caldo che soffriremo insieme agli spettatori…

Non so, ho paura, ma forse è giusto che sia così, sarei un pazzo a non averne neanche un po’…

Non è la prima presentazione che faccio ma la quarta, però il confronto con quella di “Emme” è perduto in partenza, quella resterà unica ed irripetibile…

Continuo a scrivere perché mi piace moltissimo, diverte prima di tutto me stesso, poi spero piaccia ai lettori… Mi si dice che sono in tanti a leggere i miei pezzi, gli articoli che scrivo su questo blog o in rete in generale e faccio fatica a rendermene conto, certo mi fa piacere, ma come mi hanno detto di recente, ad Iglesias “si sa” che scrivo e non è poco.

Se poi lo faccio bene o male non sta a me giudicarlo.

Fatto sta che per me è come respirare e se non lo faccio per troppo tempo sto male.

Finché potrò andrò avanti, sperando di non arrivare mai a stancare chi per leggermi spende soldi e tempo.

Grazie a tutti, avevo bisogno di sfogarmi un po’, in questa “Durga’s night”, in questa notte prima di Durga, la mia “notte prima dell’ennesimo esame”.

Ce l’ho messa tutta, tocca a voi, se vi andrà, dovrete solo… Leggere.

Piazza del Minatore 2, Iglesias, venerdì 21 giugno 2019, ore 22,56.

***

Domenica 23 giugno, ore 16,27.

Le cose sono poi andate invece molto bene, sono contento e soddisfatto, tanti gli amici che sono venuti a trovarmi nonostante il caldo infernale, per cui vederne decine nella sala azzurra del Centro Culturale è stato davvero molto bello. Era sabato e in tanti sono andati al mare, non posso biasimarli, spero solo che chi c’era non si sia annoiato e abbia passato un’oretta se non proprio divertente almeno interessante.

Ringrazio qui pubblicamente tutti gli amici del CIC – ARCI Iglesias per la squisita ospitalità, la disponibilità a 360° e il grandioso lavoro che svolgono alla Casa del Cinema che hanno in gestione e che in tanti forse ignorano o ignoriamo: non parlo degli innumerevoli eventi e serate che organizzano ma di quel lavoro “oscuro” di archivio comprensibile anche soltanto dando un’occhiata al piano superiore dell’edificio e che considero di enorme importanza e valenza sociale prima che culturale.

Non starò ad elencare chi c’era perché rischierei di dimenticare qualcuno e mi dispiacerebbe troppo: sappiate che per me siete tutte e tutti importantissimi, scrivo per voi. 

Un enorme ringraziamento infine alla grandiosa Nicoletta Pusceddu, autrice, attrice, regista e non ricordo quante altre cose, che ha avuto la pazienza infinita di provare a farmi recitare…

Se non sono stato troppo “cane” è solo merito suo!

Davvero, grazie di cuore a tutti e …

Sì, sto già scrivendo quello che immaginate!

Davide De Vita

 

 

 

 

 

 

“Liberi di Volare” presenta “Una Miniera di Talenti”

studio collage per articolo Miniera di talenti

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, anziché puntare i riflettori su quello che non va riguardo ai ragazzi, agli adolescenti della tormentata epoca in cui viviamo, non si prova, invece, a prestare occhi e orecchie a quanto di buono hanno da offrire a noi e al mondo?

E’ la scommessa fatta dall’Associazione “Liberi di Volare – Scrittori Iglesienti” che ieri sera, domenica 22 aprile ad Iglesias, presso i locali di via Sarcidano 14 (ex erboristeria, gentilmente concessa ancora una volta come tante altre in precedenza dagli attuali proprietari, che la stessa associazione sentitamente ringrazia) ha proposto insieme ad alcune autrici ed un autore rappresentanti di quella che, come recitava il titolo della manifestazione, è una vera e propria “Miniera di Talenti”, in questo caso letterari.

Come ha sottolineato il presidente dell’Associazione, Marco Cocco, davanti ad una sala gremita di pubblico, ieri:

<< È successo qualcosa di bello e grande: dei ragazzi, degli adolescenti hanno accettato con grande e inaspettato coraggio di confrontarsi con un pubblico adulto, venendo a patti con le proprie paure, la propria timidezza, le insicurezze tipiche della loro età ed esporre – attraverso i loro racconti – le proprie idee, le proprie aspettative, le proprie idee sul presente e sul futuro, per esempio sulla società e sulla scuola.  Peccato per chi non c’era.>>

Così Federico Manis, Sonia Martinelli, Valentina Scema e Sara Saragat hanno parlato ognuno del proprio racconto (tutti pubblicati sull’antologia del Primo Premio Letterario Vera Caproni, in vendita presso l’Associazione) ma anche dei propri gusti e delle proprie fascinazioni letterarie, che vanno dai classici greci a Pirandello, da Ungaretti a Montale ma senza tralasciare i più moderni Palahniuk [1] o Joanne Rowling [2] o Antoine de Saint-Exupery[3] e passando da Jane Austen[4] e Oscar Wilde[5] solo per citare i nomi più noti al grande pubblico.

Si scopre così che questi ragazzi, assolutamente normali e non “secchioni” come si potrebbe pensare, hanno coltivato la passione della lettura – indissolubile da quella per la scrittura – fin da molto piccoli e da allora sperimentano quanto lo scrivere sia strumento altro e alto per proporre prima a sé stessi e poi ad un eventuale pubblico sensazioni, sentimenti, sensazioni ma anche rabbia e frustrazioni (così in un certo modo esorcizzate) altrimenti difficilmente esprimibile.

Usano i social questi ragazzi?

Certo, sono figli del loro tempo ed è normale che lo facciano, avendo però – forse – una consapevolezza maggiore della loro natura di strumenti dei quali non abusare.

Vorrebbero maggiore attenzione – nella scuola – alle materie letterarie, di cui hanno scoperto e testimoniano la ricchezza spesso ignorata, o quasi nascosta da – ahimè – spiegazioni noiosissime e prive di passione…

Ci raccontano che nei libri hanno cercato, scoperto, trovato anche più livelli di interpretazione, magari mutati e mutuati con il passare del tempo e il loro passare da bambini a, appunto, adolescenti e/o giovani donne e uomini.

Possiamo, in conclusione, definire questi ragazzi dei piccoli geni?

No.

Alcuni di loro non si vedono per niente, in futuro, scrittrici o scrittori: sono solo persone in crescita verso una maturità già ora più consapevole, che hanno probabilmente una marcia in più rispetto ai loro coetanei: una passione bifronte (lettura & scrittura) per la parola scritta, non importa con quale mezzo.

Come si diceva in apertura e recita il titolo della manifestazione, appunto, una vera e propria “Miniera di Talenti”.

Davvero, peccato per chi non c’era.

Davide De Vita

[1] Chuck Palahniuk, all’anagrafe Charles Michael Palahniuk (Pasco, 1962), è uno scrittore e giornalista freelance  statunitense. Il suo primo romanzo Fight Club (1996) è diventato un best-seller dopo l’uscita del film omonimo del 1999, diretto da David Fincher.

[2] La sua fama è legata alla serie di romanzi di Harry Potter, che ha scritto firmandosi con lo pseudonimo J. K. Rowling (in cui “K” sta per Kathleen, nome della nonna paterna), motivo per cui la scrittrice è spesso indicata impropriamente come Joanne Kathleen Rowling

[3] Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, meglio conosciuto come Antoine de Saint-Exupéry (Lione, 29 giugno 1900 – mar Mediterraneo, presso l’Île de Riou, 31 luglio 1944), è stato uno scrittore e aviatore francese.

 [4] Jane Austen (Steventon, 16 dicembre 1775 – Winchester, 18 luglio 1817) è stata una scrittrice britannica, figura di spicco della narrativa neoclassica nonché tra le autrici del panorama letterario del Regno Unito e mondiale più famose e conosciute: ricordiamo tra tutte le sue opere “Orgoglio e pregiudizio”.

[5] Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde, noto come Oscar Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900), è stato uno scrittore, aforista, poeta, drammaturgo, giornalista e saggista irlandese; tra le sue opere più famose: “Il ritratto di Dorian Gray”

La squadriglia Scoiattoli e il giornalismo

 

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Buongiorno e chiediamoci un perché?

Premessa & avvertenza: questo sarà un pezzo molto “scout”, quindi … Siatene consapevoli, vi ho avvisato prima!

Il << perché>> di oggi sarà, di conseguenza, abbastanza personale, ma mi va di scriverlo (così eviterò di parlare di elezioni…) e quindi partiamo.

È capitato che mi abbia cercato un amico e capo scout di Carbonia, chiedendomi se fossi disposto a dare una mano ad una sua squadriglia femminile impegnata nella conquista della specialità di squadriglia di giornalismo.

Ora io non sono ufficialmente un giornalista (ho sfiorato più volte il raggiungimento della tessera di pubblicista ma… M’è sempre sfuggita all’ultimo momento) ma pare che – a detta di molti – qualche esperienza nel campo ce l’abbia, per cui ho accettato con grande piacere.

<< Non fare il modesto >>

M’ha detto al telefono Matteo, l’amico capo scout di Carbonia, per cui nel giro di pochi giorni Rita ed io abbiamo potuto accogliere la squadriglia Scoiattoli femminile in casa nostra.

Sono arrivate in uniforme, queste ragazze curiose di sapere qualcosa da me che per l’occasione mi son sentito quasi importante. Ho pensato anche che per loro, fascia d’età compresa tra i dodici e i quindici anni, dovevo apparire come  una sorta di alieno proveniente da un altro spazio e soprattutto da un altro tempo, passato, molto passato.

In qualche modo una sorta di contatto verbale si è stabilito, così qualche prima timida domanda sono riuscite a farmela, queste giovani future donne, tutte – ahimè per me che non lo sono per niente – native digitali, nate e completamente appartenenti a questo XXI sec.

Non al mio quindi, che senza tema di smentita, è il…

Secolo scorso.

Ho provato comunque a dare loro alcuni consigli, o meglio a parlare delle mie esperienze di cronista per varie testate cartacee e/o on line, senza omettere gravi errori di cui ancora mi vergogno e dai quali ho cercato di metterle in guardia.

Non gliene faccio una colpa, ma sono rimasto abbastanza male quando, chiedendo qual era l’ultimo libro che avevano letto m’hanno risposto:

<< Non me lo ricordo >>

Oppure:

<< Ne ho iniziato diversi ma non ricordo di averne finito qualcuno di recente… >>

O anche:

<< Quello che ho dovuto leggere a scuola… >>

Dovuto, capite?

Per qualcuna la lettura di un libro è stata un’imposizione, il modo peggiore di far amare la lettura.

È andata molto meglio, invece, quando ho chiesto loro quali serie tv seguissero: su tutte hanno fatto la parte del leone “Greys anatomy”, che non ha bisogno di presentazioni e Tredici”, di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza.

Ho chiesto a loro e poi sono andato a cercare di che si tratta; ecco le prime righe riportate al solito da mamma Wiky:

Tredici (13 Reasons Why, reso graficamente TH1RTEEN R3ASONS WHY) è una serie televisiva statunitense creata da Brian Yorkey basata sul romanzo 13 di Jay Asher. La storia ruota attorno alle vicende che seguono il suicidio dell’adolescente Hannah Baker, la quale ha registrato i tredici motivi che l’hanno spinta a suicidarsi.

Non sono un sociologo e non voglio fingere di esserlo, ma il fatto che una serie simile riscuota grande successo sulle – e sugli – adolescenti dovrebbe, quanto meno, far riflettere parecchio noi adulti sempre tanto presi da noi stessi e dai nostri apparentemente molto più importanti problemi…

Per la serie:

<< non siamo riusciti ad individuare o riconoscere alcun segno o segnale di disagio giovanile… >>

Ah no?

Va beh…

Non drammatizziamo e torniamo alle ragazze “Scoiattoli” che, timidezza a parte, ma ci stava tutta, voglia di vivere e sperimentare nuove e sane avventure ne avevano e ne hanno tantissima, non lo scrivo per tranquillizzare chi legge ma per riportare ciò che i miei occhi hanno visto e le mie orecchie hanno sentito.

Per i tempi in cui viviamo, infatti, queste ragazze – pur accompagnate all’andata e al ritorno da Iglesias dai loro capi, meglio sottolinearlo – hanno comunque dimostrato intraprendenza e voglia di conoscere il mondo un po’ più da vicino e non soltanto attraverso i soliti social, insomma – ripeto non mi pare cosa da poco – andando a vedere “di persona”, fatto questo – come ho provato a dire loro – che ritengo fondamentale per il giornalismo vero e non infarcito di  oggi tanto di moda.

In conclusione, nel ringraziare queste ragazze – e i loro capi – per essere venute a trovare Rita e me e aver impiegato un bel po’ del loro tempo a chiacchierare con chi ai loro occhi probabilmente appariva come una sorta di dinosauro parlante, faccio anche gli auguri perché raggiungano presto il loro obiettivo, ma sono certissimo che conquisteranno/rinnoveranno la specialità di squadriglia di giornalismo, spero grazie anche al mio piccolo e modesto contributo.

Ve l’ho scritto in apertura, care lettrici e cari lettori: cose da scout ma, forse, non solo…

Alla prossima.

Davide De Vita

 

Recensioni: “Fill’e fortuna”, Giorgia Loi

copertina fill e fortuna

Che un libro possa essere, tra le tante altre cose, anche una macchina del tempo molto particolare, sicuramente non è il sottoscritto ad affermarlo per primo.

Che “Fill’ e fortuna”, di Giorgia Loi, abbia un fascino particolare per chi, come me, pur non essendoci propriamente nato ha comunque vissuto “ai piedi di Marganai” è invece, a fine lettura, indubbio.

Queste pagine scritte con maestria e passione ci riportano agli anni sessanta, durante i quali le sofferenze e la durezza della miniera, madre e matrigna di tutta l’area del sud ovest sardo, si riflettono sul vivere del protagonista, i cui ricordi ce lo presentano prima bambino e poi adolescente in quel “collegio” Enaoli che, come ben spiegato nel testo, era molto più di questo e nel quale si sperimentarono intuizioni educative e pedagogiche all’avanguardia per quei tempi.

Il mondo di allora è quindi visto attraverso gli occhi del protagonista e dei suoi compagni, con un richiamo – a parere di chi scrive – al “Cuore” di De Amicis ma rivisto, aggiornato, modernizzato e naturalmente e fortemente contestualizzato.

Le pagine di “Fill’e Fortuna” sanno di lentischio, proprio lo stesso che s’incontra per i ripidi sentieri del Marganai, prima che fosse preso d’assalto dai fuori strada, dai SUV, dai “quod” e da altri mezzi meccanici ad alta tecnologia (fatte salve le bici e i cavalli) che, non per colpa loro in quanto meri strumenti, portano chi li guida, forse, ad ignorarne la poesia e la magia.

Sanno anche di un tempo in cui, ancora forse, i rapporti umani, nel bene e nel male, avevano ancora un fortissimo valore, così come gli strettissimi legami familiari, grazie ai quali i ragazzi avevano dei validissimi punti di riferimento e un ceffone dato al momento giusto non faceva automaticamente una denuncia per maltrattamenti… Già, altri tempi davvero.

L’autrice ci conduce quindi, sempre insieme ad Antonio, il protagonista al quale l’appellativo del titolo è attribuito (non sveleremo naturalmente qui il perché) lungo i percorsi della vita di questo “enaolino” strappato alla sua famiglia per cause di forza maggiore e…

Credo i puntini siano doverosi: pur non trattandosi di un giallo, “Fill’e Fortuna” riserva non poche sorprese al lettore che si troverà sempre più coinvolto, capitolo dopo capitolo, nelle vicende dello stesso Antonio e della sua comunità così particolare e allo stesso tempo così intimamente legata ad Iglesias, dintorni e suoi trascorsi, non solo minerari, di nuovo nel bene e nel male.

Apprezzabilissimo anche per il minuzioso e certosino lavoro di documentazione che traspare da ogni riga, “Fill’e Fortuna” ci regala uno spaccato di storia “nostra” (l’autore di questa recensione si rivolge in particolar modo a chi si sente indissolubilmente legato alla terra del Sulcis Iglesiente, ma il libro è godibilissimo da chiunque) che forse rischiava di essere dimenticata o confinata all’oblio.

Giorgia Loi ha impedito che ciò avvenisse, gliene siamo davvero molto grati.

“Fill’e Fortuna”, Giorgia Loi, edizioni il Ciliegio, disponibile in libreria e nei principali store on line.

Giorgia Loi è nata ad Iglesias (CI) il 17 giugno 1972 e risiede a Gonnesa (CI); laurea in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Cagliari nel 1999; nel 2010 pubblica “Lettera a Helena”, Albatros editrice; nel 2014 il romanzo storico “Cristalli di Quarzo”, il Ciliegio Edizioni, Como. Attualmente insegna letteratura italiana e storia nella scuola superiore. È tra le fondatrici dell’Associazione “Liberi di volare – Scrittori Iglesienti”

Storia (2): la scrittura, alba della Storia

dalla tavoletta alla tastiera

Buongiorno e chiediamoci un perché. Perché, ad esempio, in molte aree geografiche e in tempi diversi (sì, proprio “in tutti i luoghi e in tutti i laghi”, canta quello) si avvertì l’esigenza di andare oltre la precedente tradizione orale e si cominciò a scrivere.

L’invenzione della scrittura è ormai unanimemente considerata l’alba della Storia, il suo inizio, che ha però molteplici aspetti.

Occhei, ma cos’è, scrivendo difficile, ma preciso, la scrittura?

Recita al solito mamma Wikipedia:

La scrittura è la fissazione di un significato in una forma esterna durevole, che nelle scritture alfabetiche diventa rappresentazione grafica della lingua parlata, per mezzo di un insieme di segni detti grafemi che compongono un sistema di scrittura e di lettura. I grafemi denotano sovente suoni o gruppi di suoni. Come il linguaggio parlato, la scrittura è un modo fondamentale di comunicazione umana, ed è il mezzo finora più efficace per la conservazione e la trasmissione della memoria.

In un senso più ampio, si definisce dunque scrittura ogni mezzo che permette la trasmissione durevole di informazioni, che sia o no rappresentazione grafica del parlato, come accade nelle scritture della musica, dell’algebra, della chimica e altri.

Allo stato attuale delle ricerche, gli studiosi concordano sulla data, piuttosto approssimativa, il 3400 a.C. mentre il luogo è abbastanza preciso, la Mesopotamia (celebre “valle tra due fiumi”) così come il popolo, i Sumeri.

Proviamo insieme a capire meglio: “a.C.”  (“avanti Cristo”) è un concetto tutto occidentale, secondo il quale la Storia si divide in un prima e in un dopo la nascita di Gesù Cristo, fatta risalire ad un ipotetico “anno zero” (questione anche questa parecchio dibattuta, ma che affronteremo appunto a suo tempo) utilizzato, appunto, come “spartiacque temporale”.

La Mesopotamia non era altro che l’attuale Iraq o Irak, che non tanto tempo fa (vedi “Guerre del Golfo”), dopo le nefandezze commesse da Saddam Hussein & suoi accoliti, le “Forze Occidentali” hanno quasi raso al suolo, lasciando purtroppo un caos politico, tribale ed etnico che ha favorito moltissimo lo svilupparsi dell’Isis; questo, giusto per ricollegarci al presente, nonostante la “liberazione” di Raqqa, (Siria) avvenuta giusto pochi giorni fa in uno dei Paesi che con l’Iraq confina.

Ah già: si contano oltre tremila morti “ufficiali”, solo nell’ultima battaglia, ma noi siamo evoluti, siamo civili, mica arretrati come cinque millenni e passa fa…

Torniamo a noi e ai Sumeri: chi erano ‘sti signori?

Sumeri (abitanti di Šumer, egiziano Sangar, biblico Shinar, nativo ki-en-gir, da ki = terra, en = titolo usualmente tradotto come Signore, gir = colto, civilizzato, quindi “luogo dei signori civilizzati”) sono considerati la prima civiltà urbana assieme a quella dell’antico Egitto. Si trattava di un’etnia della Mesopotamia meridionale (l’odierno Iraq sud-orientale), autoctona o stanziatasi in quella regione dal tempo in cui vi migrò (attorno al 4000 a.C.) fino all’ascesa di Babilonia (attorno al 1500 a.C.). Preceduta da una scrittura fondamentalmente figurativa, a base di pittogrammi, la successiva stilizzazione condusse alla scrittura cuneiforme che sembra aver preceduto ogni altra forma di scrittura codificata, comparendo attorno alla fine del IV millennio a.C.

Roba antica, antichissima, lontanissima da noi e dal nostro vivere quotidiano, giusto? Babilonia! Se ne parla anche nella Bibbia! Ma dai, cosa ce ne può importare…

Molto, moltissimo: se ora sto scrivendo, non importa che lo stia facendo con la tastiera di un portatile o con uno stiletto su una tavoletta d’argilla, mentre voi leggete (o leggerete) questi strani segni sullo schermo, comprendendo ciò che significano con una certa precisione, beh, ragazzi, lo si deve a questi oscuri “signori” di quasi cinquemila anni fa.

Attenzione però, in quanto il merito non è tutto loro: sempre secondo le ultimissime ricerche e scoperte, non solo si è cercato di rintracciare nel contesto del Vicino Oriente antico le premesse forti della scrittura cuneiforme, ma si è anche indagato su altri centri dove la scrittura si sia potuta sviluppare indipendentemente. Sul fatto che l’America centrale, culla delle civiltà mesoamericane a partire dal 600 a.C., possa essere annoverato tra questi centri c’è un ampio consenso nella comunità scientifica, molto più dubbia è invece la natura delle incisioni Rongorongo rinvenute sull’Isola di Pasqua. Particolarmente fruttuose sono state le intuizioni di Marija Gimbutas e le sue indagini sui sistemi di registrazione su terrecotte in uso nei Balcani già tra il 6000 e il 5000 a.C. (cultura di Vinča), dove però, a differenza che nel Vicino Oriente, la scrittura si sarebbe sviluppata a scopi cultuali, in particolare per i riti legati alla Dea Madre. Tali scritture, precedenti il primo apparire delle cosiddette popolazioni indoeuropee, sono datate tra il 5400 e il 4000 a.C. Sono state avanzate ipotesi secondo cui le forme di registrazione di Vinča avrebbero influenzato la scrittura cuneiforme, mentre più probabile sembra un’influenza diretta sulla Lineare A cretese (II millennio a.C.) e la scrittura sillabica di Cipro.

Perché, dunque, in più parti del pianeta si cominciò a scrivere?

Per ragioni di amministrazione, contabilità, commercio. Motivi molto pratici, insomma, in quanto si comprese che i soli numeri (nati molto prima per le stesse ragioni) non erano sufficienti a “tenere memoria” dei fatti, degli scambi, degli avvenimenti più importanti.

L’alba della Storia, appunto, come scrivevo in apertura.

Con la speranza di non avervi annoiato, ci rileggiamo alla prossima… Puntata!

Davide De Vita

Fonti:  

https://it.wikipedia.org/wiki/Scrittura

http://www.corriere.it/esteri/17_ottobre_17/siria-raqqa-stata-liberata-cade-capitalo-stato-islamico-058eaca0-b328-11e7-9cef-7c546dada489.shtml

 

[1] Attributo di quelle popolazioni che, stanziate da epoca remota in un determinato territorio, si ritenevano nate dalla terra stessa; per estensione aborigeno, indigeno.

Perché scrivere? I primi vincitori del “Vera Caproni” edizione 2017

Foto di gruppo vincitori premio Vera Caproni 2017 venerdi 13 ottobre sala Lepori Iglesias

Buongiorno e chiediamoci un perché. Oggi stiamo a casa, ad Iglesias, a chiederci perché il sottoscritto e altri suoi amici e colleghi credono e lavorano – gratis – con e per la parola scritta.

L’occasione per rispondere a questa domanda è stata, ieri venerdì 13 ottobre, dalle diciotto circa presso la sala Lepori, la cerimonia di premiazione della prima edizione del Premio Letterario “Vera Caproni”.

L’insegnante di lettere al quale il premio è intestato e si ispira era molto nota ed apprezzata in città, sia per la passione che metteva nel suo lavoro, sia per la particolare attenzione verso i ragazzi, considerati non solo come alunni ma persone in divenire, da accompagnare verso l’età adulta insegnando loro a non avere paura delle sfide che la vita, inevitabilmente, pone di fronte a ciascuno di noi.

Organizzato dall’associazione “Liberi di Volare – Scrittori iglesienti” con la collaborazione di alcune insegnanti che hanno composto la giuria, il concorso in questa prima edizione si è rivolto alle ragazze e ai ragazzi delle scuole superiori; la qualità dei racconti giunti alla selezione, di tutti i racconti, non solo di quelli dei vincitori, ha premiato questa scelta, confermando ancora una volta le grandissime potenzialità di queste scrittrici e di questi scrittori in erba.

Tutto ciò, per rispondere ad uno dei tanti perché riportati in apertura di pezzo, la scrittura ancora oggi è un ottimo veicolo per trasmettere e comunicare sentimenti, emozioni, inventare e raccontare storie coinvolgenti, fossero anche e soltanto il ricordo di un brandello di vissuto.

Così come ha fatto la simpaticissima e applauditissima signora Carmela Crovetti, ragazzina ultra novantenne che ha messo sulla carta – letteralmente, a mano, con la penna su un quaderno – alcuni dei ricordi della sua vita e che l’associazione ha deciso di premiare con una targa e la pubblicazione all’interno dell’antologia che raccoglie i racconti del premio.

Questi, per tornare alla cronaca, hanno visto tra i vincitori i seguenti testi:

<< Invidia >>, di Federico Manis, premio speciale del direttivo;

<<Quando arrivi al capolinea >> di Sonia Martinelli, terzo classificato;

<< Francesco>>, di Matteo Cappai, secondo classificato;

<< Stelle che non sono le stesse>>, di Sara Saragat, primo classificato.

Quest’ultimo racconto ha dato il titolo all’antologia che l’associazione ha messo in vendita, com’è stato spiegato, all’esclusivo scopo di finanziare le prossime iniziative di “Liberi di Volare”.

Tra queste, come ha ricordato il presidente Marco Cocco, l’imminente Corso di Scrittura Creativa, che partirà mercoledì sera 25 ottobre presso i locali della Biblioteca Nicolò Canelles e la prossima edizione del “Vera Caproni”, che avrà un respiro più ampio rivolgendosi a tutta la Sardegna, sarà aperto a tutti e riguarderà racconti inediti.

Da annotare la presenza dell’assessore alla cultura e al turismo del Comune di Iglesias Simone Franceschi, sostenitore dell’Associazione sin dalla prima ora e del sindaco Emilio Gariazzo che ha espresso la sua ammirazione per le attività di “Liberi di Volare” e un personale ricordo di Vera Caproni, porgendo il suo saluto ai parenti presenti in sala.

Per maggiori informazioni sulle attività di “Liberi di Volare” è possibile consultare la pagina Facebook dell’associazione o mettersi in contatto con uno qualsiasi dei componenti il direttivo.

Davide De Vita

 

 

Perché scrivere?

Buonasera e chiediamoci un perché: questo è un blog, quindi mi concedo anche qualche passaggscrivere-libroio – come dire – un po’ più personale.

La domanda è molto cara ai miei amici e colleghi dell’Associazione Liberi di Volare – Scrittori Iglesienti, di cui faccio parte e che saluto, ma qui esporrò il mio punto di vista, che potrebbe anche divergere dal loro almeno sotto alcuni aspetti.

Da dove cominciamo?

Per me scrivere è un’esigenza, quasi fisica: se non lo faccio, a causa dei motivi più diversi, dopo un po’ mi rendo conto di non stare bene, mi manca qualcosa, fingo che non sia quello ma… Lo è.

Non è vero che si scrive per sé stessi: o meglio, lo si fa anche per quello, ma anche la persona più introversa del mondo, quella che tiene chiuso a chiave in un cassetto il proprio diario o quaderno dei sogni proibiti, desidera che prima o poi qualcuno legga ciò che ha scritto.

E’ stato dimostrato da innumerevoli studi psicologici e psichiatrici, non è più il caso di negarlo.

In questo esatto momento, per esempio, sto scrivendo per te, gentile lettrice, o per te, gentile lettore; a volte provo ad immaginarvi, sconosciuti dall’altra parte dello schermo che perdono il loro tempo per star dietro alle mie scempiaggini…

Il tempo è un fattore determinante, nello scrivere: è necessario averne, la passione brucia, consuma, si rinuncia ad altro, per essa, quindi si crea il tempo che magari, prima, si pensava di non avere.

Si conferma perciò l’antico adagio secondo il quale se si vuole, si può.

Credeteci o meno, ma stamattina, preso com’ero dalla realizzazione di un nuovo video pubblicitario per il mio ultimo romanzo, beh… Mi sono letteralmente dimenticato di mangiare; dovevo andare a lavoro, tempo non ne avevo più, amen.

Non sono esattamente un fuscello, chi mi conosce lo sa, quindi magari mi ha anche fatto bene!

Proseguendo “a braccio”: scrivo, falsa modestia a parte, perché lo so fare. Non è una forma di presunzione, ma un dato di fatto. Può darsi che sia tra le poche cose che so fare, ma è così.

Lo faccio da quand’ero bambino, per me è terapeutico, gratificante, necessario.

In tanti anni ho avuto la fortuna di seguire uno dei primi corsi di scrittura creativa, ho commesso un’infinità di errori e probabilmente ne commetterò molti altri, ma sempre meno.

Mi sono messo in gioco sempre, ho partecipato a concorsi e premi letterari, mi sono sentito umiliato e sconfitto molte volte, ma ho anche salito i gradini del podio, fino a quello più alto, una volta.

Persone molto più brave di me mi hanno insegnato la tecnica e i trucchi del mestiere, come costruire un dialogo efficace o dipingere con pochi tratti il carattere psicologico dei vari personaggi, giusto per citarne alcuni, ma preponderante, debordante, impossibile per me da fermare se la ritengo buona, è la storia.

Non so se può essere chiamata ispirazione, gli antichi si rifacevano alle Muse, ma forse, davvero, esiste una sorta di “coscienza cosmica” alla quale in pochi riusciamo ad attingere e da lì peschiamo le storie, per metterci sopra, dopo, il “cappello” della nostra firma.

Lo so, è un concetto da filosofia orientale che piacerebbe al mio amico Pietro e/o al suo compare Cris ( ciao Immorali! ) ma chi sono io per dire che non è così?

Ancora, chi scrive gioca ad essere e fare Dio ( con rispetto parlando, s’intende), creando per ogni storia un universo a parte, dove sue sono le regole, sue le anime dei personaggi, suo il tutto.

Il migliore, insuperabile, “videogioco” possibile, gratis, ecologico ( ormai si scrive quasi esclusivamente sul pc e anche i libri sono di carta riciclata, o almeno ci si sta muovendo in quella direzione) e – più o meno – alla portata di tutti.

Altra regola, condizione indispensabile per scrivere, prima di scrivere: leggere, leggere, leggere, leggere tantissimo fin quasi a consumarsi la vista… Va beh, è un eccesso da evitare, ma… Per capirci.

In conclusione, questi sono alcuni dei motivi per i quali io scrivo, ma chissà quanti altri ce ne saranno e… Non finiranno mai.

Scusate il disturbo, la lunghezza del post ma… Mi andava di scriverlo!

Davide De Vita