Recensioni: “Prima che gridino le pietre”, padre Alex Zanotelli.

Prima che gridino le pietre immagine per blog

Buongiorno, buon anno e chiediamoci un perché.

Perché, per esempio, leggere (e capire bene) “Prima che gridino le pietre” non è diventato ormai necessario, ma indispensabile?

Perché quest’urlo di “santa collera” (cit.) di padre Alex Zanotelli è illuminante, smentisce ancora una volta tutte le menzogne che ci sono state propinate in questi ultimi anni, ultimi mesi, con dati alla mano raccolti da chi, per decenni, “a casa loro” ci ha vissuto, la conosce, la ama pur devastata da secoli dalla cosiddetta civiltà dell’uomo bianco occidentale (ma non solo).

Il libro comincia col racconto di una miniera di sale controllata dai francesi (sì, i nostri “cari cugini d’oltralpe” …) nel diciannovesimo secolo. Lì erano les italiens a vivere nelle baracche, ad essere sfruttati ai limiti della schiavitù, ad essere accusati di puzzare e di essere sempre ubriachi oltre che pigri… Beh, prendete tutte, proprio tutte le accuse che oggi rivolgiamo agli immigrati e calatele in quel contesto: ora avete il quadro completo, preciso. Aggiungete poi il diffondersi di una falsa notizia di un gravissimo crimine (poi rivelatasi assolutamente infondata) e il gioco è fatto: l’odio esplose, ci furono morti, una strage.

Questo è quanto: l’odio non porta ricchezza, non è di certo portatore di pace, genera soltanto altro odio e violenza sempre più feroce.

“Casa loro”, dicevamo.

A “casa loro”, l’Africa, la schiavitù, quella proprio delle navi negriere, delle catene, degli indicibili inferni, l’abbiamo portata noi, bianchi “civili” e “bravi cristiani”, spesso giustificandola citando la Bibbia… Beh, a loro e ai loro discendenti questa cosa (chissà come mai… ) non è andata giù, è rimasta come un marchio indelebile nell’anima che li ha sempre fatti sentire – mentre noi gettavamo benzina sul fuoco e magari anche un bel po’ di loro stessi – inferiori.

Noi, invece, cari signori, tutti quanti, tutta l’umanità, dall’Africa discendiamo: l’uomo come lo conosciamo è nato qui. Solo questo dovrebbe farci riflettere e non poco, in un mondo ideale…

Questo però non è un mondo ideale: questo è un mondo dove l’Africa, da sempre, è il grande magazzino gratuito (o quasi) dell’Occidente industrializzato, ma non solo: anche gli stati arabi e di recente i cinesi (che stanno comprando vastissime aree di territorio a prezzi stracciati) se ne sono accorti e si servono comodamente, prendendo quello che vogliono.

Avete un cellulare o un pc?

Se state leggendo queste righe, evidentemente sì. Ne scrissi tempo fa, ne hanno scritto in tanti prima di me e ne scriveranno ancora: la maggior parte di questi apparecchi è costruito col coltan, una sorta di silicio indispensabile per il loro funzionamento.

Questo materiale è estratto da bambini e bambine, uomini e donne ridotti in schiavitù (sì, ancora oggi duemila diciannove appena cominciato) dai signori della guerra che controllano le aree nelle quali si trovano le miniere a cielo aperto e che lucrano vendendolo ai grandi colossi occidentali, inutile fare i nomi delle varie aziende, non ne manca una.

Ci sono poi l’uranio, il legname pregiato, l’oro, i diamanti, il petrolio

Per non parlare del fantastico sbocco del traffico d’armi internazionale: anche all’interno di uno stesso stato africano (di tanti di essi…) ci sono varie fazioni, i cui eserciti più o meno raffazzonati hanno – tutti – fame di fucili mitragliatori automatici e mine antiuomo (giusto per fare qualche esempio).

Armi che molto spesso, vista l’altissimo tasso di mortalità in generale, non solo infantile, finiscono tra le mani dei bambini-soldato.

All’Occidente questo stato di cose fa comodo, è sempre stato così: le nefandezze commesse “a casa loro” da noi italiani (“brava gente”?) in Etiopia, Eritrea, Somalia non sono state dimenticate. Non sono stati da meno però francesi, inglesi, tedeschi, belgi. Tutti hanno preso, depredato, stuprato, incendiato, distrutto tutto ciò che volevano e in certi casi continuano a farlo impunemente. Chi osa opporsi a questo stato di cose, oggi, è torturato, stuprato, ucciso insieme a tutta la sua famiglia…

Ecco perché scappano da “casa loro”: quella è casa loro.

Non ditemi che non sareste contenti anche voi di essere violentati, abusati, torturati davanti a vostra madre e alla vostra famiglia intera mentre a tutti loro viene tagliata la testa e altre parti del corpo, a “casa vostra”, no?

Mi raccomando, non vi venga in mente di fuggire (e perché?), potreste sempre sperare nell’aiuto “a casa vostra” di un Salvini di turno…

Padre Zanotelli è cristallino anche su questo:

o la Lega di Salvini (ma anche la Lega prima di lui) o il Vangelo.

Non c’è scampo, per chi ha ancora una coscienza.

Non evita di puntare il dito anche contro la “sua” Chiesa, colpevole, con i suoi rappresentanti a vario titolo, di essersi voltata fin troppe volte “dall’altra parte”.

Perché, afferma ma sembra di sentirlo urlare, con quella “santa collera” di cui sopra:

<< Dio è schierato, è il Dio degli oppressi, degli schiavi, dei poveri. >>

Concetto che non stride nemmeno un po’ col messaggio evangelico.

Zanotelli, inoltre, riconosce a papa Francesco il merito di parlare apertamente di queste cose, di aver fatto discorsi importanti su questo tema.

Però lo vede solo, troppo solo.

Il testo prosegue descrivendo con dati, cifre, statistiche precise e non modificate a favore della propaganda in eccesso o per difetto (tutti dati verificabili da chiunque, basta volerlo fare davvero e ragionare con la propria testa…) la reale situazione dei più noti stati africani dai quali provengono i migranti.

I quali, in tutta Europa, sono un numero enormemente inferiore a quello che ci si vuole far percepire per incrementare la paura del “nero a chilometro zero” e con quel terrore, il consenso di chi ora è al governo.

Non manca di spiegare molto bene come funziona davvero il sistema inefficace dei centri di accoglienza diversi dal modello SPRAR, che invece ritiene sì anche quelli migliorabili, ma già un buon passo nella giusta direzione. Il libro andava in stampa mentre Mimmo Lucano, sindaco di Riace, veniva fermato con diversi capi d’accusa; il “modello Riace” però nel frattempo è diventato famoso nel mondo, mentre molti di quegli stessi capi d’accusa non hanno trovato fondamento giudiziario. Il tutto è ancora in corso, staremo a vedere.

Tornando al business dei migranti, Zanotelli spiega, dati alla mano, come quei famosi trentacinque euro per migrante finiscano invece sempre e per la maggior parte nelle mani di albergatori e “benefattori” senza scrupoli, che gestiscono questi “centri” (diffusi in tutta Italia, da nord a sud isole comprese) come facevano gli agenti delle “riserve indiane” nel West dei giovani Stati Uniti della fine Ottocento…

Dalla Storia, però, non vogliamo imparare mai.

Concludo con quella che nel libro è una “piccola premessa”:

<< Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), i rifugiati nel mondo sono sessantacinque milioni, l’86 per cento dei quali è ospitato nei paesi più poveri. Appena il 14 per cento si trova nell’Occidente ricco e sviluppato. Eppure l’Europa si sente sotto assedio, si sente invasa, reagisce con paura e ostilità, erge muri, srotola filo spinato, chiude i porti, respinge i migranti. Quella stessa Europa che pretende di essere l’esempio della civiltà tollera episodi di discriminazione e xenofobia. Gli italiani, emigrati negli anni in tutto il mondo, hanno dimenticato la loro storia, o fanno finta di non ricordarla. >>

Perché dunque leggere e comprendere bene questo libro è indispensabile?

Perché, tra le altre cose, è uno degli strumenti pacifici che abbiamo per difendere il futuro prossimo, prima che gridino le pietre.

Il 23 e il 26 maggio 2019 ci saranno le prossime elezioni europee.

“Prima che gridino le pietre – manifesto contro il NUOVO RAZZISMO”, padre Alex Zanotelli, chiarelettere, 2018

Davide De Vita

 

I fili hanno preso il burattino.

Salvini e Bennato

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché un’immagine – oggi – è così importante?

(Ringrazio intanto l’amico carissimo Toto Cadoni: la frase “I fili hanno preso il burattino” che ho scelto per il titolo è sua e gliene do atto.)

Aggiungo la solita doverosa premessa: sono perfettamente consapevole che ci sono problemi ben più gravi, ma oggi mi va di scrivere di questo fatto, proprio perché mi ha colpito e perché le immagini, ciò che rappresentano, hanno un fortissimo impatto, stavolta anche emotivo oltre che politico.

Oggi dunque, dopo aver visto una foto che ritrae insieme Bennato e Salvini, mi sono sentito triste, molto triste, tradito.

Vedi, ormai “poco caro” Edo, non sai chi sono e non lo saprai probabilmente mai, così come molto difficilmente leggerai queste righe, però sono cresciuto cantando le tue canzoni che sapevo a memoria, i primi accordi con la chitarra li ho strimpellati provando “Il gatto e la volpe” o “L’isola che non c’è”, la passione per l’armonica a bocca me l’hai trasmessa tu…

Regalavi sogni al ragazzino che ero e che litigò coi suoi genitori per poter assistere per la prima volta ad un concerto, il tuo.

Eri di sinistra? Non lo eri?

Non lo so, di certo in quegli anni non avresti mai fatto una foto insieme al potente di turno, non saresti salito spudoratamente sul “carro del vincitore”, non saresti stato, per usare il tuo linguaggio, a… Mangiafuoco. 

Mi è stato scritto che me la sto prendendo fin troppo per una semplice foto: beh, “poco caro” Edo, sai molto bene che l’immagine ha una sua forza dirompente, tu che nei tuoi testi hai sempre utilizzato metafore, molte riuscitissime.

Ebbene quella foto, per chi come me ha ancora tutti i tuoi dischi originali e faceva sacrifici per poterseli comprare, è come un pugno nello stomaco: un tradimento per il ragazzino che ero e per l’uomo che sono diventato.

Come ha scritto con intelligenza il mio amico Toto, che ringrazio e dal quale mi sono permesso di “rubare” la frase, i fili hanno preso il burattino.

Mi hai rubato i sogni, tu che me li avevi cantati.

Cantavi ironicamente “Arrivano i buoni” ti sei fatto fotografare insieme al Lupo Cattivo, o quello che ai miei occhi (e non solo i miei) lo è o lo appare, lo percepisco (oggi va tanto di moda questa parola “percepire” …) così.

Preferivo, parecchio, la foto insieme al grandissimo Bo Diddley, pensa un po’…

Per altri sarà soltanto una foto, non per me.

Ho scritto e lo ribadisco, che da oggi “mi dimetto” da tuo fan, perché mi hai deluso profondamente.

Un episodio, giusto per farti capire: il ragazzino che ero, entusiasta del tuo concerto a Carbonia (è un paese del sud ovest sardo del quale probabilmente ti sarai pure dimenticato…) che come t’ho scritto era il primo per me, s’era attardato perché voleva vederti da vicino, stringerti la mano, strapparti un autografo…

Non lo sapevo, non mi rendevo conto dell’ora tarda, ma in quel preciso momento il mio caro nonno, al quale mi avevano affidato i miei genitori, pur anziano ma preoccupatissimo uscì in Lambretta nella notte per venire a cercarmi…

Andò tutto bene, per fortuna, così continuai a cantare le tue canzoni, anche sulla spiaggia intorno al fuoco (un classico…) dove “Il gatto e la volpe” arrivava sempre più o meno dopo “La canzone del sole” di Battisti…

Ho cantato quelle canzoni anche tra le basse ma antichissime montagne della Sardegna, insieme ad amici che condividevano (alcuni di loro li condividono ancora, poi a loro se ne sono aggiunti altri, spesso i loro figli o le loro figlie…) sogni, valori, emozioni…

Altri tempi, altri sogni.

Mai e poi mai avrei immaginato perciò di vederti un giorno anche solo in fotografia, sorridente insieme a qualcuno che, a mio avviso, più che sogni ha mire.

Mai e poi mai avrei immaginato di vederti preso, avviluppato da quei fili del potere che – allora – contestavi in musica.

Sì, mi hai tradito, Edo, resteranno per me le tue prime bellissime canzoni, ma non sarò più un tuo fan, mai più.

Sai? Per me non furono “solo canzonette” e poi com’è che cantavi? 

Ah sì,

e nei sogni di bambino la chitarra era una spada… “.

Già ma per me di certo non era e non sarà mai quella di … Alberto da Giussano.

Davide De Vita

Vedo “nero”: appello a chi ha già letto almeno dai cinquanta libri … In su.

atlete italiane staffetta

Libania Grenot, Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo, oro italiano nella 4 x 400 ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona.

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Sì, ma non restiamocene seduti qui davanti, al sicuro dietro lo schermo del pc o dello smartphone o dell’i-phone o quello che vi pare.

Chiediamoci non solo

Salvini: perché?

ma anche

Questo mondo: perché?”.

O anche:

perché una foto come quella postata in apertura fa ancora notizia, quando dovrebbe essere assolutamente normale e avere solo connotati sportivi, tra l’altro encomiabili?

Perché anche noi siamo responsabili, dove per “noi” intendo persone che nella vita hanno letto almeno dai cinquanta ai cento libri.

In su.

Siamo responsabili – fatte naturalmente le debite eccezioni, ci sono persone che non hanno mai smesso di impegnarsi e bisogna dargliene atto – di questo imbarbarimento globale, di questo impoverimento culturale, di questa regressione che altri chiamano “progresso” e/o “cambiamento” e invece non è altro che il trionfo assoluto della mediocrità.

Come sempre è la mia opinione personale, sempre opinabile, ma i presupposti perché vada sempre peggio ci sono tutti e noi, io per primo, siamo rimasti a guardare, naturalmente, come già scritto, ma lo ribadisco,  fatte le debite eccezioni.

Sono stato additato come intellettuale (mah…) schierato, “signor Ovvio” e tante altre belle cose, ci stanno tutte e le accetto, ma una parte di me, che prima sussurrava, ora grida:

<< Ti sei svegliato tardi, ora forse è addirittura troppo tardi. >>

Spero di no, ma decisamente adesso è impossibile restare a guardare, impassibili.

Mi ero scelto un ruolo passivo di osservatore, poi mi sono schierato, apertamente, liberamente e democraticamente.

Spero, nel piccolo, non troppo tardi.

Per questo bisogna scrivere non solo qui ma cercare il contatto diretto con le persone che la pensano diversamente e tentare il dialogo, sempre.

Chiedere addirittura scusa (già fatto più volte), se serve: il fine ultimo è troppo più importante del nostro piccolo orgoglio personale.

Perché, se non proviamo a contrastare l’onda ignorante, retrograda, xenofoba, neanche troppo cripto-autarchica ci ritroveremo in una situazione che ahimè non solo questo Paese ma l’Europa intera ha già conosciuto; e già l’Europa come idea stessa sta scricchiolando parecchio …

Come si fa?

Bella domanda.

Una delle prime idee che mi è venuta in mente è: bisogna indossare il saio dell’umiltà – chi già lo indossa ne indossi uno ancora più “efficace” e cerchi di avere infinita pazienza… – e cerchi, usando le parole più semplici di cui è capace, di diffondere la cultura accumulata in tanti anni e che non può e non deve essere fine a sé stessa, ma appunto condivisa, un po’ come il pane evangelico.

Bisogna arrivare a far capire alle persone che l’ignoranza non è una cosa bella ma un’arma con la quale i leader attuali non stanno facendo altro – come sempre nella Storia – che prenderle per il culo in modo da mantenere il potere il più a lungo possibile, a loro stesso danno.

Com’è stato già detto e scritto più e più volte,

l’ignoranza è proprio la più grande e pericolosa arma di distrazione di massa

mai concepita dall’uomo, fin dalle origini della civiltà.

Contrastarla è quindi, oggi, compito sempre più ingrato e difficile, ma ora o mai più.

Ci costerà dunque abbandonare il linguaggio un po’ snob che – confessiamolo – utilizziamo spesso e ci fa sentire tanto superiori, ma adesso siamo fuori moda, adesso c’è un ministro che si vanta di non leggere da tre anni…

A me non va giù che continuino a morire centinaia, migliaia di persone nel Mediterraneo così come non va giù che ci siano più di cinque milioni di persone di nazionalità italiana al di sotto della soglia di povertà, ma non credo assolutamente che il primo problema sia la causa del secondo, non c’è riscontro nemmeno temporale in questo.

Non mi va giù lo stesso, per esempio, che non sia riconosciuto il reato di tortura, ma nemmeno che la Polizia e le forze dell’Ordine non abbiano personale e mezzi adeguati: come in tutte le cose, a mio modo di vedere, manca equilibrio nelle scelte e nelle decisioni, ai vari livelli.

Quindi è il momento, se già non è troppo tardi, ripeto, di usare ciò che sappiamo per cambiare il mondo sul serio, cominciando pezzettino per pezzettino, persona per persona, a spiegare con pazienza ciò che sta realmente accadendo; cito il grandioso film “Philadelphia”:

spiegarlo come se si fosse davanti ad un bambino di quattro anni”.

Potrebbe essere l’ultimo tentativo di salvarci tutti: dopo, sarò pure l’ennesima “Cassandra”, ma vedo nero, in tutti i sensi, tranne quello odiato dal leader leghista.

Con la forte speranza di sbagliarmi

Davide De Vita

Fine marzo 2018: breve sguardo sul mondo e dintorni.

stazione spaziale cinese fuori controllo

Buon pomeriggio e chiediamoci un perché.

Perché il nostro immediato futuro è davvero difficile da interpretare, ammesso sia mai stato davvero possibile?

Perché non siamo a dirla tutta molto abili neppure a capire il presente?

Questo sarà un post leggero, che magari si appesantirà riga dopo riga, chi lo sa, siamo in Settimana Santa e la speranza dovrebbe essere diffusa, anche se…

Già, anche se.

Da dove cominciamo?

Dal cielo.

Non in senso religioso, ma proprio fisico, così fisico che di più non si può. Avete visto, per caso, il bel film “Gravity” con Sandra Bullock e George Clooney?

No?

Beh, se ne avrete occasione, guardatelo,  merita.

Lo cito in quanto in questo esatto momento, più o meno sulle nostre teste o di quelle di chiunque si arrabatti a vivere su questa palla di fango che chiamiamo “nostro pianeta” gravitano (appunto) i rottami di una stazione spaziale cinese. Si chiama “Tangong (o Tiangong a seconda della trascrizione) 1” e, ammesso che ne rimanga qualcosa dopo l’incandescente attraversamento dell’atmosfera terrestre, la probabilità che cada in testa a qualcuno di noi è pari allo 0,2%. Come hanno più volte ripetuto su “SkyTG24”, per capirci, questa probabilità è dieci milioni di volte (dieci milioni!) inferiore a quella che, nel corso di un anno, esiste di essere colpiti da un fulmine.

Si parla insomma del nulla, ma perché lo si fa?

Per riempire da tre ai quattro minuti di notiziario: ora, se lo fa Sky, perché non farlo anch’io?

Fatto.

Scendendo un po’ più terra terra, qui nel nostro italico stivale si va sempre più concretizzando (il neologismo è di Crozza, onore al merito) l’affermazione del partito (o non partito, come volete) “Movimento 5 Leghe” e direi che è pure giusto così, visto che gli italiani così si sono espressi nelle urne gli italiani…

Che ci sono andati.

Comunque la pensiate (la pensiamo), così è e non se vi pare, ma proprio così e basta.

Nel frattempo, tutti a scandalizzarci – ancora! – perché Google o Facebook sanno tutto di noi e di queste informazioni fanno ciò che vogliono…

Ripeto per la miliardesima volta che siamo innanzitutto noi a fornire una mole pazzesca di dati, più o meno consapevolmente (come ha già scritto qualcuno, c’è chi scrive, per farlo sapere al mondo, anche quante volte va al cesso, non lesinando dettagli in merito…), poi ci indigniamo per lo stesso motivo.

Eh già, siamo strani in questo XXI secolo…

Non che prima fossimo proprio a posto, ma la tecnologia aiuta.

A peggiorarci, se non altro si fa molto più presto.

Proseguiamo il nostro volo a macchia di leopardo, tanto Bersani dice di averlo già smacchiato…

Ah! Per quella che fu la par condicio: il suo esatto coetaneo ( se non sbaglio) ma di idee parecchio differenti, tanto per cambiare è di nuovo alle prese con gli strascichi del processo “Ruby – ter” ma a questo punto della telenovela, di nuovo come hanno già detto in tantissimi, prendersela ancora con lui equivarrebbe a sparare sulla Croce e sulla Luna rosse messe insieme… 

Guardiamo un po’ al di là del nostro naso, dunque.

Di là dall’Atlantico Trump continua a fare Trump, fregandosene come ha sempre fatto, o quasi, del “Russia – gate” o come l’hanno chiamato, mentre dall’altra parte Putin dice che non c’entra niente con le spie doppiogiochiste fatte uccidere – a proposito, ma sono ancora vive o no che non si capisce nemmeno quello? – a Londra ( avete mai sentito una spia o, peggio, uno dei loro capi, dire la verità?) e l’uomo meglio pettinato del mondo ( sì va beh, insieme al suddetto Trump… ), il giocherellone Kim Jong Un per una volta smette di sollazzarsi coi missili balistici nucleari e va in visita in Cina…

Tralascio gli innumerevoli conflitti in corso ovunque (non c’è solo la Siria, ma tanto ormai non ce ne frega niente manco di quella… ), catastrofi naturali e non (vedi quanto appena accaduto in Siberia… ), folli che si svegliano sempre più spesso la mattina e se ne vanno in giro (bene armati, quello sì, armatissimi… ) ad ammazzare chiunque capiti loro a tiro, perché questo è il progresso, amici miei, il trionfo dell’intelligenza e della ragione…

Sì, va beh, ci sono anche le solite,  tragiche storie infinite dei migranti, oppure l’ottantacinquenne che a dieci anni era riuscita a sopravvivere ai campi di concentramento ed è stata torturata ed arsa forse viva, ma che volete che sia, son sciocchezze queste, in confronto al “nuovo che avanza” …

Ah! Quasi dimenticavo: in una città di una provincia che ora ha come sigla il contrario di “giù”, situata in un luogo diametralmente opposto al nord est, a brevissimo, pare, ci saranno le elezioni per il rinnovo dell’amministrazione comunale.

Come prima (più di prima, t’amerò…), anche di questo che volete che ce ne importi a noi che cambiamo il mondo dalla tastiera e al sicuro dietro lo schermo, in maniera – molto gattopardesca – che non cambi mai assolutamente nulla?

Sì, ragazzi, questo è lo sguardo sul mondo di questa settimana santa del 2018.

Ammesso ne abbia ancora voglia, che Dio ci aiuti.

Davide De Vita

Iglesias: distinguo.

Iglesias vecchio municipio

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Chiediamocene anzi sempre di più, se non vogliamo tornare all’oblio dell’apatia sociale, morale e perché no, politica.

Perché vorrei distinguere nettamente due modi di esprimere il dissenso: il primo legittimo, il secondo da condannare <<senza se e senza ma>> come si usa dire.

Due fatti sono all’attenzione della pubblica piazza – che nello specifico, per convenzione, potrebbe essere proprio piazza Sella – in questi ultimi giorni: la << scesa in campo >> di Valentina Pistis come prima, in senso cronologico, candidata alla carica di sindaco di Iglesias.

Come scrivevo in apertura, scelta coraggiosa, legittima, a prescindere da come la si pensi: una giovane donna che ci prova.

Dall’altra parte, il ritrovamento della testa di capretto con proiettili e messaggio rivolti in puro stile mafioso al sindaco in carica e alla sua giunta.

Perché – si badi bene solo dal punto di vista della cronaca e nient’altro – accomuno i due fatti?

Perché mentre Valentina, che non conosco bene di persona e di cui potrei non condividere le idee, merita il massimo rispetto come persona proprio in quanto quelle stesse idee le ha più che legittimamente e pubblicamente espresse, con un coraggio che le riconosco e ammiro, mettendoci pubblicamente faccia, firma e programmi, altri, vili, hanno ben pensato (si fa per dire) di utilizzare la parodia di una delle scene più famose de “Il padrino” per esprimere il proprio dissenso, con un richiamo alla violenza che non ci appartiene e non ci può appartenere.  

Vili in quanto anonimi, in un tempo in cui, per esempio attraverso mezzi come quello che stiamo utilizzando voi ed io in questo momento, chiunque può dire quello che vuole, rischiando denunce e querele se si esagera e si oltrepassa il limite del lecito, ma con più che sufficiente libertà di pensiero ed espressione.

Da registrare quindi con piacere la condanna unanime del gesto, come si usa dire, da parte di tutte le forze politiche cittadine: non credo che Iglesias e gli iglesienti si abbassino tanto da poterlo condividere, in quanto – sempre a parer mio – pur trattandosi di una minaccia bella e buona, sa anche di idiozia e tanto per cambiare, di notevole ignoranza, in quanto magari i responsabili nemmeno sanno di citare il capolavoro di Coppola.

Credo che esprimere il dissenso, soprattutto in campo politico, sia “cosa buona e giusta” se questo rientra nei canoni leciti, non scade nell’insulto gratuito e magari propone anche alternative, ma non obbligatoriamente.

Personalmente sindaco e giunta (all’interno della quale, come sanno tutti, ci sono molti miei amici) hanno tutta la mia solidarietà, ma l’avrebbero ugualmente avuta qualunque sindaco e giunta di fronte ad offese come questa, che non servono a nessuno e sporcano una campagna elettorale già cominciata e che si annuncia piuttosto feroce di suo.

Attendo come tutti in città di conoscere nomi, volti e programmi degli altri candidati, augurando a ciascuno di loro di riuscire a fare bene il lavoro – sicuramente non facile – per il quale si propongono.

Concludo con un appello per tutti noi: per favore Iglesias, non fare del male a te stessa.

Davide De Vita

Sardegna, lavoro, politica: dico la mia.

Sardegna con attrezzi da lavoro

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi è amaro come il fiele, arcinoto, dibattuto da decenni, doloroso come può esserlo solo una ferita che non si rimargina.

Riguarda il lavoro nell’Isola, il lavoro che non c’è.

Se avessi davvero la risposta a questo immane interrogativo, forse mi farebbero santo ma…

Non ce l’ho.

Purtroppo è un “perché” che collega non si sa più quante amministrazioni, di destra, di sinistra, di simil – destra, di simil – sinistra, a pallini, verdi, rosa, a strisce, ci hanno provato tutti (o hanno detto di averlo fatto), col risultato che i nostri ragazzi, moltissimi a costo di enormi sacrifici,  loro e delle loro famiglie, una volta laureatisi a pieni voti sono – letteralmente – volati via da questa terra ingrata…

O meglio da quelle (queste) istituzioni incapaci di tenersi in casa le eccellenze.

In una lettera pubblicata dall’Unione Sarda (riporto il link in calce) a firma di una madre nuorese, si spiega bene questo immarcescibile fenomeno non solo sardo, non solo meridionale, ma applicabile a “tutto il territorio nazionale”.

(Lettera di sicuro successiva alle dichiarazioni sull’occupazione rilasciate dal presidente della Giunta Regionale Pigliaru, che hanno lasciato anche il sottoscritto quanto meno … Perplesso.)

Così ci stupiamo quindi vedendo in tv o negli immancabili media ragazze e ragazze che “ce l’hanno fatta” sì, ma all’estero, quello stesso estero dove – ma guarda un po’ – chi è bravo è riconosciuto come tale e a lei o a lui sono affidati incarichi di prestigio e/o responsabilità, di nuovo “guarda un po’ “, equamente retribuiti.

Ci stupiamo insomma di ciò che dovrebbe essere la norma, mentre qui è l’eccezione.

Qui, invece, stiamo per assistere all’ennesimo festival delle promesse, evanescenti come il vapore, anzi meno,  che il vapore almeno a qualcosa serve.

Attenzione però: troppo facile e comodo prendersela sempre e ogni volta, con i “nostri politici”.

Facciamoci aiutare dalla grammatica – … questa sconosciuta … – cos’è << nostri >>?

<<Nostri >>, per la grammatica italiana, è un aggettivo.

Ricordiamo insieme cos’è un aggettivo: un nome che determina la qualità (!) dei sostantivi o la loro situazione nell’ambiente.

 Ci siamo?

Quando scriviamo “nostri politici” stiamo dando loro una qualità (almeno questa ce l’hanno …) ma, di nuovo attenzione, perché gliel’abbiamo attribuita…

Noi stessi.

Tu non l’hai votato, io non l’ho votato, Tizio non l’ha votato, eppure Caio è stato eletto; però qualcuno l’ha votato, ergo è un nostro politico.

Mi si potrebbe controbattere: stai facendo di tutta l’erba un fascio.

Probabile, per cui spero, mi auguro con tutto il cuore che non sia così, che ci siano delle eccezioni: si facciano avanti, si facciano conoscere, si facciano votare, si facciano eleggere e…

Mantengano ciò che hanno promesso.

Anche solo metà, saremmo già molto avanti.

Non siamo andati a votare?

Non ci andremo neanche la prossima volta?

Male, malissimo, perché allora dovremmo solo tacere.

Per quanto farraginoso e complesso sia il nostro sistema elettorale (chissà cosa verrà fuori prossimamente dalle urne …), questo è l’unico strumento pacifico, o quasi, rimastoci, l’unico che abbia ancora un vago profumo di democrazia.

Se non la usiamo, siamo colpevoli, tutti, perché lasciamo che altri pensino e scelgano per noi.

“Non scegliere” è una scelta, con la sua valenza politica.

Vecchio discorso, trito e ritrito, ma finché non ci porremo – sempre io per primo, si capisce – davanti ad uno specchio, da soli, senza pubblico e ci chiederemo:

<< Cos’ho fatto in concreto, cosa sto facendo, qui ed ora, per lasciare questo mondo appena migliore di come l’ho trovato, per me e per i miei figli? >>

Beh, se non ne saremo capaci, non siamo nemmeno degni di protestare, meritandoci i “nostri politici” e le loro nefaste azioni o inazioni.

Badate non ho la capacità – o quasi – di amministrare me stesso, figuriamoci una città od altro, lo ammetto senza problemi, quindi non c’è nei miei pensieri qualcosa che anche lontanamente somigli ad una candidatura; del resto, le uniche tessere che ho in tasca sono quella sanitaria, una dei punti del supermercato e quella dell’Agesci, come sanno tutti.

Ah no, fino a poco tempo fa avevo anche quella della Federazione Italiana… Scacchisti!

Tutte cose estremamente pericolose ed eversive, come vedete…

Riprendendo il discorso sul guardarsi allo specchio – e concludo – è difficile, rischioso, faticoso, ma dimostra ancora una volta che siamo noi stessi gli artefici del nostro destino.

Tra l’altro, mentire a sé stessi è sempre stata impresa assai ardua.

Davide De Vita

Fonte:

http://www.unionesarda.it/articolo/caraunione/2017/12/09/la_lettera_del_giorno_quei_letti_vuoti_e_i_politici_senza_vergogn-127-674746.html