Notre Dame brûle.

Notre Dame incendio guglia crolla

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché è necessario fermarsi a riflettere sul rogo della cattedrale di Notre Dame de Paris?

Perché è un simbolo potentissimo, ricco dentro e fuori, fisicamente e per metafore, di altri innumerevoli simboli.

Tutti abbiamo visto e probabilmente stiamo ancora vedendo in tv (è naturalmente l’argomento del giorno) le immagini delle fiamme che distruggono una delle chiese più famose del mondo, forse la più famosa dopo la stessa basilica di san Pietro.

Due righe di Storia, come sempre da mamma Wiki:

La cattedrale metropolitana di Nostra Signora (in francese: Cathédrale métropolitaine Notre-Dame; in latino: Ecclesia Cathedralis Nostrae Dominae, conosciuta anche come cattedrale di Notre-Dame o più semplicemente Notre-Dame (pronuncia [nɔtʁə dam]), è il principale luogo di culto cattolico di Parigi, cattedrale dell’arcidiocesi di Parigi, il cui arcivescovo metropolita è anche primate di Francia. Ubicata nella parte orientale dell’ Île de la Cité, nel cuore della capitale francese, nella piazza omonima, rappresenta una delle costruzioni gotiche più celebri del mondo ed è uno dei monumenti più visitati di Parigi. In base alla Legge francese sulla separazione tra Stato e Chiesa del 1905, l’edificio è proprietà dello Stato francese, come tutte le altre cattedrali fatte costruire dal Regno di Francia, e il suo utilizzo è assegnato alla Chiesa cattolica. La cattedrale, consacrata nel 1182, basilica minore dal 27 febbraio 1805, è monumento storico di Francia dal 1862 e Patrimonio dell’Umanità.

Un’infinità di simboli e significati, dunque, travolti e distrutti dalle fiamme, da un rogo enorme di cui ancora non si conoscono con certezza le cause, definite con sempre maggiore insistenza “accidentali”, escludendo quindi sia la matrice criminale, sia quella – temutissima – terroristica.

Ad esser sinceri dubito sapremo mai veramente cosa sia successo: resta il fatto, trasmesso in diretta e in mondovisione, che uno degli edifici più belli e famosi del mondo non esiste più nella forma e nelle fattezze con le quali l’abbiamo sempre visto, anche chi non è mai stato a Parigi: era quello, infatti, ben prima della stessa Tour Eiffel, uno dei simboli più identificativi della città, un po’ come il Colosseo o la Basilica di san Pietro per Roma, il ponte sul Tamigi per Londra, la statua della Libertà per New York. A proposito di New York, le immagini del crollo della guglia ricordano in maniera impressionante quelle del crollo della prima torre del World Trade Center l’undici settembre duemilauno.

Non ci sono stati morti, questo è vero, ma il fatto che sia stata proprio quella chiesa a venir giù, una delle chiese cattoliche più famose del mondo, all’inizio della Settimana Santa, quanto meno fa riflettere.

Perché nonostante non sia stato un attentato terroristico – e meno male – ha ricordato a tutti quanto siano fragili, ancora nel XXI secolo, le opere dell’uomo, per non dire quanto sia fragile egli stesso nella sua enorme complessità.

Sono andati in fumo secoli di Storia, di fede, di ispirazione per tutte le arti anche per chi credente non è mai stato: un crollo che si porta via un pezzetto di noi, del nostro piccolo grande mondo che ci illudiamo sia al sicuro e invece non lo è, non lo è per niente.

Un monito, anche.

Perché la Storia è cultura e va preservata e non cancellata, nascosta o peggio ancora distrutta: meno cultura significa più pseudo ordine, sempre a danno di democrazia, tolleranza, diritti. Concetti questi che non significano “nessuna regola” ma regole civili, al passo con il Terzo Millennio che nonostante tutto abbiamo cominciato ad attraversare da quasi vent’anni.

L’arte, la bellezza, la meraviglia di cui è stato capace – e per molti aspetti lo è ancora – l’Uomo in tutti questi secoli, durante i quali non ha ideato, progettato, costruito solo armi, andrebbero mostrate e vissute ancora di più, in modo che ce ne si innamori perdutamente, perché appartengono a ciascuno di noi, nessuno escluso.

Mi rendo conto di sfiorare l’Utopia, ma a questo punto, col vento che tira, anche questo “innamoramento” è più necessario che mai.

Altrimenti catastrofi come questa, per disattenzione, incuria, cattiva manutenzione ne accadranno altre e ne accadranno presto.

Così come ogni singola vita umana ha un valore altissimo, anche ciò che la mente e le mani umane, degli artisti, creano, valgono molto di più di quanto per pigrizia ci siamo abituati a pensare.

Per poi piangere, come in questo caso, quando opere immense vanno in fumo.

Davide De Vita

Napoli perché? Appunti di viaggio di una breve vacanza.

piazza Plebiscito Napoli

Buona sera e chiediamoci un perché.

Oggi starò sul personale, in quanto grazie al Cielo (e a tanti sacrifici e rinunce – di entrambi – degli anni precedenti) con Rita siamo riusciti a realizzare uno dei tanti sogni che tenevamo “nel cassetto”: visitare Napoli.

Perché proprio Napoli?

Perché, senza nulla togliere a tantissime altre bellissime città italiane, pensavamo – e lo pensiamo tutt’ora – che quella ai piedi del Vesuvio sia veramente unica.

Non sono sicuramente il primo e di certo non sarò l’ultimo a decantare questa città, ma siamo rientrati stamattina e il ricordo di quanto abbiamo visto e vissuto è ancora vivo negli occhi e, sì, lasciatemi essere un tantino sentimentale, nel cuore.

Seguono quindi dei semplici appunti di viaggio, né più né meno.

Disponendo di un budget credo “normale” e non avendo particolari esigenze ma essendo entrambi persone capaci di adattarsi, ci siamo organizzati da soli, con l’indispensabile aiuto della rete, per scegliere la combinazione per noi più adatta tra voli di andata e ritorno e pernottamenti in bed & breakfast.

Quest’ultimo, di cui non farò il nome ma che c’è andato bene, l’abbiamo scelto per la vicinanza a piazza Garibaldi, da dove ogni giorno di permanenza abbiamo preso la metropolitana (linea 1) per raggiungere il centro della città o avvicinarci a qualsiasi altra destinazione avessimo in mente.

Spogliati di qualsiasi pregiudizio nei confronti dei napoletani, abbiamo così scoperto persone gentili, disponibili, professionali e abituate da secoli ad accogliere – se non addirittura cullare o, come ha già scritto Rita in un suo post sedurre (nel senso più bello del termine) – prima visitatori e poi turisti.

Ora, scrivere che Napoli sia bellissima sarebbe un po’ come affermare che il cielo è blu o che quando piove ci si bagna, ma è davvero così, perdonate la… Banalità.

Avendo pochi giorni a disposizione abbiamo cercato di visitare un po’ i “must” turistici, che non starò a descrivere in quanto la parola scritta probabilmente non rende loro giustizia, limitandomi ad un semplice elenco, neanche cronologico: la stessa piazza Garibaldi con l’enorme struttura metallica sovrastante il centro commerciale sotterraneo, l’immensa piazza Plebiscito, via Toledo e una piccola parte dei Quartieri Spagnoli, la cattedrale dedicata a san Gennaro, l’elegante, raffinata galleria Umberto I, la “via dei presepi” san Gregorio Armeno, piazza Municipio, il maschio Angioino, la vista panoramica mozzafiato dai bastioni di castel Sant’Elmo, che abbiamo raggiunto con la funicolare…

Ogni luogo un’esperienza unica, pur con stili e significati diversi, per non parlare della stessa metropolitana, modernissima e probabilmente tra le più avanzate d’Europa, con installazioni di arte contemporanea in molte stazioni, anche quelle da lasciare senza fiato… A proposito d’arte, proprio a castel sant’Elmo, quasi per caso perché non sapevamo ci fosse, abbiamo potuto visitare la mostra “Novecento a Napoli”, nello specifico dedicata agli artisti appartenenti al “futurismo” che ebbero a che fare con la città.

Certo, non è tutto rose e fiori, lo sappiamo bene: abbiamo visto coi nostri occhi parecchie persone dormire per strada sul cartone (ma ce ne sono anche a Roma, Milano, Cagliari…) e ci siamo inventati uno stratagemma tutto nostro (che non sveleremo!) per sfuggire agli assillanti e parecchio equivoci venditori ambulanti di accendini, pedalini e chissà che altro, così come ci stiamo ancora chiedendo come siamo sopravvissuti al traffico automobilistico della città (dove ancora il rosso al semaforo è spesso niente di più di una debole opinione…) o agli attraversamenti pedonali, paragonabili alla roulette russa, ma no, quest’ultima è meno pericolosa…

Detto ciò, ci siamo rimpinzati di pizza fritta e pizza varia, non abbiamo quasi mai mangiato altro, trovando spesso per strada dove ogni dieci metri o quasi c’è un locale che si affaccia sulla strada: “pizza più bibita € 5”.

Abbiamo visto un numero impressionante di scooter ovunque, sia parcheggiati sia in circolazione, ma ci ha anche colpito la quiete del quartiere del Vomero; tanti cartelloni di rappresentazioni teatrali di un certo spessore, così come – magari è il periodo – un gran numero di ragazze e ragazzi appena laureatisi, inconfondibili per gli abiti eleganti loro e dei loro amici e colleghi e l’immancabile corona d’alloro sul capo.

Sappiamo bene che ci sarebbe stato tantissimo altro da vedere, ma c’ha incantato lo spirito, il cuore pulsante di questa città, nonostante i suoi stranoti problemi, che non ignoriamo ma ai quali, per una volta, non abbiamo voluto di proposito pensare troppo.

Grazie, Napoli, siamo stati bene.

Davide De Vita

Otto anni fa usciva di scena signor Pinotto

Pinotto giovane

Buonasera e chiediamoci un perché.

Occhei, me lo chiedo io, stavolta scivoliamo proprio sul personale, ma mi sento di scriverlo e quindi forse è giusto così.

Perché voglio ricordare una persona, mio padre, scomparso esattamente otto anni fa ad oggi.

Ciao signor Pinotto, sono sicuro che da dove sei da diversi anni osservi con interesse tutto ciò che sta accadendo in questa città che amavi come nessun’altra al mondo.

È vero che su molti argomenti non ci trovavamo – diciamola tutta, non andavamo d’accordo – ma non posso negare che fossi un esempio di gran lavoratore e, appunto, di “super tifoso” di Iglesias.

Mia sorella ti teneva testa, eccome, mentre io non ci riuscivo…

Avevi dei sogni però, li avevo anch’io ma…

Non erano gli stessi, non tutti almeno.

Perché, questo devo proprio riconoscertelo, avevi più di un sogno: avevi una visione.

Sai? Ti piacerebbe quello che sta succedendo: come sognavi quaranta, cinquanta anni fa, i sindaci di Iglesias e Gonnesa hanno trovato un accordo concreto per gestire l’intero litorale – scusa il gioco di parole – in comune.

Non capivo bene quello che facevi e succedeva allora, ma ricordo l’entusiasmo col quale ti eri dato da fare insieme alla prima giunta Pili per migliorare le cose, andando di persona – senza chiedere assolutamente nulla in cambio – a pulire i giardini pubblici in quel periodo in stato di degrado e abbandono oppure quando – sempre gratis – avevi offerto il tuo magazzino per custodire temporaneamente i libri della biblioteca comunale che finalmente si stava ristrutturando e si preparava ad aprire al pubblico.

Tu che di libri non ne avevi  letto proprio tanti ne riconoscevi l’assoluta importanza…

Ricordo i primi passi di quelle che poi diventarono tutte le varie associazioni medievali, dove c’eri ugualmente, a discutere magari dell’origine e dell’uso proprio o improprio – storicamente parlando – del velluto

Ricordo i tuoi sogni in grande che capisco solo adesso che li vedo in parte realizzati, con migliaia di turisti provenienti da ogni parte del mondo che da due – tre anni hanno scoperto Iglesias ed i suoi gioielli.

Ricordo il massimo rispetto che avevi per gli avversari politici, ne contestavi magari le idee che non condividevi, ma finivate sempre al bar insieme per un caffè o un aperitivo, perché vi interessava davvero Iglesias ed il suo futuro.

Eravate una bella squadra, signor Pinotto, nonostante tutto avremmo ancora tantissimo da imparare da te e da voi tutti, se soltanto ne avessimo l’umiltà.

Siamo tutti presi, invece,  dalla frenesia di questo ventunesimo secolo, dove troppe cose sono state dimenticate, sacrificate in nome di non si sa più bene cosa e di una velocità che non vi apparteneva ma vi rendeva molto più… Umani.

Ciao signor Pinotto, ovunque tu sia.

Davide De Vita

Iglesias e le michelamurgiate in aeroporto

michela murgia con pubblicita porto flavia

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Sembra che alla scrittrice Michela Murgia non piacciano le foto, o meglio le didascalie che le accompagnano, presenti in aeroporto a Cagliari e che pubblicizzano Iglesias e l’iglesiente; l’autrice si spinge oltre e definisce “cialtroni” gli autori di quella pubblicità. Peggio, ironizza – secondo lei – addirittura sulle vesti bianche e incappucciate della Settimana Santa, affermando che, per seguire la falsariga di “non è questo e non è quello”, si sarebbe dovuto scrivere “no, non è il ku-klux-klan” (testuale da suo post, verificate).

Il tutto, rimbalzato dai social al più diffuso quotidiano locale è “argomento da ombrellone” (mi riferisco alle considerazioni della scrittrice, non alla promozione turistica, che invece apprezzo molto), quindi come tale cerco di trattarlo.

Ora, di sicuro le immagini – tra l’altro bellissime, almeno questo lo riconosce – e le didascalie non pubblicizzano qualcosa di gretto e meschino ma dei veri e propri gioielli che negli ultimi due, tre anni sono stati visitati – anche grazie a quel tipo di pubblicità – da un numero sempre crescente di turisti, dati alla mano mai visti prima da queste parti in numero così elevato.

Lei – leggete il suo post – cita il complesso di inferiorità dei sardi, una brutta pubblicità di una spugnetta abrasiva in cui quest’ultima era usata per rimuovere le tracce di un delitto atroce, un femminicidio come si dice ora, assimilandola a quelle di cui sopra.

Io non sono lei e non ho venduto tante copie di libri quante ne ha vendute dei suoi, ma permettetemi di non essere d’accordo.

Da sempre, il principio cardine della pubblicità – o uno dei suoi principi – è: se ne parli bene, se ne parli male, l’importante è che se ne parli.

In soldoni, paradossalmente sto facendo anch’io un piccolissimo regalo alla stessa Murgia: sto comunque parlando di lei.

Avrei potuto ignorare il tutto, ma fa caldo ed è l’argomento estivo, locale ed effimero (ribadisco: effimero…) del momento, ergo eccomi qui.

Fateci caso, anzi fate memoria, sono gli slogan più stupidi e i ritornelli al limite dell’imbecillità quelli che più restano in testa, per la gioia dei pubblicitari e dei loro committenti.

A me quelle foto e anche le didascalie piacciono: possono essere discutibili, ma sono riuscite a non passare inosservate: un dato di fatto.

Non mi fanno sentire inferiore, anzi: comunicano a chi per tutta la sua vita non ha mai sentito parlare di Iglesias e dintorni che l’una e gli altri esistono e sono meraviglie da scoprire e apprezzare: questa è la mia interpretazione e, per esperienza diretta, di chi non avendole mai viste prima provenendo da Londra ed essendo anche abituato a viaggiare nel mondo, ne è stato fortemente incuriosito.

Non sarà, mi chiedo, che forse dovremmo essere noi ad avere – finalmente – una maggiore apertura mentale proprio nei confronti di quel mondo al quale cominciamo solo ora ad affacciarci sperando che si accorga della nostra esistenza?

Non solo: a mio avviso quelle pubblicità sono qualcosa di “alternativo” a quello che per tanti è “il solito viaggio in Sardegna”, fermo restando che le cose da fare e da migliorare sono ancora tantissime se ci si vuole affacciare al mercato mondiale del turismo, perché di questo si sta parlando.

Ora la Murgia è nata a Cabras, posto altrettanto bello e ricco di storia e tradizioni, però non vorrei – come si dice, “a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca spesso … “– che il tutto fosse dettato da semplice …

Invidia.

Poiché in questo Paese vige ancora la libertà di pensiero, mi prendo questa libertà e…

Lo scrivo qui, nel mio blog.

Ricordando che anche la signora ha cominciato con un blog e confessando senza pudore la mia invidia per il numero delle sue copie vendute!

Di seguito stralci di un’intervista rilasciata dalla Murgia a “ilmiolibro.it”, dalla quale ho estratto i suoi dati di vendita aggiornati.

«Chiaro che per farcela devi vendere a sufficienza», spiega la Murgia. «Io sono stata fortunata. Ho avuto successo già con il primo libro e questo mi ha permesso di mollare gli altri lavori. Uno scrittore che venda intorno alle 50 mila copie guadagna come un avvocato di provincia. Io ho già venduto 210 mila copie, dunque guadagno più di un avvocato di provincia». Prima di diventare scrittrice per mestiere la Murgia è stata operatrice fiscale, venditrice di multiproprietà e anche portiere di notte. «Quando ho esordito ho avuto un anticipo abbastanza consistente» – racconta – «ma adesso so che le cose sono cambiate. Gli esordienti sono pagati dalle piccole case editrici cifre irrisorie intorno ai 200-300 euro».

Venga ad Iglesias quando vuole, signora, sarà comunque la benvenuta.

Davide De Vita

Fonte:

https://ilmiolibro.kataweb.it/articolo/scrivere/851/la-scrittura-non-paga-insegnanti-editor-o-impiegati-il-vero-lavoro-dei-romanzieri/

Link al post della Murgia:

https://www.facebook.com/kelleddamurgia/posts/10214686702735577?hc_location=ufi

 

Dal “percorso Hébert” all’ “Obstacle Race”: “Miners Obstacle Race 2.0”.

atleti miners obstacle race

Salve e chiediamoci un perché.

Chiediamocelo più avanti, anzi, in quanto è necessaria come sempre una doverosa premessa. Chi è stato scout (o lo è ancora), quando sente parlare di Hébert, hebertismo, “percorso Hebert” sa di cosa si parla, ricordando tra le attività più emblematiche il “ponte tibetano” o la “carrucola”; tutto ciò si deve all’intuizione di monsieur Georges Hébert ( 1 ), che mise a punto questa forma di allenamento del corpo all’inizio del novecento, focalizzata sull’ottenimento di uno

<< sviluppo fisico completo attraverso un ritorno ragionato alle condizioni naturali di vita>>;

per lo stesso, il cui motto coniato da Hébert è << essere forti per essere utili>> questo insegnante di educazione fisica e ufficiale della Marina Francese, descrisse le dieci attività fondamentali: arrampicata, corsa, equilibrismo, lancio, lotta, marcia, marcia quadrupede, salto, trasporto, nuoto. Questo metodo è stato adottato dallo scoutismo prima in Francia, poi in Belgio e infine in Italia; secondo alcune fonti rappresenterebbe la prima forma di parkour. (2)

Torniamo ora al nostro perché iniziale, cioè perché organizzare un evento simile e perché parteciparvi: giro la domanda a Dany Basciu, presidente e portavoce della A.S.D. Is Cresias, nonché organizzatrice della seconda edizione che per esteso si chiama

Miners Obstacle Race 2.0”.

<< Perché >> risponde la presidente << Mi sono sempre piaciute le cose estreme, pensando però fossero impossibili da realizzare, a cominciare dalle mie possibilità fisiche, invece documentandomi sui social ho scoperto che poteva non essere vero. Ho scoperto così che le varie Obstacle Race si svolgono in Italia da almeno cinque anni in diverse regioni, mentre in Sardegna sono state portate da Pierpaolo Sanna, presidente della “Run for Joy”, che organizza la “Villasimius Natura Race”. Nell’Iglesiente invece l’abbiamo portata la mia associazione ed io, organizzando la prima edizione l’anno scorso, che ha visto la partecipazione di duecento trenta atleti, mentre per quest’anno ne prevediamo quattrocento. >>

<< In cosa consiste nello specifico questa corsa? >>

<< Si tratta di una corsa lungo la quale sono disseminati degli ostacoli artificiali, con tratti di arrampicata, equilibrismo e così via, sulla falsariga del percorso “Hébert” caro agli scout, di cui è un’evoluzione, ma che strizza anche l’occhio ai percorsi di addestramento dei Marines; proprio per questo possono partecipare solo ragazzi e ragazze dai sedici anni in su, nel “primo anello” da 6 km, mentre uomini e donne maggiorenni nel “secondo anello”, assolutamente provvisti di certificato medico sportivo, senza il quale nemmeno si parte. Il percorso ricalca sia un tratto dello spettacolare “Sentiero Blu” sia uno del “Cammino Minerario di Santa Barbara”, affacciandosi sul litorale unico al mondo che va da Nebida a Masua. Per fare un esempio, uno di questi ostacoli artificiali di cui parlavamo è un muro di legno alto due metri e trenta che va superato in velocità, ma nel percorso è previsto anche il lancio del giavellotto. Poiché quest’attività sportiva sta crescendo sia a livello nazionale che internazionale, si pensa di irrobustire la Federazione – FIOCR (3) – già esistente che riconosca questo sport se non proprio a livello olimpico almeno a quello agonistico. Vi aspettiamo quindi domenica 27 maggio 2018 per la “Miners Obstacle Race 2.0.>>

 Davide De Vita

 (1): Georges Hébert (Parigi, 27 aprile 1875 – Tourgéville, 2 agosto 1957) è stato un insegnante francese, specializzato in educazione fisica sia teorica che applicata.

Ufficiale nella Marina francese prima della Grande Guerra, Hébert fu di stanza nella città di Saint-Pierre, nella Martinica. Nel 1902 la città fu vittima di una catastrofica eruzione vulcanica e Hébert coordinò eroicamente l’evacuazione e il soccorso di centinaia di persone. Questa esperienza ebbe profondi effetti su di lui e rafforzò la sua convinzione che le capacità fisiche e atletiche andassero combinate con le qualità del coraggio e dell’altruismo. Egli sintetizzò la propria etica nel motto: “Essere forti per essere utili”.

(2) Il parkour (/paʁ.ˈkuʁ/), è una disciplina metropolitana nata in Francia agli inizi degli anni ‘90. Consiste nell’eseguire un percorso, superando qualsiasi genere di ostacolo con la maggior efficienza, velocità e semplicità di movimento possibile, adattando il proprio corpo all’ambiente circostante, naturale o urbano, attraverso corsa, salti, equilibrio, scalate, arrampicate, ecc.

I primi termini utilizzati per descrivere questa forma di allenamento furono «arte dello spostamento» (art du déplacement) e «percorso» (parcours).
Il termine parkour, coniato da David Belle e Hubert Koundé nel 1998, deriva invece da parcours du combattant (percorso del combattente), ovvero il percorso di guerra utilizzato nell’addestramento militare proposto da Georges Hébert. Alla parola parcours, Koundé sostituì la «c» con la «k», per suggerire aggressività, ed eliminò la «s» muta perché contrastava con l’idea di efficienza del parkour.

(3) La Federazione Italiana OCR riunisce le associazioni, le società e le realtà sportive che si occupano o sono interessate alla diffusione e allo sviluppo della disciplina delle corse con ostacoli, dette Obstacle Course Race (OCR) o MudRun.

La FIOCR fa parte della Alleanza Europea OCR (OCR Europe Alliance) che l’8 aprile 2017 ha costituito l’EOSF – European Obstacle Sports Federation.

 

 

Buon Natale Iglesias viva, viva Iglesias!

 

Buon Natale Iglesias

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi è semplice e allo stesso tempo importante: perché, forse, dovremmo fermarci un attimo a riflettere su questa nostra città e sul futuro che l’attende, ci attende?

Perché, sempre a mio modestissimo parere, c’è un cambiamento in atto.

Forse non è dovuto soltanto alla presente amministrazione, forse si stanno raccogliendo i frutti seminati anche da quelle precedenti, indipendentemente dal colore politico d’appartenenza, ma tant’è.

Mi si dirà (mi è stato già detto, siamo in democrazia, si può fare): sei di parte.

Certo che lo sono, ma la mia parte non è un colore, una fazione, un quartiere, una contrada, una via, un pianerottolo, la stanza di un appartamento, la mia parte è Iglesias, col futuro migliore che forse non vedrò ma di cui oggi, fine 2017, vedo l’inizio e anche qualcosa di più.

Come si fa a viaggiare verso il futuro?

Costruendo il presente, giorno dopo giorno, senza dimenticare le proprie origini, le proprie tradizioni, senza quindi tradirle ma accompagnandole in uno scenario più al passo coi tempi.

Iglesias è una città perfetta?

No, la perfezione non è di questa terra, però questa città, la nostra città, è perfettibile, così come lo è ciascuno di noi.

Sia ben chiaro una volta per tutte: a me non viene in tasca niente dallo scrivere queste righe, lo faccio perché ne ho piacere e come sempre ci metto la faccia e la firma, consapevole di poter sbagliare.

Si va, lo sappiamo tutti, verso prossime elezioni in primavera, se non ricordo male, quindi siamo chiamati – tutti – ad esprimere concretamente la nostra opinione tramite il voto: bene, benissimo, auguro ai prossimi amministratori, chiunque saranno, semplicemente di fare (o riuscire a fare) bene il lavoro al quale si sono – o saranno – candidati.

Nel frattempo, visto il ruolo di osservatore e commentatore che ho scelto di essere, con tutti i limiti e difetti del caso, non posso ignorare ciò che ho visto quest’anno, sarei il campione mondiale degli ipocriti.

Partiamo da questi ultimi giorni, dalle centinaia di persone col naso all’insù e la bocca aperta davanti al “mapping 3D” portato per la prima volta in Sardegna non dal Comune ma da Centro Città, al quale si deve anche la comparsa del trenino per le vie appunto del centro; queste cose, seppur molto gradite ed evidenti, sono solo le ultime manifestazioni di un fermento che raramente s’era visto prima.

Perché innumerevoli, spalmante durante tutto l’anno, sono state le manifestazioni e gli eventi a cura di altrettante innumerevoli associazioni e/o gruppi: non parlo solo di quelle ormai famose e radicate quali il Corteo Medievale, la Processione dei Candelieri dell’Assunta o i Riti della Settimana Santa, ma di quelle minori, di ogni genere, di cui davvero si è perso il conto. Tra queste, poiché la città è stata dichiarata ufficialmente “Città che legge”, quasi due presentazioni di libri alla settimana (permettetemi di citare anche la mia, per la quale ancora una volta ringrazio di cuore Iglesias e gli iglesienti) con un ritorno culturale ed un’attenzione nuova verso la pagina scritta che può solo far bene.

Le tante iniziative che hanno proposto, anzi, riproposto la città al turismo internazionale, con ricadute importantissime di cui forse non abbiamo ancora ben capito valore e importanza: dai concerti a Porto Flavia all’avveniristico IAT ( all’avanguardia in Italia) solo per citare le prime due cose che mi vengono in mente, ma se avete la voglia e il tempo di andarvi a sfogliare il calendario degli eventi di luglio e agosto vi renderete conto che ricordarli tutti, tanti erano, è quasi impossibile.

Il Cine Teatro Electra che lavora a pieno ritmo proponendo e presentando concerti, spettacoli, manifestazioni di ogni genere; il “Madison Cineworld” che riapre, dando lavoro a ragazzi della città, ai nostri ragazzi, ora giusto per Natale, mostre d’arte, rassegne eno-gastronomiche e così via, chi più ne ha più ne metta.

Ripeto: queste cose sono state fatte, sono cronaca e saranno storia, questo è il presente di Iglesias, con la possibilità di un futuro ancora migliore.

Sono stati risolti tutti i problemi?

Certamente no, nessuno ha la bacchetta magica, però questa è una delle strade percorribili, nella quale, se permettete, credo.

Una strada attraverso la quale sviluppo e ricchezza, sì ricchezza, avete capito bene, possono arrivare qui e forse lo stanno già facendo, contribuendo così a risolvere – o cominciare a risolvere – anche quei problemi, primo fra tutti quello dell’occupazione, che da decenni mettono i ceppi alla città e ai suoi abitanti, impedendo loro anche soltanto di sperare in un futuro migliore.

Oppure, nota dolorosissima, spingendoli (spingendoci) a BRUCIARE € 670 pro capite all’anno solo nelle slot machine. Siamo circa ventisettemila abitanti secondo l’ultimo censimento, facciamo due conti e rendiamoci conto dell’immensità del dramma e dello spreco; per non parlare di quanto si BUTTA VIA coi “Gratta e vinci” o, ahimè, nella piaga dell’alcool. 

Non sono certo io a scoprirlo, associazioni e gruppi di volontari denunciano da anni questo tristissimo fenomeno, ma ancora una volta ritengo sia una questione di educazione e di cultura, della quale dovremmo sentirci tutti responsabili perché, semplicemente, lo siamo.

Nonostante tutto però ho ancora speranza, proprio per tutto ciò che ho scritto prima, così come ne ho nelle ragazze e nei ragazzi che ho visto darsi da fare in ogni campo con spirito nuovo e una mentalità molto più aperta, finalmente adeguata al terzo millennio.

Nei loro confronti e in quelli di chi a loro succederanno, mi dispiacerebbe trovarmi un giorno costretto a dover dire: sì ragazzi, una volta Iglesias era così, purtroppo ora non lo è più ed è anche colpa mia.

Mi sentirei un traditore… Di futuro, loro e mio.

Per questo – e concludo – mi scuso se ho dimenticato qualcosa o qualcuno, mea culpa mea maxima culpa, però davvero, sarò l’ultimo degli idealisti e/o sognatori, ma quest’anno mi sento di scrivere: buon Natale Iglesias viva, viva Iglesias!

Davide De Vita

 

 

Iglesias: lamentatio in sempiternum.

 

teatro-electra

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Anzi, chiediamocene molti, tutti quanti.

Quello di oggi non lo scriverò, diciamo che …

È implicito, capirete.

Non avrei voluto tornare sull’argomento ma mi ci son sentito tirato per i capelli o, se la usassi più spesso, la giacchetta.

Facciamo le solite, doverose premesse, che non si sa mai: sono perfettamente consapevole, più di quanto si possa pensare o immaginare, dei mali, profondi e di antica origine, che affliggono questa città e i suoi abitanti, primi fra tutti l’assenza di lavoro per giovani e non solo o la difficoltà per tante, troppe persone di tirare avanti, anzi proprio di mettere insieme il pranzo – quando c’è – con la cena, giusto per essere chiari e parlare di cose che, ahimè, conosco bene.

Ciò di cui sono convinto è che migliorare la qualità della vita in città, anche con la grande apertura alla cultura e al turismo vista negli ultimi anni, non sia in antitesi con l’obiettivo di migliorarla a ciascuno di noi, anzi. 

Credo ci possano essere mille e una prospettive di occupazione proprio lavorando in questa direzione; faccio un esempio: dalla nascita del corteo medioevale, associazioni e iniziative anche diluite nell’anno si sono moltiplicate; bene: quante sarte e sarti hanno di nuovo lavorato per la realizzazione dei costumi? 

E’ solo il primo degli esempi – concreti – che mi vengono in mente, a voi gli altri, sono certo ne conosciate molti più di me. 

Ho citato quelli giusto per non ripetere l’ovvio dei ristoratori e dei camerieri.

Concluse le premesse, andiamo a cominciare, parlando ahinoi, ancora una volta dello sport più diffuso a livello cittadino, la

lamentatio in sempiternum.

Da dove partiamo?

Boh, ce ne sarebbero mille e uno ancora, di esempi da fare, ma proviamo con la storia recente: ricordate fino a qualche anno fa, quando sia il cinema teatro Electra sia la cattedrale santa Chiara erano chiusi?

Una delle lamentatio più in voga in quel periodo era il refrain: non riapriranno mai, non ce la farà nessuno…

L’uno è aperto ormai da anni e ospita senza soluzione di continuità sia spettacoli teatrali, sia concerti, sia iniziative culturali di ogni genere alle quali spesso, la mattina (una anche oggi) sono invitate le scolaresche.

La cattedrale idem, mi risulta aperta all’esercizio del culto (sorvolo sulle polemiche che hanno seguito il rifacimento degli arredi interni, non sono preparato in merito e lo ammetto candidamente, inoltre scivolerei pericolosamente anch’io nel benaltrismo dilagante …)  

Insomma, anche la cattedrale è stata riaperta, amen.

Perché proprio questi due esempi?

Perché sono sotto gli occhi di tutti, non sono discutibili ma temo abbiano lasciato un po’ orfani i lamentatori di professione che hanno dovuto trovare gioco forza altri obiettivi contro i quali sfogarsi.

Non ce la facciamo però.

Mi ci metto anch’io, che di sicuro non sono senza peccato, anzi, prima – almeno ci provo – cerco di guardare la trave nel mio occhio rispetto alla pagliuzza in quella di qualcun altro: dobbiamo quasi per forza, ogni volta che ci si propone qualcosa di buono o di bello, fatto, realizzato, concreto, tingerlo di questa o quella colorazione politica, cercare – al solito – altro o ben altro (sigh…!) spostando inevitabilmente il discorso su argomenti diversi.

Fortunatamente le cose stanno cambiando, ragazze e ragazzi hanno teste pensanti e indipendenti e – nonostante noi (!!!) – stanno venendo su bene lo stesso.

Stessa cosa dicasi per quanti, sempre di più, hanno capito che il vento che soffia è diverso dal solito. 

Tornando ai ragazzi, che sono il futuro e guardare avanti non fa mai male, fanno parte di generazioni aperte al mondo, in contatto col mondo e che forse, una volta per tutte, abbatteranno quest’odiosissima chiusura mentale che porta a stracciarci le vesti fin troppo spesso senza mai – o quasi – esprimere apprezzamento per ciò che, comunque, è stato fatto.

Fatto, capite?

Non proposto, chiacchierato, illustrato, vagheggiato ma fatto, realizzato, in concreto.

Non ho più voglia di elencare altri esempi, siamo tutti dotati di vista, udito e intelletto, non ce n’è bisogno.

D’altra parte, poi concludo: che cosa cambia se ci si lamenta di ciò che non va?

Forse si nutre la speranza che qualcosa potrebbe andare nel verso giusto? 

Lamentarsi non porta nessun beneficio ed è persino dannoso. 

La lamentela nasconde insicurezza, distoglie dalla soluzione e soprattutto è un’enorme mancanza di rispetto nei confronti di sé stessi, di chi ci ha generato e che fa, o ha fatto, salti mortali per vederci felici e compiaciuti.

Una mancanza di rispetto nei confronti dei nostri amici e dei nostri colleghi che, costretti a starci a sentire, rischiano di restarne contagiati.

Una mancanza di riconoscenza verso le cose che ognuno di noi ha, quelle che ci sono state donate con amore e anche quelle che abbiamo ottenuto con energia e forza, per le quali ci siamo battuti e per le quali dobbiamo ogni giorno lottare per evitare di perderle. 

Un’enorme ingratitudine e un’ “offesa”, non rimarginabile, per quanti sacrificherebbero la loro vita per vivere nella nostra anche un solo momento.

Non sono parole mie, ma le condivido in pieno.

Ne trovate la fonte come sempre in fondo alla pagina.

Non ci piace ciò che altri hanno fatto?

O non hanno fatto?

Benissimo, rimbocchiamoci le maniche e facciamolo noi, facciamo altro, magari meglio.

Facciamolo però, altrimenti, come si dice: le chiacchiere – comprese le mie! – per me stanno a zero.

Davide De Vita

Fonte:

http://educandoci.com/lamentarsi-o-agire/