Fillu miu! – sulla rievocazione (ed. 2019) dell’ 11 maggio 1920 ad Iglesias

rievocazione 2019 11 maggio

Buona sera  e chiediamoci un perché.

Perché è necessario, fondamentale tenere viva la memoria storica di una città, di una terra, di ciò che il suo ventre racchiude da millenni e con enorme fatica, sudore, sacrifico, lacrime e sangue le è stato sottratto?

Perché solo conoscendo il proprio passato e le proprie radici si può costruire un solido futuro.

Perché a volte insegnano di più le storie vere raccontate a casa dal nonno piuttosto che i libri di Storia che certe vicende le ignorano del tutto o – al massimo – vi dedicano due o tre righe superficiali.

Ci sarebbero anche tanti altri motivi, ma per dirla con i ragazzi dell’Istituto Comprensivo “Eleonora d’Arborea” di Iglesias, che – coordinati da tutto il corpo docente, tra cui il prof che non vuole mai essere nominato ma che in città conosciamo tutti, insieme a tanti altri collaboratori pubblici e privati – ormai dal 2007 rievocano i tragici fatti di sangue del 1920, “per il pane”.

Perché di questo alla fine si tratta: della rivendicazione più che legittima di una paga adeguata, di un salario dignitoso, di un tozzo di pane in più per sé stessi e per le proprie famiglie.

La cronaca della vicenda è nota: i minatori di Campo Pisano, Monteponi e S. Giovanni Miniera protestavano ormai da tempo per avere condizioni salariali e di vita migliori. L’8 maggio 1920 ci fu una massiccia protesta davanti al palazzo della Sottoprefettura: gli operai rivendicando una maggiore razione di pane. Il lunedì successivo il direttore della miniera di Monteponi, l’ingegner Andrea Binetti, comunicò ai minatori che la mezza giornata del sabato precedente non lavorata non sarebbe stata retribuita.

Dopo ripetuti e vani appelli rivolti alla direzione, gli operai decisero di proclamare un’altra giornata di sciopero. Era l’11 maggio 1920, un martedì. Circa 2 mila minatori si ritrovarono nella miniera di Monteponi. Un enorme corteo diretto all’ufficio del sindaco Angelo Corsi si formò in quei due chilometri che separano Monteponi dalla città di Iglesias.

Nel frattempo il Sottoprefetto organizzò le proprie milizie nel timore di tumulti e sommosse, come certificato da documenti storici custoditi nell’archivio storico di Iglesias e Cagliari. Al loro arrivo in prossimità del palazzo comunale, nella via Satta, adiacente la piazza Municipio, i minatori trovarono i soldati della guardia regia a sbarrare loro la strada.

Tutto accadde in pochi minuti. Dopo l’ennesimo tentativo di dialogo col sindaco andato loro incontro gli eventi precipitarono. I soldati iniziarono a sparare contro gli operai. Fu strage. Cinque uomini morirono subito. Altri due morirono dopo alcuni giorni in seguito alle ferite riportate. Altri 22 furono feriti.

Questa la cronaca abbondantemente studiata, verificata, documentata negli anni, degli accadimenti del 1920.

La cronaca spicciola della rievocazione di oggi, 11 maggio 2019, comincia con dei ragazzini e ragazzine visibilmente emozionati, con indosso abiti d’epoca abilmente confezionati, che si incontravano un po’ ovunque per le vie e i vicoli del centro storico.

Chi scrive ha incontrato alcune ragazze e dei “soldati” con tanto di fucile, notando gli sguardi di ammirazione degli altri passanti, perché l’“Undici maggio” fa parte di Iglesias, fortunatamente lo si insegna a scuola in questa splendida maniera, facendolo rivivere a quegli stessi ragazzi che spesso sono pronipoti di chi i fatti del 1920 li visse sulla propria pelle.

La rievocazione comincia e il pubblico è trasportato indietro nel tempo, in un’altalena di emozioni e sentimenti che ha il suo culmine quando partono gli spari, gli operai muoiono, una delle donne urla lasciando cadere una brocca d’acqua e precipitandosi verso il proprio marito morente a terra, altre gridano per lo stesso motivo o perché hanno perso il figlio, il fratello.

Un grido sovrasta gli altri:

Fillu miu!

E la commozione è palpabile tra tutti, anche chi scrive non riesce a trattenere una lacrima.

È una rievocazione laica, ma l’accostamento alla “pietà” della Madonna col Cristo morente tra le braccia è inevitabile, così come alla fine, con tutto il dovuto rispetto per quella sacra, è difficile non pensare all’eucarestia mentre alcune ragazze distribuiscono agli spettatori più vicini dei pezzi di pane.

La folla che oggi gremiva piazza Municipio fin da qualche ora prima che la rievocazione cominciasse è stata accolta dal sindaco Mauro Usai che si trovava accanto ai rappresentanti dei “paesi dell’Oro del Monte Rosa”, gemellati con Iglesias per la comune storia mineraria e la fervida attività delle associazioni “Figli della miniera” e “Prendas de Iglesias”.

Onore ai minatori caduti e profondo rispetto per chi allora si batté per quel tozzo di pane e grazie infinite ragazzi perché se oggi – quando forse ne abbiamo più bisogno  che in altri periodi – c’è una speranza, siete voi.

Davide De Vita

Notre Dame brûle.

Notre Dame incendio guglia crolla

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché è necessario fermarsi a riflettere sul rogo della cattedrale di Notre Dame de Paris?

Perché è un simbolo potentissimo, ricco dentro e fuori, fisicamente e per metafore, di altri innumerevoli simboli.

Tutti abbiamo visto e probabilmente stiamo ancora vedendo in tv (è naturalmente l’argomento del giorno) le immagini delle fiamme che distruggono una delle chiese più famose del mondo, forse la più famosa dopo la stessa basilica di san Pietro.

Due righe di Storia, come sempre da mamma Wiki:

La cattedrale metropolitana di Nostra Signora (in francese: Cathédrale métropolitaine Notre-Dame; in latino: Ecclesia Cathedralis Nostrae Dominae, conosciuta anche come cattedrale di Notre-Dame o più semplicemente Notre-Dame (pronuncia [nɔtʁə dam]), è il principale luogo di culto cattolico di Parigi, cattedrale dell’arcidiocesi di Parigi, il cui arcivescovo metropolita è anche primate di Francia. Ubicata nella parte orientale dell’ Île de la Cité, nel cuore della capitale francese, nella piazza omonima, rappresenta una delle costruzioni gotiche più celebri del mondo ed è uno dei monumenti più visitati di Parigi. In base alla Legge francese sulla separazione tra Stato e Chiesa del 1905, l’edificio è proprietà dello Stato francese, come tutte le altre cattedrali fatte costruire dal Regno di Francia, e il suo utilizzo è assegnato alla Chiesa cattolica. La cattedrale, consacrata nel 1182, basilica minore dal 27 febbraio 1805, è monumento storico di Francia dal 1862 e Patrimonio dell’Umanità.

Un’infinità di simboli e significati, dunque, travolti e distrutti dalle fiamme, da un rogo enorme di cui ancora non si conoscono con certezza le cause, definite con sempre maggiore insistenza “accidentali”, escludendo quindi sia la matrice criminale, sia quella – temutissima – terroristica.

Ad esser sinceri dubito sapremo mai veramente cosa sia successo: resta il fatto, trasmesso in diretta e in mondovisione, che uno degli edifici più belli e famosi del mondo non esiste più nella forma e nelle fattezze con le quali l’abbiamo sempre visto, anche chi non è mai stato a Parigi: era quello, infatti, ben prima della stessa Tour Eiffel, uno dei simboli più identificativi della città, un po’ come il Colosseo o la Basilica di san Pietro per Roma, il ponte sul Tamigi per Londra, la statua della Libertà per New York. A proposito di New York, le immagini del crollo della guglia ricordano in maniera impressionante quelle del crollo della prima torre del World Trade Center l’undici settembre duemilauno.

Non ci sono stati morti, questo è vero, ma il fatto che sia stata proprio quella chiesa a venir giù, una delle chiese cattoliche più famose del mondo, all’inizio della Settimana Santa, quanto meno fa riflettere.

Perché nonostante non sia stato un attentato terroristico – e meno male – ha ricordato a tutti quanto siano fragili, ancora nel XXI secolo, le opere dell’uomo, per non dire quanto sia fragile egli stesso nella sua enorme complessità.

Sono andati in fumo secoli di Storia, di fede, di ispirazione per tutte le arti anche per chi credente non è mai stato: un crollo che si porta via un pezzetto di noi, del nostro piccolo grande mondo che ci illudiamo sia al sicuro e invece non lo è, non lo è per niente.

Un monito, anche.

Perché la Storia è cultura e va preservata e non cancellata, nascosta o peggio ancora distrutta: meno cultura significa più pseudo ordine, sempre a danno di democrazia, tolleranza, diritti. Concetti questi che non significano “nessuna regola” ma regole civili, al passo con il Terzo Millennio che nonostante tutto abbiamo cominciato ad attraversare da quasi vent’anni.

L’arte, la bellezza, la meraviglia di cui è stato capace – e per molti aspetti lo è ancora – l’Uomo in tutti questi secoli, durante i quali non ha ideato, progettato, costruito solo armi, andrebbero mostrate e vissute ancora di più, in modo che ce ne si innamori perdutamente, perché appartengono a ciascuno di noi, nessuno escluso.

Mi rendo conto di sfiorare l’Utopia, ma a questo punto, col vento che tira, anche questo “innamoramento” è più necessario che mai.

Altrimenti catastrofi come questa, per disattenzione, incuria, cattiva manutenzione ne accadranno altre e ne accadranno presto.

Così come ogni singola vita umana ha un valore altissimo, anche ciò che la mente e le mani umane, degli artisti, creano, valgono molto di più di quanto per pigrizia ci siamo abituati a pensare.

Per poi piangere, come in questo caso, quando opere immense vanno in fumo.

Davide De Vita

Recensioni: “Il ponte del diavolo”, di Cristiano Niedojadko

Coperttina Il Ponte del Diavolo

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché leggere “Il ponte del diavolo – I fenomeni del diavolo”, ultima fatica letteraria appena data alle stampe dall’autore Cristiano Niedojadko?

Intanto, perché è un bellissimo romanzo.

Cerchiamo di capirci ancora meglio: prendete dallo scaffale, se li avete, “I pilastri della Terra” di Ken Follett e “Il codice da Vinci” di Dan Brown, più qualche “giallo” a scelta di Michael Connelly.

Fatto?

Bene, ora rimetteteli pure sullo scaffale, ma teneteli in mente.

Perché questo non è un semplice romanzo, quali che siano i vostri gusti di lettrice o lettore. 

Avrete tra le mani, infatti, una vera e propria macchina del tempo a quattro corsie, correlate sì l’una con l’altra, ma indipendenti tra loro. 

Attraverserete i secoli, partendo dall’epoca dell’incredibile, ma assolutamente vera Matilde di Canossa, passando poi per il XV e sorvolando con maestria le vicende italiane legate alla Seconda Guerra Mondiale, l’occupazione nazista e la resistenza partigiana, per atterrare magistralmente ai giorni nostri.  

La vicenda, o le vicende, si snodano lungo un intreccio apparentemente molto complesso, ma piacevole da districare pagina dopo pagina.  

Niedojadko mette moltissima carne al fuoco, sommergendo il lettore fin dall’inizio di indizi più o meno criptici, ma raggiunge pagina dopo pagina livelli che ricordano molto da vicino gli autori più sopra citati, senza mai rinunciare però al suo personalissimo stile, grazie al quale i personaggi balzano fuori da queste pagine in tutta la loro umanità. 

Una o più cacce al tesoro, omicidi ed esorcismi, sette segrete e monaci dalla fede incrollabile che le contrastano e le combattono con ogni mezzo, “male inferiore per bene superiore”: questo e molto altro è il “Ponte del diavolo”, un romanzo incantato che ti ghermisce pian piano paragrafo dopo paragrafo, fino a non mollarti più perché sarai con gli eroi delle varie storie nascosto su un carro in compagnia della reliquia di un santo e di un gatto enigmatico, oppure in un sotterraneo inseguito da feroci nazisti come nella migliore tradizione di “Indiana Jones”. Nel “Ponte” c’è azione, ricerca, filosofia, storia, passione, il tutto ben mescolato con sapiente maestria da chi l’ha saputo scrivere con autentica passione. 

Svelare altro di questo romanzo sorprendente sarebbe sacrilegio: vale la pena, perciò,  vivere personalmente quest’avventura che attraversa e intreccia tempo, Storia, enigmi, passioni e molto altro.

Il volume, presto in libreria ad Iglesias, al momento può essere richiesto direttamente all’autore.

Davide De Vita

Simboli.

nave simbolo paleocristiana

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché cercare un simbolo, coi tanti che già ci sono in giro?

Mi riferisco ad un simbolo che, pur testimoniando la contrarietà a ciò che viviamo in questi ultimi tempi, non sia “contro” nessuno ma invece proposito e promotore di speranza, proprio perché pare ce ne sia sempre meno.

Perché non voglio restare indifferente e voglio che si sappia che non lo sono. Perché ho provato a cercarne già pronti in rete, ma non mi convincevano.

Perché ne ho parlato con Rita e ci siamo trovati d’accordo sul cercarne uno il più semplice possibile e comprensibile da tutti.

Allora mi sono ricordato della Storia.

La cito in continuazione, quindi è ora di usarla e proporla.

La metto in collegamento con l’attualità, perché non ignoro la strage di cristiani nelle Filippine, da condannare senza se e senza ma, però non cado nel facilissimo tranello dell’affermare “sono stati i mussulmani” perché non è esatto, non è corretto. È stato il Daesh a rivendicare l’attentato, cioè l’Isis, cioè la peggiore estremizzazione dell’Isis. NON “i mussulmani”. Esempio: le Brigate Rosse rapirono ed uccisero Moro, non è la stessa cosa di “gli italiani rapirono ed uccisero Moro”.

Ecco perché sono importanti non solo i simboli, i loro significati e il loro significante, ma la loro corretta interpretazione e comprensione.

La bandiera nera dell’Isis, tristemente famosa, NON è il simbolo dell’Islam.

Okay, mi fermo un momento: intanto, vediamo che ci dice mamma Wiki sul significato del termine “simbolo”:

Il simbolo è un elemento della comunicazione, che esprime contenuti di significato ideale dei quali esso diventa il significante[1] Tale elemento, sia esso un segno, gesto, oggetto o altra entità, è in grado di evocare alla mente dell’osservatore un concetto diverso da ciò che il simbolo è fisicamente, grazie a una convenzione prestabilita (es. la croce è il simbolo del Cristianesimo) o a un aspetto che lo caratterizza (es. il leone è il simbolo della forza).  

Tornando a noi, al nostro piccolo mondo, ho pensato, dicevo, alla Storia; mi sono ricordato dei primi cristiani, o paleocristiani o protocristiani, i quali, non potendo professare pubblicamente la propria fede (a Roma) si servivano di simboli, estremamente forti ed efficaci, per promuoverla. Moltissimi di questi sono visibili nelle catacombe. C’è stato poi il disegno di un bambino, che circola in questi giorni, che raffigura una nave… Il collegamento è stato immediato: doveva essere quello, doveva essere semplice come il disegno di un bambino e – si spera – altrettanto efficace.

Per quegli strani “corto circuiti” della Storia, un simbolo proveniente da secoli fa potrebbe, a nostro avviso, essere addirittura più progressista di quelli attualmente in circolazione.

In ogni caso, da persone normalissime, ci proviamo.

Per questo, per non restare indifferenti, perché si sappia che Rita ed io non lo siamo, proveremo a dipingere su un lenzuolo questo semplice simbolo e lo esporremo dal nostro balcone, magari sabato e magari ce lo lasceremo pure finché lo riterremo opportuno. Un piccolo segno, senza dubbio, non siamo grafici, ma lo vogliamo fare da uomo e donna liberi, finché ci è ancora permesso.

Se poi ci vorrete imitare, ci farà piacere.

Davide De Vita

Con Rita Cao

Fonte:

Fonte:

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/filippine-strage-davanti-alla-chiesa

[1]  In linguistica con significante si indica il piano dell’espressione, correlato al significato, o piano del contenuto, all’interno di un segno. Il significante è la forma, che rinvia a un contenuto

 

Recensioni: “B 17: ali sull’isola”, Alessandro Lai

copertina estesa b 17 per recensione

Buonasera e chiediamoci un perché.

Tranquilli, niente politica oggi, non mi va.

Chiediamoci invece perché leggere un libro per il quale mi sono offerto di fare il lavoro di revisione e editing.

La prima risposta è perché l’autore è un amico di vecchissima data e, presso la sua azienda di famiglia produce un miele (e altri prodotti affini) fantastico, che vi invito ad assaggiare, ma non è il motivo principale.

Il motivo principale è che, con “B 17: ali sull’isola”, che da ieri è disponibile sul sito “ilmiolibro.it”, Alessandro Lai è riuscito a raccontare una bella storia e parlare di Sardegna a modo suo, con un suo stile molto personale che, a mio modo di vedere, di questi tempi non è poco.

Alla prima esperienza come scrittore, Lai mette in scena una vicenda nella quale s’intrecciano ricordi delle due guerre mondiali, la conoscenza e lo sviscerato amore per la terra di Sardegna e una non comune fantasia narrativa.

Ci prende quindi per mano e ci invita a seguire le avventure di un immaginario aviere statunitense che, dopo aver attraversato gli Stati Uniti per finire a bordo di una “fortezza volante”, il “B – 17 “del titolo, si trova impegnato col suo equipaggio in una delle più feroci battaglie aeree svoltesi nei cieli del Mediterraneo durante la Seconda Guerra Mondiale. Il suo aereo avrà la peggio, ma lui si salverà paracadutandosi e atterrando in Sardegna, più precisamente nel Supramonte selvaggio.

Qui entrerà in contatto con una banda di latitanti e, soprattutto, con l’altro co-protagonista del romanzo, tale Borore Tanas di Oliena, figura sì altrettanto immaginaria, ma che racchiude in sé quanto l’Autore ha raccolto e conosce sui banditi e sul banditismo sardo, sulle montagne per le quali i banditi si muovono, sulla vita, gli usi, i costumi, le tradizioni e le usanze della società agro-pastorale sarda di ottanta e più anni fa.

Altri ne hanno scritto e ne scriveranno ancora, magari con il lustro di titoli accademici, però Lai ci mette del suo e lo fa con grande cuore e passione: tutto questo, oltre a dare una vena di romanticismo al testo (che non guasta) gli conferisce lo stesso profumo del pane carasau appena sfornato o lo stupore che conquista chiunque si trovi per la prima volta nella valle di Lanaittu o nell’incredibile rifugio naturale di Tiscali.

Non mancano i racconti di guerra, narrati da Tanas intorno al fuoco, come si faceva un tempo, nei quali lo stesso personaggio acquista ancora più spessore essendo anche un veterano della Grande Guerra che ha conosciuto Emilio Lussu…

“B 17” è insomma una lettura piacevole e sorprendente, scritto da chi, ex sottufficiale di Marina e trekker professionista, proprio durante un periodo difficile della sua vita ne ha voluto fare un dono d’amore per sua moglie, sua figlia e l’aspra e selvaggia terra di Sardegna.

Davide De Vita

Recensioni: “Prima che gridino le pietre”, padre Alex Zanotelli.

Prima che gridino le pietre immagine per blog

Buongiorno, buon anno e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, leggere (e capire bene) “Prima che gridino le pietre” non è diventato ormai necessario, ma indispensabile?

Perché quest’urlo di “santa collera” (cit.) di padre Alex Zanotelli è illuminante, smentisce ancora una volta tutte le menzogne che ci sono state propinate in questi ultimi anni, ultimi mesi, con dati alla mano raccolti da chi, per decenni, “a casa loro” ci ha vissuto, la conosce, la ama pur devastata da secoli dalla cosiddetta civiltà dell’uomo bianco occidentale (ma non solo).

Il libro comincia col racconto di una miniera di sale controllata dai francesi (sì, i nostri “cari cugini d’oltralpe” …) nel diciannovesimo secolo. Lì erano les italiens a vivere nelle baracche, ad essere sfruttati ai limiti della schiavitù, ad essere accusati di puzzare e di essere sempre ubriachi oltre che pigri… Beh, prendete tutte, proprio tutte le accuse che oggi rivolgiamo agli immigrati e calatele in quel contesto: ora avete il quadro completo, preciso. Aggiungete poi il diffondersi di una falsa notizia di un gravissimo crimine (poi rivelatasi assolutamente infondata) e il gioco è fatto: l’odio esplose, ci furono morti, una strage.

Questo è quanto: l’odio non porta ricchezza, non è di certo portatore di pace, genera soltanto altro odio e violenza sempre più feroce.

“Casa loro”, dicevamo.

A “casa loro”, l’Africa, la schiavitù, quella proprio delle navi negriere, delle catene, degli indicibili inferni, l’abbiamo portata noi, bianchi “civili” e “bravi cristiani”, spesso giustificandola citando la Bibbia… Beh, a loro e ai loro discendenti questa cosa (chissà come mai… ) non è andata giù, è rimasta come un marchio indelebile nell’anima che li ha sempre fatti sentire – mentre noi gettavamo benzina sul fuoco e magari anche un bel po’ di loro stessi – inferiori.

Noi, invece, cari signori, tutti quanti, tutta l’umanità, dall’Africa discendiamo: l’uomo come lo conosciamo è nato qui. Solo questo dovrebbe farci riflettere e non poco, in un mondo ideale…

Questo però non è un mondo ideale: questo è un mondo dove l’Africa, da sempre, è il grande magazzino gratuito (o quasi) dell’Occidente industrializzato, ma non solo: anche gli stati arabi e di recente i cinesi (che stanno comprando vastissime aree di territorio a prezzi stracciati) se ne sono accorti e si servono comodamente, prendendo quello che vogliono.

Avete un cellulare o un pc?

Se state leggendo queste righe, evidentemente sì. Ne scrissi tempo fa, ne hanno scritto in tanti prima di me e ne scriveranno ancora: la maggior parte di questi apparecchi è costruito col coltan, una sorta di silicio indispensabile per il loro funzionamento.

Questo materiale è estratto da bambini e bambine, uomini e donne ridotti in schiavitù (sì, ancora oggi duemila diciannove appena cominciato) dai signori della guerra che controllano le aree nelle quali si trovano le miniere a cielo aperto e che lucrano vendendolo ai grandi colossi occidentali, inutile fare i nomi delle varie aziende, non ne manca una.

Ci sono poi l’uranio, il legname pregiato, l’oro, i diamanti, il petrolio

Per non parlare del fantastico sbocco del traffico d’armi internazionale: anche all’interno di uno stesso stato africano (di tanti di essi…) ci sono varie fazioni, i cui eserciti più o meno raffazzonati hanno – tutti – fame di fucili mitragliatori automatici e mine antiuomo (giusto per fare qualche esempio).

Armi che molto spesso, vista l’altissimo tasso di mortalità in generale, non solo infantile, finiscono tra le mani dei bambini-soldato.

All’Occidente questo stato di cose fa comodo, è sempre stato così: le nefandezze commesse “a casa loro” da noi italiani (“brava gente”?) in Etiopia, Eritrea, Somalia non sono state dimenticate. Non sono stati da meno però francesi, inglesi, tedeschi, belgi. Tutti hanno preso, depredato, stuprato, incendiato, distrutto tutto ciò che volevano e in certi casi continuano a farlo impunemente. Chi osa opporsi a questo stato di cose, oggi, è torturato, stuprato, ucciso insieme a tutta la sua famiglia…

Ecco perché scappano da “casa loro”: quella è casa loro.

Non ditemi che non sareste contenti anche voi di essere violentati, abusati, torturati davanti a vostra madre e alla vostra famiglia intera mentre a tutti loro viene tagliata la testa e altre parti del corpo, a “casa vostra”, no?

Mi raccomando, non vi venga in mente di fuggire (e perché?), potreste sempre sperare nell’aiuto “a casa vostra” di un Salvini di turno…

Padre Zanotelli è cristallino anche su questo:

o la Lega di Salvini (ma anche la Lega prima di lui) o il Vangelo.

Non c’è scampo, per chi ha ancora una coscienza.

Non evita di puntare il dito anche contro la “sua” Chiesa, colpevole, con i suoi rappresentanti a vario titolo, di essersi voltata fin troppe volte “dall’altra parte”.

Perché, afferma ma sembra di sentirlo urlare, con quella “santa collera” di cui sopra:

<< Dio è schierato, è il Dio degli oppressi, degli schiavi, dei poveri. >>

Concetto che non stride nemmeno un po’ col messaggio evangelico.

Zanotelli, inoltre, riconosce a papa Francesco il merito di parlare apertamente di queste cose, di aver fatto discorsi importanti su questo tema.

Però lo vede solo, troppo solo.

Il testo prosegue descrivendo con dati, cifre, statistiche precise e non modificate a favore della propaganda in eccesso o per difetto (tutti dati verificabili da chiunque, basta volerlo fare davvero e ragionare con la propria testa…) la reale situazione dei più noti stati africani dai quali provengono i migranti.

I quali, in tutta Europa, sono un numero enormemente inferiore a quello che ci si vuole far percepire per incrementare la paura del “nero a chilometro zero” e con quel terrore, il consenso di chi ora è al governo.

Non manca di spiegare molto bene come funziona davvero il sistema inefficace dei centri di accoglienza diversi dal modello SPRAR, che invece ritiene sì anche quelli migliorabili, ma già un buon passo nella giusta direzione. Il libro andava in stampa mentre Mimmo Lucano, sindaco di Riace, veniva fermato con diversi capi d’accusa; il “modello Riace” però nel frattempo è diventato famoso nel mondo, mentre molti di quegli stessi capi d’accusa non hanno trovato fondamento giudiziario. Il tutto è ancora in corso, staremo a vedere.

Tornando al business dei migranti, Zanotelli spiega, dati alla mano, come quei famosi trentacinque euro per migrante finiscano invece sempre e per la maggior parte nelle mani di albergatori e “benefattori” senza scrupoli, che gestiscono questi “centri” (diffusi in tutta Italia, da nord a sud isole comprese) come facevano gli agenti delle “riserve indiane” nel West dei giovani Stati Uniti della fine Ottocento…

Dalla Storia, però, non vogliamo imparare mai.

Concludo con quella che nel libro è una “piccola premessa”:

<< Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), i rifugiati nel mondo sono sessantacinque milioni, l’86 per cento dei quali è ospitato nei paesi più poveri. Appena il 14 per cento si trova nell’Occidente ricco e sviluppato. Eppure l’Europa si sente sotto assedio, si sente invasa, reagisce con paura e ostilità, erge muri, srotola filo spinato, chiude i porti, respinge i migranti. Quella stessa Europa che pretende di essere l’esempio della civiltà tollera episodi di discriminazione e xenofobia. Gli italiani, emigrati negli anni in tutto il mondo, hanno dimenticato la loro storia, o fanno finta di non ricordarla. >>

Perché dunque leggere e comprendere bene questo libro è indispensabile?

Perché, tra le altre cose, è uno degli strumenti pacifici che abbiamo per difendere il futuro prossimo, prima che gridino le pietre.

Il 23 e il 26 maggio 2019 ci saranno le prossime elezioni europee.

“Prima che gridino le pietre – manifesto contro il NUOVO RAZZISMO”, padre Alex Zanotelli, chiarelettere, 2018

Davide De Vita

 

Vedo “nero”: appello a chi ha già letto almeno dai cinquanta libri … In su.

atlete italiane staffetta

Libania Grenot, Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo, oro italiano nella 4 x 400 ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona.

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Sì, ma non restiamocene seduti qui davanti, al sicuro dietro lo schermo del pc o dello smartphone o dell’i-phone o quello che vi pare.

Chiediamoci non solo

Salvini: perché?

ma anche

Questo mondo: perché?”.

O anche:

perché una foto come quella postata in apertura fa ancora notizia, quando dovrebbe essere assolutamente normale e avere solo connotati sportivi, tra l’altro encomiabili?

Perché anche noi siamo responsabili, dove per “noi” intendo persone che nella vita hanno letto almeno dai cinquanta ai cento libri.

In su.

Siamo responsabili – fatte naturalmente le debite eccezioni, ci sono persone che non hanno mai smesso di impegnarsi e bisogna dargliene atto – di questo imbarbarimento globale, di questo impoverimento culturale, di questa regressione che altri chiamano “progresso” e/o “cambiamento” e invece non è altro che il trionfo assoluto della mediocrità.

Come sempre è la mia opinione personale, sempre opinabile, ma i presupposti perché vada sempre peggio ci sono tutti e noi, io per primo, siamo rimasti a guardare, naturalmente, come già scritto, ma lo ribadisco,  fatte le debite eccezioni.

Sono stato additato come intellettuale (mah…) schierato, “signor Ovvio” e tante altre belle cose, ci stanno tutte e le accetto, ma una parte di me, che prima sussurrava, ora grida:

<< Ti sei svegliato tardi, ora forse è addirittura troppo tardi. >>

Spero di no, ma decisamente adesso è impossibile restare a guardare, impassibili.

Mi ero scelto un ruolo passivo di osservatore, poi mi sono schierato, apertamente, liberamente e democraticamente.

Spero, nel piccolo, non troppo tardi.

Per questo bisogna scrivere non solo qui ma cercare il contatto diretto con le persone che la pensano diversamente e tentare il dialogo, sempre.

Chiedere addirittura scusa (già fatto più volte), se serve: il fine ultimo è troppo più importante del nostro piccolo orgoglio personale.

Perché, se non proviamo a contrastare l’onda ignorante, retrograda, xenofoba, neanche troppo cripto-autarchica ci ritroveremo in una situazione che ahimè non solo questo Paese ma l’Europa intera ha già conosciuto; e già l’Europa come idea stessa sta scricchiolando parecchio …

Come si fa?

Bella domanda.

Una delle prime idee che mi è venuta in mente è: bisogna indossare il saio dell’umiltà – chi già lo indossa ne indossi uno ancora più “efficace” e cerchi di avere infinita pazienza… – e cerchi, usando le parole più semplici di cui è capace, di diffondere la cultura accumulata in tanti anni e che non può e non deve essere fine a sé stessa, ma appunto condivisa, un po’ come il pane evangelico.

Bisogna arrivare a far capire alle persone che l’ignoranza non è una cosa bella ma un’arma con la quale i leader attuali non stanno facendo altro – come sempre nella Storia – che prenderle per il culo in modo da mantenere il potere il più a lungo possibile, a loro stesso danno.

Com’è stato già detto e scritto più e più volte,

l’ignoranza è proprio la più grande e pericolosa arma di distrazione di massa

mai concepita dall’uomo, fin dalle origini della civiltà.

Contrastarla è quindi, oggi, compito sempre più ingrato e difficile, ma ora o mai più.

Ci costerà dunque abbandonare il linguaggio un po’ snob che – confessiamolo – utilizziamo spesso e ci fa sentire tanto superiori, ma adesso siamo fuori moda, adesso c’è un ministro che si vanta di non leggere da tre anni…

A me non va giù che continuino a morire centinaia, migliaia di persone nel Mediterraneo così come non va giù che ci siano più di cinque milioni di persone di nazionalità italiana al di sotto della soglia di povertà, ma non credo assolutamente che il primo problema sia la causa del secondo, non c’è riscontro nemmeno temporale in questo.

Non mi va giù lo stesso, per esempio, che non sia riconosciuto il reato di tortura, ma nemmeno che la Polizia e le forze dell’Ordine non abbiano personale e mezzi adeguati: come in tutte le cose, a mio modo di vedere, manca equilibrio nelle scelte e nelle decisioni, ai vari livelli.

Quindi è il momento, se già non è troppo tardi, ripeto, di usare ciò che sappiamo per cambiare il mondo sul serio, cominciando pezzettino per pezzettino, persona per persona, a spiegare con pazienza ciò che sta realmente accadendo; cito il grandioso film “Philadelphia”:

spiegarlo come se si fosse davanti ad un bambino di quattro anni”.

Potrebbe essere l’ultimo tentativo di salvarci tutti: dopo, sarò pure l’ennesima “Cassandra”, ma vedo nero, in tutti i sensi, tranne quello odiato dal leader leghista.

Con la forte speranza di sbagliarmi

Davide De Vita

38° parallelo… 2018

incontro leader coreani

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Chiediamocene più di uno, a dire il vero, ma cominciamo dal più importante, sia dal punto di vista della cronaca sia da quello della Storia, sì, proprio quella con la “S” maiuscola.

Perché è così importante ciò che è accaduto in queste ore?

Tutti i notiziari hanno aperto, infatti, con la notizia dello storico incontro tra i leader delle due Coree, Kim Jong-Un e il meno noto al grande pubblico Moon Jae-in, con grande impiego – tutto orientale – di innumerevoli simboli dai molteplici significati ma che pare proprio pongano fine all’ultimo strascico della Guerra Fredda e preparino la strada per una riunificazione ora non più impensabile.

Non sarebbe male rileggere almeno in sintesi cosa fu la Guerra di Corea, per cui rimando alla nota a piè di pagina come sempre fornita dalla premurosa mamma Wiki[1], ma facciamo invece un giochino di ipotesi e supposizioni, noi umili mortali che per non saper né leggere né scrivere, come si usa dire, amiamo fantasticare…

Ma non troppo.

Ora, con tanti saluti alla concezione marxista delle masse capaci di sconvolgere il corso della Storia di cui sopra, non è proprio così: la Storia la fanno gli uomini, con alterne fortune, con l’enorme, fondamentale appoggio del … Vil denaro.

Per quanto le varie ideologie abbiano cercato di cambiare le cose, sono gli interessi economici (insieme a quelli strategico-militari) che hanno sempre determinato le svolte concrete del destino dell’umanità: che poi gli spaventosi squilibri degli stessi abbiano creato miliardi di poveri e poverissimi è, purtroppo, un’altra tristissima realtà ma, al momento, non si vede all’orizzonte un modo concreto di migliorare le cose, se non alcune utopie di veramente difficile realizzazione.

Tornando alle nostre fantasticherie geopolitiche, secondo chi scrive Trump non è quel cafone, ignorante, rozzo e destabilizzante uomo della tv che ci si vuole far credere: oppure, magari lo è, ma non è stupido e – soprattutto in queste recenti fasi del suo mandato presidenziale – è stato quanto meno consigliato egregiamente.

Già, perché nei giorni di Pasqua ha mandato più o meno in segreto il capo della CIA Mike Pompeo a fare quattro chiacchiere con Kim, dopo che lo stesso era stato ospitato in Cina.

Ora, per farla breve: i rapporti economici – enormi – tra la Cina e gli Stati Uniti sono troppo importanti per essere sacrificati in nome dei capricci del giovane leader; poi: Pompeo deve aver spiegato in maniera molto pragmatica allo stesso Kim che se avesse continuato a rompere le scatole la Corea del Nord sarebbe sparita dalla carta geografica mondiale (il potenziale militare statunitense è spaventosamente… Convincente) con la benedizione della stessa Cina, che si sarebbe vista sollevata da un problema. Già, perché al momento solo la stessa Cina continuava a “dar da mangiare” alla poverissima (e isolata dalle sanzioni internazionali) Corea del Nord.

Così, non è fantapolitica immaginare che le cose siano andate più o meno così, anche in vista del nuovo, storico incontro proprio tra Kim e Trump.

Quest’ultimo avoca a sé il merito di questo innegabile successo diplomatico e, per quanto possa esserci indigesto, probabilmente ha ragione.

La Cina ne gioverà anche di più, perché in cambio di questa benevola supervisione, molto probabilmente otterrà l’alleggerimento della presenza militare nell’area.

Certo, altre, troppe aree del mondo sono ancora in fiamme, ma in questi giorni, lungo il celeberrimo 38° parallelo si è davvero respirata un’aria di pace, fino a pochissimo tempo fa impensabile.

Davide De Vita

[1] La guerra di Corea (conosciuta in Corea del Nord come 조국해방전쟁, Choguk haebang chŏnjaeng; in Corea del Sud come in 한국전쟁, Hanguk jeonjaeng; in inglese Korean War) fu il conflitto combattuto nella penisola coreana dal 1950 al 1953. Essa determinò una delle fasi più acute della Guerra fredda, con il rischio di un conflitto globale e il possibile utilizzo di bombe nucleari.

La guerra scoppiò nel 1950 a causa dell’invasione della Corea del Sud, strettamente alleata degli Stati Uniti, da parte dell’esercito della Corea del Nord comunista. L’invasione determinò una rapida risposta dell’ONU: su mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU, gli Stati Uniti, affiancati da altri 17 Paesi, intervennero militarmente nella penisola per impedire una rapida vittoria delle forze comuniste. Dopo grandi difficoltà iniziali, le forze statunitensi, comandate dal generale Douglas MacArthur, respinsero l’invasione e proseguirono l’avanzata fino ad invadere gran parte della Corea del Nord. A questo punto però intervenne nel conflitto anche la Cina comunista, mentre l’Unione Sovietica inviò segretamente moderni reparti di aerei che contribuirono a contrastare l’aviazione nemica. Le truppe statunitensi, colte di sorpresa, vennero costrette a ripiegare in Corea del Sud, perdendo tutto il territorio conquistato.

La guerra quindi si arrestò sulla linea del 38º parallelo dove continuò con battaglie di posizione e sanguinose perdite per altri due anni fino al precario Armistizio di Panmunjeom che stabilizzò la situazione e confermò la divisione della Corea.

Durante il conflitto coreano, la Guerra fredda raggiunse uno dei suoi momenti più critici, e sorsero anche gravi contrasti politici all’interno della dirigenza statunitense che culminarono nella destituzione da parte del presidente Harry Truman, del generale MacArthur a causa delle idee eccessivamente bellicose del militare e dei suoi propositi di utilizzare bombe atomiche contro il territorio cinese.

Il numero delle vittime causate dal conflitto è stimato in 2 800 000 tra morti, feriti e dispersi, metà dei quali civili.

 

INRI 2018

Gesù crocifisso

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Beh, quello di oggi è proprio impegnativo, visto che da circa due millenni ce lo stiamo chiedendo.

Per un credente cristiano la risposta è facile: Gesù è morto in croce e poi risorto per la nostra salvezza.

Paradossale, fuori dalla logica umana come tutto ciò che ne sta al di sopra, ma in questo caso si parla di fede e qui non vado oltre, ognuno conosce o prova a conoscere il proprio io più nascosto e con quello farà i conti, oppure, se come si diceva prima si è credenti, col Capo in testa quando giungerà il momento.

Fatto sta che comunque uno la pensi questa figura, quest’uomo vissuto in Medio Oriente grosso modo duemila anni fa e finito così tragicamente, tutto fa tranne lasciare indifferenti.

Nella cultura occidentale, di matrice giudaico – cristiana, il tempo stesso parte, comincia dall’esistenza di quell’uomo, c’è un prima e un dopo, quella breve vita fa da spartiacque.

Non c’è nessun altro personaggio, se mi si passa il termine, sul quale si sia scritto tanto e non si finirà mai di scrivere.

L’attuale Chiesa Cattolica è davvero ciò che quell’uomo immaginava?

Non lo so, non sono nessuno per rispondere a questa domanda: mi sono sempre risposto che anche la Chiesa è fatta di uomini (e donne) e per questo gli errori commessi, anche gravi, gravissimi, compresi i peggiori sono così tanti.

Ci sono però anche tante (tantissime) cose positive, ma quelle hanno sempre fatto molto meno rumore, sapete, come il vecchio detto, no?

Fa molto più chiasso un albero che cade, rispetto ai miliardi di foglie che crescono…

Così, io ultimo, peccatore, lontanissimo dalla santità, mi sono concentrato su quella figura errante nel deserto, che non ha mai lasciato nulla di scritto, i cui detti e le sue opere sono però state prima tramandate e poi raccolte in quei quattro libretti che chiamiamo Vangeli.

Certo, ce n’erano altri, tantissimi, ma quelli che per alterne vicende sono giunti fino a noi sono quelli che conosciamo tutti.

E che ci troviamo, in sintesi?

Che l’uomo, qualsiasi uomo, può amare e compiere il bene, non solo essere buono, che quello non basta, non è mai bastato e mai basterà.

Una follia ancora oggi, dove tutto il pianeta sanguina e urla di disperazione.

Pure, quel messaggio, quella vita, sono un esempio, un “guardate che si può vivere anche diversamente, in pace, amando non solo il prossimo ma anche il proprio nemico”.

Follia, appunto, però dopo duemila anni siamo ancora qui a parlarne, a scriverne io e a leggerne, se vi aggrada, voi.

Perché in quella follia c’è la speranza, spesso l’unica che ci consente di andare avanti tra i tormenti, i problemi, le angosce della nostra vita quotidiana.

La speranza e la preghiera, quell’alzare imploranti lo sguardo al cielo in cerca d’aiuto, conforto, vie d’uscita.

Ripeto, non sono nessuno, tanto meno un sacerdote, però lo voglio scrivere lo stesso che tante volte la preghiera mi ha aiutato, eccome se mi ha aiutato, non c’è niente di cui vergognarsi, con tutti i miei enormi limiti e difetti sono un cristiano.

Sì, lo sono.

Con un oceano di dubbi, cadute e momenti in cui faticosamente mi sono alzato, ma lo sono e da tempo non ho alcuna remora a dirmi tale.

Non lo impongo agli altri però, questo no.

Quella vita là, quella di cui parlavamo prima e di cui parleremo ancora per chissà quanto altro tempo, quella è la proposta: folle, fuori dal nostro vissuto quotidiano?

Forse, o forse no.

Forse, se proprio oggi riuscissimo a spegnere tutti gli aggeggi elettronici diventati le nostre protesi irrinunciabili e – tacendo – ascoltassimo un po’ di più quell’io profondo di cui anche parlavamo prima, chi lo sa, magari davvero potremmo anche riuscire a trovare la … Sintonia del Cielo.

Perdonate lo sfogo del vostro umile scrivano, ma oggi è Venerdì Santo e mi andava così.

Amen.

Davide De Vita.

Il passato, il presente e il futuro attraverso il caso Moro.

Aldo_Moro_br

 

 

Buongiorno e chiediamoci un perché.  

Perché, per esempio, risulta così difficile leggere – nel senso di comprendere – il periodo storico che stiamo vivendo, da qualunque angolazione lo si voglia osservare.  

Abbiamo appena commemorato, ieri sedici marzo, il quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro e della strage di via Fani, un tragico episodio della storia italiana sul quale gravano ancora, dopo tanto tempo, innumerevoli “lati oscuri”, a discapito – tanto per cambiare – di quella verità agognata prima di tutto dai familiari delle vittime.  

Non entro in merito alla polemica sulla presenza in tv di alcuni ex brigatisti rossi, ripetendo invece – come faccio da anni – che preferisco sperare piuttosto che sparare, onde per cui non potrò mai accettare la lotta armata come strumento di cambiamento.  

Non è sempre stato così però: nel ’78 ero un ragazzino – anche piuttosto antipatico, a rivedermi ora – di sedici anni che, volendo primeggiare in italiano e avendo come professore uno che si dichiarava apertamente marxista – leninista (in classe, allora non era inconsueto), mi ritrovai a difendere durante un’assemblea d’istituto prontamente indetta (anche questa molto frequente in quegli anni estremamente politicizzati) a poche ore, se non minuti, dal sequestro, l’operato delle BR.  

Nulla sapevo, poco me ne importava – bisogna dirlo, altrimenti se nessuno ha colpa non se ne esce – delle vittime, dei loro familiari, del sangue versato.  

Poliziotti e carabinieri sottopagati immolati in un sacrificio che, alla luce della Storia successiva, non portò a nulla.  

Se non alla coesione delle forze politiche contro le BR e alla loro sconfitta, da attribuire in prima persona alla mente del generale Dalla Chiesa, poi comodamente fatto fuori dalla mafia…  

Cose italiane, come sempre…  

Se vogliamo, possiamo cogliere anche la vicinanza – che strana coincidenza! – della data del sedici marzo col quindici, tradizionalmente ricordata come le << idi di marzo >, giorno in cui fu ucciso Cesare.  

Non è il caso qui di elencare tutti gli omicidi politici – o le stragi – di cui è costellata la Storia italiana, ma di quel sangue siamo eredi.  

Lo dimentichiamo spesso, ma è così.  

Per quanto riguarda il presente – o se vogliamo il futuro, dove timorosi ci stiamo affacciando – non è affatto semplice. 

Sappiamo tutti che, nonostante due siano chiaramente i vincitori delle elezioni (Di Maio e Salvini), da soli non possono avere la maggioranza.  

Col PD fortemente all’opposizione dopo essere finito ai minimi storici, gli scenari sempre più probabili, mentre l’orologio ticchetta inesorabilmente, sono un governo Cinque Stelle – Lega o un governo di scopo, cioè con l’unico obiettivo di modificare la legge elettorale e tornare quindi al voto; qui come al solito gli immancabili analisti danno nuovamente trionfanti i Cinque Stelle e, modestamente, sono d’accordo con loro, la fase storica è quella e non può cambiare in poche settimane o mesi.  

Come legare l’Italia del sequestro Moro a quella di oggi?  

Non si può, o… Quasi.

Sono due pianeti infinitamente distanti, non sovrapponibili, nonostante quella di oggi sia nipote di quella del 1978.  

Allora – non dobbiamo dimenticarlo – esistevano ancora, prepotentemente da entrambe le parti, i due blocchi contrapposti USA – URSS e, per quanto paradossale potesse sembrare, il deterrente nucleare teneva il mondo non in pace (non lo è MAI stato, purtroppo… ) ma almeno lontano da una Terza Guerra Mondiale.

Le due superpotenze si erano spartite le diverse aree di influenza, dove agivano con mezzi leciti e/o illeciti, con una prevalenza neanche troppo occulta dei secondi… Questa è la Storia, ragazzi, santi ce ne sono davvero pochi … 

Anche se non soprattutto in questo contesto va letta la vicenda Moro e la decisione di sacrificare la sua vita in nome del bene superiore dello Stato.

Pure, a rileggere la Storia senza la pretesa di riscriverla secondo il proprio orientamento politico (cosa assai difficile se non impossibile), dovremmo almeno riflettere sullo spessore – e la serietà – degli uomini dello Stato di allora e quelli di oggi.  

Nel bene e nel male, naturalmente.  

Non solo.  

Forse un legame lo si può trovare, anche se in negativo.  

Abbiamo perso, tutti, quell’abitudine al riconoscimento dei nostri errori – quindi all’ammissione delle nostre responsabilità – che forse prima avevamo e che, indubbiamente, ci faceva crescere.  

Oggi conta solo il vincente, che sfiora la sopraffazione.  

Mi riferisco anche – come potrei farne a meno? – ai ragazzi e quindi alla scuola, dove pare che, per tanti genitori – non tutti, grazie al Cielo… – sia fondamentale la promozione a tutti i costi, a discapito della reale preparazione dei propri figli.  

Non mi risultano miei coetanei morti per essere stati rimandati o essere stati bocciati, mentre moltissimi di loro sono persone validissime che godono, per quello che conta, del mio massimo rispetto e della mia stima.  

Oggi, forse anche per ciò che ho appena scritto, c’è il rischio reale che un o una adolescente si suicidi (purtroppo è già successo) per un brutto voto o una nota.  

Non credo questo aiuti a formare donne e uomini nuovi…  

Il futuro, quindi? 

Una grande nebulosa, dove tutto e il contrario di tutto è ahimè possibile.  

Alla prossima, grazie per avermi letto fin qui, chiunque siate e comunque la pensiate.  

Davide De Vita