Recensioni: “B 17: ali sull’isola”, Alessandro Lai

copertina estesa b 17 per recensione

Buonasera e chiediamoci un perché.

Tranquilli, niente politica oggi, non mi va.

Chiediamoci invece perché leggere un libro per il quale mi sono offerto di fare il lavoro di revisione e editing.

La prima risposta è perché l’autore è un amico di vecchissima data e, presso la sua azienda di famiglia produce un miele (e altri prodotti affini) fantastico, che vi invito ad assaggiare, ma non è il motivo principale.

Il motivo principale è che, con “B 17: ali sull’isola”, che da ieri è disponibile sul sito “ilmiolibro.it”, Alessandro Lai è riuscito a raccontare una bella storia e parlare di Sardegna a modo suo, con un suo stile molto personale che, a mio modo di vedere, di questi tempi non è poco.

Alla prima esperienza come scrittore, Lai mette in scena una vicenda nella quale s’intrecciano ricordi delle due guerre mondiali, la conoscenza e lo sviscerato amore per la terra di Sardegna e una non comune fantasia narrativa.

Ci prende quindi per mano e ci invita a seguire le avventure di un immaginario aviere statunitense che, dopo aver attraversato gli Stati Uniti per finire a bordo di una “fortezza volante”, il “B – 17 “del titolo, si trova impegnato col suo equipaggio in una delle più feroci battaglie aeree svoltesi nei cieli del Mediterraneo durante la Seconda Guerra Mondiale. Il suo aereo avrà la peggio, ma lui si salverà paracadutandosi e atterrando in Sardegna, più precisamente nel Supramonte selvaggio.

Qui entrerà in contatto con una banda di latitanti e, soprattutto, con l’altro co-protagonista del romanzo, tale Borore Tanas di Oliena, figura sì altrettanto immaginaria, ma che racchiude in sé quanto l’Autore ha raccolto e conosce sui banditi e sul banditismo sardo, sulle montagne per le quali i banditi si muovono, sulla vita, gli usi, i costumi, le tradizioni e le usanze della società agro-pastorale sarda di ottanta e più anni fa.

Altri ne hanno scritto e ne scriveranno ancora, magari con il lustro di titoli accademici, però Lai ci mette del suo e lo fa con grande cuore e passione: tutto questo, oltre a dare una vena di romanticismo al testo (che non guasta) gli conferisce lo stesso profumo del pane carasau appena sfornato o lo stupore che conquista chiunque si trovi per la prima volta nella valle di Lanaittu o nell’incredibile rifugio naturale di Tiscali.

Non mancano i racconti di guerra, narrati da Tanas intorno al fuoco, come si faceva un tempo, nei quali lo stesso personaggio acquista ancora più spessore essendo anche un veterano della Grande Guerra che ha conosciuto Emilio Lussu…

“B 17” è insomma una lettura piacevole e sorprendente, scritto da chi, ex sottufficiale di Marina e trekker professionista, proprio durante un periodo difficile della sua vita ne ha voluto fare un dono d’amore per sua moglie, sua figlia e l’aspra e selvaggia terra di Sardegna.

Davide De Vita

Sardegna, lavoro, politica: dico la mia.

Sardegna con attrezzi da lavoro

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Quello di oggi è amaro come il fiele, arcinoto, dibattuto da decenni, doloroso come può esserlo solo una ferita che non si rimargina.

Riguarda il lavoro nell’Isola, il lavoro che non c’è.

Se avessi davvero la risposta a questo immane interrogativo, forse mi farebbero santo ma…

Non ce l’ho.

Purtroppo è un “perché” che collega non si sa più quante amministrazioni, di destra, di sinistra, di simil – destra, di simil – sinistra, a pallini, verdi, rosa, a strisce, ci hanno provato tutti (o hanno detto di averlo fatto), col risultato che i nostri ragazzi, moltissimi a costo di enormi sacrifici,  loro e delle loro famiglie, una volta laureatisi a pieni voti sono – letteralmente – volati via da questa terra ingrata…

O meglio da quelle (queste) istituzioni incapaci di tenersi in casa le eccellenze.

In una lettera pubblicata dall’Unione Sarda (riporto il link in calce) a firma di una madre nuorese, si spiega bene questo immarcescibile fenomeno non solo sardo, non solo meridionale, ma applicabile a “tutto il territorio nazionale”.

(Lettera di sicuro successiva alle dichiarazioni sull’occupazione rilasciate dal presidente della Giunta Regionale Pigliaru, che hanno lasciato anche il sottoscritto quanto meno … Perplesso.)

Così ci stupiamo quindi vedendo in tv o negli immancabili media ragazze e ragazze che “ce l’hanno fatta” sì, ma all’estero, quello stesso estero dove – ma guarda un po’ – chi è bravo è riconosciuto come tale e a lei o a lui sono affidati incarichi di prestigio e/o responsabilità, di nuovo “guarda un po’ “, equamente retribuiti.

Ci stupiamo insomma di ciò che dovrebbe essere la norma, mentre qui è l’eccezione.

Qui, invece, stiamo per assistere all’ennesimo festival delle promesse, evanescenti come il vapore, anzi meno,  che il vapore almeno a qualcosa serve.

Attenzione però: troppo facile e comodo prendersela sempre e ogni volta, con i “nostri politici”.

Facciamoci aiutare dalla grammatica – … questa sconosciuta … – cos’è << nostri >>?

<<Nostri >>, per la grammatica italiana, è un aggettivo.

Ricordiamo insieme cos’è un aggettivo: un nome che determina la qualità (!) dei sostantivi o la loro situazione nell’ambiente.

 Ci siamo?

Quando scriviamo “nostri politici” stiamo dando loro una qualità (almeno questa ce l’hanno …) ma, di nuovo attenzione, perché gliel’abbiamo attribuita…

Noi stessi.

Tu non l’hai votato, io non l’ho votato, Tizio non l’ha votato, eppure Caio è stato eletto; però qualcuno l’ha votato, ergo è un nostro politico.

Mi si potrebbe controbattere: stai facendo di tutta l’erba un fascio.

Probabile, per cui spero, mi auguro con tutto il cuore che non sia così, che ci siano delle eccezioni: si facciano avanti, si facciano conoscere, si facciano votare, si facciano eleggere e…

Mantengano ciò che hanno promesso.

Anche solo metà, saremmo già molto avanti.

Non siamo andati a votare?

Non ci andremo neanche la prossima volta?

Male, malissimo, perché allora dovremmo solo tacere.

Per quanto farraginoso e complesso sia il nostro sistema elettorale (chissà cosa verrà fuori prossimamente dalle urne …), questo è l’unico strumento pacifico, o quasi, rimastoci, l’unico che abbia ancora un vago profumo di democrazia.

Se non la usiamo, siamo colpevoli, tutti, perché lasciamo che altri pensino e scelgano per noi.

“Non scegliere” è una scelta, con la sua valenza politica.

Vecchio discorso, trito e ritrito, ma finché non ci porremo – sempre io per primo, si capisce – davanti ad uno specchio, da soli, senza pubblico e ci chiederemo:

<< Cos’ho fatto in concreto, cosa sto facendo, qui ed ora, per lasciare questo mondo appena migliore di come l’ho trovato, per me e per i miei figli? >>

Beh, se non ne saremo capaci, non siamo nemmeno degni di protestare, meritandoci i “nostri politici” e le loro nefaste azioni o inazioni.

Badate non ho la capacità – o quasi – di amministrare me stesso, figuriamoci una città od altro, lo ammetto senza problemi, quindi non c’è nei miei pensieri qualcosa che anche lontanamente somigli ad una candidatura; del resto, le uniche tessere che ho in tasca sono quella sanitaria, una dei punti del supermercato e quella dell’Agesci, come sanno tutti.

Ah no, fino a poco tempo fa avevo anche quella della Federazione Italiana… Scacchisti!

Tutte cose estremamente pericolose ed eversive, come vedete…

Riprendendo il discorso sul guardarsi allo specchio – e concludo – è difficile, rischioso, faticoso, ma dimostra ancora una volta che siamo noi stessi gli artefici del nostro destino.

Tra l’altro, mentire a sé stessi è sempre stata impresa assai ardua.

Davide De Vita

Fonte:

http://www.unionesarda.it/articolo/caraunione/2017/12/09/la_lettera_del_giorno_quei_letti_vuoti_e_i_politici_senza_vergogn-127-674746.html

Incendi perché: verità scomode.

Buongiorno e chiediamoci un perché: stavolta è uno bello grosso, al quale si cerca di rispondere da decenni, con alterne fortune, cioè perché divampano gli incendi in Sardegna, soprattutto nel Sud Italia, ma non solo?

Scrivo mentre in tv scorrono le immagini dei disastrosi roghi siciliani di Messina, ma anche qui ad Iglesias sarà veramente difficile dimenticare il disastro di Monteponi dello scorso ventisei giugno.

Chi scrive ammette di saperne poco o nulla, per cui cede la parola ad una persona esperta, un addetto ai lavori di lungo corso che ha scelto di mantenere l’anonimato, nonostante la sua comprovata competenza in materia ed esperienza “sul campo”.

<< Non c’è un solo motivo, ma tanti e differenti tra loro. Una volta era la pastorizia transumante che si allargava i pascoli eliminando il sottobosco e la macchia. Poi fu la speculazione edilizia. Entrambe disincentivate da leggi che vietarono qualsiasi modifica d’uso delle zone percorse dal fuoco e da qualche migliaio di forestali che resero effettivi questi divieti. Dopo furono le spinte occupazionali degli stessi operai stagionali che appiccavano il fuoco per allungare la campagna antincendio. Più avanti comparve sulla scena il volontariato forte e organizzato che fece perdere motivazione a quella causa.  Ad oggi >> prosegue l’addetto ai lavori << gli incendi si dividono in tre gruppi: il primo è quello delle cause colpose, come abbruciamenti e arrosti fuori controllo, fiamme libere (saldatrici, smerigli, cannelli adoperati vicino ad erba secca; oppure marmitte arroventate o, come abbiamo visto poche settimane fa, cavi elettrici).

Il secondo gruppo è quello doloso, spesso “giustificato” da vendette e/o truffe assicurative.

Il terzo è quello che comprende il vandalismo, il boicottaggio, la malattia mentale. >>

<< A questi tre gruppi principali >> prosegue l’esperto << Dobbiamo aggiungere i danni causati dalla mancata manutenzione dei boschi, delle cunette, delle fasce antincendio e dalla insufficiente attività di bonifica degli incendi, per non parlare della maleducazione tutta italiana da ripartire cominciando dal piccolo proprietario risalendo fino ai più grandi enti pubblici. >>

Afferma sempre l’esperto (mentre un’inchiesta è in corso, riguardo all’incendio del 26 giugno, per stabilire a norma di legge le responsabilità dell’accaduto, N.d.A.):

<< Il caso Igea è emblematico: duecentoventi persone dotate di mezzi e attrezzature non sono state capaci di scongiurare un disastro abbondantemente prevedibile; vanno fatte qui alcune premesse: sotto le linee di alta tensione, semplicemente, alberi non ce ne devono essere.

L’ENEL ha in organico dei “verificatori” che percorrono regolarmente tutte le linee per controllare la permanenza delle zone di rispetto; addirittura quest’operazione si fa in elicottero, dal quale si filma per poi mostrare i filmati a tecnici esperti.

Attenzione alla cronologia degli eventi: nonostante in casi come questo prima tagli l’albero (che comunque non è nato il 14 giugno …) e poi chiedi il permesso, questo stesso permesso viene chiesto il 15. La Forestale, per rispondere che in caso di messa in sicurezza il permesso o l’autorizzazione non sono necessari, lo fa il 21.

Si decide di effettuare il taglio il 23, poi lo si sposta al 26 e lo stesso giorno scoppia l’incendio. Non basta ancora: la Forestale ha dato prescrizioni in merito? Ha avvisato il Sindaco e il Prefetto? Ha fatto creare un’area tagliafuoco? E Igea? Ha messo una squadra a presidio? Ha fatto passare una ruspa? E quanti abitano lì, hanno avvisato del pericolo? Hanno tagliato l’erba intorno alla casa e alle case come previsto dalla legge? >>

Sono tutte domande scomode e quasi dolorose, ma che bisogna avere il coraggio di fare e porsi, per capire, altrimenti da questo pericolosissimo circolo vizioso non usciremo mai.

C’è un altro aspetto legato a questa vicenda che spesso è volutamente ignorato o comunque passato sotto silenzio; l’esperto ne parla con amarezza ma, appunto, ne parla.

<< All’interno di un’organizzazione fortemente organizzata, ben strutturata e specializzata nonostante nata e composta da volontari che, in quanto senza etichette di alcun genere, dava “fastidio” anche agli stessi Vigili del Fuoco o ai cacciatori, ai barracelli, ai pastori, per non parlare dei politici di turno che assumevano amici e parenti (spesso tossici, etilisti o semplici fannulloni), un anno furono assegnati una decina di queste persone. Cominciarono col chiedere equipaggiamenti spaziali per stare in base radio o in vedetta; poi a domandare ai volontari chi glielo facesse fare, quindi a marcare visita, chiudersi in bagno per ore o “farsi venire” attacchi di claustrofobia. Dopo una decina di giorni queste persone furono rispedite al mittente. >>

Si conclude qui quest’amara ma schietta e sincera analisi di un addetto ai lavori che in mezzo alle fiamme c’è stato tante volte, per scelta e amore verso il territorio e la città, nei fatti e non a chiacchiere.

Nel frattempo, oggi undici luglio alle ore tredici e cinquanta arrivano notizie, foto e video di un nuovo rogo a Gonnesa, mentre anche in troppe altre zone d’Italia il fuoco divampa e distrugge.

Davide De VitaIncendio a Gonnesa undici luglio