Signor Pinotto: un ricordo per la festa del papà.

Pinotto a Milano

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Tanti auguri a tutti i papà, o babbi che dir si voglia, intanto.

Il perché di oggi è abbastanza personale, ma non troppo: m’è venuta voglia, infatti, di parlare di mio padre, che non c’è più dal 2010, data la ricorrenza.

Uno – dei tanti perché che potrei citare – è che ogni mattina guardandomi allo specchio, vedo riflessa la sua faccia; un altro è che la mia sta assumendo espressioni che erano le sue, così come sempre più spesso mi ritrovo a dire cose che diceva, a volte frasi intere.

Sarebbe fin troppo facile scrivere qui dei motivi che crearono dissapori tra noi durante i suoi ultimi anni, ma sono cose molto private, per cui non lo farò.

Il tempo poi ammorbidisce, smussa gli angoli e ancora una volta prova a farci capire che non siamo in grado – né in dovere – di giudicare nessuno, tanto meno chi ci ha messo al mondo.

Non ho mai dimenticato una frase, in merito, di un amico del Bangladesh, col quale iniziammo l’avventura dei nostri rispettivi esercizi commerciali presso il mercato. Si chiamava Rana, ci frequentavamo quotidianamente per cui parlavamo anche dei nostri problemi. Gli parlai di quel che accadeva tra me e mio padre e lui, lapidario, mi rispose:

<< Non importa. Non importa proprio niente: è tuo padre. >>

Appunto.

Così eccomi a ricordarti e rivolgerti un pensiero scevro da rancore, signor Pinotto, ovunque tu sia…

Eri diventato una specie di istituzione ad Iglesias, camminare con te per le vie del centro era impossibile, in quanto mancava poco ti fermassi – o ti fermassero loro – a chiacchierare anche con… Le mattonelle della pavimentazione stradale, tanto eri conosciuto.

Un uomo che lavorava dalle sei del mattino a mezzanotte, un’infinità di volte, per quel negozio (per i più giovani: era dove adesso c’è la Vodafone) parte di te e che in città era una sorta di punto di riferimento e di incontro.

Attento ai cambiamenti del tempo, alle innovazioni tecnologiche, il primo a portare ad Iglesias i televisori a colori, i computer, i cellulari, senza però afferrarne in pieno (come la stragrande maggioranza di tutti noi …) l’inimmaginabile futuro che oggi è il nostro presente.

Nei tempi d’oro, più di una lavatrice venduta e consegnata, al giorno, in un anno, per non dire dei televisori, da registrare nel tuo personalissimo “ruolino di marcia”, roba da far impallidire qualsiasi grande distribuzione di oggi, fermi restando i tempi diversi e la realtà sociale ed economica locale di allora.

Per chi ha qualche anno in più, ricordo signor Nino con l’Ape per le consegne e, tornando ancora più indietro nel tempo, signor Gori insieme al quale lo stesso signor Nino salivano sui tetti (misure di sicurezza: zero…) a montare le prime antenne, mentre Videolina (diventato poi il soprannome dello stesso signor Nino) muoveva i primi passi…

Poi ancora signor Pinotto e le sue barzellette, i viaggi, l’incredibile voglia di vivere…

La sua fascinazione politica per Craxi prima e per il primissimo Berlusconi, ma anche l’enorme impegno, in cambio di nulla, per la campagna elettorale e la prima amministrazione Pili.

Amavi Iglesias, signor Pinotto, questo non lo potrà mai negare nessuno, ti spendevi eccome, per essa.

La visione del possibile sviluppo in chiave turistica di tutta quest’area, decenni prima che se ne tornasse a parlare un po’ più seriamente.

Il rifugiarti nella pittura quando le cose non andavano bene e cominciavi a non capire più il mondo che ti circondava e aveva preso a correre troppo in fretta per te, anche se non l’avresti mai ammesso.

Eri questo e tante altre cose, signor Pinotto nonché padre mio e di mia sorella, l’unica capace di tenerti testa sempre e comunque!

Non sono questi però, come già detto, luogo e tempo di rancori e/o rivendicazioni: è invece solo un piccolo pensiero per te, ovunque tu sia.

Ciao signor Pinotto 😊

Davide De Vita

Il passato, il presente e il futuro attraverso il caso Moro.

Aldo_Moro_br

 

 

Buongiorno e chiediamoci un perché.  

Perché, per esempio, risulta così difficile leggere – nel senso di comprendere – il periodo storico che stiamo vivendo, da qualunque angolazione lo si voglia osservare.  

Abbiamo appena commemorato, ieri sedici marzo, il quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro e della strage di via Fani, un tragico episodio della storia italiana sul quale gravano ancora, dopo tanto tempo, innumerevoli “lati oscuri”, a discapito – tanto per cambiare – di quella verità agognata prima di tutto dai familiari delle vittime.  

Non entro in merito alla polemica sulla presenza in tv di alcuni ex brigatisti rossi, ripetendo invece – come faccio da anni – che preferisco sperare piuttosto che sparare, onde per cui non potrò mai accettare la lotta armata come strumento di cambiamento.  

Non è sempre stato così però: nel ’78 ero un ragazzino – anche piuttosto antipatico, a rivedermi ora – di sedici anni che, volendo primeggiare in italiano e avendo come professore uno che si dichiarava apertamente marxista – leninista (in classe, allora non era inconsueto), mi ritrovai a difendere durante un’assemblea d’istituto prontamente indetta (anche questa molto frequente in quegli anni estremamente politicizzati) a poche ore, se non minuti, dal sequestro, l’operato delle BR.  

Nulla sapevo, poco me ne importava – bisogna dirlo, altrimenti se nessuno ha colpa non se ne esce – delle vittime, dei loro familiari, del sangue versato.  

Poliziotti e carabinieri sottopagati immolati in un sacrificio che, alla luce della Storia successiva, non portò a nulla.  

Se non alla coesione delle forze politiche contro le BR e alla loro sconfitta, da attribuire in prima persona alla mente del generale Dalla Chiesa, poi comodamente fatto fuori dalla mafia…  

Cose italiane, come sempre…  

Se vogliamo, possiamo cogliere anche la vicinanza – che strana coincidenza! – della data del sedici marzo col quindici, tradizionalmente ricordata come le << idi di marzo >, giorno in cui fu ucciso Cesare.  

Non è il caso qui di elencare tutti gli omicidi politici – o le stragi – di cui è costellata la Storia italiana, ma di quel sangue siamo eredi.  

Lo dimentichiamo spesso, ma è così.  

Per quanto riguarda il presente – o se vogliamo il futuro, dove timorosi ci stiamo affacciando – non è affatto semplice. 

Sappiamo tutti che, nonostante due siano chiaramente i vincitori delle elezioni (Di Maio e Salvini), da soli non possono avere la maggioranza.  

Col PD fortemente all’opposizione dopo essere finito ai minimi storici, gli scenari sempre più probabili, mentre l’orologio ticchetta inesorabilmente, sono un governo Cinque Stelle – Lega o un governo di scopo, cioè con l’unico obiettivo di modificare la legge elettorale e tornare quindi al voto; qui come al solito gli immancabili analisti danno nuovamente trionfanti i Cinque Stelle e, modestamente, sono d’accordo con loro, la fase storica è quella e non può cambiare in poche settimane o mesi.  

Come legare l’Italia del sequestro Moro a quella di oggi?  

Non si può, o… Quasi.

Sono due pianeti infinitamente distanti, non sovrapponibili, nonostante quella di oggi sia nipote di quella del 1978.  

Allora – non dobbiamo dimenticarlo – esistevano ancora, prepotentemente da entrambe le parti, i due blocchi contrapposti USA – URSS e, per quanto paradossale potesse sembrare, il deterrente nucleare teneva il mondo non in pace (non lo è MAI stato, purtroppo… ) ma almeno lontano da una Terza Guerra Mondiale.

Le due superpotenze si erano spartite le diverse aree di influenza, dove agivano con mezzi leciti e/o illeciti, con una prevalenza neanche troppo occulta dei secondi… Questa è la Storia, ragazzi, santi ce ne sono davvero pochi … 

Anche se non soprattutto in questo contesto va letta la vicenda Moro e la decisione di sacrificare la sua vita in nome del bene superiore dello Stato.

Pure, a rileggere la Storia senza la pretesa di riscriverla secondo il proprio orientamento politico (cosa assai difficile se non impossibile), dovremmo almeno riflettere sullo spessore – e la serietà – degli uomini dello Stato di allora e quelli di oggi.  

Nel bene e nel male, naturalmente.  

Non solo.  

Forse un legame lo si può trovare, anche se in negativo.  

Abbiamo perso, tutti, quell’abitudine al riconoscimento dei nostri errori – quindi all’ammissione delle nostre responsabilità – che forse prima avevamo e che, indubbiamente, ci faceva crescere.  

Oggi conta solo il vincente, che sfiora la sopraffazione.  

Mi riferisco anche – come potrei farne a meno? – ai ragazzi e quindi alla scuola, dove pare che, per tanti genitori – non tutti, grazie al Cielo… – sia fondamentale la promozione a tutti i costi, a discapito della reale preparazione dei propri figli.  

Non mi risultano miei coetanei morti per essere stati rimandati o essere stati bocciati, mentre moltissimi di loro sono persone validissime che godono, per quello che conta, del mio massimo rispetto e della mia stima.  

Oggi, forse anche per ciò che ho appena scritto, c’è il rischio reale che un o una adolescente si suicidi (purtroppo è già successo) per un brutto voto o una nota.  

Non credo questo aiuti a formare donne e uomini nuovi…  

Il futuro, quindi? 

Una grande nebulosa, dove tutto e il contrario di tutto è ahimè possibile.  

Alla prossima, grazie per avermi letto fin qui, chiunque siate e comunque la pensiate.  

Davide De Vita 

La spocchia.

Renzi triste sconfitta 2018

 

 

Buonasera e chiediamoci un perché.

O meglio, continuiamo a chiedercelo, tanto quest’anno ai Mondiali di Calcio non c’andiamo quindi le chiacchiere da bar – come ripeto può essere definita questa – da qualcosa dovranno pur essere alimentate.

La spocchia, dunque.

Temo di non esserne esente nemmeno io, puntiglioso come sono, ai limiti ed oltre l’antipatia, sull’uso di verbi e congiuntivi come la buonanima della mia maestra (la più severa ma valida tra tutte e tutti gli insegnanti che abbia mai avuto) m’aveva appunto insegnato, oppure con citazioni storiche e sfoggio di cultura…

Beh, ragazzi, dati alla mano, nel 2018 queste cose non pagano.

La spocchia di certi alti dirigenti della cosiddetta sinistra o centro sinistra o quello che vi pare, mister D’ Alema in primis, proprio cintura nera in materia, ma Renzi, il mattacchione di Firenze non gli è da meno, beh, a lungo andare, all’elettore che prima ancora un pochino ci credeva, ha proprio rotto il c***o.

E di nuovo scusate il francesismo.

Per quanto continui a non condividerne le idee, non posso continuare a mancare di rispetto ai Cinque Stelle: Di Battista era in piazza Sella, qui ad Iglesias, solo pochi giorni fa, dopo aver girato innumerevoli altre piazze, mentre Di Maio mostrava il volto morbido e “istituzionale” del Movimento.

Una strategia dimostratasi vincente, ma roba nella quale e per la quale, raccontano gli anziani, il “vecchio” Partito Comunista non era secondo a nessuno…

Come hanno già scritto in tanti, i cosiddetti radical chic hanno mollato – per usare un termine gentile – il popolo preferendogli i salotti bene e gli studi televisivi: chiaro che il popolo, che non è fesso, s’incazzi.

Magari ci mette anni a far capire che così non va bene, le persone impoverite si stufano di ascoltare promesse – precedenti a quelle di quest’anno – su promesse, mai mantenute mentre lo stipendio (e i “benedetti” vitalizi) di deputati e senatori venivano nel frattempo messi al sicuro, blindati…

Se poi ci si mette anche Renzi a fare il piccolo Berlusconi, attirandosi l’antipatia anche dai sistemi solari vicini, sordo a chiunque gli dicesse che stava sbagliando tutto, con un’arroganza e una prepotenza che forse nemmeno l’<< originale > ha mai avuto o quasi, beh, non è che si possa dire: non ce l’aspettavamo.

Certo, anche gli altri “soloni” frantumando quel che restava del Partito Democratico hanno messo del loro, dimostrando di interessarsi molto di più delle beghe interne e delle rese dei conti incrociati piuttosto che dei problemi veri delle persone, quella <<gggente >> che, sentendosi tradita, non poteva che guardare e rivolgersi altrove.

Si dice che ai funerali di Almirante ci fosse la moglie di Berlinguer e che a quelli di quest’ultimo vi fosse la vedova del primo: non so se sia vero, ma l’aneddoto ricorda uomini di uno spessore completamente diverso, avversari politici ma mai nemici, con un rispetto reciproco ch’è proprio andato perso.

Mi si dirà che questi sono altri tempi, completamente diversi e incredibilmente più veloci, mi si accuserà di nostalgia e forse è proprio così, ma ho dei nipotini in Gran Bretagna e, a malincuore, devo affermare che sono felice siano già cittadini inglesi (sì, solo per essere nati lì) e si apprestino a vivere la propria vita lontano da questo Paese dal futuro invece parecchio incerto.

Non ho la sfera di cristallo quindi non posso prevedere il futuro, magari mi sbaglio e questo <<nuovo ch’è arrivato>> mi stupirà con meraviglie ed effetti speciali, se accadrà tanto meglio per tutti, ma al momento se permettete mi tengo tutta quanta la mia perplessità.

Può darsi, come è stato detto e ripetuto, che il tempo delle ideologie sia terminato, forse viviamo un periodo storico che solo quei bambini di cui sopra riusciranno a capire una volta adulti, con mezzi e tecnologie che oggi non possiamo nemmeno immaginare; intanto, su un concetto sono d’accordo: benvenuti nella Terza Repubblica e…

Che Dio ce la mandi buona.

Davide De Vita

 

Italia a cinque stelle.

 

Vittoria del M5S

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Se lo staranno sicuramente chiedendo in molte segreterie di partito, stamattina, davanti alla palese, indiscutibile vittoria del Movimento 5 Stelle che raggiunge – l’hanno fatto notare in molti – percentuali democristiane diventando il primo partito in Italia.

Non ho votato per loro, faccio parte degli sconfitti, però in democrazia il dato dei voti (nonostante non sia ancora completo, non credo cambierà la sostanza) è inoppugnabile e, come nel calcio, chi segna di più vince.

Orfani del calcio come siamo per la scomparsa del povero Davide Astori (tra parentesi che tristezza morire a trentun anni nel pieno della carriera) mi trovo a commentare, come immagino in tutti i bar d’ Italia – isole comprese – il voto di ieri.

Non è mia abitudine salire sul carro dei vincitori, per cui non lo farò, puntando invece l’attenzione sugli sconfitti.

Tra questi, come sempre a mio modestissimo parere, ci sono senz’altro Renzi e il “suo” PD, ma anche gli illusi Bersani, Grasso e C., dove  per “C” si intende fortemente lo spocchioso D’Alema.

A destra, come profeticamente ha sbandierato (per usare un eufemismo…) la << Femen>> presentatasi al seggio dove ha votato Berlusconi, lo sconfitto, lo “scaduto” è proprio lui, con la peggiore performance di Forza Italia di sempre, superata dalla pimpante Lega di Salvini.

Male anche, tra gli altri <<minori>>, la Bonino con il suo << + Europa>>: l’appello << Amatemi meno, votatemi di più. >> non è stato evidentemente ascoltato.

Ora, come riportano tutti i giornali e gli immancabili analisti – ripeto: personalmente mi colloco all’altezza … Del bancone del bar, un caffè caldissimo e una pasta qualsiasi con marmellata, grazie. – sarà un rompicapo pazzesco creare una maggioranza stabile, in quanto l’unica possibile, << pallottoliere>> alla mano, sembrerebbe proprio M5S + Lega, che raggiungerebbe e supererebbe la fatidica soglia dei 316 seggi (alla camera, se non ho capito male).

Questa la politica di queste ore, ma ci sono molte altre sfide che la Storia pone di fronte a vincitori e vinti.

Come detto, del M5S parleranno tanto e in tanti, ma… Che fine ha fatto la sinistra? Esiste ancora? Ha un senso? E, se esiste, non si rende conto di essersi allontanata tantissimo da quello che una volta si chiamava paese reale?

Non solo: questa è una ennesima spallata all’Europa e all’idea stessa che se ne ha, ma come un cane che si morde la coda, così come stanno le cose oggi, proprio con quella stessa Europa il futuro governo – qualunque futuro governo – dovrà fare i conti. 

I problemi di ogni giorno – perché di questo si tratta, non di altro, stringi stringi – li conosciamo benissimo tutti, ahimè, terrorizzati come siamo da qualunque cosa diversa da un volantino pubblicitario si manifesti nella nostra cassetta delle lettere (quella vera, non della posta elettronica…).

La crisi economica che non sembra affatto terminata nonostante i proclami, la disoccupazione giovanile ma non solo, il lavoro nero e in nero, la corruzione senza confini e senza colori, giusto per citare le prime – da decenni sempre le stesse… – cose che vengono in mente, sono tutti temi che, perdonate il francesismo, fanno girare i coglioni a chiunque.

La sensazione, dopo decenni di vita malvissuta, è che gli italiani abbiano pensato:

<< Proviamo con questi che almeno il computer lo sanno usare. >>

Però, come dicevo, è solo la mia solita e magari sbagliata opinione.

Il resto è fatto di politici di professione – sconfitti – che pur mostrandosi sorridenti davanti alle telecamere, si leccano le ferite e si stracciano le vesti nelle segrete segreterie dei loro partiti…

Speriamo di salvarci, tutti.

Davide De Vita

La squadriglia Scoiattoli e il giornalismo

 

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Buongiorno e chiediamoci un perché?

Premessa & avvertenza: questo sarà un pezzo molto “scout”, quindi … Siatene consapevoli, vi ho avvisato prima!

Il << perché>> di oggi sarà, di conseguenza, abbastanza personale, ma mi va di scriverlo (così eviterò di parlare di elezioni…) e quindi partiamo.

È capitato che mi abbia cercato un amico e capo scout di Carbonia, chiedendomi se fossi disposto a dare una mano ad una sua squadriglia femminile impegnata nella conquista della specialità di squadriglia di giornalismo.

Ora io non sono ufficialmente un giornalista (ho sfiorato più volte il raggiungimento della tessera di pubblicista ma… M’è sempre sfuggita all’ultimo momento) ma pare che – a detta di molti – qualche esperienza nel campo ce l’abbia, per cui ho accettato con grande piacere.

<< Non fare il modesto >>

M’ha detto al telefono Matteo, l’amico capo scout di Carbonia, per cui nel giro di pochi giorni Rita ed io abbiamo potuto accogliere la squadriglia Scoiattoli femminile in casa nostra.

Sono arrivate in uniforme, queste ragazze curiose di sapere qualcosa da me che per l’occasione mi son sentito quasi importante. Ho pensato anche che per loro, fascia d’età compresa tra i dodici e i quindici anni, dovevo apparire come  una sorta di alieno proveniente da un altro spazio e soprattutto da un altro tempo, passato, molto passato.

In qualche modo una sorta di contatto verbale si è stabilito, così qualche prima timida domanda sono riuscite a farmela, queste giovani future donne, tutte – ahimè per me che non lo sono per niente – native digitali, nate e completamente appartenenti a questo XXI sec.

Non al mio quindi, che senza tema di smentita, è il…

Secolo scorso.

Ho provato comunque a dare loro alcuni consigli, o meglio a parlare delle mie esperienze di cronista per varie testate cartacee e/o on line, senza omettere gravi errori di cui ancora mi vergogno e dai quali ho cercato di metterle in guardia.

Non gliene faccio una colpa, ma sono rimasto abbastanza male quando, chiedendo qual era l’ultimo libro che avevano letto m’hanno risposto:

<< Non me lo ricordo >>

Oppure:

<< Ne ho iniziato diversi ma non ricordo di averne finito qualcuno di recente… >>

O anche:

<< Quello che ho dovuto leggere a scuola… >>

Dovuto, capite?

Per qualcuna la lettura di un libro è stata un’imposizione, il modo peggiore di far amare la lettura.

È andata molto meglio, invece, quando ho chiesto loro quali serie tv seguissero: su tutte hanno fatto la parte del leone “Greys anatomy”, che non ha bisogno di presentazioni e Tredici”, di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza.

Ho chiesto a loro e poi sono andato a cercare di che si tratta; ecco le prime righe riportate al solito da mamma Wiky:

Tredici (13 Reasons Why, reso graficamente TH1RTEEN R3ASONS WHY) è una serie televisiva statunitense creata da Brian Yorkey basata sul romanzo 13 di Jay Asher. La storia ruota attorno alle vicende che seguono il suicidio dell’adolescente Hannah Baker, la quale ha registrato i tredici motivi che l’hanno spinta a suicidarsi.

Non sono un sociologo e non voglio fingere di esserlo, ma il fatto che una serie simile riscuota grande successo sulle – e sugli – adolescenti dovrebbe, quanto meno, far riflettere parecchio noi adulti sempre tanto presi da noi stessi e dai nostri apparentemente molto più importanti problemi…

Per la serie:

<< non siamo riusciti ad individuare o riconoscere alcun segno o segnale di disagio giovanile… >>

Ah no?

Va beh…

Non drammatizziamo e torniamo alle ragazze “Scoiattoli” che, timidezza a parte, ma ci stava tutta, voglia di vivere e sperimentare nuove e sane avventure ne avevano e ne hanno tantissima, non lo scrivo per tranquillizzare chi legge ma per riportare ciò che i miei occhi hanno visto e le mie orecchie hanno sentito.

Per i tempi in cui viviamo, infatti, queste ragazze – pur accompagnate all’andata e al ritorno da Iglesias dai loro capi, meglio sottolinearlo – hanno comunque dimostrato intraprendenza e voglia di conoscere il mondo un po’ più da vicino e non soltanto attraverso i soliti social, insomma – ripeto non mi pare cosa da poco – andando a vedere “di persona”, fatto questo – come ho provato a dire loro – che ritengo fondamentale per il giornalismo vero e non infarcito di  oggi tanto di moda.

In conclusione, nel ringraziare queste ragazze – e i loro capi – per essere venute a trovare Rita e me e aver impiegato un bel po’ del loro tempo a chiacchierare con chi ai loro occhi probabilmente appariva come una sorta di dinosauro parlante, faccio anche gli auguri perché raggiungano presto il loro obiettivo, ma sono certissimo che conquisteranno/rinnoveranno la specialità di squadriglia di giornalismo, spero grazie anche al mio piccolo e modesto contributo.

Ve l’ho scritto in apertura, care lettrici e cari lettori: cose da scout ma, forse, non solo…

Alla prossima.

Davide De Vita

 

Elogio di Serra Perdosa (e dei suoi abitanti)

chiesa san Pio X Serra Perdosa Iglesias

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, qui ad Iglesias è purtroppo ancora uso storcere il naso nei confronti di chi vive nel quartiere di Serra Perdosa (ma potevano essere anche altri) definiti, percepiti come “popolari”?

Forse perché chi abita al centro (nemmeno fossimo una grande metropoli o ancora veramente nel tanto amato Medioevo, coi signorotti feudatari nel castello e la volgare plebe tutta intorno…) si percepisce in qualche modo <<superiore>>?

Comincio come sempre dal sottoscritto: sono stato un bambino magari non ricco ma benestante, sicuramente viziato, molto viziato, il primo a storcere il naso come appena scritto.

Lo ammetto, riconosco e confesso.

Educato nel modo di cui sopra, per cui mi ci sentivo – senza ragione alcuna – un signorotto, un principino, crescevo e vivevo sopra un immaginario e fin troppo iglesiente piedistallo; molti anni più tardi sono diventato amico di persone di Monteponi (che per me era sempre periferia da snobbare…) che, una volta capito di trovarsi di fronte una persona completamente diversa, mi hanno detto che all’epoca non sono stato gonfiato di botte su quel famoso, famosissimo “scivolo” in marmo che fa da confine tra i gradini di via Gramsci e piazza Oberdan soltanto perché… Facevo loro pena.

Sono infinitamente grato a quelle persone, tra le quali una in particolare, perché mi insegnò non un gioco qualsiasi ma il nobil giuoco, l’arte degli scacchi: non so se lui leggerà mai queste righe, ma se qualcuno che lo conosce (e ha capito di chi parlo) sta leggendo, glielo riferisca, grazie.

Tornando a noi, ascoltate e incassate quelle parole, ho ammiccato, ho abbozzato e ho capito di averla scampata bella, nonostante quattro calci in culo (scusate il francesismo…) probabilmente mi avrebbero fatto bene, sarei cresciuto prima.

Detto ciò torniamo a Serra Perdosa, quasi un paese a sé stante con i suoi circa diecimila abitanti; da qualche tempo mi ci trovo spesso, vedo la gente… No, troppo generico, la <<gente>>, meglio le persone al mercatino del lunedì oppure intorno agli ambulanti che vendono frutta e verdura nella piazza antistante la chiesa e sapete, ho imparato e sto ancora imparando molto, moltissimo, da loro, anche soltanto osservandole, sempre col massimo rispetto.

Perché ho capito di trovarmi di fronte a persone vere, autentiche, che non fingono di essere ciò che non sono; traspaiono dai loro sguardi le preoccupazioni di ogni giorno che sono anche le mie, drammi familiari – e non – che sono troppo privati per parlarne ma che solcano il viso e si trasformano in dolorose rughe, anche in chi – data la giovane età – quelle stesse rughe non dovrebbe averle.

Vedo però anche l’allegria – magari forzata, ma che aiuta ad affrontare la vita – di chi ha sempre la battuta pronta, non si fa problemi a parlare con chiunque e di sicuro non ha la puzza sotto il naso che, invece, avevo io da bambino.

C’è da imparare qui, lo ripeto, da imparare molto, ci si trovi al panificio o in fila alla posta, nel grande discount del viale o sul sagrato della chiesa… Basta aver voglia di osservare, ascoltare e restare umili, che “signori” lo si può essere in tanti modi e di sicuro non lo si diventa coi soldi o solo con quelli…

Certo, si capisce che anche da queste parti soldi non ne circolano molti, ma il fenomeno mi risulta diffuso anche nei quartieri cosiddetti – o che credono di essere – “alti”.

Insomma, mentre sorrido ascoltando i fruttivendoli fischiettare uno degli ultimi successi di Sanremo, “Una vita in vacanza”, penso che piacerebbe a tutti, trascorrerla davvero…

Nel frattempo, vale la pena di imparare a vivere, pregare e combattere come fanno qui, ogni giorno, a Serra Perdosa, che saluto.

Davide De Vita

 

Una scuola “social” ?

una scuola social photo

Buonasera e chiediamoci un perché. Perché, per esempio, non è giusto demonizzare i social e l’uso appropriato che ne fanno gli insegnanti? Ospito con grande piacere un pezzo dell’amica e collega scrittrice Giorgia Loi, insegnante con le idee molto chiare in merito. 

Una questione spinosa, quella dei rapporti virtuali tra docenti e studenti, sulla quale ora il governo vorrebbe addirittura mettere un diktat:

“vietato ai prof avere contatti Facebook e WhatsApp coi loro studenti”:

lapidaria e inopportuna, come al solito, la Fedeli e, sulla sua scia, alcuni presidi che con una circolare hanno categoricamente posto questo veto nei loro istituti.

Molti i pareri contrastanti.

Ora la vera domanda è: la scuola è “social” o è un mondo a parte che sta fuori dai portali a scandalizzarsi ed emettere sentenze, senza sporcarsi le mani e calpestare le piazze frequentate dai nostri studenti e figli per camminare con loro?

Con il dovuto rispetto per le opinioni di tutti, vorrei dire la mia.

Insegnare è anzitutto intessere relazioni, talvolta sapendo di dover espugnare fortini invalicabili. Come si può scegliere di prescindere a priori dall’utilizzo di certi linguaggi che caratterizzano i giovani?

Uso Facebook e WhatsApp quotidianamente per la mia professione. Li uso con l’entusiasmo che ogni giorno mi fa varcare la porta dell’aula. Li uso come strumenti insostituibili che mi consentono di intrecciare relazioni interessanti e proficue sotto il profilo educativo ed efficaci sotto l’aspetto didattico. Li considero una grandissima opportunità per “sfondare” letteralmente le pareti dell’aula creando un continuum nella relazione, che può davvero lasciare il segno.

O forse non lo lascerà, ma questo è secondario ed è la scommessa anche di tutte le altre risorse che abbiamo a disposizione. Creo gruppi chiusi che sono una vera e propria prosecuzione dell’attività d’aula, per dibattiti, riflessioni condivise su argomenti dei programmi o d’attualità, comunicazioni, esercizi, letture di approfondimento, suggerimenti, materiali vari. Non mi preoccupa affatto che i miei studenti leggano nella mia bacheca i post che pubblico, le riflessioni o i link che condivido, non ho motivo di tenerne oscurate delle parti: sono e penso nella piazza virtuale quello che di me vedono e sentono in aula.

Non mi fa paura il termine “amico” che viene dato ai contatti virtuali.

In classe affrontiamo spesso il tema dell’amicizia con riflessioni profonde nutrite da letture e approfondimenti che svelano anche le moderne implicazioni di questa parola e il fatto che sia poliedrica e versatile secondo i contesti comunicativi. È evidente che l’amico su Facebook non è e non può essere il confidente alla pari che si incontra talvolta nella vita reale: i nostri ragazzi sono abbastanza intelligenti da arrivarci da soli. Nella mia filosofia della scuola ben vengano tutte quelle risorse innovative il cui uso intelligente permette alle persone di incontrarsi e crescere insieme. L’autorevolezza non la si costruisce certo mantenendo le distanze in un gioco freddo e distaccato dei ruoli, ma

COSTRUENDO PONTI IN TUTTI I MODI POSSIBILI CHE LA CREATIVITA’ PUO’ SUGGERIRE

e tenendo a mente quel vecchio detto latino che è sempre attuale: “In medio stat virtus”: sono l’equilibrio e il senso di responsabilità la strada da percorrere. Facebook non può pagare a prescindere. Le persone fanno la differenza e a provarlo c’è il fatto che gli abusi, gli sconfinamenti dei ruoli, le offese esistono da prima che ci fossero i social.
Con questo non mi sognerei mai di dire che, viceversa, i colleghi che scelgono di fare a meno dei social non possano praticare un’ottima didattica e stabilire con gli studenti un’empatia altrettanto forte. Il problema è rispettare fino in fondo la libertà d’insegnamento, dettata dalla Costituzione, che comprende, per la verità, le scelte personali sui linguaggi da utilizzare per raggiungere gli studenti. Una libertà che va garantita dal legislatore, altrimenti un diktat suonerebbe come antidemocratico, ma che va anche rispettata tra colleghi, evitando la pretesa di avere la verità in tasca, poiché l’esperienza insegna che nel processo educativo non esistono verità universalmente valide, ma solo buone pratiche che andrebbero condivise nella consapevolezza che, se hanno funzionato in un contesto, potrebbero benissimo fallire in un altro.
Il vero pericolo per gli studenti non sono certo i social network, ma quei docenti che, non riuscendo a realizzarsi in altri contesti lavorativi, come avrebbero desiderato, fanno questo lavoro per ripiego, vivendo con frustrazione quotidiana la fatica di una delle professioni più belle ma anche più difficili.

 

Sanremo e le altre liturgie

Hermal Meta e Federico Moro vincono Sanremo 2018

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, è inevitabile parlare di Sanremo, come lo è stato nei giorni scorsi e lo sarà oggi, ora che sappiamo com’è andata a finire?

Perché Sanremo, giunto alla sessantottesima edizione, non è solo una gara tra cantanti e canzoni, un evento televisivo, un imperituro fenomeno sociale tutto italiano.

Certo, è senz’altro anche tutte queste cose, ma ormai è assurto al rango di liturgia laica.

Quest’anno inoltre, per tutti noi figli di mamma però orfani d’Italia ai mondiali di calcio, ha ancora più valore, è … Una rassicurante mammella alla quale attaccarci, tutto il resto lo mettiamo in stand by almeno per quella settimana lì.

Hanno vinto Hermal Meta con Federico Moro che cantavano “Non mi avete fatto niente”, canzone sospesa i primi giorni in quanto in odore di plagio, poi riammessa e arrivata prima, come in una bella favola… Italiana.

Così com’è tremendamente italiana la canzone “Una vita in vacanza”, filastrocca orecchiabile e “furba” che sentiremo ovunque, quest’estate e nelle feste di là da venire, neanche… Fosse stata scritta apposta…

Splendida infine la voce di Annalisa che guadagna il terzo gradino del podio con la sua “Il mondo prima di te”, ma tutto questo è già… Ieri.

Premio della critica a Ron con “Almeno pensami”, scritta da Lucio Dalla e che se fosse stata cantata da quest’ultimo sarebbe diventata un successo senza tempo ma… Lucio non c’è più, è rimasto Ron.

Un ragazzo che ha scelto come nome d’arte “Ultimo” è arrivato primo con la canzone “Il ballo delle incertezze” e anche questa è un’altra favola italiana che sembra, inoltre, un giochino di parole.

Baglioni ingessato che fa il “dittatore artistico” e non azzecca una battuta, ma canta da “Baglioni” e indovina sia la coppia di compagni d’avventura sia gli ospiti, stracciando ogni record di ascolti precedente… Da Fiorello che fa Fiorello e gli “apre” magnificamente la prima serata e lo show intero alla Hunziker forse un tantino esagerata ma di sicuro agli antipodi rispetto alle “vallette mute” di molte altre edizioni, ad un insuperabile e praticamente perfetto Favino che, scoprono gli italiani ma soprattutto le italiane, è simpatico, sexy, sa fare praticamente tutto e parla benissimo l’inglese… Per lui Sanremo è un trionfo, una consacrazione.

Questa la cronaca succinta di un fenomeno, una liturgia come scrivevo in apertura, che ha distratto gli italiani che so, dalle elezioni imminenti, da un caccia israeliano abbattuto nei cieli della Siria, dall’interminabile guerra in quel Paese dove, per il petrolio, è già in corso la “libanizzazione”, dagli ultimi orrendi fatti – purtroppo anche quelli tutti italiani – di cronaca nera e, nello specifico, ennesime violenze sulle donne…

Certo, alcuni sono stati meno distratti, non si può negare, ma in milioni ci siamo lasciati rassicurare da quella tetta di cui sopra, perché la realtà fa sempre più paura, è diventata ingestibile (cit. Pietro Martinetti) così come l’oscuro futuro che pare ci attenda, prodotto dalle nostre scelte passate, presenti e appunto future ma per le quali… Incolperemo qualcun altro.

È snob non guardare Sanremo?

È snob guardarlo?

Non lo so, pare io sia un intellettuale schierato (così mi è stato detto) ma non ho ancora ben capito come ci si comporta accettando il ruolo, quindi fate voi che siete più intelligenti e capaci di me…

Confesso di averlo visto zippato, utilizzando le registrazioni e la funzione avanzamento veloce – quando qualcosa non mi piaceva – offerte dal decoder Sky e dal suo telecomando, ma…

Anche questo è il ventunesimo secolo, la tecnologia permette lussi prima impensabili, pigramente italiani anche loro…

Nel frattempo anche questa kermesse (forse non l’avevo mai scritta prima, ‘sta parolaccia, ma fa tanto figo …) è andata, così come sta per finire anche il carnevale, per lasciare il posto alla Quaresima…

Il rischio è che lo sia in tutti i sensi, la quaresima alla quale andiamo incontro, “in tutti i luoghi e in tutti i laghi” per fare un’altra citazione.

È l’Italia però, siamo noi, che continueremo a blaterarci in merito e parlarci e sparlarci sopra, fino alla…

Prossima edizione.

Chiudo citando Elio e le Storie tese, che ci tenevano ad arrivare ultimi e ci sono riusciti: arrivedorci.

Davide De Vita

Fonte:

http://www.repubblica.it/speciali/sanremo/edizione2018/2018/02/10/news/sanremo_2018_quinta_serata_finale-188537030/

 

Macerata d’odio

arresti a Macerata

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Il più semplice, doloroso, tragico, sarebbe “Macerata perché?” ma non lo userò perché credo l’abbiano già fatto in tanti.

Faccio, invece,  le solite doverose premesse: non conosco Macerata, i suoi problemi, i suoi abitanti, i suoi pregi e virtù che ritengo siano molti di più dei difetti (il peggio fa sempre più notizia…) e scrivo sulla base di quanto visto e sentito – come tutti – in tv e sui media di ogni genere.

Aggiungo – e ribadisco – inoltre che quanto accaduto poteva accadere ovunque, non ha il “marchio” maceratese.

Ho intitolato il pezzo “Macerata d’odio” perché, da qualunque angolo si voglia analizzare la vicenda, questo è ciò che traspare e si percepisce, un odio che si respira e infetta ambienti probabilmente immuni fino a poco tempo prima come, ripeto ancora una volta, dappertutto nel nostro Paese.

Nello specifico, anche se sono cose note, riassumo.

Una ragazza fatta a pezzi probabilmente dopo essere morta di overdose, con le membra, lavate, rinchiuse in due trolley. Le voci, poi rivelatesi false (tanto per cambiare) che le fossero stati asportati alcuni organi per un rito voodoo. Oppure quelle secondo le quali la ragazza non solo conosceva il secondo arrestato ma ne sarebbe stata addirittura la fidanzata, voci smentite categoricamente stamattina dai familiari.

L’arresto del presunto colpevole, di colore, sulla base di indizi pesantissimi a suo carico: gli abiti della ragazza a casa sua, con tracce di sangue, sempre della ragazza, lui che si avvale della facoltà di non rispondere…

Il raid di un individuo inqualificabile, definito folle forse per comodità, che spara all’impazzata ferendo diverse persone, come nelle cronache alle quali ci hanno abituato gli Stati Uniti.

L’individuo in questione – non entro in merito all’appartenenza politica – pare avesse avuto già problemi psichiatrici, ma era comunque in possesso di una pistola Glock regolarmente registrata: oltre tutto il resto, anche questo dà veramente da pensare.

Poi, sopra ogni altra cosa, fatto salvo il dolore inarrivabile per chi non è coinvolto in prima persona, le parole della madre della ragazza fatta a pezzi, pronunciate e diffuse dopo la sparatoria:

<< La violenza non è la risposta. >>

Già, la violenza non è la risposta.

Però la violenza parte anche dalle nostre parole, usate senza controllo alcuno in questo benedetto/maledetto mondo virtuale, parole che generano azioni nel mondo reale altrettanto incontrollate, capaci di produrre disastri, sangue, morte.

Tragicamente reali.

Che si sia oltrepassato un limite orrendo è davanti ai nostri occhi ogni giorno, ogni ora, non stupiamoci se adesso, domani, qualcosa di simile capita a noi, a casa nostra ovunque essa sia, coinvolgendo qualcuno dei nostri cari.

Non abbiamo fatto nulla di concreto per impedire che avvenisse, tranne scrivere quattro cazzate come queste che ora scrivo e voi leggerete, voi ed io al sicuro dietro uno schermo, convinti che <<tanto succede agli altri, da qualche altra parte. >>

Ancora una volta è bene ribadire che…

Gli altri siamo noi.

Nel bene e nel male, con la speranza che si trovi il modo di tornare almeno qualche passo indietro e non si vada a finire tutti con un’arma in mano, pronti a far fuoco contro chiunque non la pensi come noi, abbia parcheggiato al posto nostro, ci stia scrivendo una nota sul registro (altra vicenda dolentissima di questi giorni…), preferisca un colore che a noi non piace e via dicendo.

Tutto questo non è giusto, non è civile, non è progresso, non è cultura, non è educazione, ammesso che ricordiamo ancora il vero significato di questi termini.

Non è nemmeno questione di partito politico: i quasi tredici milioni (tredici milioni!) di attuali indecisi stimati dagli ultimi sondaggi la dicono più lunga di qualsiasi altro dato, in merito alle imminenti elezioni.

È invece questione di deriva, morale e sociale che ha origini lontane, indietro nel tempo, quando non abbiamo avuto il coraggio e la forza di scegliere, sacrificandoci, rinunciando a qualcosa allora,  quando era il momento,  per trarne poi beneficio oggi.

Certo è la solita storia del “col senno di poi”, ma forse ce la facciamo ancora a salvare noi stessi e i nostri figli: se davvero prendiamo coscienza di quell’orrendo limite di cui sopra e proviamo, insieme, tutti, a fare un respiro enorme e un passo indietro.

Altrimenti – Dio non voglia – meglio armarsi, subito.

E scavare trincee.

Davide De Vita

Dice ch’era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare… Come si vota il 4 marzo?

scheda-elettorale- con lucio dalla

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, sarebbe meglio informarsi bene e per tempo per come si voterà il 4 marzo prossimo (da cui il riferimento alla bellissima canzone di Lucio Dalla)?

Perché le schede elettorali che ci verranno poste in mano non saranno affatto facili da decifrare ed utilizzare correttamente, con l’altissimo rischio di confusione, voti persi e/o annullati…

Bene, proviamoci.

Cominciamo dal << quando >> e dal << dove >>.

Si voterà domenica 4 marzo dalle ore 7.00 alle ore 23.00.

Oltre che per l’elezione del Senato e della Camera si voterà anche per le elezioni regionali di Lazio e Lombardia.

Rispetto alle passate elezioni si potrà votare solo nella giornata di domenica, quindi non ci sarà la possibilità di recarsi alle urne il lunedì.

Agli elettori saranno consegnate due schede – una per gli under venticinque che non possono votare per il Senato – con cui esprimeranno le loro preferenze per eleggere deputati e senatori.

Come direbbe Jack Sparrow: comprende?

I ragazzi, under venticinque significa questo in soldoni, potranno votare solo per la camera dei deputati, per questo riceveranno solo una scheda, intiendes?

Beh, spero di sì.

Andiamo avanti.

A tutti gli altri elettori saranno consegnate due schede con cui esprimere le proprie preferenze per eleggere deputati e senatori.

Pure fin qui dovremmo esserci.

D’ora in avanti – ahimè – cominciano i dolori: la scheda, di cui allego il fac-simile, sarà composta da due sezioni differenti; ci sarà infatti il nome del candidato uninominale (espresso dai 232 collegi per la Camera e 116 per il senato) e i simboli dei partiti che compongono le coalizioni, o i singoli partiti, con a fianco i nomi dei candidati al plurinominale.

Ehhhh?

Che vor dì “uninominale”?

Il collegio uninominale è una circoscrizione elettorale che elegge un unico rappresentante in un’assemblea legislativa.

In pratica: chi prende più voti ha il seggio, amen; per questo si parla tanto di secco first-past-the-post, termine britannico mutuato dall’ippica che significa appunto “il primo oltre il palo”; si ha questa formula nell’uninominale secco.

Però …

Eh eh eh eh eh cari miei, noi discendiamo in parte dai bizantini, che inventarono la burocrazia quindi la complicazione di qualsiasi cosa altrimenti semplice, perciò…

Che vor dì “plurinominale”?

Si riferisce ad un sistema elettorale basato su collegi che eleggono più di un candidato e si contrappone quindi all’uninominale.  

Quindi, se abbiamo capito bene, noi diversamente giovani riceveremo due schede e voteremo con due sistemi elettorali diversi.

Ci siamo fin qui?

Su coraggio, vedrete che ce la facciamo ad arrivare in fondo…

A questo punto, le modalità per votare sono due: potremo tracciare una croce sul nome del candidato all’uninominale oppure il simbolo di uno dei partiti.

Il Rosatellum (nomignolo con cui questo sistema elettorale è stato battezzato, dal nome del primo firmatario della proposta di legge) non prevede il voto disgiunto …

Okay, okay … C’arrivo.

Il voto disgiunto o panachage è un sistema elettorale che prevede la possibilità di esprimere due voti, uno per la scelta del partito, l’altro per la scelta del candidato. L’elettore può esprimere la preferenza anche per un candidato di un partito diverso da quello scelto.

Te piace  er “Partito de li Cocomeri” ma Giggetto amico tuo bello sta candidato da n’antra parte?

Prima te lo potevi votà, mo … No.

Occhei?

Gnente voto disgiunto, quindi.

Poi (ma stiamo per finì):

Nel caso in cui l’elettore esprima la sua preferenza nell’uninominale il suo voto al candidato viene esteso automaticamente alla lista e, nel caso di coalizione, sarà distribuito tra le liste che lo sostengono proporzionalmente ai risultati delle liste stesse in quella circoscrizione elettorale.

Famo a capisse: tu voti a Giggetto tuo bello, ma automaticamente voti pure la lista di cui fa parte; nel caso di coalizione (più liste alleate formano una coalizione) il voto tuo sarà distribuito, frazionato in percentuale (come li polli de Trilussa…) proporzionalmente ai risultati delle stesse liste in quella specifica circoscrizione o collegio elettorale.

Nel caso in cui l’elettore voti invece per un partito – in coalizione o da solo – il voto verrà automaticamente assegnato al candidato dell’uninominale.

Se invece hai da votà per il partito de Giggetto, il voto tuo a lui va, sempre in automatico.

Ragazzi, ci ho provato, sicuramente in maniera indegna, anzi chiedo scusa agli amici romani per aver bistrattato – di nuovo indegnamente – la loro bella e simpatica parlata, ma mi pareva quella più adatta a trattare l’argomento in maniera non troppo seriosa.

La speranza è quella di essere stato un minimo utile, nonostante altri siano sicuramente più bravi e preparati del voster semper voster umile scrivano.

Chiunque riscontrasse errori, omissioni e/o cattive interpretazioni me lo faccia notare pubblicamente, lo ringrazio fin da ora!

Davide De Vita

Fonte:

https://www.democratica.com/focus/come-si-vota-guida-alle-elezioni-del-4-marzo/?gclid=EAIaIQobChMIoIH8qcyE2QIVDCjTCh3riQV2EAAYASAAEgI1H_D_BwE