Gli scacchi e la mente

Buongiorno e chiediamoci un perché.
Come va, come state?
Pronti per il mare, ci siete già?
Bene, sono contento per voi, spero di andarci anch’io presto.

Sapete, non sapevo bene dove andare a parare stavolta, in quanto sono forzatamente a casa perché fermo col lavoro di badante per cui, sbrigate le faccende domestiche (la mia metà migliore lavora e rientra nel pomeriggio) la prima volta mi sono arreso davanti al foglio bianco e… Mi son messo a giocare a scacchi on line. Ci gioco tutte le sere, sulla piattaforma gratuita “lichess.org” dove partecipo dall’inizio dell’anno ogni lunedì e giovedì ad un torneo organizzato da un giocatore appartenente al “Paul Morphy Chess Club” di Livorno, il cui nickname è “Alorp” e che saluto e ringrazio insieme a tutti gli altri scacchisti che partecipano.
Mentre cercavo un’immagine da associare a questo pezzo, mi sono imbattuto in due articoli che parlavano dell’influenza psicologica che questo straordinario gioco ha sulla mente umana: secondo alcuni studi americani

“chi gioca regolarmente a scacchi ha aree del cervello maggiormente sviluppate rispetto a chi non ci gioca. Questo significa che giocare a scacchi rende più intelligente? Dipende… dipende da cosa intendiamo per intelligenza. In generale tutti i giochi sviluppano abilità psicologiche ed allenano il cervello, ma non tutti hanno la stessa qualità di “transfert” delle abilità. Transfert, in questo contesto non si riferisce all’aspetto clinico ma alla trasmissione di competenze da un dominio all’altro”


L’articolo rimanda ad un altro in inglese che trovate qui:


https://www.mic.com/articles/119332/how-chess-players-brains-are-different-from-everybody-else-s#.w6vICOQb9

Sicuramente tra chi legge c’è qualcuno che conosce l’inglese meglio di me, però credo di aver capito, in sostanza, che giocatori professionisti – tra tutti il norvegese Magnus Carlssen, allievo di Garry Kasparov e detentore del titolo di Campione del Mondo da alcuni anni – sviluppano col tempo (e il costante allenamento ed esercizio) alcune aree del cervello dedicate, per esempio, alle decisioni da prendere davanti a crisi o situazioni difficili.

Senza scomodare questi “mostri”, ricordo con grande piacere – e più di un pizzico di nostalgia – che anche ad Iglesias esisteva un circolo, era ospitato presso la sede dell’Avis in via Cagliari e si chiamava appunto “AviScacchi Iglesias”. Ne facevo parte e ho preso innumerevoli batoste (data la mia “consistenza” di gioco mi avevano appioppato il soprannome “Budino” …) ma anche imparato tantissimo. Il circolo ebbe tanti momenti di gloria nei tornei nazionali a squadre, con una campionessa italiana Under 16, Erika Pili, poi portò il Nobil Giuoco nelle scuole (anche in una dell’Infanzia, a Villamassargia) e mieté successi, ancora a squadre, in alcuni Campionati Italiani scolastici.
Ultimamente alcuni ex componenti dell’AviScacchi avevano ripreso ad insegnare il gioco e a preparare ed accompagnare nuovi giovani e giovanissimi giocatori ai tornei partendo da una nuova sede presso l’Associazione Remo Branca in via Roma.

Questo per quanto riguarda la storia degli scacchi legata ad Iglesias (sicuramente c’è tantissimo di più da raccontare, per cui mi scuso già da ora con gli interessati per errori, omissioni, imprecisioni che sono da attribuire esclusivamente a me) che, come scritto sopra, ricordo insieme con nostalgia e dispiacere, in quanto non solo mi piacerebbe si potesse riprendere, ma proprio si ricostituisse un circolo.
Mentre scrivo magari qualcosa “bolle in pentola” e non ne sono a conoscenza, quindi mi scuso di nuovo, anche se sono consapevole delle tante difficoltà esistenti per rimettere in piedi quel “sogno a sessantaquattro caselle” e che hanno portato in passato ad un… Triste finale.

Avrete visto la serie tv Netflix “La regina degli scacchi”, una delle serie più viste in assoluto durante la fase più acuta della pandemia. Anche quella ha contribuito tantissimo al rilancio del gioco, tanto che le iscrizioni ai siti specialistici subito dopo sono aumentate a dismisura.
In molti paesi gli scacchi sono insegnati a scuola, speriamo si concretizzino presto alcuni progetti di cui si parla da tempo anche in Italia.
Rimarrei a parlare di questo incredibile gioco (arte? scienza? Tutt’e tre?) che vede le sue origini perdersi nella notte dei tempi per ore, ma non voglio annoiarvi e poi. . . Devo prepararmi per il torneo di stasera, oggi è giovedì!

Davide De Vita

Post pandemic

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Come va, come state? Siete stati vaccinati, siete prenotati, lo farete, siete in attesa della seconda dose? Bene, anzi, molto bene. Non credo ci sia altra strada per uscire da quest’incubo così simile, come hanno scritto e detto in molti, tra i primi Papa Francesco, alla Terza Guerra Mondiale, non solo per l’enorme numero di contagi – e decessi – per tutto il pianeta ma anche per le terribili conseguenze economiche che ahimè tutti conosciamo.

Storia: il vaiolo, la poliomielite, la meningite sono scomparse o quasi grazie ai vaccini. Non è un’opinione, ma un dato di fatto incontrovertibile. Fonte: [1]

Quindi vacciniamoci, tutti.

Personalmente attendo la seconda dose di Pfizer a fine giugno.

Non era esattamente qui che volevo andare a parare, ma credo che ribadire l’importanza del vaccino non faccia mai male, qualunque sia il contesto.

Non è inoltre scollegato dal “perché” di oggi, in quanto se questa sarà l’ultima domenica in Zona Gialla per la Sardegna lo si deve senz’altro all’accelerazione della campagna di vaccinazione.

Ci affacciamo – di nuovo – alla tanto agognata Zona Bianca pieni di sogni e speranze, ma in una situazione molto più favorevole rispetto alla precedente; il “succo” è che dipenderà ancora una volta da ciascuno di noi, dalla consapevolezza e responsabilità che sapremo, dovremo e potremo dimostrare fare in modo che anche questa, in positivo, diventi una data storica.

Ieri sera rientrando a casa, qui ad Iglesias – abito nel Centro Storico – mi sono quasi commosso vedendo di nuovo turisti – turisti! – seduti ai tavolini conversare in inglese con un ragazzo che portava loro pizze e birre.

Un’immagine che non avrebbe avuto nemmeno bisogno di essere citata in un altro periodo, ma che adesso, proprio in questo fine settimana cruciale che ci porterà sempre più vicini alla “fine del tunnel” mi è parsa, come dicevo, addirittura commovente.

Certo, c’è moltissimo da fare, piazza Municipio è “scoperchiata” per i lavori in corso relativi alla pavimentazione della stessa, raggiungere il mare sembra un incubo a causa dei semafori che bloccano il traffico per motivi di sicurezza, ma le attività stanno faticosamente riaprendo dopo mesi (quasi due anni) di enormi sacrifici e così le “nostre” più importanti attrazioni turistiche.

Si apre da domani una nuova stagione di sfide, da affrontare coraggiosamente per continuare a costruire futuro.

Non sprechiamo questa nuova occasione, così presto davvero potremo posare la mascherina e veleggiare verso nuovi sogni, in un periodo che chiameremo, finalmente…

Post Pandemic.

Davide De Vita


[1] https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/altre-news/tutte-le-malattie-debellate-dai-vaccini

Vi avrei detto che. . .

Salve e chiediamoci un perché.

Come va, come state?

Eh, lo so, è dura per tutti.

Come recita un adagio ormai celebre di un personaggio di Jacopo Cullin:

« Eehhh, lo fa! »

Detto ciò, giusto per non cominciare troppo seri o peggio ancora seriosi, perché scrivo queste righe?

Perché se avessi avuto la possibilità di presentare “Absentia” come con i romanzi precedenti, le parole seguenti le avrei dette a voce, mi sarebbe piaciuto tanto ma, per come immaginavo la nuova presentazione, in questo periodo non è proprio possibile per i motivi che tutti sappiamo.

Perciò vi avrei detto che . . .

L’idea di scrivere una storia nella quale si mette in atto il furto del Breve ce l’ho da quando, tanti anni fa, proprio la signora Celestina Sanna me lo mostrò dopo aver ascoltato il motivo per cui mi interessava.

Ascoltai lei, quindi scrissi il racconto “Assedio”, arrivato in finale al Premio Nazionale di Letteratura “il Prione” del 1995 e pubblicato prima nell’antologia del concorso di quell’anno e poi nella mia “ragionata” “Crisalidi”.

Molti anni più tardi ebbi l’idea di “Emme”, del commissario Spiga e tutto il mondo narrativo che ci ruota intorno.

Non sapevo che la forza dei personaggi e della storia e delle storie sarebbe stata così forte da farmi scrivere non uno ma tre romanzi.

Prima che me lo chiediate: sì, credo di fermarmi per un po’ con tutti loro, quindi per ora la trilogia chiude il ciclo.

Per tornare ad “Absentia”, esperienze di vita, di lavoro, di conoscenze comuni mi hanno portato all’incontro con la dottoressa Daniela Aretino, alla quale sono e sarò sempre infinitamente grato.

Lei è una archivista paleografa di professione, una vera ricercatrice, attenta alle minuzie e ai dettagli, appassionatissima – oltre che esperta – di Iglesias e della sua Storia.

Il sottoscritto è un pasticcione, che si muove a tentoni, spesso prendendo clamorose cantonate: se è successo – spero di no – è solo colpa mia, mea culpa mea maxima culpa!

La Storia, dunque, con la “S” maiuscola, mi stava bene, anzi ne avevo bisogno per ambientarci la vicenda che piano piano si stava formando sia nella mia mente sia sullo schermo del pc.

Non mi bastava, mi servivano tante altre storie più piccole da intrecciare tutte insieme, per lasciare a voi, lettrici e lettori, il compito – spero piacevole – di . . . Districare la matassa.

Non mi bastava ancora: per dare ancora più verosimiglianza al nuovo thriller, mi venne in mente di inserirci personaggi esistenti, appena romanzati, riconoscibilissimi da chiunque viva ad Iglesias e la conosca un pochino.

Come leggerete il romanzo capirete di chi parlo.

La ricerca e la documentazione questa volta sono state belle robuste, non solo per la Storia e le storie, ma anche per dettagli tecnici di varia natura, per i quali sono grato, tra gli altri, a Pierpaolo Tacconi e Luca Silvestro, loro sanno molto bene perché.

La carissima amica, autrice, attrice e regista Nico Pusceddu, che dopo aver accettato di “diventare” signora Lisetta, mi ha aiutato tanto nel rendere le scene più teatrali, quindi – spero – di maggiore impatto emotivo e “drammatico”.

L’elenco dei ringraziamenti sarebbe lungo ma è presente alla fine del libro, probabilmente ho scordato qualcuno e me ne scuso, perché ora che il romanzo è nelle vostre mani mi rendo conto di aver passato gli ultimi due anni e mezzo a chiedere le cose più assurde (per loro. . . ) alle persone più… Impensate.

Insomma questo è un piccolo assaggio di quello che avrei avuto il piacere di dirvi se fosse stato possibile metter su – letteralmente “in scena” – la presentazione che avevo in mente, ma chi lo sa, magari qualcosa del genere prima o poi la faremo lo stesso.

In ogni caso, se ci sono altre domande dal pubblico . . . Sparate!

Grazie a tutti.

Sipario.

Davide De Vita

Tra offuscati e Pacifici

Buongiorno, buon Natale e chiediamoci un perché.

Perché, ad esempio, per ognuno di noi ci sono persone più importanti di altre?

La risposta non è difficile, pensiamo agli affetti: dipende dal tempo che decidiamo di dedicare a loro.

Chi ha letto “Il piccolo principe” penserà subito all’esempio della rosa.

Un fiore, questo, che nel mio caso specifico rimanda ad alcune lettere di Gramsci e alla rosa che coltivava in prigionia.

Salti azzardati?

Perché?

Perché non dovrei farli?

La mente va allenata, altrimenti si atrofizza e di questi tempi – soprattutto di questi tempi – non va bene, non può andar bene.

Il Papa, paradossalmente diventato una voce di sinistra (!) ha definito quello che stiamo vivendo un tempo “sospeso”.

Corretto, ma non credo significhi possiamo permetterci il lusso di sprecarlo, anzi.

Di fatto ci è stata limitata, molto, moltissimo, la libertà.

D’ azione e di movimento, non di pensiero, grazie al Cielo.

Questo significa che il tempo a nostra disposizione, essendo ulteriormente limitato, è diventato ancora più prezioso.

Stamattina non sono riuscito a trattenermi e ho discusso con una persona che . . . Non la pensava come me.

Sul virus, sul vaccino, eccetera eccetera eccetera.

Sono stato antipatico, mi dispiace, ma dopo alcune domande mirate, di cui conoscevo molto bene le risposte, mi ha liquidato così (senza rispondere, naturalmente. . .)

«Guardi, lasci stare, ci fanno fare quello che vogliono loro…»

Chi? Cosa ci fanno fare? Chi sono “loro”?

Sarebbero state le giuste domande da contrapporre a quest’ennesimo siparietto trito e ritrito, invece ho dato retta, ho lasciato stare e me ne sono andato.

Avevo molte cose da fare, non mi andava di buttar via il mio tempo con chi, con tutto il rispetto, per me appartiene alla categoria degli offuscati.

Appunto.

Più tardi, invece, mi sono imbattuto in due sagome di cartone colorate con colori vivacissimi.

Ne avrete letto anche sui giornali, sono i “totem” dei “Pacifici”, coordinati se non ho capito male dall’amico Christian Castangia.

Un maestro elementare, regista e molte altre cose, che a me ricorda tantissimo Gianni Rodari.

Non so se a lui questo paragone piacerà, ma il suo impegno coi bambini e l’apprendere da loro piuttosto che esserne “solo” un insegnante mi affascina.

Siamo rimasti a chiacchierare forse mezz’ora, forse di più, non lo so e non importa, non credo che nessuno dei due abbia quantificato i minuti impiegati.

Abbiamo parlato di tutto, per focalizzarci poi sul tempo, sì, lo stesso di cui parlo in apertura di pezzo.

Trovandoci d’accordo sul fatto che sia la risorsa più preziosa che abbiamo, infinitamente più del denaro.

Non era possibile evitare di parlare di quello che stiamo vivendo, così tragico e – apparentemente – quasi senza speranza.

Non gliel’ho detto, lo scrivo qui, per me quei colori dipinti dai bambini sono speranza.

Più delle parole, delle menzogne, dei politici, o di alcuni di essi.

Più delle formule, talora confuse e spiazzanti, degli scienziati.

Siamo dei sognatori?

Può darsi.

Ho scritto più volte che se l’uomo non avesse sognato, fin dalla notte dei tempi, non saremmo arrivati da nessuna parte.

I bambini sono Maestri nel Gioco dei Sogni: la Fantasia è il loro regno.

«Se non sarete come bambini non entrerete nel regno dei Cieli»

Quando tutto sembra indicare che non ci sia più speranza, quello è il tempo della Speranza più grande.

Credo in quei colori.

La fantasia ci salverà.

© Davide De Vita

Numeri e nomi.

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Come va?

Come state?

Dove avete la mascherina, indosso, al collo, appesa ad un braccio, in tasca?

Avete paura?

No?

Neanche un po?

Io sì, moderatamente, ma ce l’ho.

Perché – così arriviamo al dunque – dieci, quindici, forse ventimila anni di cosiddetta “evoluzione” non ci hanno ancora insegnato a vincere la paura dell’ignoto.

Sfidarlo sì, con grande e grave incoscienza, averne un ragionevole timore no, ovviamente non da parte di tutti.

Di troppi sì però.

Sì, parlo del CoVid 19, ma anche di ciò che a mio avviso rappresenta: l’ignoto, ciò che non conosciamo e quindi ci terrorizza o almeno dovrebbe, sempre in misura ragionevole.

Siamo ancora quegli uomini primitivi che temono ciò che c’è oltre la grotta in cui vivono.

Questa volta è un virus invisibile e al momento invincibile che non conosce confini e ci ha ricordato, ci sta ricordando la nostra piccolezza, la nostra meschinità, le nostre miserie.

Non a tutti, non per tutti, non con tutti.

Forse per la prima volta nella Storia il problema ha un aspetto globale: questo ha fatto sì che l’assenza di un governo planetario (e non sto lisciando il pelo a chi vorrebbe il fantomatico “Nuovo Ordine Mondiale”, si badi bene) o quanto meno di una ONU efficiente per non dire della stessa OMS “brillassero” per la manifesta incapacità di affrontarlo con mezzi appropriati e a tempo debito.

Certo, del senno di poi…

Fatto sta che non siamo invulnerabili né immortali.

Fatto sta che in tanti, non tutti ma troppi, ce ne dimentichiamo spesso e volentieri.

Fatto sta che, per quanto la “Greta” di turno urli e strepiti, non abbiamo una “coscienza” globale.

Di nuovo non tutti ma troppi non pensiamo che al nostro piccolo orticello, qualunque cosa di estremamente vicino a noi esso rappresenti.

Certo, prima o poi arriverà un vaccino, prima o poi sarà distribuito, mi auguro gratuitamente anche se ho molti dubbi anche su questo, ma subito dopo ricominceremo a correre insensatamente verso chissà dove, senza aver imparato assolutamente niente da quest’ennesima lezione.

Lo stiamo già vedendo: ripeto all’infinito, non tutti ma in troppi siamo refrattari alle regole, anche alle più elementari, cadendo dal pero quando proprio per questo siamo costretti a pagarne le conseguenze.

Così stiamo già dimenticando quelle liste tristissime, di numeri e nomi.

Buona giornata.

Davide De Vita

Iglesias, Venerdì Santo 2020: il suono delle matracche.

foto Cucca

(foto di Angelo Cucca; per gentile concessione dell’autore)

Buongiorno, buona Pasqua e chiediamoci un perché.

Perché venerdì 10 aprile 2020, ad Iglesias, sarà ricordato per sempre?

Certo, perché a causa del CoVid 19 e delle conseguenti restrizioni imposte dal governo la sentitissima, secolare processione del Venerdì Santo non c’è stata.

Sicuri?

Secondo chi scrive – e secondo moltissimi iglesienti – c’è stata lo stesso.

Perché nonostante le strade deserte, dai balconi è arrivato il suono delle matracche, specialmente in sa Costera ma anche in tutto il centro storico, insieme al suono ritmato di tamburi, alcuni improvvisati, che idealmente accompagnavano il tradizionale percorso della Processione.

Su tutti, a dare il tempo, quello suonato dal campanile della cattedrale.

C’erano bambini vestiti da “baballotti” sui balconi, c’era la magia di una città che si è voluta ritrovare intorno alle proprie radici sia sacre e religiose sia storiche, in un momento di condivisione toccante.

Iglesias è sì miniere, chiese, mare, montagne, storia, tradizioni, ma è anche e soprattutto composta dai suoi abitanti che quando vogliono sanno essere straordinari.

Lo testimonia la splendida foto di Angelo Cucca riportata in apertura e che l’autore mi ha gentilmente concesso di utilizzare, così come Davide Contu, bravissimo batterista non nuovo a proposte inconsuete della sua arte, mi ha permesso di citarlo: c’era lui sotto il cappuccio, sul campanile, a suonare il tamburo.

Diciamo di più e meglio: sempre citando una sua frase, non c’era lui o solo lui, ma tutta una comunità.

Partiamo dal principio: l’idea è nata da Stefano Ardau e Angelo Pani e ha trovato il favore dell’ Arciconfraternita della Vergine della Pietà del Santo Monte, perché la città “vivesse” lo stesso quell’atmosfera tanto cara, così sentita e tramandata nei secoli.

«Sì, l’idea è mia e di Angelo, ci è venuta qualche settimana fa

mi conferma Stefano al quale ho chiesto via Messenger

«L’intenzione era quella di tenere vivo il legame con il rito che ci rappresenta, ci unisce tutti. Perciò cosa meglio delle “matracche” e del loro suono? Così è nata la pagina, che ha subito ottenuto numerosissime adesioni e condivisioni. A queste si sono aggiunte decine di foto e testimonianze che hanno arricchito le pagine. Un grazie va senza dubbio all’ Arciconfraternita che ha subito accolto con entusiasmo l’iniziativa, al Comune in particolare nella persona di Claudia Sanna che ci ha appoggiato in tutto ma soprattutto ai cittadini: per merito loro il suono delle matracche, venerdì, è diventato la voce di Iglesias.»

L’augurio è che tutto ciò rimanga presto solo un ricordo incancellabile, per tornare quanto prima a quella “normalità” e serenità che purtroppo davamo per scontate.

L’autore ringrazia per la loro gentile disponibilità ed il permesso di citare nomi ed opere Stefano Ardau, Angelo Pani, Davide Contu, Angelo Cucca.

Rivolge inoltre un rispettoso e grato saluto all’ Arciconfraternita, consapevole che i riti della Settimana Santa sono solo una parte delle secolari opere di carità da essa compiute e con la speranza e l’augurio che l’anno prossimo si torni alla splendida tradizione nota in tutto il mondo.

Ringrazia inoltre tutta l’amministrazione comunale e la minoranza, che sa uniti per il bene della città.

Ringrazia ancora, soprattutto, gli iglesienti.

Tutti.

Buona Pasqua.

Davide De Vita

Manca il pane nel mio villaggio

mani che offrono pane

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Perché “manca il pane” nel nostro villaggio?

Perché questa pandemia sta paralizzando il mondo, in troppi non possono lavorare e quindi non hanno soldi per comprarlo.

Qui è anche peggio, perché la crisi economica c’era già, pesantissima, anche prima di quel coso lì, si quello sferico con le punte.

Si badi bene che chi scrive non è nessuno, sta solo mettendo per iscritto considerazioni e riflessioni che si agitano da giorni nella sua mente e se permettete nel suo cuore.

Quindi che si fa?

Si fa come si fa nei villaggi.

Ho spesso paragonato Iglesias ad un villaggio, ma in questo caso il paragone è in senso positivo: so per certo di molti gesti di solidarietà autentica già compiuti e che si continuano a compiere.

Dovremmo continuare su questa strada, ognuno per quanto può, come può.

Se possiamo permetterci una “spesa” pensiamo di lasciare una o una parte “sospesa” come si usa dire, per chi non ce la fa.

Lasciamola al nostro piccolo market di fiducia, o al Mercato Civico come è stato suggerito, oppure alle varie istituzioni, associazioni, enti, organizzazioni già presenti e operative da tempo in città o alla nostra parrocchia, sempre se e quando possibile e rispettando le regole.

In molti si stanno organizzando per il ritiro e la distribuzione a domicilio.

Credo che questa catastrofe ci stia offrendo l’opportunità di rivalutare cosa significhi vivere in una comunità tutto sommato non troppo grande – per questo “villaggio” ma, ripeto, nel senso migliore del termine – dove alla fine ci si conosce tutti o quasi.

Davvero qui e ora ci giochiamo la nostra dignità di esseri umani: proprio perché siamo “altro” da chi, oltre Atlantico, ha già le armi pronte – parlo proprio di fucili e pistole – da usare contro chiunque non gli vada a genio.

Ci sarà tempo per riprendere le schermaglie politiche, più che lecite in quanto diversità e dialogo anche serrato sono ricchezza.

Ora è tempo di guardare se e quanto chi vive ad un passo da noi ha bisogno e fare ciò che possiamo per dare una mano.

Così come è tempo di favorire in ogni modo medici e personale sanitario, anche facendo un passo indietro quando in una fila qualsiasi c’è qualcuno di loro.

Come in molti stanno ripetendo, non sono eroi, ma persone che tentano in mezzo a mille difficoltà di fare al meglio il loro lavoro.

Se ne abbiamo la possibilità, seguiamo il loro esempio e anche noi cerchiamo di fare al meglio il nostro: ora più che mai ne va del bene di tutti.

Come in un villaggio.

Stiamo a casa quanto è possibile, usciamo solo se assolutamente necessario, teniamo duro.

Auguri a tutti da un nessuno che ogni tanto prova a buttar giù due righe ma che oggi più che mai preferisce sperare piuttosto che sparare.

Davide De Vita

Un severissimo insegnante

 

dottoressa che culla l Italia

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Come tanti, come tutti, ho ancora in mente l’ormai abituale bollettino della Protezione Civile, Borrelli e Brusaferro – diventati insieme al Presidente del Consiglio Conte i volti più noti d’Italia – le loro implacabili cifre ufficiali.

Mi sono rattristato, ieri sera, davanti all’assessore al Welfare per la Lombardia Gallera, anche lui ormai notissimo, che mostra le mascherine arrivate al posto di quelle richieste definendole con enorme amarezza “carta igienica”.

Nel sottopancia passa la scritta: non ci sono più abbastanza ambulanze in Lombardia e con i posti di terapia intensiva siamo prossimi al punto di non ritorno.

Ho degli amici in Lombardia e nel Veneto: il mio pensiero corre molto spesso a loro, perché qui, rispetto al dramma di quelle due regioni, possiamo dirci ancora enormemente fortunati.

La fortuna però davvero non basta: serve STARE A CASA, non finiamo di sentirlo, ripeterlo, scriverlo.

Un’altra delle fortune che personalmente ritengo mi siano capitate è che qui, ad Iglesias, alla mia età e in questo periodo (anche prima del virus) ho ancora un lavoro e posso svolgerlo, adesso con tutte le precauzioni e cautele del caso.

Esco perciò per andare al lavoro, col debito modulo compilato, per poi tornare a casa a fine turno il giorno dopo, stop.

Oggi, per non farlo fare a Rita, sono uscito anche per la spesa alimentare, sempre con debita autocertificazione: chi ha già provato quest’esperienza surreale sa cosa intendo.

Esaurite tutte queste premesse, uno dei perché che mi chiedo è il seguente: che insana, folle gioia ci provano le persone che continuano a fregarsene di tutto, come se niente fosse e senza alcun valido e importante motivo se ne vanno in giro, addirittura al mare e, non bastasse, si filmano pure e mettono in rete il proprio video?

Ce n’è uno che gira, l’avrete visto tutti, con due “signore” che si fanno tranquillamente il bagno col salvagente e indossando la mascherina (chissà dove l’hanno trovata e quanto l’hanno pagata…) che a quel punto non solo è inutile ma addirittura ridicola.

In una lettera aperta pubblicata da uno dei quotidiani locali, una signora, lei sì senza virgolette, con una felice terminologia le definisce “contesse miseria”.

Proseguendo la lettura si capisce che la signora, quella vera e senza virgolette, si sta trattenendo parecchio e la capisco benissimo.

Preciso che le “contesse” non sono nostre conterranee e non hanno assolutamente l’aspetto di chi è tornato qui dai parenti ma quello di chi, da vile fin nel più profondo dell’anima, semplicemente è scappato.

Non so se il video sia ancora presente in rete, ma si capisce anche da ciò che dicono.

Riporto questo che è uno dei simboli negativi di questo periodo in merito al comportamento delle persone, ma – per fortuna – sono molti di più gli esempi positivi e carichi prima di responsabilità e di conseguenza di speranza.

Provo a fare una carrellata e dei paralleli, le persone “studiate” direbbero in modo sinottico ma … Non credo di avere abbastanza titoli per usare questo termine! 😊

Non credo di essere il solo ad aver fatto queste considerazioni, perché siamo tutti in casa e il tempo a nostra disposizione, che prima pareva non avessimo mai, è ora tanto e sembra non passare mai.

Le pubblicità televisive.

Sono diventate grottesche, vedere gruppi di persone allegre intorno ad un cane parlante, oppure che passeggiano in città piene di gente indaffarata sembrano provenire da un mondo alieno, che al momento non ci appartiene più, ma che ora più che mai è l’obiettivo al quale tendere.

La riscoperta delle persone e del calore umano.

Essere costretti in casa ci ha fatto giocoforza riscoprire le persone che più amiamo e con le quali – finalmente? – parliamo senza l’ausilio dei dispositivi diventati ormai nostre protesi apparentemente irrinunciabili.

Il tempo che c’era e credevamo non avessimo più.

Da un giorno all’altro, da un momento all’altro, il tempo è diventato tantissimo, con l’insorgere del problema di come occuparlo; la tecnologia in questo aiuta molto, perché quegli stessi dispositivi usati per ciò che sono in sostanza, mezzi di comunicazione, più che mai adesso aiutano a tenerci in contatto e farci sentire meno soli; c’è addirittura chi, così mi hanno scritto, sostiene che il telefono cellulare possa essere usato anche per… Telefonare! Incredibile!

Chi ha la fortuna e il dono di saper suonare uno strumento lo fa e magari posta in rete la propria perfomance, oppure lo fa dal balcone di casa propria; altri riscoprono il piacere della lettura e si accorgono che quegli strani oggetti ricoperti di polvere chiamati “libri” non sono poi così male; ci si sbizzarrisce ad inventare le cose più strane e possibilmente divertenti, si aiutano i bambini a disegnare e colorare milioni di arcobaleni carichi di speranza, si spera e si continua a combattere, insieme.

La riduzione dei consumi e dell’inquinamento.

L’hanno già scritto e lo stiamo scrivendo in molti, ma la Terra vista dallo spazio dopo alcuni mesi di CoVid 19 – lei sì, Madre Terra – ha un aspetto più sano. Sopra la Cina è diminuito del trenta per cento e presto sarà così anche sopra l’Europa.

Come se per il pianeta la vera infezione fossimo noi; non sono certo il primo a sostenerlo, ma danni nei suoi confronti ne abbiamo fatto davvero parecchi e gravissimi; in un certo senso è come se la Terra, visto che da decenni ce ne freghiamo di qualsiasi richiamo, allerta, avviso, come un severissimo insegnante ci avesse messo tutti quanti in castigo per prendere drastici provvedimenti; vi ospito, vi tollero – pare dire – e avete ricambiato con ogni sorta di nefandezza, illudendovi di poter fare ciò che più vi piace senza, alla fine, doverne pagare un prezzo; il prezzo, lo vediamo tutti in questi giorni e in queste ore, è invece altissimo, ma lei, Madre Terra, pare continuare a dire, per chi vuole ascoltare:

«Sono stata costretta, mi avete costretta a prendere provvedimenti drastici e immediati per rallentare la vostra folle corsa.»

Così, visto il fermo obbligato in intere nazioni di milioni di auto e altri mezzi, anche i consumi di combustibili fossili, che non sono inesauribili, tutt’altro, sono stati ridotti parecchio.

Le Messe in streaming dalle chiese vuote.

Per chi è credente, non è semplice accettare questa condizione che fino a “prima” sarebbe parsa semplicemente assurda; la nuova esigenza però così impone, per cui prima di ringraziare la tecnologia che ancora una volta lo permette, lodevole l’iniziativa di tanti sacerdoti che celebrano “in streaming” portando comunque le parole di conforto delle Scritture (e loro personali) a chiunque ancora una volta voglia ascoltare; con così tanto tempo a disposizione, forse anche qualche non credente ascolterà (se non ha già ascoltato) con maggiore attenzione, ma qui entriamo nel campo delle coscienze personali per cui chi scrive si tira rispettosamente indietro.

La riscoperta della solidarietà e dell’unità nazionale.

Non siamo in tempi di mondiali di calcio, pure sono spuntate sui balconi, accanto agli arcobaleni dei bambini,  le bandiere tricolore, mentre la canzone più cantata dalle persone normali è l’inno di Mameli; gesti e note carichi sì di retorica, ma necessari in questo momento difficilissimo, dove davvero sentirsi “fratelli d’Italia” è indispensabile, serve a darci coraggio l’un l’altro, perché nonostante la cialtroneria di pochi, a qualsiasi livello, le persone comuni nella nostra Storia quando è stato il momento di darci dentro sul serio l’hanno sempre fatto stupendo il mondo: l’esempio corrente sono le migliaia di medici, infermieri, personale medico – sanitario che continuano ad immolarsi negli ospedali e al quale ieri, non potendo fare altro, è stato rivolto un applauso comunitario sempre dalle finestre e dai balconi; ci sono poi migliaia e migliaia di piccoli gesti di solidarietà (penso a chi si è offerto di fare la spesa per persone impossibilitate ad uscire di casa, o ritirare ricette e analisi, pagare bollette e così via) quotidiana che non troveranno mai spazio sui titoloni dei giornali e quindi resteranno ignoti, ma lo si sta facendo, chi fa del bene lo fa in silenzio, ma c’è.

Conclusioni (temporanee):

Come scrivo spesso e non mi stancherò mai di ripetere, non sono esperto in nulla né mi permetto di “dar lezioni” a nessuno; scrivo ciò che penso, in base a ciò che vedo e sento; se qualcuno ha voglia di leggermi gliene sono grato, tutto qui. Ribadisco però continuo a sperare, perché possiamo uscirne e ne usciremo, il sole fuori c’è già, ma voglio smetterla presto di poterlo vedere solo dalla finestra.

Si va avanti, venceremos!

Davide De Vita

Il sole tornerà anche qui.

Iglesias per post 11 marzo il sole tornerà

Iglesias, 11 marzo 2020, terzo giorno di Red Zone nazionale.

Buon pomeriggio,  chiediamoci un perché.

Chissà quanti e quali sono, i perché da chiederci, a pensarci…

Ho iniziato a scrivere questo blog qualche anno fa con questo incipit e così proseguo anche se non ho risposte alle innumerevoli domande, agli infiniti “perché” che tutti ci poniamo in questo periodo.

Scrivo rigorosamente da un’abitazione, durante qualche minuto di pausa di lavoro.

Giro i turni,  per cui esco da casa mia intorno alle sette e trenta del mattino per essere qui a lavoro alle otto, poi smonto il giorno dopo, sempre alle otto, quindi percorro sempre lo stesso tragitto.

Da alcuni giorni è cambiato tutto: non vedo più all’andata, dalla macchina, la ragazza persa nel suo mondo e nella sua musica ascoltata dalle cuffiette andava a scuola un po’ imbronciata, pensierosa ma spedita.

Non vedo più, al ritorno, un’altra ragazzina dai capelli lunghi e ricci, sbarazzina, coi jeans strappati come si usa, parlare al cellulare immagino col proprio fidanzatino: lei era sempre sorridente, apparentemente padrona del mondo e col futuro davanti.

Solo per fare due piccoli esempi di normale vita quotidiana.

Non vedo più tante altre persone che incontravo nel mio percorso abituale e – come stiamo scrivendo in tanti – mi colpiscono il silenzio e le strade deserte.

Tutto appare innaturale, surreale, come in un sogno o in un incubo.

Provo ansia, non lo nascondo, scrivo per combatterla, ma nutro speranza.

Provo sdegno per comportamenti a dir poco irresponsabili e non aggiungo altro, tutti sappiamo, leggiamo, vediamo.

Provo grande tristezza per i bar e altri esercizi commerciali che stanno chiudendo volontariamente, senza aspettare qualche ordinanza da un qualsiasi livello, locale o centrale.

Non si navigava in buone acque prima di questa sciagura, ora siamo peggio che in ginocchio.

Pure, non voglio credere che crolleremo, non è da noi.

Per rialzarci,  però,  dobbiamo finalmente avere il coraggio di lasciare – temporaneamente, se volete – le sciocchezze, le cose inutili e concentrarci su ciò che conta davvero più di tutto: la nostra residua umanità.

Quella bella, quella che non fa rumore se non quando si sacrifica, si immola come stanno facendo migliaia di medici e infermieri in tutta Italia, con turni senza fine (al loro confronto i miei diventano ridicoli), sottopagati, derisi, insultati, picchiati fino a pochi giorni fa e ora in prima linea, in trincea.

Notizia di ieri: alcuni di loro si sono presi degli sputi in faccia da uno che “aveva perso la pazienza” e non voleva più aspettare.

Pure, medici, infermieri, operatori sanitari ci sono sempre stati, lì, solo che non ci volevamo pensare.

C’eravamo sempre “prima noi”.

Prima “io”.

Quando tornerà il sole – e tornerà – saremo chiamati tutti a ricostruire, ripartire, riprendere la strada: spero avremo imparato tanto da tutto questo, soprattutto che continuare a pensare “prima io” non solo è sbagliato, ma estremamente dannoso.

Analisti, psicologi, antropologi, storici esamineranno questo fenomeno globale senza precedenti e, come già stanno facendo alcuni di loro, ci faranno notare come questa situazione ci abbia fatto comprendere, drasticamente, che rallentare il ritmo della vita è possibile; fermare il campionato di calcio è possibile; ridurre notevolmente l’inquinamento (vedi Cina dallo spazio) è possibile; che le sciocchezze, le idiozie prive di fondamento scientifico prima o poi si rivelano per ciò che sono, con  valore pari a zero; che leggere non è poi così brutto; che studiare è assolutamente necessario, indispensabile; che i confini – lo ribadisco – esistono solo nella nostra testa e in un rapidissimo giro di giostra si può passare da “respingenti” a “respinti”.

Amara, dura e cruda come lezione, ma esemplare: non la apprenderemo tutti, purtroppo, spero però che si sia in tanti, soprattutto tra quelli che prima “chi se ne frega“.

Non sono il primo a scriverlo però condivido il pensiero: è come se la Natura, il Pianeta, o anche Dio se volete e per chi ci crede, si fossero rotti abbastanza i cosiddetti per la nostra presunzione, superficialità, pressapochismo, egoismo, intolleranza e ci stesse prendendo a schiaffoni ogni giorno (“a talleri”, con un tagliere di legno spesso, diceva un mio caro zio…) per metterci di fronte alla nostra mancanza di responsabilità.

Da giorni, settimane – in attesa di poterlo rifare serenamente – non è più tempo di giocare ma di assumerla, tutti e ciascuno, questa responsabilità.

Così il sole, se gli avremo facilitato la strada, tornerà prima.

Davide De Vita

 

 

Iglesias? Village People!

Iglesias Village People

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Come va? Come state?

Sono stato un po’ assente su queste pagine in quanto impegnato a vivere, lavorare, scrivere altro.

Cominciamo con le solite, doverose premesse: intanto, il sottoscritto è il primo a battersi la mano sul petto pronunciando “mea culpa, mea maxima culpa” in quanto ha fatto e detto cose di cui si vergogna.

Sono errori che ho commesso, non li disconosco, ma – superati l’imbarazzo, il disagio e lo sconforto – come tali li reputo.

Poi: il gruppo musicale al quale faccio riferimento in questo articolo mi piaceva pure, lo utilizzo in questo contesto perché i loro travestimenti erano usati in maniera intelligente, simbolica e auto-ironica.

Aggiungo: non sono esperto di nulla, assolutamente di nulla.

Perciò ultimamente più che rispondere a provocazioni dette o scritte faccio un respiro profondo e… Tiro avanti.

Perché rispondere sarebbe facile, veramente facile: un ragionamento sensato penso di essere in grado di sostenerlo, ma …

A che scopo?

Servirebbe?

Purtroppo no, non più.

Soprattutto di questi tempi (ma anche in tempi passati, ahimè…) e ad Iglesias, cari concittadini…

Okay, “cari concittadini” è un’espressione che sa fin troppo di politica e lungi da me pensare soltanto di sfiorare l’idea di entrarvi (in politica, appunto): non ne ho le capacità, non ne sarei in grado e soprattutto non lo voglio fare.

Tra l’altro sono uno qualunque, senza titoli, amen. 

Ciò che mi ha fatto riflettere,  invece,  è l’ergersi di qualcuno, ogni tanto, a moralizzatore, giudice, urbanista, commercialista, architetto, critico d’arte, esperto di tutto e di più e via di questo passo, come al solito chi più ne ha più ne metta.

Ribadisco: l’ho fatto anch’io e ho sbagliato a farlo, me ne rendo conto e lo ammetto, spero di non ripetere l’errore.

Perché – qui arriviamo al nocciolo della questione – c’è una bella differenza tra esprimere un’opinione (più che lecita, sia positiva sia negativa) e, invece, sputare sentenze come se si fosse depositari di chissà quale Verità Assoluta e Dogmatica.

Non solo non la possiede nessuno, ma in special modo non la possiede nessuno qui ad Iglesias.

L’ho scritto in altra sede e lo ribadisco: questo è un villaggio un po’ troppo cresciuto, vestito da signora, che ambisce ad essere signora e diventare finalmente città.

Per questo il riferimento a quel vecchio gruppo musicale.

A me piace, intendiamoci, amo Iglesias, contraddizioni e problemi compresi, perché siede sulla Storia (purtroppo spesso ci ha dormito anche, nonostante ultimamente si siano moltiplicate le iniziative in senso contrario e ben vengano!) e ha potenzialità che – sempre a mio parere – sono state valorizzate ancora in minima parte ed è giusto che ci si provi, ci si impegni anche in questo campo come in tanti altri.

Il rovescio della medaglia è però, appunto,  l’aspetto “villaggio”: qui – come in qualsiasi altro centro di provincia del mondo – ci si conosce tutti bene o male e si sa tutto di tutti.

Perciò di ogni gallo che canta si conoscono pollaio, confini dello stesso, vita morte e miracoli, “segreti” che difficilmente sono ancora tali.

Di tutti, nessuno escluso, me compreso e me per primo, sottolineo ancora una volta.

Se questo può essere per certi aspetti un difetto, da un altro punto di vista può essere una garanzia:

<< Cosa stai dicendo? Parli proprio tu che… >>

A tutto ciò aggiungete l’enorme amplificatore dei social, che appunto ingigantisce sia le – poche, ahimè … – buone idee sia le – troppe, ahimè… – cazzate intergalattiche.

Siamo però ad Iglesias, perciò – ripeto – è fin troppo facile fare e disfare.

Mi correggo: fare è difficile, disfare (anche solo a parole…) un’inezia.

Il mio umile appello perciò – e concludo – è quello di guardarci prima allo specchio prima di sparare a zero contro chiunque e qualsiasi cosa.

Sarà un appello inascoltato, non letto?

Pazienza.

Almeno ci avrò provato.

Perché anche qui non solo siamo un po’ tutti “Village People”, ma vale più che mai l’evangelico

<< Chi è senza peccato… >>

Davide De Vita