Picaresca Casa di Carta

L ‘ iconica maschera di Dalì indossata dai componenti della banda

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Perché parlare e scrivere de “La Casa di Carta”, ennesima, fortunatissima serie tv targata Netflix giunta alla stagione finale?

Perché pensi lo meriti, perché voglio dire la mia nonostante in tanti ne abbiano già scritto.

Sono un fan della serie, quindi se cercate un post “obbiettivo, equilibrato. . . ” e via dicendo di sicuro non sarà questo.

Una serie “picaresca” dunque: non è un grande spoiler ma è la stessa “Lisbona” a definire così la vicenda che i componenti della banda di ladri più famosa della tv degli ultimi anni sta vivendo e va a concludere.

Il termine deriva dal “romanzo picaresco” nato nel Seicento spagnolo, nel quale quale si narrano le vicende di “astuti imbroglioni non malvagi e ai quali capitano ogni sorta di peripezie”, giusto per riportare in sintesi ciò che si può rintracciare in rete.

E alla banda guidata dal carismatico Professore capita davvero di tutto e anche di più, comprese le cose decisamente improbabili e al limite dell’assurdo, ma “La Casa di Carta” è proprio questo, il “patto di sospensione dell’incredulità” tra gli autori e gli spettatori è spinto all’ennesima potenza e lo si sa da entrambe le parti. Se cercate il realismo, il documentario. . . Non è questa la serie adatta a voi.

In quest’ultima stagione poi si è cercato di riunire i fili di tantissime “sottotrame” lasciate in sospeso, dando significato e motivo d’esistere anche a nuovi personaggi comparsi nella stagione precedente; un’operazione non facile, in quanto, avendo già proposto al pubblico . . . Qualsiasi cosa, sorprenderlo era impresa improba. Beh, senza fare spoiler, dirò che gli autori, Alex Pina su tutti, hanno fatto del loro meglio.

Questa serie è pura evasione, l’apoteosi del “cosa succederebbe se. . . ” fusa con una sindrome di Peter Pan che per esempio “Berlino” stesso rivendica come “modus vivendi”. A proposito, il personaggio è emerso talmente tanto rispetto agli altri che uno “spin-off” a lui dedicato è stato confermato dalla produzione.

Insomma, l’antico sogno de “come potrei rubare tutto l’oro del mondo – o di Spagna, in questo caso – farla franca e vivere per sempre felice e contento” ?

Questa è, in estrema sintesi, “la Casa di Carta”: il sogno di un bambino finanziato da adulti con sempre maggiori possibilità, cresciute di pari passo col successo della serie e l’entusiasmo dei fan, sottoscritto compreso.

In tempi molto difficili come quelli che stiamo vivendo tutti, un “sogno” così ben confezionato – tenendo ben presente che sempre di sogno si tratta – non può quindi che essere ben accetto per qualche ora di pura evasione.

Anzi, picaresca.

© Davide De Vita

Bordi strappati & filosofia varia

“Strappare lungo i bordi”, © Zerocalcare, su Netflix in questi giorni

Ciao a tutti e chiediamoci un perché.

Perché guardare “Strappare lungo i bordi”, cartone (riduttivo chiamarlo così, ma questo é) di Zerocalcare, nome d’arte del fumettista Michele Rech ( nato a Cortona, provincia di Arezzo, in dicembre del 1983, ma ultra “romanizzato” )?

Certo, non me la voglio tirare e confesso: perché se ne parla parecchio.

Altra confessione: conoscevo Zerocalcare solo per sentito dire, per cui questa è la sua prima opera che vedo, ascolto, “assorbo” per intero.

E mi è piaciuta, tanto. Un fumetto animato che per certi versi mi ha ricordato lo splendido Milo Manara di “HP e Giuseppe Bergman”, ma meno sognante – o forse sì, ci sono voli pindarici, a pensarci bene e la stessa figura dell’ “Armadillo – coscienza” ottimamente doppiato da Valerio Mastandrea non avrebbe sfigurato tra le bozze e i disegni di Fellini, giusto per citare un “nessuno”. . . Non è questa però la forza di una storia che in fondo è una storia come tante, però ben contestualizzata e dove persino un personaggio “senza spessore psicologico” (apparentemente) come il “Secco” ha il suo fascino. Sì, mi ha catturato e incuriosito dai primi due episodi oggi ho finito di vedere la serie, come ogni buon praticante di binge-watching (significa vedere un episodio dopo l’altro senza soluzione di continuità, ma in inglese fa più figo. . .) nonché abbonato a Netflix che, dati alla mano, non sbaglia un colpo ultimamente o forse negli ultimi anni.

Mi è piaciuta perché fingendo di interpretare un personaggio alter – ego che sembra incapace di dare un senso alla propria vita, Zerocalcare inserisce nella sua storia citazioni dotte e ragionamenti che starebbero benissimo in qualsiasi testo di filosofia, fino alla conclusione amara ma diretta senza essere ridondante.

Oserei citare la parola poesia.

Sono sicuro che se ne parlerà ancora parecchio ( beh, almeno fino alla messa in onda dell’ultima stagione de “La casa di carta” o – ma per quest’altra credo ci vorranno almeno un paio d’anni – della seconda di “Squid Game” ), in ogni caso ci sarà, almeno per il fumetto che un tempo si sarebbe detto “impegnato”, un prima e un dopo “Strappare lungo i bordi”.

© Davide De Vita