Il governo del cambia… Vento.

vento

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché per esempio c’è da temere il peggio?

Perché l’abbiamo già raggiunto e superato ma ahimè come dice il detto “al peggio non c’è mai fine”.

L’arma di distrAzione di massa del puntare i riflettori sul falsamente “gravissimo” (rispetto ad altri problemi italiani come la disoccupazione o il debito pubblico) problema dei migranti, oltre a mostrare il volto disumano della politica, distribuire chissà dove persone che si stavano integrando o addirittura già integrate, chiudere centri dove lavoravano italiani (vedi centro di S. Angelo, Fluminimaggiore, in merito al quale riporto un bello scritto[1] del dottor Mauro Liggi apparso sulla sua pagina Facebook, oppure il CARA di Palese, Bari, a forte rischio chiusura stando alle notizie che circolano in queste ore ) e creare più disoccupati proprio dove davvero ne avremmo fatto a meno,  non ha impedito a questo Paese – ripetiamo dal debito pubblico spaventoso – con un Prodotto Interno Lordo molto al di sotto delle aspettative, di scivolare in recessione.

Mi fermo un attimo. 

Poiché parliamo di “casa nostra”, proprio qui vicino, raccolgo e riporto le parole di una – ormai ex – dipendente del centro di Sant’Angelo:

<< La nostra politica è sempre stata di lavorare nel silenzio. Non abbiamo mai pubblicizzato le tante iniziative realizzate coi ragazzi nel territorio, così come non abbiamo nemmeno risposto alle assurde e infondate accuse rivolteci da un noto politico sardo di gestire un centro di prostituzione al suo interno. In realtà da noi il processo di integrazione non solo era già avviato ma procedeva sempre meglio: avevamo ragazzi che seguivano la scuola qui e altri ospiti che lavoravano ad Iglesias. Purtroppo insieme a me perdono il lavoro circa quaranta persone, nonostante ci sia stato detto che centri come il nostro, che funzionano, se ne vedano raramente. >>

Il centro chiude, per parlare “semplice” in quanto i “famosi” € 35 che, lo ripetiamo fino allo sfinimento NON vanno in mano al migrante o al rifugiato, ma alla struttura che poi li amministra, (purtroppo non nego che ci sia stato e ci sia chi su questo ha speculato e speculi, ma sempre sulla pelle dei migranti) siano stati ridotti a € 19 per decreto di questo governo. Altra faccenduola di non poca importanza è che

l’Italia NON conteggia le spese per i migranti nel computo del debito e del disavanzo pubblico, perché l’Unione Europea le riconosce come straordinarie“. [2]

Tornando a noi, si diceva della recessione, confermata “a destra e a manca”.

La chiamano “tecnica”, ma sempre recessione è.

Fermi tutti: non sto “assolvendo” i governi precedenti, che diverse colpe le hanno comunque, ma ciò non mi impedisce di affermare che questo sia peggio e che, nella migliore delle ipotesi,  ci aspettino ancora e sempre “lacrime e sangue”.

Tradotto: nell’immediato futuro saranno più che probabili un peggioramento dell’economia, una manovra “correttiva” tra i cinque e i sei miliardi di euro (a star bassi) quindi tagli alla spesa pubblica e nuove tasse.

Come, se non peggio, di chi questo governo l’ha preceduto.

L’attuale è quindi, per me, un governo del cambia… Vento.

Ci doveva essere il nuovo “boom economico”, ricordate?

Guarda un po’, siamo in recessione.

Perché, così come cambia il vento è cambiata,  a seconda dell’occasione e della convenienza (leggi “come ottengo più consenso elettorale”?) la linea politica dell’esecutivo, dettata – questo è innegabile – da Salvini, che oltre ad aumentare il proprio (consenso) già altissimo, erode ora dopo ora, giorno dopo giorno quello del sempre più smarrito Di Maio e dell’intero M5S.

L’ultimo degli esempi:

<< Sono pronto a farmi processare. >>

<< Ma anche no. >>

Col M5S la cui base è in fermento, tradita in non so più quanti temi – sfruttati alla grande in campagna elettorale – dal signor Di Maio, di fatto maggiordomo di Salvini.

Conte?

Ah già, il terzier

Ooops, scusate, volevo dire “premier”, ma le dita sulla tastiera devono essere scivolate, un lapsus…

Conclusione: già dalla prima metà di quest’anno, ma dopo le elezioni europee, comunque vadano, quando finalmente ci si sarà resi conto che anche solo “accedere” a quello che sarà rimasto del reddito di cittadinanza è e sarà impresa più che ardua, quando si conteranno, a migliaia se non più, i “furbetti del redditino”, mentre lo spread sarà risalito imperiosamente e saremo COSTRETTI a ridurre drasticamente le spese, lievitate ben oltre ciò che s’era pattuito con Bruxelles, anzi, che s’era strappato a Bruxelles, beh forse anche altri si accorgeranno finalmente che

il re è nudo”.

Peccato però che a gelare saremo noi, tutti noi.

Con la speranza di sbagliarmi

Davide De Vita

[1]  Lo scritto del dottor Liggi.

Io non posso tacere. Da oggi il Centro di Sant’Angelo a Fluminimaggiore che ospitava allo stato 145 migranti, esseri umani con storie atroci alle spalle, uomini, donne, ragazzi, bambini è stato evacuato. La convenzione scadeva il 31/12/2018. Di molti uomini, in assenza di permesso umanitario abolito dal DL Salvini, non si sa sorte, destino, destinazione: verso la macchia, la criminalità, costretti a vivere in strutture di fortuna, nei campi, al gelo. Ad ogni migrante è stato fornito un codice fiscale solo numerico che ne impedisce l’accesso alle cure sanitarie. Non possono avere carta d’identità e quindi non possono aspirare ad alcuna forma di lavoro che non sia sfruttamento. La presenza del centro generava per il piccolo comune uno straordinario indotto per l’acquisto di pane, verdura, lenzuola, cibo, beni di prima necessità, oltre a finanziamenti copiosi. I 50 operatori assunti a tempo indeterminato sono ora licenziati, a casa. Immolati sull’altare del razzismo imperante. I percorsi di inserimento, istruzione, integrazione, cura, interrotti in un crescente clima di ostilità, razzismo, intolleranza. Volevo ringraziare gli operatori per il loro impegno tenace. Dal cuore. Vorrei chiedere scusa a 145 fratelli che abitavano vicino a me e non ho saputo proteggere. Mi dicono che non conviene parlare di questi argomenti. Ma io non posso tacere. Da uomo e da uomo di sinistra. E non lo farò. Perché la mia coscienza non me lo permette. Perché i valori in gioco sono troppo alti. Perché una vita umana, ogni vita umana, vale più di voto. Vale te stesso.

Mauro Liggi (per gentile concessione)

[2] https://www.agi.it/fact-checking/migranti_salvini_spese_accoglienza-3990982/news/2018-06-05/

[3] https://www.pugliain.net/75192-migranti-cara-palese-chiusura-abaterusso/

Mauro Usai sindaco di Iglesias: i primi cento giorni.

 

Mauro Usai foto intervista ottobre 2018

Mi riceve puntuale nel suo ufficio, il giovane sindaco di Iglesias Mauro Usai, a circa cento giorni dalla sua elezione. Ci spostiamo dalla saletta principale, più di rappresentanza, ad una adiacente meno informale, dove ci sediamo intorno ad un tavolo ingombro di carte e documenti, che nel corso dell’intervista mi mostrerà più volte, a seconda dell’argomento affrontato. È in maniche di camicia – Obama ha fatto scuola ovunque – e mi guarda dritto negli occhi: glielo faccio notare e gli dico che per un politico quale lui è ormai da tempo, non è scontato.

Questo primo cittadino – espressione del PD ma con una grande vocazione alla critica e all’indipendenza di pensiero, come vedremo più avanti – non siede, metaforicamente parlando, su una poltrona comoda.

Cominciamo così l’intervista seguendo uno schema che presto andrà bonariamente a farsi benedire, perché domanda su domanda l’uomo si infervora e spazia a ruota libera, partendo dai temi più attuali, caldi e appunto “scomodi”.

Sanità, disoccupazione, povertà.  

<< L’argomento sanità mi fa incazzare (usi pure questo termine, l’autorizzo). Non è un discorso demagogico, perché siamo stati l’unica comunità a dire sì alla riforma sanitaria, di cui non chiediamo altro che la vera, reale e piena applicazione, che invece non c’è mai stata. Il polo unico ospedaliero Iglesias – Carbonia dovrebbe essere degno di chiamarsi DEA di 1° livello [1], ma come tutti sappiamo e purtroppo vediamo ogni giorno così non è. Si tratta di una battaglia che continuo a combattere ogni giorno e alla quale tengo moltissimo, non c’è giorno che non mi scontri contro qualcuno dell’Amministrazione Regionale in merito. Non è possibile che un presidio ospedaliero chiuda nel fine settimana, così come non è accettabile che non si possano ottenere in un’ora delle analisi d’urgenza ma si debba aspettare un giro vizioso che va e torna da Carbonia, con disagi enormi per chi già è sofferente di suo. Ripeto, è una battaglia continua che ho intenzione di proseguire, è troppo importante per i cittadini.

La disoccupazione e la povertà, indissolubilmente legati, sono invece temi che mi fanno soffrire, soprattutto perché, almeno in questo caso, degli strumenti per provare almeno a contrastarla esistono ma sono o male interpretati o male applicati. Mi riferisco per esempio al REIS, per esteso Reddito di Inclusione Sociale che non ha niente a che fare col più noto “reddito di cittadinanza” di cui si parla tanto. Credo che sulla carta questo strumento sia molto valido, in quanto prevede appunto l’“inclusione” in realtà produttive o di interesse sociale, con una sorta di avviamento e formazione, quando occorre, alle stesse attività verso le quali si intende indirizzare il o la richiedente aiuto. Manca però – purtroppo – il personale per compiere per intero questo percorso, in quanto normalmente si arriva al più facile compromesso di dare e ottenere un semplice sussidio economico, snaturando lo strumento e scivolando pericolosamente verso il mero assistenzialismo. >>

La visione della città.

<< Essendo stato presidente della Giunta Comunale nella passata amministrazione non mi sono estranei né questi uffici né le dinamiche amministrative, ma mi sono chiesto spesso, durante quel periodo “cos’avrei fatto da sindaco”. Ora lo sono e credo che una delle tante priorità sia stata curare l’aspetto e il decoro urbano; credo infatti che Iglesias possa e debba essere un gioiellino, ma deve esserci, in parallelo con l’impegno che l’amministrazione comunale come squadra ci sa mettendo, anche la maggiore consapevolezza del singolo cittadino. In quest’ottica, per esempio, abbiamo riattivato la fontana all’ingresso di Iglesias prima del viale Villa di Chiesa, riaperto al pubblico la torre Guelfa, per parlare di piccole cose, ma – nell’ambito del vero e proprio decoro urbano – ci siamo visti costretti all’installazione delle telecamere di sorveglianza per combattere quello che potremmo definire il malcostume del “sacchetto selvaggio”. Proprio queste telecamere (ce ne sono altre in via di installazione e attivazione, alcune si chiamano “Scout” e funzionano con dei sensori di movimento, prima cioè filmano e poi fotografano) ci hanno permesso di individuare senza ombra di dubbio i “lanciatori” che, paradossalmente, a verifica si sono rivelati del tutto in regola (per la maggior parte) con il pagamento della tassa sui rifiuti, come se questo potesse giustificare il “faccio come mi pare”, a discapito della reale differenziazione, che a danno dell’intera comunità non è più virtuosa e proprio per questo peserà parecchio sulle prossime bollette. Mi dispiace, ma è proprio così. >>

Grandi opere.

<< Abbiamo ripreso in mano la programmazione dell’Amministrazione precedente, per esempio per quanto riguarda la realizzazione del Centro Intermodale. C’erano ostacoli burocratici quasi infiniti da superare, così spesso mi sono ritrovato personalmente a farmi firmare dal funzionario di turno il documento che impediva questo o quello. Ora siamo in grado di affermare che manca proprio un ultimo passo, da approvare in giunta, relativo all’estensione del procedimento di Verifica di Impatto Ambientale (VIA), dopo il quale potremmo finalmente affidare ad una nuova ditta (quella che c’era prima è fallita) che riprenda in concreto i lavori. Parliamo, per essere chiari, di un milione e mezzo di euro in ballo.

Molti di più, invece, ma dobbiamo aspettare il bilancio, sono in gioco per la bonifica del Rio San Giorgio, alla quale teniamo ugualmente moltissimo: qui parliamo di 43 (quarantatré) milioni di euro.

Turismo.

<< È ancora uno dei cavalli di battaglia di questa amministrazione, che ci crede moltissimo; i risultati ci danno ragione, dati alla mano: solo grazie alle presenze – accertate dai dati ufficiali – a Porto Flavia, infatti, siamo arrivati a poco meno di novemila (ottomila settecento circa) biglietti staccati in un mese, per un totale di sedicimila presenze in tre mesi. Questo in controtendenza con il resto della Sardegna, dove un po’ ovunque s’è registrato il segno “meno”. C’è moltissimo lavoro dietro questi dati, per esempio l’accordo col Parco Geominerario per la gestione “coordinata” appunto del sito di Porto Flavia e per una più oculata e condivisa gestione dei costi. Non posso – e mi dispiace – dire lo stesso per gli altri due siti che potremmo (sarebbero fruibili anche ora, ma preferiamo aspettare che le cose siano più chiare e, senza mezzi termini, meno onerose per il comune) proporre sul mercato turistico, cioè la Grotta Santa Barbara e la galleria Villamarina di Monteponi. Puntiamo infatti ad un chiarimento definitivo con Igea, che attualmente gestisce i siti, al loro effettivo passaggio al Comune insieme ad una riperimetrazione delle due concessioni minerarie.>>

Politica nazionale, crisi della sinistra.

<< Che la sinistra soffra di una grave crisi non lo scopro io e non lo scopro oggi. Certo, ho visto le due piazze di Roma e Milano ieri (si riferisce alle manifestazioni contro il razzismo in Lombardia e in genere contro il governo attuale a Roma del 30 settembre, n.d.c.) gremite e tinte di rosso come non si vedeva da tempo, ma personalmente non credo sia quella la strada giusta. Ho sempre creduto e affermato che un partito, proprio come dice la parola, debba rappresentare una parte. Questo si è smarrito, si è tradita la nostra identità. A mio avviso le cose da fare sono due: rinnovare completamente l’attuale dirigenza e invertire l’agenda politica, mettendo al primo posto i poveri e non la Confindustria, che corteggiata da Renzi è andata poi ad appoggiare la Lega. Papa Francesco insegna e, paradossalmente, sembra una delle poche voci autorevoli che oggi dicono ancora “cose di sinistra”. Oppure, seguire sia i poveri sia la Confindustria, ma privilegiando i primi. >>

Il futuro politico di Mauro Usai.

<< Guardi, come ogni politico non nego di pensarci e magari un pizzico d’ambizione c’è, non sarebbe normale il contrario, ma l’impegno che richiede Iglesias è grande e non posso permettermi di distrarmi. Sto anche cercando di rendere più trasparente il nostro operato (intendo mio e della squadra, senza la quale ben poco potrei fare e che quindi ringrazio anche qui) con mezzi non convenzionali come per esempio i social dove stiamo comunicando quanto facciamo. Vede, prima di diventarlo mi sarebbe piaciuto fare il sindaco. Oggi mi piacerebbe riuscire a farlo bene: sto provando in questo senso a fare del mio meglio. >>

Davide De Vita

[1] Il dipartimento d’emergenza e accettazione (detto anche dipartimento emergenza-urgenza in acronimo, rispettivamente, DEA o DEU), in Italia, indica un dipartimento di una azienda ospedaliera.

Svolge funzioni di pronto soccorso, e comprende varie unità operative incentrate sulla cura del paziente in area critica. L’obiettivo del DEA è creare un’integrazione funzionale delle divisioni e dei servizi sanitari atti ad affrontare i problemi diagnostico-terapeutici dei pazienti in situazioni critiche.

Esso è perciò organizzato con un modello multidisciplinare che riunisce, nella stessa struttura, personale specialista in ambiti diversi. È quindi costituito da unità operative omogenee, affini o complementari, che perseguono comuni finalità e sono tra loro interdipendenti, pur mantenendo le proprie autonomie e responsabilità professionali.

Italia, settembre 2018: a che punto è la notte?

Italia 2018 a che punto è la notte

 

(“A che punto è la notte” è un romanzo giallo di Fruttero & Lucentini del 1979. Nel 1994 ne è stata tratta un’omonima miniserie televisiva Rai, diretta da Nanni Loy e interpretata da Marcello Mastroianni. Qui riprendo quel titolo trovandolo azzeccato anche per quanto state per leggere, sempre se ne avete voglia.)

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché non ci piace il periodo che stiamo vivendo?

Questo, dove per “noi” intendo chi, come me, è stato etichettato “buonista”, “radical – chic”, “pidiota” e via di questo passo, conosciamo bene tutta la filastrocca.

Di certo perché non è il Ventunesimo secolo che speravamo di vivere, nel quale ad un incredibile sviluppo tecnologico (soprattutto nel campo informatico e suoi annessi e connessi) non ha corrisposto un equivalente progresso nel pensiero e nel sentire comune, attenzione, almeno stando a ciò che si percepisce e che, dati alla mano, NON è la realtà

Anche “noi” siamo vittima di questa percezione: non esiste un’ “emergenza migranti”, il loro numero è anzi in nettissimo calo rispetto all’anno scorso, così come non è quello il problema principale di questo Paese disgraziato, così come non ci sono sessanta milioni di italiani a seguire quello là.

Gli piacerebbe tanto, ma non è così.

Poco fa ho letto un interessante articolo di Mauro Munafò (l’Espresso, vedi link a fondo pagina) nel quale sono evidenti i parallelismi (brutta parola, ma al momento non ne trovo altre per esprimere il concetto) con ciò che si scriveva nel 1938 contro gli ebrei e quello che si scrive oggi contro i migranti.

Basta sostituire “ebrei” con “migranti” e i testi sono spaventosamente identici. 

Questi ultimi, di cui si parla un giorno sì e l’altro anche, sono uno spauracchio, uno spaventapasseri molto social e molto spendibile, utilizzato per distrarre l’opinione pubblica dal pochissimo che questo raffazzonato governo ha fatto finora e dal nulla che farà nell’immediato futuro, quando i nodi verranno al pettine, soprattutto in materia economica (sta già cominciando a succedere) e i “verdi” e i “gialli” non troveranno più accordo com’è successo, invece, quando si è trattato di spartirsi le poltrone e il potere.

Temporaneo.

Perché prima o poi anche i loro stessi elettori si renderanno conto che mantenere quelle promesse non è materialmente possibile, che di rimando in rimando non si approderà ad un bel nulla, che il carburante è già aumentato, le prossime bollette saranno ancora più salate di prima, lo spread non ci darà tregua e l’Italia rischierà di crollare proprio come il disgraziatissimo ponte Morandi.

Non è una visione catastrofica, ma solo appena realistica.

Non giustifico e difendo (me lo si vuol far dire o scrivere, ma non è così, non l’ho mai fatto) il o i governi precedenti, quella che pretendeva di chiamarsi “sinistra” ha la sua enorme fetta di responsabilità in questo sfascio totale, ma il tempo stringe ed incalza, non possiamo continuare a far finta che vada tutto bene o che “quello là” sia la salvezza…

Non lo è, punto e basta.

E allora?

Allora la strada è stata indicata dai bagnanti pugliesi che hanno scacciato quest’estate un malcapitato manipoli di “verdi” chiamandoli con quella parola che a volte temiamo di usare: fascisti.

Spiacente, abbiamo già visto a cosa porta un’esperienza simile, se non noi i nostri padri e i nostri nonni e beh, io non la voglio proprio ripetere.

Immagino anche altri, parecchi altri, forse finalmente stiamo alzando la testa, forse non l’abbiamo mai chinata.

Perché, vedete, era iniziata esattamente nello stesso modo, prendere libri di Storia e leggere, di grazia, oppure, se avete la fortuna di avere ancora parenti in vita che quella disgrazia l’hanno vissuta in prima persona, fatevela raccontare da loro, prima che sia troppo tardi.

Uso dunque l’unica arma che ho, pacifica e non violenta, del mio pensiero, aiutato dalla fortuna che pare mi sia riconosciuta di saper mettere per iscritto due parole in croce senza troppi errori.

Perché credo nelle idee e nella loro circolazione, nel fermento dato loro dalla lettura dei libri, credo si possano e si debbano educare prima di tutto i bambini e poi i ragazzi nei valori che, al prezzo di tantissimo sangue, sono stati, come si usa dire “sanciti dalla Costituzione”. 

Credo anche che quest’ultima andrebbe letta e riletta con attenzione, oltre che insegnata a scuola, dovrebbe essere un testo obbligatorio, ma forse pretendo troppo. 

Però lo scrivo, finché mi è concesso. 

Quest’Italia non mi piace, se quello che scrivo serve anche solo in minima parte a cambiarla, ecco qua, ci metto come sempre la faccia e la firma.

Saluti.

Davide De Vita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonti:

http://munafo.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/07/09/invece-di-difendere-gli-ebrei-caro-pietista-coi-soldi-perche-non-pensi-ai-poveri-italiani/

 

Otto anni fa usciva di scena signor Pinotto

Pinotto giovane

Buonasera e chiediamoci un perché.

Occhei, me lo chiedo io, stavolta scivoliamo proprio sul personale, ma mi sento di scriverlo e quindi forse è giusto così.

Perché voglio ricordare una persona, mio padre, scomparso esattamente otto anni fa ad oggi.

Ciao signor Pinotto, sono sicuro che da dove sei da diversi anni osservi con interesse tutto ciò che sta accadendo in questa città che amavi come nessun’altra al mondo.

È vero che su molti argomenti non ci trovavamo – diciamola tutta, non andavamo d’accordo – ma non posso negare che fossi un esempio di gran lavoratore e, appunto, di “super tifoso” di Iglesias.

Mia sorella ti teneva testa, eccome, mentre io non ci riuscivo…

Avevi dei sogni però, li avevo anch’io ma…

Non erano gli stessi, non tutti almeno.

Perché, questo devo proprio riconoscertelo, avevi più di un sogno: avevi una visione.

Sai? Ti piacerebbe quello che sta succedendo: come sognavi quaranta, cinquanta anni fa, i sindaci di Iglesias e Gonnesa hanno trovato un accordo concreto per gestire l’intero litorale – scusa il gioco di parole – in comune.

Non capivo bene quello che facevi e succedeva allora, ma ricordo l’entusiasmo col quale ti eri dato da fare insieme alla prima giunta Pili per migliorare le cose, andando di persona – senza chiedere assolutamente nulla in cambio – a pulire i giardini pubblici in quel periodo in stato di degrado e abbandono oppure quando – sempre gratis – avevi offerto il tuo magazzino per custodire temporaneamente i libri della biblioteca comunale che finalmente si stava ristrutturando e si preparava ad aprire al pubblico.

Tu che di libri non ne avevi  letto proprio tanti ne riconoscevi l’assoluta importanza…

Ricordo i primi passi di quelle che poi diventarono tutte le varie associazioni medievali, dove c’eri ugualmente, a discutere magari dell’origine e dell’uso proprio o improprio – storicamente parlando – del velluto

Ricordo i tuoi sogni in grande che capisco solo adesso che li vedo in parte realizzati, con migliaia di turisti provenienti da ogni parte del mondo che da due – tre anni hanno scoperto Iglesias ed i suoi gioielli.

Ricordo il massimo rispetto che avevi per gli avversari politici, ne contestavi magari le idee che non condividevi, ma finivate sempre al bar insieme per un caffè o un aperitivo, perché vi interessava davvero Iglesias ed il suo futuro.

Eravate una bella squadra, signor Pinotto, nonostante tutto avremmo ancora tantissimo da imparare da te e da voi tutti, se soltanto ne avessimo l’umiltà.

Siamo tutti presi, invece,  dalla frenesia di questo ventunesimo secolo, dove troppe cose sono state dimenticate, sacrificate in nome di non si sa più bene cosa e di una velocità che non vi apparteneva ma vi rendeva molto più… Umani.

Ciao signor Pinotto, ovunque tu sia.

Davide De Vita

Orfani di futuro.

guardare lontano

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché, ad esempio, non riusciamo ancora ad immaginare un “dopo – Salvini”, (su scala mondiale potrebbe essere un “dopo – Trump”, fatte salve le ovvie “percentuali di importanza” sia dei due individui sia dei rispettivi ruoli) concentrati come siamo, complici tv e media, su quanto dice e/o dice di fare?

Scorrono sugli schermi – oggi diciotto luglio duemila diciotto – immagini crude, impietose di profughi salvati ( o non salvati… ) in mare che ci guardano con occhi sgranati e loro, quelli sì, più di ogni altro, chiedono:

<< Perché? >>

Qui – sempre a modestissimo parere di chi scrive – non si tratta del “PD” o di quel che ne resta, per non parlare delle macerie di quella che una volta si chiamava “sinistra”, ma anche di ciò che si intende per “destra moderata” (ammesso che esista o possa esistere) oppure dell’area centrista e/o liberale (vedi altre macerie, Forza Italia e zone limitrofe), ma di provare ad immaginare un futuro credibile e sostenibile per questo malandato Paese.

Non si tratta nemmeno e/o soltanto di Europa che – lo riconosco – si è sempre lavata le mani di questo problema/ fenomeno che la geografia prima di tutto ha sbattuto in faccia all’Italia o per essere più precisi al suo Sud (come se questo non avesse già abbastanza problema…), no.

Si tratta dell’assenza di una visione, dell’incapacità di guardare lontano e ancora più lontano.

Qualche decennio fa ci si esaltava (risultati: pochi, forse zero) con slogan come << Fantasia al potere >> o anche << Immaginazione al potere >>.

Beh, nel 2018 in Italia (o in Europa) si può affermare di tutto tranne che al potere ci sia un briciolo di fantasia…

Forse è proprio questo l’errore.

Continuiamo a focalizzare l’attenzione sul presente – drammatico purtroppo sotto molti aspetti – senza sforzarci di provare almeno ad immaginare un futuro alternativo.

Ci manca – abbiamo perduto? – la forza rivoluzionaria della “visione”, di quell’Utopia irraggiungibile per sua stessa natura, ma in direzione della quale si potrebbe invece mettersi in marcia, << andare verso >>.

Abbiamo spento e teniamo spente fin troppe menti, oppure quelle che potrebbero creare questa nuova visione preferiscono impegnare la propria energia in altri campi, lontano dalla politica quando non anche – lo sappiamo bene – da questo stesso Paese.

Ci mancano,  insomma,  teste pensanti e visionarie proiettate nel futuro, capaci di “tracciare una rotta”.

Così il presente invece incombe e ci sommerge, attanaglia, incatena all’oggi e a tutti i problemi ad esso connessi che, per carità, sono certamente da affrontare, ma manca la prospettiva a lungo termine.

In un’epoca definita post – ideologica, manca tanto un ago di bussola ben calamitato e regna dunque la confusione, nella quale chi urla di più è – purtroppo – il più seguito in quanto facilissimo da seguire…

Ecco, vedete?

Ci sono ricascato: il presente domina, obnubila per usare un termine un po’ inconsueto e per il quale sarò di nuovo etichettato come radical chic

Che grande fesseria, sia l’essere etichettati sia etichettare, peccato spero veniale nel quale spesso e volentieri incorro anch’io e per il quale – mi è stato fatto notare con garbo ma anche giusta fermezza – chiedo pubblicamente scusa e – come i bambini – prometto di non farlo più o almeno di provarci …

In conclusione, temo seriamente che, al momento, da qualsiasi angolazione ci si voglia osservare, siamo …

Orfani di futuro.

Davide De Vita

Questione di scelte. Sempre.

scelte

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Questa volta il perché più che altro me lo chiedo io, quindi questa può passare, se volete, come riflessione personale, per cui come sempre se avete di meglio da fare piuttosto che leggere queste righe… Fate pure, non mi offendo! 

Ah. Ci siete ancora? Okay…

Perché, dunque, a poco meno di sessant’anni ho scelto di schierarmi, di dichiarare pubblicamente “da che parte sto” piuttosto che restare passivamente a guardare?

L’ho già scritto altre volte, perché lo ritengo necessario, perché il rimorso (“ho fatto qualcosa, anche se magari sbagliata, ma ho agito”) è sempre meglio del rimpianto (“non ho fatto nulla, ah, se avessi fatto così o cosà…”), perché mi sento di farlo, perché il mio vissuto pare indicare, qui e ora, proprio quella strada e/o quel percorso, perché lo posso fare, da uomo libero.

Consapevole di non avere la verità assoluta in tasca, di cavalcare un’idea, forse un ideale ma non un’ideologia, nonostante ci siano ancora in giro le macerie della stessa…

Il senso è dunque: forse sbaglio, ma ci provo.

Solo chi non fa, non sbaglia.

Sapete, di recente un mio carissimo amico (che ha tutta la mia più incondizionata stima, anzi, forse anche di più proprio per questo) dopo un mio azzardato commento su qualcosa che aveva più che legittimamente scritto, m’ha chiamato con un termine che non riporto, ma che lui capirà.

Beh, un po’ e forse più di un po’ devo dargli ragione, intanto perché è una testa pensante, ragiona, argomenta e non butta giù concetti “random” come tanti altri, nonostante su tante cose la vediamo diversamente (inoltre scrive benissimo e qui c’è più di una punta d’invidia da parte mia…), poi perché spesso assumo davvero questo atteggiamento saccente e, francamente, piuttosto antipatico.

Chiedo scusa a tutti e ringrazio lui che, dopo Rita che con amore e dolcezza ha provato a farmelo capire in tutti i modi, ha ribadito il concetto centrando probabilmente il bersaglio o andandoci vicinissimo.

Fin qui la parte propriamente personale, l’analisi del mio modus operandi sia verbale sia scritto, ma torniamo a bomba – solo per modo di dire, per carità! – e affrontiamo ciò che c’è da affrontare.

Partiamo da quella che ormai è diventata una sorta di battuta:

<< E allora il PD? >>

Esattamente.

Chiariamo: non sono innamorato di questo partito che, siamo oggettivi, rischia davvero l’estinzione.

Mi piacciono, invece, alcune figure emergenti, giovani, che stanno provando – credo – a fare un vero e proprio refresh.

Sono ragazze e ragazzi che potrebbero essere miei figli e nelle quali e nei quali, sarò l’ultimo degli idealisti come ho ripetuto più volte, nutro moltissime speranze.

Perché?

Perché ora o mai più, perché se è vero che il PD in quanto tale com’era e com’è ancora  (e non mi piace) se non si dà una bella strigliata è a rischio estinzione, è anche vero, sempre secondo me, che ha un’occasione unica, storica, per reinventarsi e imbroccare finalmente la strada giusta.

Come?

Il mezzo o i mezzi.

Il Movimento 5 Stelle, che non è il demonio assoluto, ha mostrato come si può usare il mezzo simbolo di quest’epoca: Internet.

Nasce nel e sul web, grazie a questo, streaming dopo streaming, è arrivato al potere, in quello stesso “palazzo” che ha sempre affermato di voler “rivoltare come un calzino”.

Sono “lassù” da poche settimane, sarà la Storia a scrivere il giudizio sul loro operato, ma che sappiano e abbiano saputo usare questo mezzo meglio di chiunque altro è indubbio.

Non c’è naturalmente solo la rete, esistono ancora la carta stampata, la tv, la radio, ma sono sempre più interconnessi alla rete stessa, quindi bisogna migliorarsi, perfezionarsi proprio in questo campo.

I contenuti.

La Storia, la tradizione, i grandi uomini che hanno trasmesso idee e proposte in quello che era prima il PCI e poi è diventato tante altre cose, non possono andare perdute, lo scrivo da persona che non ha mai avuto quella tessera in tasca – non ne ho mai avuto di nessun partito o politiche in genere – ma andrebbero ristudiate, ri – analizzate alla luce del XXI secolo e di chi ci vive; un altro dei concetti sbandierati proprio dai 5 stelle (ma non so, all’atto pratico, quanto realizzato nella vita di tutti i giorni) è che siamo in un’epoca post – ideologica.

Forse.

Fatto sta che, a prescindere dalla provenienza, dall’etnia, dalla religione, dalla fede politica, c’è gente, migliaia, milioni di persone che provengono dal Sud del mondo (non necessariamente geografico) e hanno fame, sete, non hanno accesso non dico ad Internet ma all’istruzione di base, alla medicina di base e via di questo passo.

La rappresentanza.

Chi rappresentare?

Di recente qualcuno ha spiegato che la parola “partito” significa appunto “rappresentare una parte”; bisogna capire quale; sempre secondo il mio modestissimo parere, bisogna ricominciare, per essere nuovamente credibili, a rappresentare gli ultimi, coloro che hanno più bisogno degli altri, che hanno più bisogno di noi.

Italiani, congolesi, coreani, cileni, argentini, ecuadoregni, quello che vi pare.

Persone bisognose, vedi proprio parabola del buon samaritano.

Ribadisco, urlo, scrivo, ripeto: prima le persone.

Cosa c’entra questo con l’essere di sinistra?

Forse, una volta per tutte, proprio questo è essere di sinistra, così come è essere cristiano nella pratica e non a parole, ve lo dice un peccatore che spesso davanti allo specchio ha dovuto abbassare lo sguardo.

Due estremi che si incontrano? Forse. Magari non sono due estremi ma i due volti della stessa, classica medaglia.

Insomma, questione di scelte e… Grazie, amico mio (tu sai chi sei 😉) per avermi dato l’input per questo pezzo!

Davide De Vita