Fillu miu! – sulla rievocazione (ed. 2019) dell’ 11 maggio 1920 ad Iglesias

rievocazione 2019 11 maggio

Buona sera  e chiediamoci un perché.

Perché è necessario, fondamentale tenere viva la memoria storica di una città, di una terra, di ciò che il suo ventre racchiude da millenni e con enorme fatica, sudore, sacrifico, lacrime e sangue le è stato sottratto?

Perché solo conoscendo il proprio passato e le proprie radici si può costruire un solido futuro.

Perché a volte insegnano di più le storie vere raccontate a casa dal nonno piuttosto che i libri di Storia che certe vicende le ignorano del tutto o – al massimo – vi dedicano due o tre righe superficiali.

Ci sarebbero anche tanti altri motivi, ma per dirla con i ragazzi dell’Istituto Comprensivo “Eleonora d’Arborea” di Iglesias, che – coordinati da tutto il corpo docente, tra cui il prof che non vuole mai essere nominato ma che in città conosciamo tutti, insieme a tanti altri collaboratori pubblici e privati – ormai dal 2007 rievocano i tragici fatti di sangue del 1920, “per il pane”.

Perché di questo alla fine si tratta: della rivendicazione più che legittima di una paga adeguata, di un salario dignitoso, di un tozzo di pane in più per sé stessi e per le proprie famiglie.

La cronaca della vicenda è nota: i minatori di Campo Pisano, Monteponi e S. Giovanni Miniera protestavano ormai da tempo per avere condizioni salariali e di vita migliori. L’8 maggio 1920 ci fu una massiccia protesta davanti al palazzo della Sottoprefettura: gli operai rivendicando una maggiore razione di pane. Il lunedì successivo il direttore della miniera di Monteponi, l’ingegner Andrea Binetti, comunicò ai minatori che la mezza giornata del sabato precedente non lavorata non sarebbe stata retribuita.

Dopo ripetuti e vani appelli rivolti alla direzione, gli operai decisero di proclamare un’altra giornata di sciopero. Era l’11 maggio 1920, un martedì. Circa 2 mila minatori si ritrovarono nella miniera di Monteponi. Un enorme corteo diretto all’ufficio del sindaco Angelo Corsi si formò in quei due chilometri che separano Monteponi dalla città di Iglesias.

Nel frattempo il Sottoprefetto organizzò le proprie milizie nel timore di tumulti e sommosse, come certificato da documenti storici custoditi nell’archivio storico di Iglesias e Cagliari. Al loro arrivo in prossimità del palazzo comunale, nella via Satta, adiacente la piazza Municipio, i minatori trovarono i soldati della guardia regia a sbarrare loro la strada.

Tutto accadde in pochi minuti. Dopo l’ennesimo tentativo di dialogo col sindaco andato loro incontro gli eventi precipitarono. I soldati iniziarono a sparare contro gli operai. Fu strage. Cinque uomini morirono subito. Altri due morirono dopo alcuni giorni in seguito alle ferite riportate. Altri 22 furono feriti.

Questa la cronaca abbondantemente studiata, verificata, documentata negli anni, degli accadimenti del 1920.

La cronaca spicciola della rievocazione di oggi, 11 maggio 2019, comincia con dei ragazzini e ragazzine visibilmente emozionati, con indosso abiti d’epoca abilmente confezionati, che si incontravano un po’ ovunque per le vie e i vicoli del centro storico.

Chi scrive ha incontrato alcune ragazze e dei “soldati” con tanto di fucile, notando gli sguardi di ammirazione degli altri passanti, perché l’“Undici maggio” fa parte di Iglesias, fortunatamente lo si insegna a scuola in questa splendida maniera, facendolo rivivere a quegli stessi ragazzi che spesso sono pronipoti di chi i fatti del 1920 li visse sulla propria pelle.

La rievocazione comincia e il pubblico è trasportato indietro nel tempo, in un’altalena di emozioni e sentimenti che ha il suo culmine quando partono gli spari, gli operai muoiono, una delle donne urla lasciando cadere una brocca d’acqua e precipitandosi verso il proprio marito morente a terra, altre gridano per lo stesso motivo o perché hanno perso il figlio, il fratello.

Un grido sovrasta gli altri:

Fillu miu!

E la commozione è palpabile tra tutti, anche chi scrive non riesce a trattenere una lacrima.

È una rievocazione laica, ma l’accostamento alla “pietà” della Madonna col Cristo morente tra le braccia è inevitabile, così come alla fine, con tutto il dovuto rispetto per quella sacra, è difficile non pensare all’eucarestia mentre alcune ragazze distribuiscono agli spettatori più vicini dei pezzi di pane.

La folla che oggi gremiva piazza Municipio fin da qualche ora prima che la rievocazione cominciasse è stata accolta dal sindaco Mauro Usai che si trovava accanto ai rappresentanti dei “paesi dell’Oro del Monte Rosa”, gemellati con Iglesias per la comune storia mineraria e la fervida attività delle associazioni “Figli della miniera” e “Prendas de Iglesias”.

Onore ai minatori caduti e profondo rispetto per chi allora si batté per quel tozzo di pane e grazie infinite ragazzi perché se oggi – quando forse ne abbiamo più bisogno  che in altri periodi – c’è una speranza, siete voi.

Davide De Vita

25 aprile 2019: rivendico la mia dignità.

donne partigiane

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Altri l’hanno fatto tanti anni fa, nella stessa, cruciale data di oggi, 25 aprile, per ribellarsi a qualcosa di profondamente sbagliato: il fascismo, o nazifascismo, riferito a quella scellerata alleanza.

Non c’è niente di giusto nel fascismo e, dati storici reali alla mano, non ha fatto nulla di buono: come mi ha ricordato poco tempo fa un caro amico,

il fascismo è un crimine,

punto e basta.

Già il concetto della privazione della e delle libertà, da quella personale a quella di espressione, o di stampa, ne delineano la natura liberticida, quando la libertà, invece, è riconosciuta in qualunque Stato civile e democratico come principio naturale irrinunciabile di qualsiasi essere umano.

Irrinunciabile” e “di qualsiasi essere umano”.

In Italia soprattutto ragazze e ragazzi intorno ai vent’anni lasciarono le loro case, il loro lavoro per imbracciare un fucile e combattere contro il fascismo e per la libertà, sacrificandosi anche per me, gettando i semi di quella libertà che ancora oggi mi permette di scrivere queste righe.

E non erano solo comunisti: c’erano partigiane e partigiani provenienti dalle più diverse esperienze politiche.

Libertà, dicevo, che permette ad altri di dire, scrivere o urlare idiozie senza fondamento, ma di nuovo piuttosto pericolose.

Possono esprimersi però anche loro proprio grazie al quel “25 aprile”, nonostante non ne siano consapevoli e forse nemmeno sappiano quando e perché accadde.

Bene, oggi rivendico la mia dignità di uomo che, pentendosi fino alla fine dei propri giorni per non aver proseguito gli studi universitari, ha provato e continua a provare ad elevarsi culturalmente leggendo decine, centinaia, forse migliaia di libri per imparare, imparare, imparare e capire, ragionare, pensare una volta acquisiti gli “utensili” per farlo.

Rivendico il mio tentativo di confrontarmi finché possibile, rivendico il diritto di riconoscere “casi limite” coi quali ho solo sprecato tempo, rivendico, con tutte le mie forze, la mia libertà di pensiero.

Questo perché, chi mi conosce e conosce la mia storia, sa dei miei “no” ad allettanti offerte di prostituzione della mia penna, che se avessi accettato mi avrebbero portato di sicuro “in alto”, ma sarebbero state una vergogna e un’infamia incancellabili.

Non sono ricco, non lavoro per un giornale prestigioso, non ho una grande casa editrice alle spalle, ma non mi lamento: scrivo ciò che penso, qualcuno mi legge, gliene sono infinitamente grato.

Non è un reato leggere, non è un marchio d’infamia possedere e curare la propria cultura: oggi più che mai, come hanno scritto in tanti prima di me, è una forma di lotta e resistenza.

Non mi è mai stata simpatica la Murgia, ma la sua “sinossi dei curriculum” (inspiegabilmente sparita dalla mia e da molte altre pagine Facebook dopo la condivisione, a proposito di libertà d’espressione…) che spero abbiate fatto in tempo a leggere, dice tutto.

Condivido la sua frase “leggere, studiare è come avere i calli nelle mani”, perché di questo si tratta, anche se a molti non andrà a genio; perché sono profondamente convinto che questa bruttissima parentesi di incompetenza, di pseudo – politica fatta di slogan e incapace di risolvere i problemi veri, finirà, è già alle corde, i nodi stanno venendo al pettine e la verità, quella basata su fatti concreti e non sulla propaganda, proverbialmente … Viene sempre a galla.

L’ultimo di tanti esempi è quel signore felpato costretto ad ammettere – ed era ora – che non esiste alcuna invasione… Visti i dati diffusi dal Ministero del quale lui stesso è a capo.

Oppure un esempio ancora più semplice: avete fatto benzina per Pasqua o nei giorni successivi?

Sempre quel signore lì aveva detto che…

Appunto, aveva detto.

I fatti sono altra cosa.

Una casa costruita sulla sabbia crollerà.

Buon 25 aprile, ora e sempre resistenza.

Davide De Vita

 

Notre Dame brûle.

Notre Dame incendio guglia crolla

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché è necessario fermarsi a riflettere sul rogo della cattedrale di Notre Dame de Paris?

Perché è un simbolo potentissimo, ricco dentro e fuori, fisicamente e per metafore, di altri innumerevoli simboli.

Tutti abbiamo visto e probabilmente stiamo ancora vedendo in tv (è naturalmente l’argomento del giorno) le immagini delle fiamme che distruggono una delle chiese più famose del mondo, forse la più famosa dopo la stessa basilica di san Pietro.

Due righe di Storia, come sempre da mamma Wiki:

La cattedrale metropolitana di Nostra Signora (in francese: Cathédrale métropolitaine Notre-Dame; in latino: Ecclesia Cathedralis Nostrae Dominae, conosciuta anche come cattedrale di Notre-Dame o più semplicemente Notre-Dame (pronuncia [nɔtʁə dam]), è il principale luogo di culto cattolico di Parigi, cattedrale dell’arcidiocesi di Parigi, il cui arcivescovo metropolita è anche primate di Francia. Ubicata nella parte orientale dell’ Île de la Cité, nel cuore della capitale francese, nella piazza omonima, rappresenta una delle costruzioni gotiche più celebri del mondo ed è uno dei monumenti più visitati di Parigi. In base alla Legge francese sulla separazione tra Stato e Chiesa del 1905, l’edificio è proprietà dello Stato francese, come tutte le altre cattedrali fatte costruire dal Regno di Francia, e il suo utilizzo è assegnato alla Chiesa cattolica. La cattedrale, consacrata nel 1182, basilica minore dal 27 febbraio 1805, è monumento storico di Francia dal 1862 e Patrimonio dell’Umanità.

Un’infinità di simboli e significati, dunque, travolti e distrutti dalle fiamme, da un rogo enorme di cui ancora non si conoscono con certezza le cause, definite con sempre maggiore insistenza “accidentali”, escludendo quindi sia la matrice criminale, sia quella – temutissima – terroristica.

Ad esser sinceri dubito sapremo mai veramente cosa sia successo: resta il fatto, trasmesso in diretta e in mondovisione, che uno degli edifici più belli e famosi del mondo non esiste più nella forma e nelle fattezze con le quali l’abbiamo sempre visto, anche chi non è mai stato a Parigi: era quello, infatti, ben prima della stessa Tour Eiffel, uno dei simboli più identificativi della città, un po’ come il Colosseo o la Basilica di san Pietro per Roma, il ponte sul Tamigi per Londra, la statua della Libertà per New York. A proposito di New York, le immagini del crollo della guglia ricordano in maniera impressionante quelle del crollo della prima torre del World Trade Center l’undici settembre duemilauno.

Non ci sono stati morti, questo è vero, ma il fatto che sia stata proprio quella chiesa a venir giù, una delle chiese cattoliche più famose del mondo, all’inizio della Settimana Santa, quanto meno fa riflettere.

Perché nonostante non sia stato un attentato terroristico – e meno male – ha ricordato a tutti quanto siano fragili, ancora nel XXI secolo, le opere dell’uomo, per non dire quanto sia fragile egli stesso nella sua enorme complessità.

Sono andati in fumo secoli di Storia, di fede, di ispirazione per tutte le arti anche per chi credente non è mai stato: un crollo che si porta via un pezzetto di noi, del nostro piccolo grande mondo che ci illudiamo sia al sicuro e invece non lo è, non lo è per niente.

Un monito, anche.

Perché la Storia è cultura e va preservata e non cancellata, nascosta o peggio ancora distrutta: meno cultura significa più pseudo ordine, sempre a danno di democrazia, tolleranza, diritti. Concetti questi che non significano “nessuna regola” ma regole civili, al passo con il Terzo Millennio che nonostante tutto abbiamo cominciato ad attraversare da quasi vent’anni.

L’arte, la bellezza, la meraviglia di cui è stato capace – e per molti aspetti lo è ancora – l’Uomo in tutti questi secoli, durante i quali non ha ideato, progettato, costruito solo armi, andrebbero mostrate e vissute ancora di più, in modo che ce ne si innamori perdutamente, perché appartengono a ciascuno di noi, nessuno escluso.

Mi rendo conto di sfiorare l’Utopia, ma a questo punto, col vento che tira, anche questo “innamoramento” è più necessario che mai.

Altrimenti catastrofi come questa, per disattenzione, incuria, cattiva manutenzione ne accadranno altre e ne accadranno presto.

Così come ogni singola vita umana ha un valore altissimo, anche ciò che la mente e le mani umane, degli artisti, creano, valgono molto di più di quanto per pigrizia ci siamo abituati a pensare.

Per poi piangere, come in questo caso, quando opere immense vanno in fumo.

Davide De Vita

Il Grande Nulla… Felpato.

il grande nulla

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché il “Felpato” dopo aver buttato giù una dopo l’altra come le tessere del domino le regioni italiane prima in mano al FU centro sinistra vincerà e alla grande anche le Europee?

Perché sì.

Perché non si vede al momento all’orizzonte, a contrastarlo o a cercare di provarci, nulla di veramente significativo.

Il FU centro sinistra persiste nel concentrarsi intorno al proprio ombelico, con Zingaretti che ha un carisma pari a quello di un palo telegrafico.

In disuso da tempo.

Forse per adeguarsi all’aria che tira, o – i video non mentono – ignorante di suo si lancia anche lui più volte nel massacro dei congiuntivi, ma questo non basta a dargli credito e puff!

È volata via anche la Basilicata.

Ampiamente previsto, tranne da chi ancora spera nello sbarco degli alieni che tutto risolveranno ma ah già, la terra è piatta e quindi il loro disco volante, sullo slancio è scivolato via ed è caduto oltre il bordo…

Ora, la realtà è che un uomo che non sa fare assolutamente nulla, non ha mai lavorato in vita sua, non ha un titolo di studio decente, è fuori corso da trentasette anni, a capo di un partito riconosciuto colpevole di aver RUBATO ad ogni italiano, quindi a ciascuno di noi compresi i suoi ottusi seguaci una parte di quarantanove milioni di euro (roba che al confronto Bettino Craxi passa subito al processo di beatificazione) beh quest’uomo qui acquista sempre più potere e consenso, nonostante sia nient’altro che, appunto, il Grande Nulla.

Però funziona: per un’anomalia tutta italiana, raccoglie consensi ovunque, mentre il FU centro sinistra non è che gli prepara ogni volta la strada, no, gliel’asfalta pure e gli piazza anche guardrail e la segnaletica.

Ogni volta che Zingaretti apre bocca, mille o millecinquecento voti si spostano a destra.

Non ce la fanno, a sinistra, nelle stanze dei bottoni, a capire che devono levarsi di torno, fare spazio ai tanti giovani capaci, competenti, rampanti alla Bernard Dika, giusto per fare un esempio ormai abbastanza noto. No, niet, non si può, il potere geriatrico è ancora saldamente in mano agli (scarsamente) sognatori ombelicali.

E si continua a perdere, come previsto e predetto e come succederà ancora.

Il Felpato ringrazia, tutto grasso che cola, lui è il Grande Nulla, ma se come avversario ha il Piccolo Nulla, il gioco è fatto.

E giù tutti noi simpatizzanti delusi e orfani del FU centro sinistra a dirci addosso quanto siamo razionali e intelligenti e lavoratori e quelli sono beceri, ignoranti, rozzi, grevi eccetera eccetera …

Tutto quello che vi pare, ma continuano a vincere loro e vinceranno ancora, ergo, scusate, non ci sarà almeno qualcosina ina ina ina da cambiare?

Così, giusto per provare.

Facciamo un esempio “da bar” che una volta mi è stato snobbato perché parlavo troppo semplice (ricordo a lor signori che anche i frequentatori dei bar votano…) e prendiamo Mancini, sì, il grande calciatore, il Mancio nazionale ora CT appunto della Nazionale di calcio.

Ha guardato in faccia molti dei “vecchi” e, per dirla come si dice in molte parti di Sardegna (ma si capisce benissimo ovunque) e ha detto loro:

<< A casino. >>

Poi ha guardato nei vivai delle squadre di serie A, perché ne capisce, ha voluto fortemente dei giovani talentuosi e con la voglia di farsi valere e toh, l’Italia calcistica piace di nuovo, stadio pieno, ascolti record e vittoria bella.

Incredibile, vero?

In pratica ha pensato, Mancini, che con giocatori bravi, giovani e forti, che corrono pure, magari qualcosa la si portava a casa.

Che genio!

Capito Zingaretti, PD e FU Centro Sinistra?

Mettere in squadra persone valide e con carisma no, guai eh?

Ah già, ma che ve lo dico a fare (sì, la citazione è proprio da “Donnie Brasco”) voi mica li frequentate i bar dove potreste trovare – non sia mai – la gente comune, le persone che hanno problemi veri, seri, grossi e magari cercano un istante di “staccare la spina” bevendosi una birra, no, voi no, voi siete ancora rinchiusi nei salottini ovattati a bere Chardonett in flut di cristallo del costo di uno stipendio medio l’uno…

Quindi se ancora non ve ne siete accorti, quella che ERA la vostra gente vota il Felpato e lo voterà ancora, in massa, finché quando sarà ormai troppo tardi (lo è già da tempo, ma niente, siete sordi con volontà ferrea di restarlo) qualcuno si sveglierà (non del tutto, può far male) e si renderà conto di NON ESISTERE PIU’.

Arrivederci a dopo le Europee, quando il Grande Nulla sarà ancora più forte, forse più forte che mai, anche, se non soprattutto, non per merito suo ma per la vostra INEDIA.

Davide De Vita

Parola alla difesa… “Siciliana”.

Legittima difesa

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Premesso che non mi piace per niente quella che sta per diventare legge dello Stato (se già non lo è diventata, mentre scrivo può essere successo) in merito alla legittima difesa; che ritengo il solo fatto di tenere un’arma in casa un fattore di rischio enorme per chiunque, non solo per l’eventuale ladro, aggressore e via discorrendo; che dovrebbe essere lo Stato a difendere i cittadini, magari avendo più attenzione concreta alle politiche di prevenzione del crimine piuttosto che alla sua repressione, magari facendo in modo che uomini, mezzi e salari delle Forze dell’Ordine fossero adeguati ai tempi in numero e qualità. 

Premesso che ci dovrebbe essere una politica più attenta, molto più attenta, alle problematiche del lavoro e della disoccupazione, oltre che naturalmente se non prima di tutto all’istruzione e all’educazione. 

Considerato che, come in tanti hanno fatto notare, va a farsi benedire il principio di proporzionalità della reazione, per cui – se non ho capito male – sarà considerata sempre “legittima difesa”, tendendo a renderci tutti una schiera di “giustizieri della notte”, quindi assassini autorizzati da quello stesso Stato che demanda ai cittadini un compito che dovrebbe svolgere, visto che incassa fior di quattrini dalle tasse e dalle tasche e dovrebbe, in cambio, fornire servizi.

Assodato che ove sono povertà e ignoranza la criminalità regna sovrana in assenza dello Stato suddetto ( e questa, ahimè, purtroppo NON è un’opinione), bene, fatte tutte queste premesse e considerazioni come al solito doverose, provo a sdrammatizzare.

Sono convinto, infatti,  che l’ironia possa infine condurre da qualche parte, essere utile a migliorarci la vita.

Se non altro, a non pensare per qualche minuto ai problemi quotidiani di ciascuno,  a regalare un sorriso…

Okay. 

Supponiamo che, per qualche oscura ragione, il sottoscritto abbia ottenuto il porto d’armi…

Mi immagino, una notte, durante la quale sento – oppure ho l’impressione di sentire, che già ho qualche problema anche d’udito… – qualcuno entrare furtivamente in casa.

Sono a letto accanto a mia moglie, ma mi sveglio io e penso:

<< C’è qualcuno in casa. >>

Sì, ma sono armato, ho la pistola nel comodino.

Sicuro?

Sicuro sicuro sicuro?

Non è che l’ho spostata pensando che magari la potessi prendere per sbaglio e commettere una sciocchezza?

Sì, forse è da qualche altra parte.

Il problema è che sono immensamente miope, senza occhiali non vedo proprio nulla, quindi prima della pistola, dovrei – magari – trovare gli occhiali…

E dove? Non posso svegliare mia moglie per chiederglielo, sarebbe veramente troppo, dopo che oggi non trovavo le chiavi della macchina nonostante le avessi nella tasca del giubbotto che… Indossavo.

Mi alzo piano, per miracolo metto le mani proprio sugli occhiali, che per un altro miracolo – oggi ci dev’essere un tre per due… – non rompo.

Altri rumori da un’altra stanza, non so bene quale, non so neanche se i rumori sono veri o li immagino.

Flash della memoria: ho messo la pistola in frigo, avvolta in una busta, convinto che lì sarebbe stata più difficile da raggiungere…

Peccato che dovrebbe essere più facile, da raggiungere…

Se attraverso la casa il ladro o chiunque sia mi vedrà?

Mi aggredirà?

Ma ho una pistola, mi potrò difendere!

Ah no, la pistola è in frigo…

Arrivo al frigo, lo apro, prendo la pistola o meglio la busta intorno alla quale l’ho avvolta: ho l’impressione, nel silenzio della notte, che questa faccia un fracasso infernale e forse è proprio così.

Finalmente ho l’arma in pugno, sono un cittadino che – “gravemente turbato” – può finalmente sparare contro l’intruso, per difendere sé stesso e la sua proprietà, parapaponzi ponzi pà!

Certo, se la pistola fosse carica.

E dove li ho messi i proiettili?

Vediamo, la seconda volta che m’è caduto il caricatore perché non riuscivo ad incastrarlo nella sua sede, uno è rotolato sotto il divano, uno proprio sotto il frigo, gli altri verso destinazioni ignote…

Certo, ho il porto d’armi eccetera, ma in caso di “grave turbamento” è tutto diverso, non ne va bene una…

Il ladro, o l’intruso, o quello che è ha seguito tutta la scena seduto comodamente sul mio divano, s’è acceso anche una sigaretta, badando di non sporcare troppo e continua a guardarmi.

Non dice una parola e scuote la testa, commiserandomi.

So che ha ragione, ma quel briciolo di dignità che devo avere da qualche parte, forse sotto il frigo insieme ad uno dei proiettili perduti, mi impedisce di farglielo capire.

Lui però non ne ha bisogno, si alza, si guarda intorno e capisce che da portar via c’è davvero poco, spegne educatamente la sigaretta nel portacenere (che in casa nostra si usa raramente perché nessuno fuma, quindi è pulitissimo) poi sempre scuotendo la testa si mette una mano nella tasca e tira fuori il suo portafogli, quindi una banconota da cinquanta euro, che infila sotto il portacenere.

Mi dice, infine, con una calma che gli invidio maledettamente:

<< Prendetevi una pizza, lei e sua moglie. E quell’arnese lì, mi dia retta, lo rivenda, prima che si faccia male qualcuno. Non si disturbi ad accompagnarmi, conosco la strada. >>

Se ne va quindi uscendo dalla porta blindata, che però io nella mia infinita distrazione, avevo lasciato aperta…

***

Tutto questo, ovviamente, in un mondo ideale e quasi perfetto, da “famiglia del Mulino Bianco” e quindi inesistente, l’opposto della realtà.

In conclusione, tenendo sempre ben saldo il principio che chi entra in casa d’altri non invitato, di giorno o di notte non importa, ma con cattive intenzioni è palesemente dalla parte del torto, tranne casi rarissimi e da analizzare a fondo uno per uno l’unica “difesa” che apprezzo, come immagino tanti miei amici scacchisti, è quella “siciliana” nella magnifica variante del “Dragone”.

Ciò che temo, nella realtà vera, è invece lo spargimento di sangue innocente dentro, fuori e intorno alle case.

Ci sarà.

Questo sì che mi terrorizza, senza alcuna ironia.

Davide De Vita

Elezioni Sardegna 2019: i nostri errori.

Zedda Solinas

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Ce lo stiamo chiedendo in tanti, ed è giusto che sia così, però smettiamola di stracciarci le vesti come prefiche di antica memoria: hanno vinto, abbiamo perso.

Ho sentito le prime parole di Christian Solinas davanti alle telecamere e qualche riflessione l’ho fatta, a malincuore, ma per battere un avversario bisogna conoscerlo.

Primo errore: averlo sottovalutato, o quanto meno aver sottovalutato la sua strategia, rivelatasi nei fatti vincente.

Attenzione: continuo a non condividere i contenuti della sua politica e dei suoi alleati, ma mi trovo, come tanti altri, in minoranza.

La democrazia è questa: se l’accetto, devo accettare la sconfitta con dignità, altrimenti non sono più credibile.

Secondo errore: la presunzione mia e di molta parte della coalizione di centro sinistra sarda.

Spiego: siamo stati così presi dalla battaglia sui social network oppure in tv, dove non abbiamo perso occasione di sottolineare l’assenza di Solinas dai vari confronti, arrivando ad un soffio dall’insultarlo, da non renderci conto che invece lui stava adottando una strategia che – dati e voti alla mano – s’è rivelata vincente.

Era in giro per la Sardegna a parlare faccia a faccia con le persone e – cito testualmente – “stringere mani”.

Strategia antica, non l’ha certo inventata lui, ma nell’era dei social rivelatasi modernissima e vincente.

E’ dura da mandar giù, certo, ma come una medicina amarissima, il nostro più temibile avversario e il suo super sponsor Salvini ci hanno fatto vedere ancora una volta come si vince.

Signori, bisogna avere il coraggio di ammetterlo: oggi si fa così.

Potrei ripetere: si faceva così anche molti anni fa, però a sinistra l’abbiamo proprio dimenticato.

Il felpato si vanta di essere in vantaggio per sei a zero: ragazzi, ha ragione, è così.

Prima ci rendiamo conto della distanza che ci separa dalle persone – anche se bisogna pure riconoscere il merito di Massimo Zedda di aver ricompattato una coalizione che almeno se l’è giocata e di averci provato, lui sì e gliene va dato atto, a riprendere i contatti con le persone – meglio sarà se vogliamo arrivare combattivi (in senso politico, si badi bene) e competitivi alla prossima sfida.

In tanti ce ne siamo resi conto e lo diciamo e scriviamo da tempo, purtroppo sempre inascoltati, può darsi che finalmente comincino a pensarci pure nella segreteria di quel partito lì, sì, quello, quello di “e allora il PD?”.

E allora il PD perché non si sveglia, se non vuole morire?

Zedda è andato avanti fin dove ha potuto senza una tessera in tasca, mettendo in gioco il proprio consenso personale, non grazie al PD.

Il centro sinistra ha molte anime e devono essere ascoltate tutte, adesso: deve però capire le lezioni impartite a ceffoni dalle ultime sconfitte, altrimenti ne seguiranno molte altre.

La speranza però è in tante persone normali, teste pensanti, che non si arrendono alla deriva e anche stavolta, coraggiosamente, si sono messe in gioco e ci hanno provato.

Come ho scritto – così ora lo spiego meglio – se Salvini attualmente è Napoleone ( va beh, con tutti i distinguo del caso, non me ne vogliano i “puristi” della Storia, lo sto scrivendo per amor di metafora), ricordo che dopo Austerliz, che fu una delle più grandi vittorie del parvenu corso, ci volle del tempo, ma arrivò Waterloo.

Dipende solo da noi.

Davide De Vita

Centomila coriandoli

coriandoli nel cielo

Buonasera e chiediamoci un perché.

Perché mi pesa addosso questa tristezza, oggi che è l’ennesima notte prima degli esami, esami che riguardano un’isola e un popolo, che nemmeno sa di esserlo…?

Ho la mia idea, so a chi andrà il mio voto, so chi è “il mio uomo”.

Non sarà un santo, non farà miracoli, ma ci ha messo la faccia, mi è parso preparato, l’ho sentito parlare, l’ho ascoltato, m’è piaciuto, amen.

Mia opinione, mio voto.

Altri la pensano diversamente, la democrazia è questa, ma in questa terra scolpita dal Maestrale siamo come centomila e più coriandoli, ognuno di un colore se non una sfumatura diversa.

Avrei dovuto scrivere “un milione e mezzo”, ma “centomila” è più poetico, poi il concetto è lo stesso.

Divisi, come sempre nei secoli dei secoli.

I fatti dicono che a stare uniti non ci riusciamo, non ce la facciamo.

Così altri governano e ci governano, dai proconsoli fino ad oggi.

Spero che cambi?

Certo, altrimenti a votare nemmeno c’andrei.

La tristezza rimane però, eccome se rimane.

Mi pulisco gli occhiali con un fazzoletto prima di riprendere a scrivere e mi torna in mente la scena di un film, nel quale Gian Maria Volonté interpreta Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse.

Moro è in maniche di camicia come lo sarà nelle foto storiche della sua prigionia, si pulisce gli occhiali, poi guarda in faccia i suoi aguzzini, mostra la sua umanità perché ha paura di morire com’è naturale, ma si preoccupa della sua famiglia, alla quale era legatissimo.

Moro scrive delle verità scomodissime che verranno fatte passare come ispirate dalla sua prostrazione, dalla sua condizione di prigioniero, quindi da non prendere troppo sul serio.

Moro però fu quello che cominciò a dialogare con Berlinguer …

Ho sempre pensato che uno dei motivi per cui fu ammazzato fosse proprio quello.

Moro, Berlinguer, lo stesso Andreotti per quanto male se ne parlasse: giganti in confronto ai nani e alle comparse di oggi…

Avevamo loro, abbiamo questi.

Avevamo persone in grado di stare in equilibrio tra arabi e israeliani durante le crisi peggiori.

Oggi ci si vuol far credere che Abdul venuto dal mare cercando di non affogare è il Male Supremo…

La recessione e i debiti inimmaginabili ci daranno una sveglia tremenda, la peggiore possibile, ma i responsabili diranno che “è colpa degli altri, di chi c’era prima”.

Noi, centomila coriandoli tutti diversi, alla fine avremo perso comunque, chiunque canti vittoria come il gallo di san Pietro quando rinnegò Gesù.

Ecco il perché della mia tristezza di stasera, notte prima degli esami elettorali di domani…

Siamo in Carnevale e i coriandoli ci stanno pure bene ma…

Di nuovo soffierà il Maestrale e spazzerà via tutto, preparando spazio e palchi per il prossimo giro di giostra…

Davide De Vita

Piangeremo.

sardegna trafitta dalla spada di Alberto da Giussano

Piangeremo quando ci accorgeremo di essere stati venduti all’ennesimo padrone.

Piangeremo quando capiremo di essere stati trattati – ancora una volta – come quell’angolo di terrazzino – d’Italia – dove si lascia la spazzatura.

Piangeremo quando capiremo di aver salutato come salvatore dell’isola uno che non ha avuto il coraggio di mettere la propria faccia sui manifesti, obbedendo al burattinaio di turno che gli ha imposto la sua.

Piangeremo quando nuove colate di cemento proseguiranno a stuprare le nostre coste, che questo si vuol fare, nient’altro, alla faccia di promesse e impegni che col futuro dei sardi e della Sardegna niente hanno a che fare.

Piangeremo quando per l’ennesima volta avremo la conferma che non contiamo un cazzo, che siamo un milione e mezzo scarso comprese le povere pecore che colpa non hanno, tenuti divisi a bella posta così rompiamo meno i coglioni e ci si può ricordare di noi giusto per ogni tornata elettorale.

Piangeremo quando ci saranno le elezioni europee e saremo già stati dimenticati, perché stando su quelle poltrone (o fingendo di starci) si guadagna molto, moltissimo di più, ma questo è, questo e nient’altro.

Piangeremo già a giugno, quando tutti i nodi verranno al pettine, quando saremo in recessione vera e non più soltanto tecnica e ci sarà da pagare, ancora, di più e come sempre…

Piangeremo di fronte a nuove tasse e balzelli vari, che chiameranno con nomi diversi ma sempre quelli saranno.

Piangeremo per il latte versato e…

Più che parzialmente strumentalizzato.

Piangeremo perché avremmo potuto evitare o cominciare a combattere seriamente tutto questo ma…

Non l’avremo fatto, non avremo fatto niente, quand’era il momento e ne avevamo l’occasione.

E non ci sarà nessuno ad asciugare le nostre lacrime.

Davide De Vita

Perché Massimo Zedda

Massimo Zedda candidato presidente regione Sardegna 2019

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Perché votare Massimo Zedda e chi lo sostiene, per esempio?

Sarebbe facile rubargli lo slogan e scrivere

<< perché è tutta un’altra storia >>

Ma sarebbe troppo e rischierei il plagio.

Come sempre, invece, alcune doverose premesse.

Massimo Zedda non è il salvatore della patria, o dell’isola, così come non lo è stato nessun altro fino adesso e di sicuro non fa miracoli, però è attualmente colui che esprime idee, progetti e programmi che più si avvicinano a come la penso.

La coalizione che lo sostiene ha tante anime, come capita spesso, così tante che, come sanno i diretti interessati, ho avuto e avrò difficoltà nell’esprimere le mie preferenze, a causa delle regole del voto disgiunto e altre leggi che, se infrante, inficerebbero il mio voto.

Mi limiterò quindi ad una sola, chi mi conosce e la diretta interessata lo sanno.

Non credo che i gravissimi problemi che da troppo tempo stritolano la Sardegna saranno risolti dall’oggi al domani (dalla recentissima e ancora in discussione “questione latte”, alla spaventosa situazione della sanità (bisogna avere il coraggio di ammetterlo), all’altrettanto tremenda questione lavoro – che non c’è – ai trasporti inadeguati, alla NON continuità territoriale, alla questione scuola mettendoci dentro tutto, non solo per quanto riguarda gli studenti, ma anche i docenti, i precari, gli stessi edifici e aggiungete quello che sappiamo tutti e forse qui, in questo momento mi sfugge) come qualcuno ha millantato dall’altra parte ultimamente, ma penso ci si possa muovere meglio e proprio sulla scia di quanto Zedda ha fatto a e per Cagliari. 

Ci sono, inoltre, delle potenzialità inespresse – o quasi – che ancora non siamo riusciti a far esplodere come in tanti avremmo voluto, il primo tema che mi viene in mente è quello del turismo sostenibile col quale stiamo facendo i primi, timidi passi qui nella macro-provincia del Sud Sardegna, che in sigla è “SU” ma in realtà, ancora, sa tanto di “GIU’”.

Non ci saranno miracoli, dunque, però credo che la strada, la direzione, la rotta che Massimo Zedda una volta eletto seguirà vada nella giusta direzione.

Un altro dei motivi che mi spingono a votare e votare in questo modo è che ho gli anni che ho (57) e per troppo tempo durante la mia vita sono rimasto a guardare, lasciando che altri decidessero per me: non mi va più, non è giusto, ho una mente che grazie al Cielo funziona ancora, la uso e la userò finché mi sarà possibile.

Agli amici del PD: voterò una donna espressione sì del partito, ma per la persona in sé, non per la sua tessera.

Così come voterò Massimo Zedda anche perché NON è espressione del PD attuale.

Questo vorrei fosse chiaro, perché ahimè non vedo ancora (perdete voti ovunque per questo motivo) quel bagno d’umiltà che le persone vi chiedono. 

So che il parlar semplice l’avete dimenticato, ma vi si chiede, in buona sostanza e poiché pare non lo vogliate capire,  di andare in pubblico e dire:

<< avete ragione, in molte cose abbiamo SBAGLIATO e ci siamo allontanati da voi >>

Questo, in parole semplici, vi chiede l’elettorato e vi chiedo anch’io, ma mai “orecchie da mercante” furono più emblematiche delle vostre. 

Credo proprio dovreste farlo, riprendendo ad usare non solo il linguaggio delle persone semplici, ma tornando tra loro, ad ascoltarle sul serio facendovi carico dei problemi reali, di ogni giorno.

Non continuando a rinchiudervi in anguste stanze – o salotti sempre più borghesi, per usare un termine a voi noto, dove vi ritrovate sempre in meno ad usare paroloni che capite solo voi mentre vi rimirate l’ombelico.

Mi permetto di dirvi questo proprio perché vi ho votato spesso, ma la deriva l’ho cominciata a denunciare anni fa, in tempi non sospetti e mentre tante delle mie aspettative venivano puntualmente deluse.

Certo, non ho un gran nome e la redazione di un prestigioso giornale o una grossa casa editrice alle spalle, ma sono un elettore come tanti altri, quindi penso, parlo e scrivo.

Scelta vostra dunque, altrimenti io e altri milioni di elettori – come è già successo – letteralmente continueremo a

Lasciarvi perdere.

Con la speranza, invece, che davvero questa volta, sia …

Tutta un’altra storia.

In bocca al lupo a tutti noi.

Davide De Vita.

 

Recensioni: “Il ponte del diavolo”, di Cristiano Niedojadko

Coperttina Il Ponte del Diavolo

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché leggere “Il ponte del diavolo – I fenomeni del diavolo”, ultima fatica letteraria appena data alle stampe dall’autore Cristiano Niedojadko?

Intanto, perché è un bellissimo romanzo.

Cerchiamo di capirci ancora meglio: prendete dallo scaffale, se li avete, “I pilastri della Terra” di Ken Follett e “Il codice da Vinci” di Dan Brown, più qualche “giallo” a scelta di Michael Connelly.

Fatto?

Bene, ora rimetteteli pure sullo scaffale, ma teneteli in mente.

Perché questo non è un semplice romanzo, quali che siano i vostri gusti di lettrice o lettore. 

Avrete tra le mani, infatti, una vera e propria macchina del tempo a quattro corsie, correlate sì l’una con l’altra, ma indipendenti tra loro. 

Attraverserete i secoli, partendo dall’epoca dell’incredibile, ma assolutamente vera Matilde di Canossa, passando poi per il XV e sorvolando con maestria le vicende italiane legate alla Seconda Guerra Mondiale, l’occupazione nazista e la resistenza partigiana, per atterrare magistralmente ai giorni nostri.  

La vicenda, o le vicende, si snodano lungo un intreccio apparentemente molto complesso, ma piacevole da districare pagina dopo pagina.  

Niedojadko mette moltissima carne al fuoco, sommergendo il lettore fin dall’inizio di indizi più o meno criptici, ma raggiunge pagina dopo pagina livelli che ricordano molto da vicino gli autori più sopra citati, senza mai rinunciare però al suo personalissimo stile, grazie al quale i personaggi balzano fuori da queste pagine in tutta la loro umanità. 

Una o più cacce al tesoro, omicidi ed esorcismi, sette segrete e monaci dalla fede incrollabile che le contrastano e le combattono con ogni mezzo, “male inferiore per bene superiore”: questo e molto altro è il “Ponte del diavolo”, un romanzo incantato che ti ghermisce pian piano paragrafo dopo paragrafo, fino a non mollarti più perché sarai con gli eroi delle varie storie nascosto su un carro in compagnia della reliquia di un santo e di un gatto enigmatico, oppure in un sotterraneo inseguito da feroci nazisti come nella migliore tradizione di “Indiana Jones”. Nel “Ponte” c’è azione, ricerca, filosofia, storia, passione, il tutto ben mescolato con sapiente maestria da chi l’ha saputo scrivere con autentica passione. 

Svelare altro di questo romanzo sorprendente sarebbe sacrilegio: vale la pena, perciò,  vivere personalmente quest’avventura che attraversa e intreccia tempo, Storia, enigmi, passioni e molto altro.

Il volume, presto in libreria ad Iglesias, al momento può essere richiesto direttamente all’autore.

Davide De Vita