25 aprile 2019: rivendico la mia dignità.

donne partigiane

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Altri l’hanno fatto tanti anni fa, nella stessa, cruciale data di oggi, 25 aprile, per ribellarsi a qualcosa di profondamente sbagliato: il fascismo, o nazifascismo, riferito a quella scellerata alleanza.

Non c’è niente di giusto nel fascismo e, dati storici reali alla mano, non ha fatto nulla di buono: come mi ha ricordato poco tempo fa un caro amico,

il fascismo è un crimine,

punto e basta.

Già il concetto della privazione della e delle libertà, da quella personale a quella di espressione, o di stampa, ne delineano la natura liberticida, quando la libertà, invece, è riconosciuta in qualunque Stato civile e democratico come principio naturale irrinunciabile di qualsiasi essere umano.

Irrinunciabile” e “di qualsiasi essere umano”.

In Italia soprattutto ragazze e ragazzi intorno ai vent’anni lasciarono le loro case, il loro lavoro per imbracciare un fucile e combattere contro il fascismo e per la libertà, sacrificandosi anche per me, gettando i semi di quella libertà che ancora oggi mi permette di scrivere queste righe.

E non erano solo comunisti: c’erano partigiane e partigiani provenienti dalle più diverse esperienze politiche.

Libertà, dicevo, che permette ad altri di dire, scrivere o urlare idiozie senza fondamento, ma di nuovo piuttosto pericolose.

Possono esprimersi però anche loro proprio grazie al quel “25 aprile”, nonostante non ne siano consapevoli e forse nemmeno sappiano quando e perché accadde.

Bene, oggi rivendico la mia dignità di uomo che, pentendosi fino alla fine dei propri giorni per non aver proseguito gli studi universitari, ha provato e continua a provare ad elevarsi culturalmente leggendo decine, centinaia, forse migliaia di libri per imparare, imparare, imparare e capire, ragionare, pensare una volta acquisiti gli “utensili” per farlo.

Rivendico il mio tentativo di confrontarmi finché possibile, rivendico il diritto di riconoscere “casi limite” coi quali ho solo sprecato tempo, rivendico, con tutte le mie forze, la mia libertà di pensiero.

Questo perché, chi mi conosce e conosce la mia storia, sa dei miei “no” ad allettanti offerte di prostituzione della mia penna, che se avessi accettato mi avrebbero portato di sicuro “in alto”, ma sarebbero state una vergogna e un’infamia incancellabili.

Non sono ricco, non lavoro per un giornale prestigioso, non ho una grande casa editrice alle spalle, ma non mi lamento: scrivo ciò che penso, qualcuno mi legge, gliene sono infinitamente grato.

Non è un reato leggere, non è un marchio d’infamia possedere e curare la propria cultura: oggi più che mai, come hanno scritto in tanti prima di me, è una forma di lotta e resistenza.

Non mi è mai stata simpatica la Murgia, ma la sua “sinossi dei curriculum” (inspiegabilmente sparita dalla mia e da molte altre pagine Facebook dopo la condivisione, a proposito di libertà d’espressione…) che spero abbiate fatto in tempo a leggere, dice tutto.

Condivido la sua frase “leggere, studiare è come avere i calli nelle mani”, perché di questo si tratta, anche se a molti non andrà a genio; perché sono profondamente convinto che questa bruttissima parentesi di incompetenza, di pseudo – politica fatta di slogan e incapace di risolvere i problemi veri, finirà, è già alle corde, i nodi stanno venendo al pettine e la verità, quella basata su fatti concreti e non sulla propaganda, proverbialmente … Viene sempre a galla.

L’ultimo di tanti esempi è quel signore felpato costretto ad ammettere – ed era ora – che non esiste alcuna invasione… Visti i dati diffusi dal Ministero del quale lui stesso è a capo.

Oppure un esempio ancora più semplice: avete fatto benzina per Pasqua o nei giorni successivi?

Sempre quel signore lì aveva detto che…

Appunto, aveva detto.

I fatti sono altra cosa.

Una casa costruita sulla sabbia crollerà.

Buon 25 aprile, ora e sempre resistenza.

Davide De Vita

 

Vedo “nero”: appello a chi ha già letto almeno dai cinquanta libri … In su.

atlete italiane staffetta

Libania Grenot, Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo, oro italiano nella 4 x 400 ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona.

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Sì, ma non restiamocene seduti qui davanti, al sicuro dietro lo schermo del pc o dello smartphone o dell’i-phone o quello che vi pare.

Chiediamoci non solo

Salvini: perché?

ma anche

Questo mondo: perché?”.

O anche:

perché una foto come quella postata in apertura fa ancora notizia, quando dovrebbe essere assolutamente normale e avere solo connotati sportivi, tra l’altro encomiabili?

Perché anche noi siamo responsabili, dove per “noi” intendo persone che nella vita hanno letto almeno dai cinquanta ai cento libri.

In su.

Siamo responsabili – fatte naturalmente le debite eccezioni, ci sono persone che non hanno mai smesso di impegnarsi e bisogna dargliene atto – di questo imbarbarimento globale, di questo impoverimento culturale, di questa regressione che altri chiamano “progresso” e/o “cambiamento” e invece non è altro che il trionfo assoluto della mediocrità.

Come sempre è la mia opinione personale, sempre opinabile, ma i presupposti perché vada sempre peggio ci sono tutti e noi, io per primo, siamo rimasti a guardare, naturalmente, come già scritto, ma lo ribadisco,  fatte le debite eccezioni.

Sono stato additato come intellettuale (mah…) schierato, “signor Ovvio” e tante altre belle cose, ci stanno tutte e le accetto, ma una parte di me, che prima sussurrava, ora grida:

<< Ti sei svegliato tardi, ora forse è addirittura troppo tardi. >>

Spero di no, ma decisamente adesso è impossibile restare a guardare, impassibili.

Mi ero scelto un ruolo passivo di osservatore, poi mi sono schierato, apertamente, liberamente e democraticamente.

Spero, nel piccolo, non troppo tardi.

Per questo bisogna scrivere non solo qui ma cercare il contatto diretto con le persone che la pensano diversamente e tentare il dialogo, sempre.

Chiedere addirittura scusa (già fatto più volte), se serve: il fine ultimo è troppo più importante del nostro piccolo orgoglio personale.

Perché, se non proviamo a contrastare l’onda ignorante, retrograda, xenofoba, neanche troppo cripto-autarchica ci ritroveremo in una situazione che ahimè non solo questo Paese ma l’Europa intera ha già conosciuto; e già l’Europa come idea stessa sta scricchiolando parecchio …

Come si fa?

Bella domanda.

Una delle prime idee che mi è venuta in mente è: bisogna indossare il saio dell’umiltà – chi già lo indossa ne indossi uno ancora più “efficace” e cerchi di avere infinita pazienza… – e cerchi, usando le parole più semplici di cui è capace, di diffondere la cultura accumulata in tanti anni e che non può e non deve essere fine a sé stessa, ma appunto condivisa, un po’ come il pane evangelico.

Bisogna arrivare a far capire alle persone che l’ignoranza non è una cosa bella ma un’arma con la quale i leader attuali non stanno facendo altro – come sempre nella Storia – che prenderle per il culo in modo da mantenere il potere il più a lungo possibile, a loro stesso danno.

Com’è stato già detto e scritto più e più volte,

l’ignoranza è proprio la più grande e pericolosa arma di distrazione di massa

mai concepita dall’uomo, fin dalle origini della civiltà.

Contrastarla è quindi, oggi, compito sempre più ingrato e difficile, ma ora o mai più.

Ci costerà dunque abbandonare il linguaggio un po’ snob che – confessiamolo – utilizziamo spesso e ci fa sentire tanto superiori, ma adesso siamo fuori moda, adesso c’è un ministro che si vanta di non leggere da tre anni…

A me non va giù che continuino a morire centinaia, migliaia di persone nel Mediterraneo così come non va giù che ci siano più di cinque milioni di persone di nazionalità italiana al di sotto della soglia di povertà, ma non credo assolutamente che il primo problema sia la causa del secondo, non c’è riscontro nemmeno temporale in questo.

Non mi va giù lo stesso, per esempio, che non sia riconosciuto il reato di tortura, ma nemmeno che la Polizia e le forze dell’Ordine non abbiano personale e mezzi adeguati: come in tutte le cose, a mio modo di vedere, manca equilibrio nelle scelte e nelle decisioni, ai vari livelli.

Quindi è il momento, se già non è troppo tardi, ripeto, di usare ciò che sappiamo per cambiare il mondo sul serio, cominciando pezzettino per pezzettino, persona per persona, a spiegare con pazienza ciò che sta realmente accadendo; cito il grandioso film “Philadelphia”:

spiegarlo come se si fosse davanti ad un bambino di quattro anni”.

Potrebbe essere l’ultimo tentativo di salvarci tutti: dopo, sarò pure l’ennesima “Cassandra”, ma vedo nero, in tutti i sensi, tranne quello odiato dal leader leghista.

Con la forte speranza di sbagliarmi

Davide De Vita

Conoscenze di base? Zero. (la bufala della “prossima introduzione” delle cifre arabe che, invece, usiamo già da secoli)

Zero

Buongiorno e chiediamoci un perché.

So di non essere letto da molti che dovrebbero essere i veri destinatari di questi pezzi, però scrivo lo stesso nella speranza che qualcuno, di voi che mi leggete e ringrazio infinitamente per il tempo che mi dedicate, conosca qualcun altro che non mi legge, gliene parli, questi lo dica a qualcun altro e così via, fino a…

Raggiungere i suddetti soggetti.

Certo, recita un vecchio adagio che chi vive sperando non muoia proprio benissimo, però ci provo lo stesso, che volete, sarò l’ultimo dei romantici o dei sognatori, o tutt’e due, chi lo sa, fate voi.

Arriviamo al dunque: perché un esagerato numero di persone, tutti evidentemente tastieristi (da pc e/o smartphone) compulsivi e con tanto tempo a disposizione, ha sfogato la propria rabbia repressa quando un buontempone ha postato su un social (non ricordo quale) la “sconvolgente” notizia che a breve a scuola si sarebbero introdotti i… Numeri arabi?

Semplice: perché, purtroppo, l’ignoranza è sempre più diffusa, dannosa, insensibile allo spirito critico e anche al semplice buon senso.

Probabilmente avete già sentito parlare di questa storia, in ogni caso ne ha scritto Gramellini stamattina e il suo articolo è stato riportato da Radio24, la radio de ilSole24ore.

Fatto sta, lo ricordiamo ma sono cose che – un tempo era così, oggi non ne sono sicuro – si dovrebbero sapere dalle elementari, usiamo normalmente i numeri o cifre arabe sempre, tutti i giorni fin dal …

Decimo secolo, quando le imparammo da loro.

Come sempre (la ricerca mi è costata “addirittura” dieci secondi… Anche se ricordavo che la mia maestra ce lo insegnò a suo tempo, ma meglio fugare ogni eventuale dubbio) riportiamo cosa scrive mamma Wiki; ricordo ancora una volta, non mi stancherò mai di ripeterlo, che queste informazioni a loro volta sono presenti in quegli oggetti strani, fatti di carta, dimenticati, di forma rettangolare e pieni di cose scritte chiamati “libri” …

numeri arabi, anche conosciuti come numeri indo-arabici, sono la rappresentazione simbolica delle entità numeriche più comune al mondo. Sono considerati una pietra miliare nello sviluppo della matematica.

Si può distinguere tra il sistema posizionale utilizzato, conosciuto anche come sistema numerico indo-arabo, ed il preciso glifo utilizzato. I glifi più comunemente usati in associazione all’alfabeto latino sin dai tempi dell’era moderna sono 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9.

I numeri nacquero in India tra il 400 a.C. ed il 400 d.C. Furono trasmessi prima nell’Asia occidentale, dove trovano menzione nel IX secolo, ed in seguito in Europa nel X secolo. Poiché la conoscenza di tali numeri raggiunse l’Europa attraverso il lavoro di matematici ed astronomi arabi, i numeri vennero chiamati “numeri arabi“.

C’è di più: anche il concetto di “zero”, prima sconosciuto in Europa, ce lo insegnarono loro.

Lo zero (cf. arabo (sefr), ebraico אפס (éfes), sanscrito शून्य (śūnya), neol. greco μηδέν [inteso come nulla, niente]) è il numero che precede uno e gli altri interi positivi e segue i numeri negativi.

Dalla parola araba “sefr” o “sifr” secondo altre fonti, deriva la parola “cifra” tuttora in uso.

Purtroppo, questa ovvia ricerca – che dovrebbe essere superflua in un Paese che si ritiene alfabetizzato almeno per quanto riguarda le nozioni basilari della conoscenza – non è stata fatta dai signori di cui sopra, allarmati innanzitutto dalla “terribile” parola “arabi”.

Non è affatto un bel segnale, significa che un numero sempre maggiore di persone, in Italia,  non solo non ha più le minime conoscenze di base ma, ahimè, letteralmente non è più in grado di ragionareNon posso fare a meno di aggiungere che queste stesse persone hanno votato, votano e voteranno. 

Ancora, parafrasando un leit – motif molto usato ultimamente,  forse sarebbe meglio non solo “prima l’Italiano (inteso come lingua, anche quella assassinata quotidianamente da spietati serial killer di grammatica e ortografia)” ma anche tutte le altre materie andrebbero proprio come minimo… 

Ripassate.

Alla cultura araba dobbiamo anche, invece – è Storia, non un parere o un’opinione – le nozioni di base, tra le tante, dell’astronomia o dell’anatomia umana, per esempio…

Ricordarlo però – vabbé, saperlo proprio forse è chiedere troppo… – oggi non è di moda, non fa tendenza.

Sarà perché…

È vero?

Davide De Vita

 

 

INRI 2018

Gesù crocifisso

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Beh, quello di oggi è proprio impegnativo, visto che da circa due millenni ce lo stiamo chiedendo.

Per un credente cristiano la risposta è facile: Gesù è morto in croce e poi risorto per la nostra salvezza.

Paradossale, fuori dalla logica umana come tutto ciò che ne sta al di sopra, ma in questo caso si parla di fede e qui non vado oltre, ognuno conosce o prova a conoscere il proprio io più nascosto e con quello farà i conti, oppure, se come si diceva prima si è credenti, col Capo in testa quando giungerà il momento.

Fatto sta che comunque uno la pensi questa figura, quest’uomo vissuto in Medio Oriente grosso modo duemila anni fa e finito così tragicamente, tutto fa tranne lasciare indifferenti.

Nella cultura occidentale, di matrice giudaico – cristiana, il tempo stesso parte, comincia dall’esistenza di quell’uomo, c’è un prima e un dopo, quella breve vita fa da spartiacque.

Non c’è nessun altro personaggio, se mi si passa il termine, sul quale si sia scritto tanto e non si finirà mai di scrivere.

L’attuale Chiesa Cattolica è davvero ciò che quell’uomo immaginava?

Non lo so, non sono nessuno per rispondere a questa domanda: mi sono sempre risposto che anche la Chiesa è fatta di uomini (e donne) e per questo gli errori commessi, anche gravi, gravissimi, compresi i peggiori sono così tanti.

Ci sono però anche tante (tantissime) cose positive, ma quelle hanno sempre fatto molto meno rumore, sapete, come il vecchio detto, no?

Fa molto più chiasso un albero che cade, rispetto ai miliardi di foglie che crescono…

Così, io ultimo, peccatore, lontanissimo dalla santità, mi sono concentrato su quella figura errante nel deserto, che non ha mai lasciato nulla di scritto, i cui detti e le sue opere sono però state prima tramandate e poi raccolte in quei quattro libretti che chiamiamo Vangeli.

Certo, ce n’erano altri, tantissimi, ma quelli che per alterne vicende sono giunti fino a noi sono quelli che conosciamo tutti.

E che ci troviamo, in sintesi?

Che l’uomo, qualsiasi uomo, può amare e compiere il bene, non solo essere buono, che quello non basta, non è mai bastato e mai basterà.

Una follia ancora oggi, dove tutto il pianeta sanguina e urla di disperazione.

Pure, quel messaggio, quella vita, sono un esempio, un “guardate che si può vivere anche diversamente, in pace, amando non solo il prossimo ma anche il proprio nemico”.

Follia, appunto, però dopo duemila anni siamo ancora qui a parlarne, a scriverne io e a leggerne, se vi aggrada, voi.

Perché in quella follia c’è la speranza, spesso l’unica che ci consente di andare avanti tra i tormenti, i problemi, le angosce della nostra vita quotidiana.

La speranza e la preghiera, quell’alzare imploranti lo sguardo al cielo in cerca d’aiuto, conforto, vie d’uscita.

Ripeto, non sono nessuno, tanto meno un sacerdote, però lo voglio scrivere lo stesso che tante volte la preghiera mi ha aiutato, eccome se mi ha aiutato, non c’è niente di cui vergognarsi, con tutti i miei enormi limiti e difetti sono un cristiano.

Sì, lo sono.

Con un oceano di dubbi, cadute e momenti in cui faticosamente mi sono alzato, ma lo sono e da tempo non ho alcuna remora a dirmi tale.

Non lo impongo agli altri però, questo no.

Quella vita là, quella di cui parlavamo prima e di cui parleremo ancora per chissà quanto altro tempo, quella è la proposta: folle, fuori dal nostro vissuto quotidiano?

Forse, o forse no.

Forse, se proprio oggi riuscissimo a spegnere tutti gli aggeggi elettronici diventati le nostre protesi irrinunciabili e – tacendo – ascoltassimo un po’ di più quell’io profondo di cui anche parlavamo prima, chi lo sa, magari davvero potremmo anche riuscire a trovare la … Sintonia del Cielo.

Perdonate lo sfogo del vostro umile scrivano, ma oggi è Venerdì Santo e mi andava così.

Amen.

Davide De Vita.

Fahreneit 451, i terrapiattisti e la forza della ragione

Fahreneit 451 immagine simbolo

Buongiorno, buon anno e chiediamoci un perché. Spero stiate tutti bene, abbiate digerito o siate in fase digestiva, comunque siamo al 3 di gennaio, non manca molto alla fine delle feste e delle… Abbuffate, coraggio!

Torniamo al nostro perché quotidiano: ne ho già scritto più volte, ma perché è sempre più necessario, indispensabile, leggere o rileggere “Fahrenheit 451”, romanzo (vedi fonti in calce) di Ray Bradbury uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1951 (in forma di racconto) e poi nel 1953 nella sua forma definitiva?

( In breve: in un ipotetico futuro una dittatura al potere ordina di bruciare tutti i libri del mondo – Fahreneit 451 è la temperatura alla quale brucia la carta – mentre ogni componente della “resistenza” impara un libro a memoria, diventando quasi egli stesso quel libro o quella storia) 

Perché, a distanza di tanti decenni, è ancora attualissimo, l’ignoranza si fa strada dilagante e spesso la strada le viene spianata da chi, come sempre e ovunque, ne trae vantaggio e potere.

Sì, potere, in quanto, per citare un vecchissimo detto, nel paese dei ciechi il guercio è re.

Dove voglio andare a parare?

Qui: tra le tante, innumerevoli idiozie (spero che il grassetto renda abbastanza) che si trovano in rete, ieri notte sono incappato in alcuni video di un signore – di cui non farò il nome per non fargli altra immeritata pubblicità – che sostiene a spada tratta che …

La terra sia piatta e non rotonda, ancora oggi, nel 2018.

Un cretino, un idiota, un poveraccio, direte voi; è stata la prima cosa che ho pensato anch’io, poi ho notato il numero di iscritti al suo canale, quindicimila.

Ho letto i commenti deliranti dei suoi seguaci ( << followers >> fa più figo ma perdonate, a me la lingua italiana piace ancora tantissimo ), molti dei quali giovanissimi e mi sono preoccupato più di quanto non lo fossi già: queste persone, con grande convinzione e rispondendo con insulti a quanti cercano di spiegar loro che hanno così torto che più torto non si può, negano cinque o seicento anni di ricerca e metodo scientifico, grazie al quale sono stati possibili tutti i progressi tecnologici – e non solo – di questi secoli.

Certo, nel bene e nel male, ma non possiamo tornare di botto a prima di Galileo, quando anche la stessa Chiesa Cattolica ne ha riabilitato in toto figura e scoperte, mentre chi per quella stessa Chiesa – o per tutte in generale – non prova troppa simpatia ha sempre fatto del metodo scientifico il cardine dei propri ragionamenti.

Ovviamente i sostenitori della “terra piatta”, chiamati per questo appunto “terrapiattisti” (sic …) affermano che si tratti di un complotto (e ti pareva…) atto ad ingannare l’umanità intera, ordito da non si sa bene chi e con non meglio identificati scopi … Così come – secondo loro – solo i terrapiattisti convinti sono “risvegliati” dal torpore mentale, mentre voi ed io, che ancora crediamo a quei fessacchiotti di Galileo, Einstein e via di questo passo, siamo i veri idioti.

Qual è dunque il pericolo, il problema -più serio di quanto possiamo pensare – ormai palese?

Quello di avere a che fare con sempre più persone di questo tipo, disinformate al massimo e per nulla intenzionate a mettersi anche solo un poco in discussione, inconsapevoli di essere manovrate e manovrabili in qualsiasi direzione, compresa quella, forse più pericolosa di tutte …

Elettorale.

Con un mondo sempre più complesso nel quale viviamo, con piccoli dittatori che minacciano di premere sinistri pulsanti nucleari posti sopra la propria scrivania e uomini potentissimi con improbabili zazzere che gli rispondono per le rime dall’altra parte del pianeta, neo-zar che manovrano altre persone sullo scacchiere internazionale trattandole né più né meno come proprie marionette e, nel nostro piccolo nazionale e quotidiano, nuove elezioni politiche alle porte, non c’è tanto da stare allegri.

Questo nuovo anno si sta aprendo con mille e un problema da affrontare, come quelli che l’hanno preceduto e quelli che lo seguiranno, ma se sempre più persone, più menti si rifiuteranno di funzionare secondo logica, rifugiandosi in quell’ignoranza così tanto comoda, quegli stessi problemi si moltiplicheranno, si aggraveranno.

Chiedersi un perché, cercare la ragione vera delle cose e degli accadimenti diventa allora, perdonate la presunzione, nuova arma di resistenza.

Per favore, non spegniamo l’intelligenza, o davvero …

È finita per tutti.

Davide De Vita

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Fahrenheit_451

 

Buon Natale Iglesias viva, viva Iglesias!

 

Buon Natale Iglesias

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi è semplice e allo stesso tempo importante: perché, forse, dovremmo fermarci un attimo a riflettere su questa nostra città e sul futuro che l’attende, ci attende?

Perché, sempre a mio modestissimo parere, c’è un cambiamento in atto.

Forse non è dovuto soltanto alla presente amministrazione, forse si stanno raccogliendo i frutti seminati anche da quelle precedenti, indipendentemente dal colore politico d’appartenenza, ma tant’è.

Mi si dirà (mi è stato già detto, siamo in democrazia, si può fare): sei di parte.

Certo che lo sono, ma la mia parte non è un colore, una fazione, un quartiere, una contrada, una via, un pianerottolo, la stanza di un appartamento, la mia parte è Iglesias, col futuro migliore che forse non vedrò ma di cui oggi, fine 2017, vedo l’inizio e anche qualcosa di più.

Come si fa a viaggiare verso il futuro?

Costruendo il presente, giorno dopo giorno, senza dimenticare le proprie origini, le proprie tradizioni, senza quindi tradirle ma accompagnandole in uno scenario più al passo coi tempi.

Iglesias è una città perfetta?

No, la perfezione non è di questa terra, però questa città, la nostra città, è perfettibile, così come lo è ciascuno di noi.

Sia ben chiaro una volta per tutte: a me non viene in tasca niente dallo scrivere queste righe, lo faccio perché ne ho piacere e come sempre ci metto la faccia e la firma, consapevole di poter sbagliare.

Si va, lo sappiamo tutti, verso prossime elezioni in primavera, se non ricordo male, quindi siamo chiamati – tutti – ad esprimere concretamente la nostra opinione tramite il voto: bene, benissimo, auguro ai prossimi amministratori, chiunque saranno, semplicemente di fare (o riuscire a fare) bene il lavoro al quale si sono – o saranno – candidati.

Nel frattempo, visto il ruolo di osservatore e commentatore che ho scelto di essere, con tutti i limiti e difetti del caso, non posso ignorare ciò che ho visto quest’anno, sarei il campione mondiale degli ipocriti.

Partiamo da questi ultimi giorni, dalle centinaia di persone col naso all’insù e la bocca aperta davanti al “mapping 3D” portato per la prima volta in Sardegna non dal Comune ma da Centro Città, al quale si deve anche la comparsa del trenino per le vie appunto del centro; queste cose, seppur molto gradite ed evidenti, sono solo le ultime manifestazioni di un fermento che raramente s’era visto prima.

Perché innumerevoli, spalmante durante tutto l’anno, sono state le manifestazioni e gli eventi a cura di altrettante innumerevoli associazioni e/o gruppi: non parlo solo di quelle ormai famose e radicate quali il Corteo Medievale, la Processione dei Candelieri dell’Assunta o i Riti della Settimana Santa, ma di quelle minori, di ogni genere, di cui davvero si è perso il conto. Tra queste, poiché la città è stata dichiarata ufficialmente “Città che legge”, quasi due presentazioni di libri alla settimana (permettetemi di citare anche la mia, per la quale ancora una volta ringrazio di cuore Iglesias e gli iglesienti) con un ritorno culturale ed un’attenzione nuova verso la pagina scritta che può solo far bene.

Le tante iniziative che hanno proposto, anzi, riproposto la città al turismo internazionale, con ricadute importantissime di cui forse non abbiamo ancora ben capito valore e importanza: dai concerti a Porto Flavia all’avveniristico IAT ( all’avanguardia in Italia) solo per citare le prime due cose che mi vengono in mente, ma se avete la voglia e il tempo di andarvi a sfogliare il calendario degli eventi di luglio e agosto vi renderete conto che ricordarli tutti, tanti erano, è quasi impossibile.

Il Cine Teatro Electra che lavora a pieno ritmo proponendo e presentando concerti, spettacoli, manifestazioni di ogni genere; il “Madison Cineworld” che riapre, dando lavoro a ragazzi della città, ai nostri ragazzi, ora giusto per Natale, mostre d’arte, rassegne eno-gastronomiche e così via, chi più ne ha più ne metta.

Ripeto: queste cose sono state fatte, sono cronaca e saranno storia, questo è il presente di Iglesias, con la possibilità di un futuro ancora migliore.

Sono stati risolti tutti i problemi?

Certamente no, nessuno ha la bacchetta magica, però questa è una delle strade percorribili, nella quale, se permettete, credo.

Una strada attraverso la quale sviluppo e ricchezza, sì ricchezza, avete capito bene, possono arrivare qui e forse lo stanno già facendo, contribuendo così a risolvere – o cominciare a risolvere – anche quei problemi, primo fra tutti quello dell’occupazione, che da decenni mettono i ceppi alla città e ai suoi abitanti, impedendo loro anche soltanto di sperare in un futuro migliore.

Oppure, nota dolorosissima, spingendoli (spingendoci) a BRUCIARE € 670 pro capite all’anno solo nelle slot machine. Siamo circa ventisettemila abitanti secondo l’ultimo censimento, facciamo due conti e rendiamoci conto dell’immensità del dramma e dello spreco; per non parlare di quanto si BUTTA VIA coi “Gratta e vinci” o, ahimè, nella piaga dell’alcool. 

Non sono certo io a scoprirlo, associazioni e gruppi di volontari denunciano da anni questo tristissimo fenomeno, ma ancora una volta ritengo sia una questione di educazione e di cultura, della quale dovremmo sentirci tutti responsabili perché, semplicemente, lo siamo.

Nonostante tutto però ho ancora speranza, proprio per tutto ciò che ho scritto prima, così come ne ho nelle ragazze e nei ragazzi che ho visto darsi da fare in ogni campo con spirito nuovo e una mentalità molto più aperta, finalmente adeguata al terzo millennio.

Nei loro confronti e in quelli di chi a loro succederanno, mi dispiacerebbe trovarmi un giorno costretto a dover dire: sì ragazzi, una volta Iglesias era così, purtroppo ora non lo è più ed è anche colpa mia.

Mi sentirei un traditore… Di futuro, loro e mio.

Per questo – e concludo – mi scuso se ho dimenticato qualcosa o qualcuno, mea culpa mea maxima culpa, però davvero, sarò l’ultimo degli idealisti e/o sognatori, ma quest’anno mi sento di scrivere: buon Natale Iglesias viva, viva Iglesias!

Davide De Vita

 

 

Iglesias: lamentatio in sempiternum.

 

teatro-electra

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Anzi, chiediamocene molti, tutti quanti.

Quello di oggi non lo scriverò, diciamo che …

È implicito, capirete.

Non avrei voluto tornare sull’argomento ma mi ci son sentito tirato per i capelli o, se la usassi più spesso, la giacchetta.

Facciamo le solite, doverose premesse, che non si sa mai: sono perfettamente consapevole, più di quanto si possa pensare o immaginare, dei mali, profondi e di antica origine, che affliggono questa città e i suoi abitanti, primi fra tutti l’assenza di lavoro per giovani e non solo o la difficoltà per tante, troppe persone di tirare avanti, anzi proprio di mettere insieme il pranzo – quando c’è – con la cena, giusto per essere chiari e parlare di cose che, ahimè, conosco bene.

Ciò di cui sono convinto è che migliorare la qualità della vita in città, anche con la grande apertura alla cultura e al turismo vista negli ultimi anni, non sia in antitesi con l’obiettivo di migliorarla a ciascuno di noi, anzi. 

Credo ci possano essere mille e una prospettive di occupazione proprio lavorando in questa direzione; faccio un esempio: dalla nascita del corteo medioevale, associazioni e iniziative anche diluite nell’anno si sono moltiplicate; bene: quante sarte e sarti hanno di nuovo lavorato per la realizzazione dei costumi? 

E’ solo il primo degli esempi – concreti – che mi vengono in mente, a voi gli altri, sono certo ne conosciate molti più di me. 

Ho citato quelli giusto per non ripetere l’ovvio dei ristoratori e dei camerieri.

Concluse le premesse, andiamo a cominciare, parlando ahinoi, ancora una volta dello sport più diffuso a livello cittadino, la

lamentatio in sempiternum.

Da dove partiamo?

Boh, ce ne sarebbero mille e uno ancora, di esempi da fare, ma proviamo con la storia recente: ricordate fino a qualche anno fa, quando sia il cinema teatro Electra sia la cattedrale santa Chiara erano chiusi?

Una delle lamentatio più in voga in quel periodo era il refrain: non riapriranno mai, non ce la farà nessuno…

L’uno è aperto ormai da anni e ospita senza soluzione di continuità sia spettacoli teatrali, sia concerti, sia iniziative culturali di ogni genere alle quali spesso, la mattina (una anche oggi) sono invitate le scolaresche.

La cattedrale idem, mi risulta aperta all’esercizio del culto (sorvolo sulle polemiche che hanno seguito il rifacimento degli arredi interni, non sono preparato in merito e lo ammetto candidamente, inoltre scivolerei pericolosamente anch’io nel benaltrismo dilagante …)  

Insomma, anche la cattedrale è stata riaperta, amen.

Perché proprio questi due esempi?

Perché sono sotto gli occhi di tutti, non sono discutibili ma temo abbiano lasciato un po’ orfani i lamentatori di professione che hanno dovuto trovare gioco forza altri obiettivi contro i quali sfogarsi.

Non ce la facciamo però.

Mi ci metto anch’io, che di sicuro non sono senza peccato, anzi, prima – almeno ci provo – cerco di guardare la trave nel mio occhio rispetto alla pagliuzza in quella di qualcun altro: dobbiamo quasi per forza, ogni volta che ci si propone qualcosa di buono o di bello, fatto, realizzato, concreto, tingerlo di questa o quella colorazione politica, cercare – al solito – altro o ben altro (sigh…!) spostando inevitabilmente il discorso su argomenti diversi.

Fortunatamente le cose stanno cambiando, ragazze e ragazzi hanno teste pensanti e indipendenti e – nonostante noi (!!!) – stanno venendo su bene lo stesso.

Stessa cosa dicasi per quanti, sempre di più, hanno capito che il vento che soffia è diverso dal solito. 

Tornando ai ragazzi, che sono il futuro e guardare avanti non fa mai male, fanno parte di generazioni aperte al mondo, in contatto col mondo e che forse, una volta per tutte, abbatteranno quest’odiosissima chiusura mentale che porta a stracciarci le vesti fin troppo spesso senza mai – o quasi – esprimere apprezzamento per ciò che, comunque, è stato fatto.

Fatto, capite?

Non proposto, chiacchierato, illustrato, vagheggiato ma fatto, realizzato, in concreto.

Non ho più voglia di elencare altri esempi, siamo tutti dotati di vista, udito e intelletto, non ce n’è bisogno.

D’altra parte, poi concludo: che cosa cambia se ci si lamenta di ciò che non va?

Forse si nutre la speranza che qualcosa potrebbe andare nel verso giusto? 

Lamentarsi non porta nessun beneficio ed è persino dannoso. 

La lamentela nasconde insicurezza, distoglie dalla soluzione e soprattutto è un’enorme mancanza di rispetto nei confronti di sé stessi, di chi ci ha generato e che fa, o ha fatto, salti mortali per vederci felici e compiaciuti.

Una mancanza di rispetto nei confronti dei nostri amici e dei nostri colleghi che, costretti a starci a sentire, rischiano di restarne contagiati.

Una mancanza di riconoscenza verso le cose che ognuno di noi ha, quelle che ci sono state donate con amore e anche quelle che abbiamo ottenuto con energia e forza, per le quali ci siamo battuti e per le quali dobbiamo ogni giorno lottare per evitare di perderle. 

Un’enorme ingratitudine e un’ “offesa”, non rimarginabile, per quanti sacrificherebbero la loro vita per vivere nella nostra anche un solo momento.

Non sono parole mie, ma le condivido in pieno.

Ne trovate la fonte come sempre in fondo alla pagina.

Non ci piace ciò che altri hanno fatto?

O non hanno fatto?

Benissimo, rimbocchiamoci le maniche e facciamolo noi, facciamo altro, magari meglio.

Facciamolo però, altrimenti, come si dice: le chiacchiere – comprese le mie! – per me stanno a zero.

Davide De Vita

Fonte:

http://educandoci.com/lamentarsi-o-agire/

Energia “nuova e diversa” ad Iglesias

Buongiorno e chiediamoci un perché. Stavolta uno che ci tocca tutti da vicino, molto da vicino e che, prendendo il coraggio a quattro mani, mi son deciso ad affrontare.

Il perché di oggi è il seguente: perché ad Iglesias potremmo essere migliori, tutti?

Perché, rubando una frase che ho sentito poco fa in un bar ( sì, in un bar, dove si può anche parlare di argomenti diversi dal calcio… ) da qualche anno si percepisce un’energia diversa.

Doverose premesse, come sempre: NON sto pensando alla politica o a candidarmi (non credo di avere le capacità e/o i requisiti necessari e in ogni caso NON MI INTERESSA) ma ad Iglesias, nel suo insieme, come comunità.

Altra doverosa premessa: questo pezzo non vuole ( e non è ) l’apologia dell’attuale amministrazione.

Sono anch’io convinto che le strade dovrebbero essere in condizioni migliori, l’illuminazione – ovunque – dovrebbe funzionare a dovere, così come i diversi servizi ( tutti ) a cominciare dalla distribuzione dell’acqua potabile, forse, potrebbero essere meglio gestiti, giusto per parlare di qualcosa che, dopo l’incendio terribile del 26 giugno sta creando così tanti disagi, unito alle temperature assurde di questi ultimi giorni.

Detto ciò, non mi sento ugualmente di puntare il dito “armato” contro la stessa amministrazione: non è la migliore possibile, non viviamo di “assolutismi” ma – sempre e solo a mio modestissimo parere – nemmeno la peggiore.

In ogni caso, per chiudere le doverose premesse, presto ci saranno nuove elezioni, perciò prego, chi si sentirà pronto a mettersi in gioco si faccia avanti.

Energia diversa” si diceva in apertura: è vero, c’è. La si percepisce nei ragazzi e nelle ragazze che si propongono e propongono quanto creano ( i primi che mi vengono in mente sono quelli di “Trevessu” e i loro artistici portacenere, ma sempre loro sono i realizzatori della “Bibliocabina” davanti al mercato), nel riconoscimento dato alla città di “Città che legge”, nelle tante, tantissime iniziative di cui magari si parla poco e che invece andrebbero conosciute, rese più visibili, maggiormente pubblicizzate. Mi riferisco alle decine se non centinaia di associazioni sia sportive sia culturali, ognuna molto attiva nel suo settore, presenti in città, ma anche a singole persone che per esempio, si prendono cura – senza che nessuno l’ abbia loro chiesto – dell’aiuola davanti casa.

Può sembrare una sciocchezza, ma ai miei occhi è sintomo di educazione e civiltà.

C’è fermento nelle parrocchie, dove ci si muove, ci si organizza e si fa, penso alle prime che mi vengono in mente, san Pio X a Serra Perdosa e san Paolo in regione Palmari, alle loro rispettive feste e/o sagre che le hanno accompagnate. Tanto di cappello ai parroci sensibili alle esigenze della popolazione, delle singole persone, non solo a quelli delle due parrocchie citate ma anche agli altri che ben più di quanto si pensi si spendono ( in tutti i sensi ) per aiutare chi ha bisogno, in tempi disgraziati come questi dove ad “aver bisogno” sono in tanti, troppi. 

Ad Iglesias però si crea e si fa musica, teatro, si scrive, si presentano libri e rassegne cinematografiche e fotografiche, da tempo si è molto attenti al recupero del nostro patrimonio storico e culturale che definire immenso è, forse, paradossalmente riduttivo.

Non si tratta di “qualcosa che forse si farà”: si fa, lo si è già fatto, lo si continua a fare.

Negare che ciò esista significa avere il prosciutto negli occhi, scusate il paragone da pizzicagnolo. (Saluto tutti i salumieri!)

Si tratta certo di un processo lento, ma sono convinto che tutto ciò possa creare, se già non lo fa, anche occupazione. 

Ribadisco, cose da fare, da migliorare, ce ne sono tante, tantissime, però proviamo – proviamo almeno una volta – a riconoscere quanto di bello e di buono c’è già, qui in città.

So,  come tutti,  che una piaga endemica è quella dell’assenza di lavoro, ma credo che ci sia la potenzialità in ciascuno di noi – in tutti, perché se abbiamo l’energia di protestare allora ce l’abbiamo anche per proporre e in ogni caso siamo ancora “vivi” – per affrontarla col coraggio (quando ci vuole anche la rabbia) che – Storia alla mano – ci ha sempre distinto. 

Sono convinto – chi mi conosce sa che si tratta di un concetto espresso da decenni, in tempi “non sospetti” – che le carte da giocare, anche per quanto riguarda l’occupazione, siano quelle del turismo come si usa dire oggi “sostenibile” e della cultura ad esso legata, nonostante forse – per motivi anagrafici . non vedrò quella che spero diventi una vera e propria “esplosione” della città.

Ehi! Se invece accadesse prima, va benissimo! 

In conclusione, diversi anni fa un gruppetto musicale di ragazzi (poi fischiato e contestatissimo) aveva proposto un brano intitolato “Iglesias città morta”, interrotto a metà proprio dalle proteste del pubblico.

Perdonate quest’umilissimo scrivano, che riconosce di non essere assolutamente nessuno, ma non la penso così, non più.

Sono del parere, oggi, che questa città e i suoi abitanti abbiano potenzialità enormi.   Vedo che grazie al cielo stanno finalmente emergendo e credo che sì, ci sia davvero quell’ “energia diversa” di cui si accennava in apertura.

Oppure sono solo un inguaribile ottimista che spera nello slancio delle nuove generazioni, chi lo sa…

D’altra parte, dipende solo da noi.

Da tutti noi.

Grazie per l’attenzione, Iglesias.

Davide De Vita