Il buio nell’anima

Presepe casa Rita e Davide 2019

Buongiorno, buon Natale e chiediamoci un perché.

Perché – per esempio – alzarsi presto stamattina e mettersi a scrivere?

Perché ho dei pensieri urgenti e li voglio buttar giù, prima che volino via.

Se poi saranno almeno un poco intelligenti o utili a qualcuno, non starà a me giudicare.

Buon Natale perciò anche a chi nella propria anima ha il buio, la mente chiusa da muri più duri del cemento, il cuore pietrificato.

Persone che non accettano che quel Bambinello che per chi ha fede (quella bella, sana, pulita) diverrà Cristo, fosse figlio di profughi e profugo egli stesso.

Perché questo è: la Sacra Famiglia era una famiglia in fuga, erano fuggitivi e perseguitati.

Proprio come quei tanti, tantissimi, troppi che non volete riconoscere come quegli stessi ultimi ai quali, prima di tutto, lo stesso Vangelo – e il Papa, questo Papa di nome “Francesco” – si rivolge.

Certo che ci sono poveri e disperati anche a casa nostra, anche dietro l’angolo o nella via dove abitiamo: gli uni però non escludono gli altri, non funziona così, anche se fin troppo spesso siamo noi per primi ad ignorarli tutti, perché è più comodo.

È stato allestito un presepe con un gommone, una “installazione” come si dice oggi forte, dal potente valore simbolico.

Mi piaceva, sono assolutamente d’accordo con quel significato.

Persone col buio nell’anima l’ hanno fatto a pezzi.

Persone che non capiscono che Cristo è e deve essere scandalo, pietra d’inciampo, Colui che ti mette alla prova, con le spalle al muro come mi disse una volta un mio carissimo amico e nonun bel piatto da appendere alla parete” per citare pure un altro, notissimo esempio, proposto innumerevoli volte da chi non c’è più; chi mi conosce sa a chi mi riferisco.

Si badi bene, non sono un sacerdote, non sono nemmeno “l’ultimo dei peccatori” che pure ad ergersi “ultimi” – temo – si pecca di presunzione, ma un uomo in cammino che continua ad interrogarsi e non smetterà mai di farlo.

Per vari motivi, non ultimo il lavoro particolare che svolgo, non riesco ad andare a Messa da tempo e mi manca, sì, mi manca.

Mi manca ascoltare quella Parola di Speranza, di apertura.

Mi manca il raccoglimento prima dell’incontro con quello stesso Cristo di cui sopra, il senso di star bene subito dopo.

Non mi importa passare per bigotto o esaltato, non credo di esserlo e di sicuro non imporrò mai la mia fede – se così posso azzardarmi a chiamarla – a qualcun altro, in quanto la ritengo – oltre che un dono – qualcosa di estremamente personale: non l’ho mai fatto, proseguirò così.

Posso dire però che in tanti momenti molto difficili della mia vita quella stessa fede mi ha aiutato tanto, questo sì.

E per questo stesso motivo non mi piace, non accetto chi ergendosi a “solo e unico difensore ed interprete” di quella stessa fede rifiuta, respinge, emargina, chiude e si rinchiude in un arido recinto fatto di ignoranza, paura, egoismo, presunzione.

Non lo accetto più e non rimarrò indifferente.

La stessa parola “pontefice”, “pontifex” significa letteralmente “costruttore di ponti”, non di muri.

Basterebbe questo, dovrebbe bastare.

Non è così, purtroppo.

Si vorrebbe che l’altro, il diverso, il profugo, il migrante, il disabile, l’anziano problematico e così via non disturbasse, se ne restasse in disparte, che “noi si deve andare alla Messa di Mezzanotte tutti al caldo, ben vestiti e sorridenti, per farci comodi auguri nella nostra altrettanto comoda, sicura e ristrettissima cerchia di <<persone per bene >> per poi tornare nelle nostre case riscaldate, con enormi riserve di cibo e acqua potabile…”.

Ribadisco, non sono un santo e sicuramente sono molto lontano dalla santità, ma quella “fede” di cui sopra, da “mostrare”, da “far vedere”

(<< io sì che sono bravo, vado a Messa, mi hanno visto tutti … >>)

non mi piace, la chiamo

I P O C R I S I A.

Buon Natale, anche a te che hai il buio nell’anima e che, spero, prima o poi possa vedere la Luce.

Davide De Vita

 

 

 

 

 

Buon compleanno commissario Spiga!

Panda beige

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perdonatemi l’autoreferenzialità, ma da due anni a questa parte questo (oggi) per me è diventato un giorno importante.

Non perché sia l’anniversario ufficiale della fondazione di Carbonia, che saluto insieme ai suoi abitanti e ai miei cari parenti che ancora ci vivono, ma perché, nella mia fantasia e poi nei miei romanzi, oggi è il compleanno del commissario Spiga, immaginario capo della stazione di Polizia di Iglesias.

Dire che lui e gli altri personaggi di contorno – naturalmente su tutti il serial killer “Emme” – mi abbiano portato fortuna è dir poco: mai mi sarei aspettato, infatti,  una risposta simile, piacevolmente sorpreso dagli iglesienti, che quando vogliono sono capaci di bellissimi gesti.

Ancora soltanto ieri una persona mi ha fermato alla cassa di un supermercato per chiedermi dove trovare il seguito di “Emme”, perché voleva regalarlo per Natale in quanto il primo gli era piaciuto tanto.

Ma non “tanto per dire”: tanto da regalare “Emme” come bomboniera per un battesimo.

Ieri sera un’altra persona mi ha cercato su Messenger per lo stesso motivo, voleva sapere dove trovare “Durga” per regalarlo per Natale.

Sono solo gli ultimi esempi di quello che è successo e sta succedendo ancora da quando ho scritto e pubblicato “Emme”, che è diventato – allora non me ne rendevo conto – il primo capitolo di quella che per ora sarà una trilogia ma potrebbe diventare un ciclo, una serie.

Devo perciò ancora una volta ringraziare pubblicamente il Maestro Roberto Trastu che ha scritto un brano originale ispirato al romanzo, il bravissimo video maker Ignazio Soddu che ha creato lo splendido video che ancora gira su YouTube e la straordinaria Nicoletta Pusceddu che ha curato la regia teatrale durante la presentazione di “Emme”, dirigendo magistralmente Andrea Sitzia nel ruolo del maniaco Melis segregato nei sotterranei di quella che quasi due secoli dopo sarebbe diventata la biblioteca che conosciamo oggi e dove tutto ha avuto inizio, sia nella realtà sia nell’immaginazione.

Nicoletta avrà poi il coraggio di farmi recitare insieme a lei per la presentazione di “Durga” quest’estate, chi c’era potrà raccontarvi com’è andata…

Roberto, Ignazio e Nicoletta sono stati, molto più di me, il primo, unico e solo “Emme Team”: un’esperienza fantastica, irripetibile.

Dopo quello, infatti, non c’è più stato alcun team, di nessun genere, ma solo sporadiche e occasionali, direi marginali collaborazioni.

Tranne una: poiché l’ho dichiarato pubblicamente durante un altro incontro col pubblico, ripeto qui che per il terzo capitolo – al quale mi sto dedicando da tanti mesi e col massimo impegno possibile – mi sta dando una mano enorme, forte della sua passione per il proprio lavoro ed entusiasta del mio nuovo progetto – la dottoressa archivista e paleografa Daniela Aretino, altra persona squisita che non finirò mai di ringraziare, a prescindere da come andrà “Emme 3” (titolo ovviamente provvisorio).

Come non citare, inoltre, i miei amici prima che colleghi scrittori Pietro Martinetti e Cristiano Niedojadko?

Si sono sorbiti le copie pilota di “Emme”, sono stati fornitori consenzienti di idee – loro – se non addirittura personaggi e continuano a darmi una mano quand’è possibile – tento di fare lo stesso – in un continuo confronto spesso e volentieri …

Davanti a qualche bicchiere di buon vino, ma…

Sempre con moderazione e senza mai esagerare!

Voglio ringraziare inoltre un altro caro amico, sempre molto disponibile, che mi ha portato fortuna: Andrea Sedda, titolare dell’ottimo “Cafè Electra”, piazza Pichi, per lasciarmi usare il suo locale come ufficio di rappresentanza ed essere stato da subito un mio convinto fan.

Lui non posso che salutarlo così: forza Cagliari, sempre e ovunque!

Ancora, una delle titolari del Panificio e Market Vargiu: Giuly, una specie di super agente pubblicitario per i miei libri, molti dei quali… Posso dire li abbia venduti lei!

Un saluto anche per sua mamma, la signora Beatrice, altra mia accanita sostenitrice e affezionata lettrice: unico appunto, se almeno si astenesse dal raccontare i finali, visto che si tratta di thriller, di gialli, gliene sarei grato, ma se non ce la fa…

Va bene lo stesso!

Con enorme affetto, inoltre, voglio ringraziare mia sorella Diana, altra sostenitrice, lettrice e … Venditrice dei miei libri, oltre che fonte di ispirazione per il personaggio di “Durga”.

Anche lei non so più quante copie ha venduto!

Infine, ultima in questo breve ed incompleto – me ne scuso fin da ora – elenco, ma di certo non per importanza, la mia “metà migliore”: Rita che sopporta ormai da anni la mia “follia” letteraria e sa bene tutto ciò che precede l’uscita di ogni romanzo, il lavoro che c’è dietro e mi ha sempre sostenuto, aiutato, letto e riletto, ascoltato, corretto, rivisto eccetera eccetera eccetera…

Che dire?

Amo questa donna!

Torniamo infine al “mio” commissario che oggi compie gli anni: un personaggio che mi somiglia per forza, soprattutto per quanto riguarda i suoi fallimenti.

Non un eroe, ma un uomo normalissimo travolto più che coinvolto nella classica “tragica serie di eventi”.

Chi ha letto almeno il primo romanzo sa a cosa mi riferisco.

Ha problemi di stomaco e sta male ogni volta che mangia pesce, in particolar modo cozze o crostacei, anche se gli piacciono molto; soffre di un tic molto particolare che lo costringe, quand’è nervoso o in tensione – in pratica quasi sempre! – a grattarsi a sangue la mano destra con la sinistra; ha un rapporto molto tormentato con la sua partner professionale Lena Cao che – a corrente alternata – lo è anche nella vita e guida una Panda dal colore orrendo che parte quando il dio dei motori è in giornata buona.

Questo è il “mio” Spiga, che pare abbia incontrato il favore e le simpatie di moltissime lettrici e moltissimi lettori, non solo ad Iglesias: ringrazio tutte e tutti, mi piacerebbe poterlo fare personalmente ma non credo sia possibile.

Così, simbolicamente, nel fare gli auguri di buon compleanno a lui li faccio a tutti per le prossime feste che spero portino serenità e pace ovunque ce ne sia bisogno.

Ringrazio ancora una volta – ci tengo – Iglesias nella sua interezza e complessità, i suoi abitanti così… Iglesienti, nel bene e nel male, ma questo siamo, non possiamo rinnegarlo: una città ricchissima di Storia, storie e misteri ancora tutti da scoprire e svelare…

Beh, ci sto lavorando!

Sono ben consapevole di essere un nessuno qualsiasi, molto più “artigiano della penna, o della tastiera o meglio ancora delle parole” piuttosto che scrittore: se lo sarò diventato, se lo diventerò, sarà solo il tempo a dirlo.

Insomma, buon compleanno commissario Spiga e buon Natale e felice anno nuovo a tutti!

Davide De Vita

P.S.: “Emme” e “Durga” si possono trovare ad Iglesias presso il negozio “Il Diapason” in via Azuni (via “Commercio”) e la Libreria Mondadori Store in piazza La Marmora, oltre che su Amazon e nei principali stores on line, anche in formato e-book.

Ad oggi 18 dicembre 2019, “Durga” in formato cartaceo, sulla piattaforma on line “ilmiolibro.it” è ancora saldamente al terzo posto tra i libri più venduti dell’anno, preceduto da due saggi, per cui è il primo tra i romanzi in classifica.

Grazie di cuore! 

Come ti rosolo l’autore: io ai fornelli e tutto ciò che ne consegue!

Io cuoco

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Come va?

Come state?

Preparato l’albero?

Il presepe?

Trovata la mirra al Super Market?

Spero di sì, comunque la pensiate sono simboli che fanno parte della nostra cultura e della nostra tradizione; inoltre se avrete la fortuna di avere bambini (lo so, sono … Faticosi, per usare un termine gentile…) per casa in quei giorni, cercate – cerchiamo – di vivere la festa coi loro occhi, ancora puri, ancora innocenti e lontani dalle nostre angosce quotidiane.

Se tutto va bene e con l’aiuto del Cielo a casa Rita – Davide due nipotini from London ci saranno e…

Sono certo non passeranno inosservati!

Lo scrivo con grandissimo affetto, perché comunque ci scaldano il cuore, loro e i loro genitori, più altre persone carissime che avremo con noi.

Sto scivolando sul sentimentale però – anche se certe cose hanno un valore impagabile, purtroppo ce ne accorgiamo sempre un po’ troppo tardi commettendo, invece, l’errore di banalizzarle – e non era qui che volevo andare a parare.

È che mi sfuggono i pensieri dalla mente alle dita che volano sulla tastiera e non riesco a fermarli!

Riparto: perché non voglio parlare di politica, grande o piccola che sia, oggi dieci dicembre duemila diciannove?

Prima di tutto perché non ne ho voglia.

Poi perché lascio ad altri – se lo desiderano – questo compito.

Infine perché da quando ho cominciato a scrivere questo pezzo la mia intenzione era quella di regalarvi un sorriso o almeno provarci.

Okay, via che si va.

Voglio parlarvi, dandovi libera licenza di ridere, tanto sono il primo a farlo, del sottoscritto… Ai fornelli.

Sì perché la vita e il lavoro sia mio sia di Rita mi hanno in un certo senso costretto ad imparare a cucinare e…

Ci sto provando.

Sia chiaro: tra me e uno o una che sa cucinare sul serio c’è la stessa distanza misurata dalla Terra a… Proxima Centauri, ma …

Non mi scoraggiano le grandi sfide!

In principio, dunque, c’ero io, bambino, ragazzino e uomo viziato, molto, lo ammetto e lo confesso a Dio e a voi fratelli in tutte le salse giusto per restare in tema.

Ne sa qualcosa mia sorella, che questa cosa l’ha subita per decenni e con la quale mi sento tremendamente in debito…

Parliamoci ancora più chiaro: causa educazione sbagliata e profondamente maschilista, solo per quella piccola differenza anatomica in casa non facevo un beneamato c***o, giusto per usare una leggerissima metafora.

Beh, cari miei, le cose cambiano, arriva il momento in cui te la devi cavare davvero da solo e scopri, per esempio, che l’acqua non bolle con la forza del pensiero, che devi passare dal livello << so-fare-i-bastoncini-di-pesce-quasi-cotti >> al livello <<sono-riuscito-a-cuocere-un-uovo>> che già è un grandissimo passo avanti…

Così, piano piano, ma proprio molto piano, sia perché sei costretto, sia perché – non volevi ammetterlo ma è così – comincia ad affascinarti questo mondo per te nuovissimo, assumi la predisposizione adatta e cominci ad imparare.

E come cominci?

Comprandoti un grembiule, rigorosamente nero, stile Master Chef che l’immagine ha sempre la sua importanza: non sai ancora fare il suddetto beneamato, ma comincia a venirti la voglia…

Scopri così il fantastico mondo delle ricette e degli innumerevoli siti di cucina, tra tutti, mi si perdoni la pubblicità, “Giallo Zafferano”, dove, incredibile ma vero, c’è scritto come si fa, come si fanno le cose, come si cucina, proprio a prova di imbecille, come ti senti fin troppo spesso.

Così, per esempio, si squarcia davanti a te, luminoso come folgore tra plumbee nubi, il fulgido mistero dei …

Tempi di cottura!

Esistono!

Scopri che ogni cosa ha il suo tempo (di cottura, appunto) e se magari lo rispetti poi non devi “versare” tutto nella banca…

Dell’umido.

In un mare di lacrime impari ad affettare cipolle.

Impari a tritare l’aglio.

A capire che tra “pelati” e “polpa di pomodoro” una certa differenza c’è.

Capisci, provando e riprovando, che se rispetti quel benedetto “tempo di cottura” anche la pasta e gli spaghetti o quello che vi pare vien fuori “al dente” e non troppo dura o scotta.

Lo scopri sulla tua pelle e dopo innumerevoli tentativi, ma ci arrivi.

Vi risparmio la pena dei fallimenti e delle frustrazioni, arrivo direttamente al Giorno della Gloria: quello in cui ti riesce un sugo normale, quindi commestibile, ma per te è l’apoteosi della Novelle Cuisine, ti senti grande (in tutti i sensi) come Antonino Cannavacciuolo perché tra i cuochi famosi della TV è quello che ti ispira più simpatia e pensi, con un mestolo di legno in mano e una schiumarola nell’altra:

<< È fatta, non mi ferma più nessuno! >>

Per qualche miracolo o favorevole congiuntura astrale in effetti qualche altro risultato mirabile (per te…) lo ottieni, fingendo che per la plebe non sia …

La normalità.

Ti aggiri ormai per la cucina con fare altezzoso, convinto di essere ad un passo dall’aprire il ristorante più rinomato del mondo, quando invece sei ancora all’affannosa ricerca di una valida soluzione per la perfetta …

Patata bollita!

Ora scusatemi ma devo lasciarvi perché come recita l’antico detto ho il latte che piange e il bambino sul fuoco …

Davide De Vita

 

Pensieri sparsi; novembre 2019

Pensieri sparsi copertina 3D

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Come va? Come state?

È da un po’ che non ci si “vede”, eh?

Okay, cominciamo.

Perché c’è da preoccuparsi, parecchio, per come va il mondo, sia quello piccolo piccolo dove voi ed io viviamo (il pianerottolo, il quartiere, la città) sia quello nel senso più ampio del termine (Paese, sistema- nazione, nazioni, macro – aree geopolitiche)?

Perché, da entrambe le prospettive, quella “particolare” e quella “universale”, si vede o intravede poca… Luce.

Non siamo a Venezia, ma più o meno dieci giorni di pioggia intensa ed ininterrotta non solo hanno creato disagi, ma influito anche sul nostro umore che già non era dei migliori.

Sia ben chiaro, chi scrive ha visto i cantieri aperti e ne è contento, pur consapevole che si potrebbe fare di più e meglio, ma il bicchiere mezzo pieno – che è la metafora che preferisco – impone di aggiungere anche che “c’era il rischio di fare meno e peggio”.

Non ho bacchette magiche, non m’interessa un ruolo o un incarico politico, ripeto per l’ennesima volta che non mi ritengo in grado, non ne sono all’altezza, mentre ciò che tento di fare è osservare – quando posso – e raccontare ciò che vedo e sento, questo sì.

Come sempre, sarà la storia o se volete la Storia a scrivere l’ultima parola, ma, volendo restare in materia di “cronaca” bisognerà attendere le prossime amministrative: contano quelle, tutto il resto – sempre a mio modestissimo modo di vedere – è aria fritta o fuffa.

Sinceramente mi preoccupa molto di più l’aria che tira a livello nazionale: vanno a fuoco librerie, locali che si dichiarano apertamente solidali con le stesse, sedi scout.

Sì, è già successo, sono episodi che non hanno avuto la stessa copertura mediatica della gravissima crisi ex Ilva (ora Arcelor Mittal) o dell’acqua alta a Venezia, ma sono accaduti e a me non piacciono, non piacciono per niente.

Così come non mi piace la non – interpretazione del video (nato come sfottò) in cui sono state “rappate” e “remixate” le parole di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia.

Sarò sicuramente l’ultimo ad averlo visto e sentito, ma i ragazzi – pur ripetendone le parole a memoria e ballandoci sopra – non fanno assolutamente caso al significato esatto dei termini usati e di come chi ha composto il video intendesse quanto meno fare satira se non proprio contestare il “messaggio” di … Gggggggiorgia.

Questo perché non sono più capaci di fare una sana e corretta analisi del testo e se, come temo, altre librerie andranno a fuoco, lo saranno sempre meno.

Ho visto le piazze riempirsi di “sardine” e ne sono stato contento, ma in testa mi è tornata la frase – non ricordo di chi – << piazze piene, urne vuote >> ed è questo che ancora e di nuovo mi preoccupa e spaventa.

Vedo una destra rinvigorita e una sinistra smarrita, frammentata e frammentaria, senza una rotta precisa.

Spiacente, ma questo vedo nel nostro tormentatissimo Paese.

***

Lo scenario internazionale è sempre più pauroso: dai ragazzi di Hong Kong che si ribellano contro i poliziotti cinesi con frecce ricavate dagli ombrelli e scudi improvvisati (temono di essere inglobati dall’ultimo colosso “comunista” rimasto sul pianeta) nell’indifferenza totale dell’Occidente, impiegato tanto per cambiare a rimirarsi l’ombelico, Europa in primis, all’eterno esplosivo Medio Oriente, per non dire di Libia, Siria, Libano e via di questo passo, ma tanto – anche se lì si continua a morire – cosa volete che importi a noi, visto che l’Italia di calcio va benissimo e vince addirittura 9 – 1 contro la povera Armenia…

Che manco sappiamo bene dove si trovi, ‘sto posto.

… Brucia libreria, brucia…

Panem et circenses…

Ah già!

Quasi dimenticavo gli incendi spaventosi ovunque qua e là per il pianeta, le grandi città australiane soffocate dal fumo delle foreste in fiamme…

I tornado al largo dell’Isola dell’Elba e gli uragani mediterranei

Tranquilli, non esiste il surriscaldamento globale, è un’invenzione degli ambientalisti più sfegatati che vanno dietro a quella ragazzina, com’è che si chiama, sì, quell’esaltata svedese o norvegese…

Ah già, Greta

… Brucia libreria, brucia…

Ci sarebbe ancora tanto altro, ma mi fermo qui, son riuscito a rattristarmi da solo.

Se mi avete letto fin qui vi ringrazio e quindi vi dico: non preoccupatevi, non preoccupiamoci.

Stiamo solo continuando a distruggere giorno dopo giorno, ora dopo ora, la vita e il futuro dei nostri figli e nipoti.

Ma ci penseranno loro a risolvere i problemi – enormi – da noi creati e lasciati loro in eredità, giusto?

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Davide De Vita

“Aquile randagie” il film: riflessioni a caldo.

Aquile randagie manifesto film

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Ieri non pensavo di scrivere in merito al film “Aquile randagie”, ma oggi è già un altro giorno e rivendico il diritto – dovere di cambiare idea.

Sottolineo che quanto scrivo – come sempre – è unicamente il mio modestissimo parere personale, niente di più e niente di meno.

Cominciamo con la critica diciamo “tecnica”: onestamente, il film non vincerà un Oscar, anche se di “Oscar” si parla lo stesso…

Ma non di quello Hollywood!

Tornando sull’argomento “tecnico” il fatto che si veda non sia un film “professionale” non è grave, in quanto la pellicola è dichiaratamente di basso budget, per non dire bassissimo, per cui anzi è clamoroso il successo al botteghino in così pochi giorni di programmazione, secondo in Italia subito dopo l’ultimo Tarantino, ma queste sono statistiche, lasciamole agli analisti e agli amanti dei grafici.

Credo che l’intenzione di produttori, registi e interpreti fosse far passare il messaggio forte e chiaro dei valori fondanti – e largamente condivisi in ogni angolo del pianeta – dello scoutismo, ribadendo con forza sia la libertà nel senso più puro del termine sia la spiritualità di cui quegli stessi valori sono permeati.

Chi scrive è stato lupetto ed esploratore nell’ ASCI, ha fatto la Promessa da esploratore in Agesci, quindi novizio, rover, capo. Ha ricevuto le insegne “Gilwell” nei primi anni Ottanta, quindi è stato per anni Capo Reparto, poi nel gruppo nel quale è ancora censito di nuovo Capo Reparto, Maestro dei Novizi, Capo Clan, Capo Gruppo. In Zona ha ricoperto per un breve periodo il ruolo di Addetto Stampa.

Una “carriera” simile a centinaia e migliaia di altri amici e fratelli scout, ma facendo due conti, considerando che diventai lupetto nel 1972 si tratta della bellezza di quarantasette anni che, tranne alcuni periodi di “disintossicazione”, ho il fazzolettone al collo.

Perché riporto tutto ciò?

Perché – com’è normale – magari in tanti di voi che ora leggete non sapete del mio passato, magari non sapete nulla nemmeno dello scoutismo, ma mica è una colpa!

Fatto sta che chi come me e come i tanti capi scout presenti ieri al cinema ad Iglesias (ci siamo detti che ad un’Assemblea di Zona spesso c’è meno gente…) davanti al film, alla storia che questo raccontava, credo si sia posto questa domanda:

<< Sono riuscito, durante la mia vita, riesco ancora, a testimoniare i valori sui quali ho promesso? >>

Personalmente non credo di esserci sempre riuscito, di sicuro spesso sono “caduto” nonostante poi aggrappandomi a quegli stessi valori e ad amici, fratelli volenterosi (guarda caso scout anche loro, quanto meno in passato…) mi abbiano aiutato in mille modi, permettendomi di rialzarmi e proseguire il cammino.

Qui la metafora prosegue, perché la storia delle Aquile Randagie e del loro paradisiaco rifugio in Val Codera parla anche – moltissimo – di “strada” sia in senso letterale sia intesa come sacrificio, fatica necessaria per raggiungere un obiettivo, nel loro caso nobilissimo come salvare migliaia di persone perseguitate, molte delle quali ebree.

Questo è qualcosa che purtroppo abbiamo perso o stiamo perdendo: va per la maggiore la filosofia delle “scorciatoie”, del “come posso fare per fregare il prossimo e arrivare prima degli altri, sopraffacendo chiunque” a discapito della solidarietà e dell’<< aiutare gli altri in ogni circostanza >>.

A discapito – anche – di quella cultura del “fare e faticare” unica strada maestra, onesta e leale per raggiungere obiettivi concreti, se mi permettete formativi o educativi.

La fatica, fisica o mentale, oggi spaventa, non la si vuole affrontare, nemmeno se si tratta di impiegare la mente ad… Imparare e capire l’importanza della grammatica italiana.

Si sottovalutano enormemente queste cose e poi ci si stupisce se per quanto riguarda cultura ed informazione, noi che siamo il Paese definito per millenni la culla di quella stessa cultura, in Europa siamo il fanalino di coda.

Per arrivare al paradosso – visti questi presupposti – di proporre il voto ai sedicenni…

Tornando al film, chi scrive deve moltissimo allo scoutismo, così come lo scoutismo italiano deve moltissimo alle Aquile Randagie. Non so se esagero, ma probabilmente senza la loro ribellione al fascismo e il loro ingresso in clandestinità fino ad “un giorno in più” io e centinaia di migliaia di altri ragazzi (anzi, dal secondo dopo guerra ad oggi credo siano stati ormai milioni) non avremmo potuto fare quella Promessa e intraprendere un’Avventura senza pari.

Davide De Vita

(“Grizzly Saccente”, nome totem datomi dall’Alta Squadriglia del Reparto Maestrale del Gruppo Scout Agesci Iglesias 6)

Lei, io, il cinema e le… Cagatemmericane.

antico proiettore cinematografico

Buonasera (scrivo di sera) e chiediamoci un perché.

Perché c’è una sottile, quasi impalpabile differenza tra i gusti cinematografici miei e quelli della donna che amo e mi sopporta da più dodici anni?

Ho provato a rispondere a questa domanda già tempo fa su queste stesse pagine, ma forse ora sono in grado di farlo meglio.

Per cominciare proviamo a spiegare quali film guardo io – anche se trovandomi “in spirito” posso guardare anche pellicole un attimo più di “spessore” – volendo “staccare la spina” dal quotidiano che già di suo è spesso abbastanza pesantuccio.

Prendo in prestito, per questo,  alcuni post di questi ultimi giorni dell’amico Matteo che definisce certi film “cinema ignorante”.

Lui c’è andato leggero, io – che però le guardo più che volentieri – definisco ognuna di queste pellicole…

<<Cagatammmericana. >> (le tre “m” non sono un errore)

Se ci pensate, dal “Giustiziere della notte” in qua, il tema, la trama e il soggetto non si differenziano mai di molto, ci sia Charles Bronson (il primo ad interpretare quel ruolo) o Clint Eastwood – Callaghan per tornare abbastanza indietro nel tempo attraverso molti “Bruce Willis” fino ai più attuali Jason Statham o Dwayne “the Rock” Johnson passando ovviamente per i vari Rambo e suoi derivati: l’eroe da solo sgomina mille mila cattivoni, dopo che o gli hanno fatto fuori la moglie, o la figlia, o il migliore amico, o hanno quasi fatto fuori lui stesso.

Quasi, appunto.

Perché poi lui, l’eroe, s’incazza come una bestia incazzata – molto incazzata – e o a pugni e calci o con qualsiasi cosa possa usare come arma combatte e vince.

Vi ho riassunto la trama di almeno qualche centinaio di film, potete aggiungere qualche inseguimento in macchina a circa venti minuti dalla fine, qualche battuta idiota tipo:

<< Sergente, sta sanguinando. >>

<< Non ho tempo di sanguinare. >>

E siamo a posto. (La citazione è dal primo “Predator” con Schwarzenegger per nominare anche lui, ma vedetevi “I mercenari” e li beccate tutti insieme appassionatamente)

Sono consapevole che nessuna di queste pellicole vincerà mai l’Orso d’Oro al Festival di Berlino o qualcosa del genere, ma confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che, proprio per evadere dai problemi quotidiani, li guardo e mi rilasso, come se guardassi un cartone animato ripeto consapevole che proprio di questo si tratta, niente di più.

Sono anche consapevole che pellicole del genere, se la vogliamo buttare in politica virano pericolosamente a destra, l’uomo solo che si fa giustizia da sé è un tema molto caro “da quelle parti”, ma ripeto le guardo con consapevolezza e chi mi conosce sa che … Non la penso così.

Il discorso dell’amore della mia vita è un filino diverso.

Intanto, dopo almeno dieci anni di sacrifici di entrambi, oggi potremmo, volendo, accedere a mille mila titoli, di ogni genere, numero e grado, da Sky a Netflix a tutto ciò che vi viene in mente, ma restiamo su Sky che basta quello.

Cosa fa la mia adorata con la tv satellitare più nota in Italia?

Si sintonizza sulla…

Radio.

Occhei, ma veniamo al dunque, cioè a quando decide dopo lunga meditazione di guardare un film a sua scelta.

Esso, quando va bene, è di produzione cecoslovacca degli anni Cinquanta, in piena guerra fredda.

In bianco e nero.

In lingua originale, sottotitolato.

Girato da un regista sconosciuto suicidatosi dopo questo che è stato il suo ultimo film.

La trama, che si comprenderà solo a tre quarti del film ma non ne sono del tutto sicuro, parla – forse – di un muratore stakanovista al quale sono morte nell’ordine e a distanza di breve tempo l’una dall’altra la mamma, la moglie, la figlia e la figlia della sorella era gobba pure quella la famiglia dei Gobbon…

Lui è malato terminale, la fabbrica dove si produceva l’unico farmaco che avrebbe potuto almeno alleviare le sue sofferenze è andata distrutta in un incendio.

Questo incendio ha distrutto anche casa sua.

Nei primi venti minuti di film si vede lui di spalle seduto su una sedia che ha una gamba rotta fissare un muro, mentre i suoi tristissimi pensieri scorrono in basso nello schermo.

Una gioia infinita.

Si capisce che anche il muratore medita il suicidio: chissà come mai?

A metà del film si rompe anche la sedia e il muratore rovina a terra, perciò il regista pensa bene di girare “in prospettiva” venti minuti di soffitto, con lievi movimenti ogni tanto per dare “respiro” a questo turbinio d’azione.

Tagliamo corto: lui alla fine muore tra atroci tormenti e…

Forse anche io.

Chiedo timidamente alla mia lei:

<< Ma ti è piaciuto davvero? >>

<< Beh… Meglio della solita merda che guardi tu. >>

<< Okay, colpito e affondato. Ora cosa guardi che stai cambiando canale?>>

<< Salvini dalla D’Urso. >>

Amo questa donna. (non la D’Urso).

Davide De Vita

Gli scacchi ad Iglesias: ricordi personali.

logo Aviscacchi

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché, ad esempio, non c’è più in città il glorioso circolo di scacchi “Aviscacchi”?

Sono molte le risposte che potremmo dare e darci e sicuramente altri più qualificati e informati di me lo farebbero meglio, inoltre almeno due degli “insegnanti” di quel circolo da qualche anno continuano a portare avanti la cultura del “nobil giuoco” da una sala della scuola dove ha sede la “Remo Branca”.  Qui da qualche anno allenano nuovi e futuri campioni mietendo successi anche a livello nazionale con le varie squadre scolastiche che hanno ottenuto piazzamenti di rilievo.

Questo è il presente, ma sull’onda della nostalgia e dei ricordi personali, voglio raccontare a modo mio del circolo.

Quando vi arrivai, convinto di saper giocare perché avevo battuto un paio di volte un vecchissimo programma di un altrettanto vecchissimo computer, il mio amico e primo maestro V. M. mi disse semplicemente:

<< Siediti. >>

Dopo una ventina di partite “a cinque minuti” dove le presi di santissima ragione, compresi di non sapere un accidenti di scacchi.

Con grandissima pazienza lui e gli altri mi insegnarono quindi i concetti fondamentali quali l’apertura, il medio gioco, i finali, i maledetti / benedetti finali.

Certo, per i non giocatori sono parole forse senza senso, ma per chi gioca sono il pane quotidiano.

Vidi le numerosissime coppe e targhe, vinte singolarmente o in squadra, sopra gli armadi di quelle due stanzette in alto, alla fine di via Cagliari, dove ci ospitava l’Avis.

Non mi accorgevo, ogni volta che ci giocavo, che il Candidato Maestro L.C. approfittando della mia ingenuità mi toglieva – letteralmente! – dalla scacchiera qualche pezzo come se non gli bastasse pestarmi dato l’enorme divario tecnico tra lui e me…

Restammo comunque amici e lo siamo ancora, gli ho appena fatto gli auguri per il suo compleanno che è proprio oggi!

Poi C.C. e V.M. mi insegnarono di più e cominciai a capire che le sessantaquattro caselle andavano osservate tutte e poi di nuovo e di nuovo e di nuovo ancora.

Mi spiegarono che era necessario studiare e vidi per la prima volta il glorioso “Porreca[1], poi mi comprai un’enciclopedia degli scacchi.

Nel frattempo il circolo viveva e coltivava campioni e campionesse: E.P. a divenne campionessa italiana under 16 e gareggiò in tornei internazionali; si riuscì a portare gli scacchi nelle scuole e in città ci furono i primi tornei scolastici che interessarono le superiori.

Non bastava.

Tentammo un esperimento a Villamassargia in accordo col personale scolastico e insegnammo gli scacchi ai bambini della scuola materna (o dell’infanzia per i nuovi puristi… ) 

Portammo una scacchiera gigante e facemmo impersonare agli stessi bambini – entusiasti – i pezzi spiegandone i movimenti facendoli fare a loro.

Rimase proverbiale una domandina:

<< Signor Maestro, perché l’alfiere muove storto? >>

Dalla quale riuscimmo ad insegnare e far comprendere a bambini dai tre ai cinque anni il concetto di diagonale.

Per quanto mi riguarda, cominciai a partecipare ai tornei ufficiali, ricordo soprattutto quello di Ghilarza, ma non rammento l’anno, dove finalmente non feci del tutto schifo, anzi, me lo dissero dopo, stavo per vincere contro uno dei più forti giocatori presenti allora, che però era troppo esperto rispetto a me.

Vidi anche ciò che non si dovrebbe mai vedere: un giocatore che, avendo inequivocabilmente perso, si alzò in preda al nervoso e in un impeto di rabbia spazzò via tutti i pezzi, suoi e dell’avversario, facendo volar via anche la scacchiera tra lo sgomento dei presenti e scatenando l’ira di arbitro e organizzatori…

Ora che sono passati tanti anni, posso citare anche un altro torneo al quale partecipai, un semi – lampo credo, a Tertenia, al quale andai – mamma mia quante curve partendo da Iglesias! – perché… Mi aveva appena piantato la ragazza, il giorno prima.

Beh, non credo di aver giocato proprio con la massima concentrazione.

Partecipai anche ad altri tornei a Cagliari dove conobbi altri giocatori molto forti tuttora e persone degnissime di altri circoli che incredibilmente si ricordavano di me nonostante non fossi ‘sto fulmine di guerra e tra i tavoli dei tornei mi si vedesse raramente.

Partecipai o comunque mi feci vedere anche ad alcuni tornei organizzati ad Iglesias, fino alla mia ultima partecipazione ad un torneo di scacchi viventi proprio in piazza Sella.

In conclusione, questo è un grazie a quel circolo e a ciò che ha rappresentato per me e per tante altre persone per forse due decenni.

Così come è una rinnovata dichiarazione d’amore per un gioco che non è soltanto un gioco ma molto di più: uno strumento che insegna a ragionare, analizzare, prendere decisioni.

Un gioco, una cultura, una scienza, un’arte che ha origini antichissime e la cui origine si perde nella notte dei tempi e che ancora appassiona tantissimi scacchisti, agonisti o semplici amatori.

Scacco matto, stretta di mano all’avversario.

Davide De Vita

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Porreca

Faccio cose, vedo gente… In salsa iglesiente.

faccio cose vedo gente con municipio e cattedrale

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Salve a tutti, è un po’ che non ci si vede, come va? Passate bene le vacanze, chi ne ha potuto godere? Com’era il mare che ho potuto (ma anche voluto, siamo onesti) vedere solo qualche giorno?

Occhei, perdonate le banalità, ma le ho scritte per “inquadrare il contesto” come direbbero autori molto più prestigiosi del vostro umile artigiano della penna o della tastiera, visto che veleggiamo verso la fine dell’estate duemila diciannove e l’inizio dell’autunno che ha già cominciato a manifestarsi.

Ricominciamo quindi a chiederci qualche perché, in queste che sono riflessioni su tutto e su niente e che, bontà vostra, pare leggiate spero con piacere.

La prima che mi viene in mente riguarda la politica italiana ed è sotto gli occhi di tutti: perché quello lì non c’è più.

Quello lì “non c’è più” perché ha compiuto quello che la Storia ricorderà come il più idiota dei suicidi politici che si potesse compiere, essere al governo forte di un consenso smisurato ed aprire la crisi, facendolo di fatto crollare (il governo) e servendolo su un piatto d’argento sia ai propri ex alleati sia ai propri avversari (anche se nel suo vocabolario erano e sono “nemici”).

È successo l’insperabile, dando ragione ancora una volta al vecchio adagio che recita:

<< sediamoci sulla riva del fiume ed attendiamo di vederci passare davanti il cadavere del nostro nemico >>, più o meno.

Beh, quello lì nel fiume s’è proprio tuffato e vedremo in quanti lo seguiranno nella manifestazione di piazza annunciata per protestare contro tutto e tutti, a go go.

La Storia, che non perdona i vinti, è già avanti, lui è già il passato ma non se n’è ancora reso conto.

Brutta storia (minuscolo voluto) l’ignoranza in evidenza… 

Nelle prossime puntate di questa italianissima soap opera politica vedremo che accadrà.

***

Solita piccola e doverosa premessa per i meno attenti: sono uno qualunque, che si guarda intorno e scrive, tutto qua e nient’altro che questo.

 Nel nostro piccolo orticello; 

incontro 1.

Capita, nel nostro villaggio che vorrebbe tanto essere una bella città (e sotto molti aspetti si sta impegnando per riuscirci) così come una semplice contadina d’altri tempi sognava di diventare ed essere una gran dama, che il sottoscritto esca di casa e come recita il titolo del pezzo, “faccia cose e veda gente”.

Ora a me Moretti non è mai piaciuto, questione di gusti, ma riconosco che molte sue trovate sono diventate patrimonio non solo dell’immaginario collettivo ma anche del nostro comune parlare, quindi onore al merito.

Al contrario amo senza limiti il “villaggio” dove vivo, problemi (innegabili, ma che si possono se non risolvere almeno contrastare e a mio modestissimo avviso qualcosa in quella direzione si sta facendo), difetti, prospettive, potenzialità e sogni compresi, il pacchetto completo e non sto citando molto altro. 

L’ho già scritto ma ribadirlo non credo faccia male. 

È capitato quindi che qualche giorno fa sia uscito con degli amici e colleghi scrittori coi quali abbiamo giocato a far finta di essere un po’ come quei circoli di due secoli fa presenti soprattutto in Inghilterra e a… Parlare dei mondi, degli universi che la nostra fantasia ha già costruito e continua a costruire e di tante altre cose, cosette, cosacce.

È stato molto piacevole come tante altre volte, magari a voi che leggete non importa proprio nulla di tutto ciò, ma per chi scrive o almeno ci prova, questi incontri e/o confronti sono molto importanti oltre che gradevoli – non nascondo che si parla intorno ad un bel calice di vino, per la precisione l’altra sera era “Carignano di Calasetta” giusto per fare un po’ di pubblicità ma il nettare in questione la merita tutta – e ne approfitto per ringraziare anche per mezzo di queste righe i miei compagni d’avventura.

***

Incontro 2 e fatti bizzarri.

Arriviamo infine all’incontro piacevolissimo di ieri sera: mi sforzerò di non fare nomi, ma ci avete visto in tanti, ergo non credo ce ne sarà bisogno. Capita dunque che mi sia deciso di fargli un regalo, così, a sentimento, un regalo impalpabile, etereo e lui abbia ricambiato facendone uno a me, altrettanto immateriale ma che considero preziosissimo.

Non preciso e non puntualizzo, a suo tempo si saprà, almeno spero.

Quello che mi colpisce ogni volta che ci incontriamo (e ci conosciamo di persona solo da pochi mesi) è l’empatia reciproca che va oltre la stima e l’ammirazione l’uno nei confronti dell’altro.

Cose che accadono quando si incontrano persone che oltre ad osservare la realtà che le circonda, si cimentano nel raccontarla – ognuno col mezzo che predilige, sia la macchina da presa o la tastiera – a modo proprio, col proprio stile, in modo assolutamente libero.

Questo nostro fare, creare, lascerà un segno?

Mi si dice di sì, forse sarà così, mi piacerebbe accadesse ma forse per scarsa autostima non ne sono così certo.

Parlo per me, che scherzo spesso sul fatto che mi farebbe davvero incazzare una eventuale …

Gloria postuma.

Che poi – anche se non nego che ovviamente mi farebbe piacere – non la cerco, non mi interessa: mi interessa e mi piace moltissimo scrivere, mi sono trovato a ripetere a me stesso già molto tempo fa che sono nato per quello e se non lo faccio sto male, mi manca l’aria.

Non pretendo che si capisca fino in fondo questa mia grande esigenza, però è così, per spiegarmi meglio non mi paga nessuno (per scrivere questi e tanti altri pezzi precedenti) anzi pago io (il dominio del blog ha un costo annuale) pur di poterlo fare e continuare a farlo.

Detto ciò, capitano anche, quando ci incontriamo con la persona di cui parlo e che ovviamente si riconoscerà, episodi per così dire …

Bizzarri che sarà lui a decidere se raccontare o meno.

Concludo ribadendo che incontri come questo sono per me molto significativi e preziosi, arricchenti, perché offrono una marea di spunti di riflessione e ancora una volta mi pongono più domande che risposte. 

E’ ciò che preferisco, perché mi aiuta a mettere continuamente in discussione ciò che faccio, dico, penso, scrivo, sono.

Insomma, se non si fosse ancora capito, questo è un enorme grazie, amico mio.

Per sdrammatizzare: sarà vera gloria?

Ai posters (ma anche a qualche manifesto) l’ardua sentenza! 😉

Davide De Vita

P.S.: se qualcuno ha pensato, pensa o penserà che stessimo parlando di politica, non è così.

Non ne stavamo parlando, la stavamo facendo

Iglesias? Village People!

Iglesias Village People

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Come va? Come state?

Sono stato un po’ assente su queste pagine in quanto impegnato a vivere, lavorare, scrivere altro.

Cominciamo con le solite, doverose premesse: intanto, il sottoscritto è il primo a battersi la mano sul petto pronunciando “mea culpa, mea maxima culpa” in quanto ha fatto e detto cose di cui si vergogna.

Sono errori che ho commesso, non li disconosco, ma – superati l’imbarazzo, il disagio e lo sconforto – come tali li reputo.

Poi: il gruppo musicale al quale faccio riferimento in questo articolo mi piaceva pure, lo utilizzo in questo contesto perché i loro travestimenti erano usati in maniera intelligente, simbolica e auto-ironica.

Aggiungo: non sono esperto di nulla, assolutamente di nulla.

Perciò ultimamente più che rispondere a provocazioni dette o scritte faccio un respiro profondo e… Tiro avanti.

Perché rispondere sarebbe facile, veramente facile: un ragionamento sensato penso di essere in grado di sostenerlo, ma …

A che scopo?

Servirebbe?

Purtroppo no, non più.

Soprattutto di questi tempi (ma anche in tempi passati, ahimè…) e ad Iglesias, cari concittadini…

Okay, “cari concittadini” è un’espressione che sa fin troppo di politica e lungi da me pensare soltanto di sfiorare l’idea di entrarvi (in politica, appunto): non ne ho le capacità, non ne sarei in grado e soprattutto non lo voglio fare.

Tra l’altro sono uno qualunque, senza titoli, amen. 

Ciò che mi ha fatto riflettere,  invece,  è l’ergersi di qualcuno, ogni tanto, a moralizzatore, giudice, urbanista, commercialista, architetto, critico d’arte, esperto di tutto e di più e via di questo passo, come al solito chi più ne ha più ne metta.

Ribadisco: l’ho fatto anch’io e ho sbagliato a farlo, me ne rendo conto e lo ammetto, spero di non ripetere l’errore.

Perché – qui arriviamo al nocciolo della questione – c’è una bella differenza tra esprimere un’opinione (più che lecita, sia positiva sia negativa) e, invece, sputare sentenze come se si fosse depositari di chissà quale Verità Assoluta e Dogmatica.

Non solo non la possiede nessuno, ma in special modo non la possiede nessuno qui ad Iglesias.

L’ho scritto in altra sede e lo ribadisco: questo è un villaggio un po’ troppo cresciuto, vestito da signora, che ambisce ad essere signora e diventare finalmente città.

Per questo il riferimento a quel vecchio gruppo musicale.

A me piace, intendiamoci, amo Iglesias, contraddizioni e problemi compresi, perché siede sulla Storia (purtroppo spesso ci ha dormito anche, nonostante ultimamente si siano moltiplicate le iniziative in senso contrario e ben vengano!) e ha potenzialità che – sempre a mio parere – sono state valorizzate ancora in minima parte ed è giusto che ci si provi, ci si impegni anche in questo campo come in tanti altri.

Il rovescio della medaglia è però, appunto,  l’aspetto “villaggio”: qui – come in qualsiasi altro centro di provincia del mondo – ci si conosce tutti bene o male e si sa tutto di tutti.

Perciò di ogni gallo che canta si conoscono pollaio, confini dello stesso, vita morte e miracoli, “segreti” che difficilmente sono ancora tali.

Di tutti, nessuno escluso, me compreso e me per primo, sottolineo ancora una volta.

Se questo può essere per certi aspetti un difetto, da un altro punto di vista può essere una garanzia:

<< Cosa stai dicendo? Parli proprio tu che… >>

A tutto ciò aggiungete l’enorme amplificatore dei social, che appunto ingigantisce sia le – poche, ahimè … – buone idee sia le – troppe, ahimè… – cazzate intergalattiche.

Siamo però ad Iglesias, perciò – ripeto – è fin troppo facile fare e disfare.

Mi correggo: fare è difficile, disfare (anche solo a parole…) un’inezia.

Il mio umile appello perciò – e concludo – è quello di guardarci prima allo specchio prima di sparare a zero contro chiunque e qualsiasi cosa.

Sarà un appello inascoltato, non letto?

Pazienza.

Almeno ci avrò provato.

Perché anche qui non solo siamo un po’ tutti “Village People”, ma vale più che mai l’evangelico

<< Chi è senza peccato… >>

Davide De Vita

Recensioni: “Storie Minime” di Stefano Ardau

Storie Minime Stefano Ardau

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché acquistare, leggere e recensire “Storie Minime” di Stefano Ardau?

Perché lo merita il testo e lo merita lui.

Mi piace la Storia e mi piacciono le storie o, come le chiama l’autore con azzeccata intuizione, appunto “Storie Minime”.

Più che una raccolta di racconti su persone di Iglesias esistenti od esistite l’ho trovata una godibile galleria di ritratti, dipinti (o scritti, ma in questo caso è lo stesso) con pennellate rapide e precise, a volte ruvide e malinconiche, mai banali.

Un testo onesto scritto di testa e di cuore: di questi tempi non è poco.

Lo sguardo è quello attento di chi ha avuto spesso a che fare col pubblico, magari da dietro il bancone di un bar, con un’attenzione particolare per gli ultimi, gli invisibili, i dimenticati.

Si narra di donne e uomini alcune delle quali e alcuni dei quali ho conosciuto anch’io e di sicuro in tanti in città abbiamo incontrato o visto almeno una volta, per poi – presi come siamo sempre dal nostro imminente e pressante quotidiano – resettarli nella memoria “altra” se non proprio nell’oblio.

Stefano no, Stefano si ferma – o si è fermato – a scattare delle istantanee a queste persone che forse con un brutto termine moderno si potrebbero chiamare “borderline”.

In questo libro però non si cercano etichette e si preferisce, invece,  parlare di persone vere e concrete, dei loro drammi e del loro a volte incredibile e tortuoso vissuto.

Parla di sconfitte, Stefano.

In un mondo e in un periodo storico dove pare che se non sei vincente non sei nessuno.

Con grande coraggio – che gli ammiro molto, lo dichiaro pubblicamente – parla anche delle proprie, arrivando a concludere il testo con quello che immagino sia stato un dolore senza confini per l’improvvisa perdita di una persona a lui molto cara.

Ci sarebbe stata bene – ma per carità, il libro va benissimo così com’è – un’introduzione del tipo:

<< I fatti, le persone, i luoghi di cui si parla NON sono da ritenersi puramente casuali ma precisi e mirati >>

Perché così è: a volte i ritratti non sono più lunghi di una pagina, ma ben delineati, più che sufficienti a far tornare alla mente e alla memoria l’uomo o la donna di cui si parla.

Conosco Stefano da tanti anni anche se non benissimo: leggo ciò che scrive perché m’interessa, nonostante spesso la pensiamo in maniera diversa, soprattutto in ambito politico.

Questo non mi impedisce di apprezzare molto alcune sue idee – che ritengo validissime – come appunto questo libro e il progetto “Favolandia” che consiste – se non sbaglio – nello scrivere favole apposta su richiesta per ogni bambina o bambino che glielo chiede e realizzarla poi oltre che scritta anche colorata.

Un’ottima idea: lui l’ha avuta, io no.

Per tornare a “Storie Minime”, con dieci euro si può comprare una ricarica telefonica oppure proprio questo libro, che invece è una ricarica per la memoria e…

Per l’anima.

Davide De Vita