La squadriglia Scoiattoli e il giornalismo

 

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Buongiorno e chiediamoci un perché?

Premessa & avvertenza: questo sarà un pezzo molto “scout”, quindi … Siatene consapevoli, vi ho avvisato prima!

Il << perché>> di oggi sarà, di conseguenza, abbastanza personale, ma mi va di scriverlo (così eviterò di parlare di elezioni…) e quindi partiamo.

È capitato che mi abbia cercato un amico e capo scout di Carbonia, chiedendomi se fossi disposto a dare una mano ad una sua squadriglia femminile impegnata nella conquista della specialità di squadriglia di giornalismo.

Ora io non sono ufficialmente un giornalista (ho sfiorato più volte il raggiungimento della tessera di pubblicista ma… M’è sempre sfuggita all’ultimo momento) ma pare che – a detta di molti – qualche esperienza nel campo ce l’abbia, per cui ho accettato con grande piacere.

<< Non fare il modesto >>

M’ha detto al telefono Matteo, l’amico capo scout di Carbonia, per cui nel giro di pochi giorni Rita ed io abbiamo potuto accogliere la squadriglia Scoiattoli femminile in casa nostra.

Sono arrivate in uniforme, queste ragazze curiose di sapere qualcosa da me che per l’occasione mi son sentito quasi importante. Ho pensato anche che per loro, fascia d’età compresa tra i dodici e i quindici anni, dovevo apparire come  una sorta di alieno proveniente da un altro spazio e soprattutto da un altro tempo, passato, molto passato.

In qualche modo una sorta di contatto verbale si è stabilito, così qualche prima timida domanda sono riuscite a farmela, queste giovani future donne, tutte – ahimè per me che non lo sono per niente – native digitali, nate e completamente appartenenti a questo XXI sec.

Non al mio quindi, che senza tema di smentita, è il…

Secolo scorso.

Ho provato comunque a dare loro alcuni consigli, o meglio a parlare delle mie esperienze di cronista per varie testate cartacee e/o on line, senza omettere gravi errori di cui ancora mi vergogno e dai quali ho cercato di metterle in guardia.

Non gliene faccio una colpa, ma sono rimasto abbastanza male quando, chiedendo qual era l’ultimo libro che avevano letto m’hanno risposto:

<< Non me lo ricordo >>

Oppure:

<< Ne ho iniziato diversi ma non ricordo di averne finito qualcuno di recente… >>

O anche:

<< Quello che ho dovuto leggere a scuola… >>

Dovuto, capite?

Per qualcuna la lettura di un libro è stata un’imposizione, il modo peggiore di far amare la lettura.

È andata molto meglio, invece, quando ho chiesto loro quali serie tv seguissero: su tutte hanno fatto la parte del leone “Greys anatomy”, che non ha bisogno di presentazioni e Tredici”, di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza.

Ho chiesto a loro e poi sono andato a cercare di che si tratta; ecco le prime righe riportate al solito da mamma Wiky:

Tredici (13 Reasons Why, reso graficamente TH1RTEEN R3ASONS WHY) è una serie televisiva statunitense creata da Brian Yorkey basata sul romanzo 13 di Jay Asher. La storia ruota attorno alle vicende che seguono il suicidio dell’adolescente Hannah Baker, la quale ha registrato i tredici motivi che l’hanno spinta a suicidarsi.

Non sono un sociologo e non voglio fingere di esserlo, ma il fatto che una serie simile riscuota grande successo sulle – e sugli – adolescenti dovrebbe, quanto meno, far riflettere parecchio noi adulti sempre tanto presi da noi stessi e dai nostri apparentemente molto più importanti problemi…

Per la serie:

<< non siamo riusciti ad individuare o riconoscere alcun segno o segnale di disagio giovanile… >>

Ah no?

Va beh…

Non drammatizziamo e torniamo alle ragazze “Scoiattoli” che, timidezza a parte, ma ci stava tutta, voglia di vivere e sperimentare nuove e sane avventure ne avevano e ne hanno tantissima, non lo scrivo per tranquillizzare chi legge ma per riportare ciò che i miei occhi hanno visto e le mie orecchie hanno sentito.

Per i tempi in cui viviamo, infatti, queste ragazze – pur accompagnate all’andata e al ritorno da Iglesias dai loro capi, meglio sottolinearlo – hanno comunque dimostrato intraprendenza e voglia di conoscere il mondo un po’ più da vicino e non soltanto attraverso i soliti social, insomma – ripeto non mi pare cosa da poco – andando a vedere “di persona”, fatto questo – come ho provato a dire loro – che ritengo fondamentale per il giornalismo vero e non infarcito di  oggi tanto di moda.

In conclusione, nel ringraziare queste ragazze – e i loro capi – per essere venute a trovare Rita e me e aver impiegato un bel po’ del loro tempo a chiacchierare con chi ai loro occhi probabilmente appariva come una sorta di dinosauro parlante, faccio anche gli auguri perché raggiungano presto il loro obiettivo, ma sono certissimo che conquisteranno/rinnoveranno la specialità di squadriglia di giornalismo, spero grazie anche al mio piccolo e modesto contributo.

Ve l’ho scritto in apertura, care lettrici e cari lettori: cose da scout ma, forse, non solo…

Alla prossima.

Davide De Vita

 

Eh, gli scout, signora mia…

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Buongiorno e chiediamoci un perché.

Per esempio perché, alla fine del primo ventennio del XXI secolo, credo ancora che la proposta educativa fornita dallo scoutismo (che ha più di cent’anni) sia ancora valida?

Un argomento che mi sta molto a cuore, devo moltissimo allo scoutismo e ne faccio ancora parte, nonostante il poco tempo che attualmente posso dedicargli.

Premessa doverosa: parlo assolutamente a titolo personale, la mia probabilmente in qualche punto potrebbe differire dalla posizione ufficiale dell’Agesci (di cui faccio parte, nella quale mi riconosco e che ha ben altri canali per farsi sentire), ma sui temi di fondo, sulle cose veramente importanti direi che sì, ci siamo.

Bene, perché allora è ancora valida questa proposta?

Intanto, proprio perché di proposta si tratta: non va e non deve mai essere imposta, altrimenti stiamo già partendo col piede sbagliato, signora mia.

I miei occhi hanno visto un padre prendere letteralmente a calci nel sedere (dal padre, ahimè…) un ragazzino che non voleva far parte degli scout…

Il ragazzino voleva fare altro, forse calcio, forse qualche altro sport, in ogni caso non gli scout, non gli piacevano.

Ed era giustissimo così: recita un vecchio adagio che lo scoutismo è per tutti, ma non tutti sono per lo scoutismo.

Aggiungo: questo non deve diventare discriminante: noi non siamo i migliori del mondo, come tutti gli esseri umani siamo fallaci e perfettibili, semplicemente facciamo o tentiamo di fare… Del nostro meglio.

E cosa facciamo, nello specifico?

Proviamo ad insegnare ai bambini, ai ragazzi, agli adolescenti di entrambi i sessi, gradualmente, a cavarsela da soli, poi a ragionare con la propria testa, quindi a compiere delle scelte. Nello stesso tempo proviamo ad insegnare loro che anche la spiritualità può essere un’avventura terribilmente affascinante. 

Quelli che hanno studiato la chiamano autoeducazione, con varie fasi molto ben classificate a seconda di ogni singolo bambino, ragazzo, adolescente e delle varie fasi della sua crescita.

Sì, in più di un secolo ci siamo un tantino evoluti anche noi… Signora mia.

Non starò qui a fare un trattato, altri l’hanno fatto, di sicuro meglio di me, ma cercherò invece di puntare il dito (amichevolmente, che non si accusa nessuno) su alcune situazioni scaturite da… Incomprensioni.

Non siamo allenatori di qualche squadra, signora mia.

Non siamo nemmeno parcheggiatori di bambini, così come non siamo semplicemente degli animatori, nonostante in questo campo siamo – dicono – piuttosto bravi.

Non siamo nemmeno – non lo vogliamo, non è il nostro ruolo – i sostituti dei genitori, dei professori, dei sacerdoti.

E allora cosa siamo?

Siamo dei volontari (sì, signora mia, non ci paga nessuno, lo facciamo gratis e per passione, tantissima passione) che si occupano di educazione e si sono presi a cuore un determinato gruppo di ragazzi (o bambini o adolescenti) nel quale ci sono Luigino, Alessia, Paolino, Elena eccetera eccetera eccetera, ognuno con la sua piccola grande storia, con la sua voglia di gioco e/o di avventura, e/o di strada.

Beh, si dà il caso che c’interessi, tanto, ognuna di queste piccole grandi storie, per cui facciamo del nostro meglio, come si diceva all’inizio, per viverle insieme accompagnando il Luigino di turno lasciando però nei limiti del possibile che il protagonista sia sempre e soltanto lui.

Per questo, signora mia, se si fida anche solo un poco di noi, quando le diciamo che non si deve preoccupare beh…

Non dovrebbe proprio preoccuparsi.

Ancora, signora mia, se vuole che Luigino, suo figlio, il suo diletto, impari presto a cavarsela da solo, beh…

Non dovrebbe essere lei a fargli lo zaino, tanto per dirne una.

Proprio no: lo lasci, invece, libero di sbagliare.

La prima volta non ci riuscirà, avrà o troppo o troppo poco al campo, ma la seconda volta andrà meglio e la terza ancora di più.

Si chiama “imparare facendo”, dove nel fare è compreso nel prezzo anche l’errare, che d’altra parte è molto… Umano.

Un altro esempio, caratteristico.

Una volta era più facile avere il permesso per accendere fuochi da cucina nei boschi, ora non è più possibile, ma in tantissimi abbiamo imparato che se non c’è abbastanza legna, secca, buona, quello stesso fuoco non parte, quindi non si può cucinare, quindi non si mangia.

Non è mai morto nessuno per questo, anzi. Di solito, per mandar giù la lezione bastava un giorno: se non ci si era riusciti per pranzo, la fame faceva compiere miracoli e la sera… Si riusciva a mangiare.

Sono piccoli esempi che possono apparire estremi, ma a mio modo di vedere fanno ancora parte del metodo; se, invece,  risolviamo i problemi dei nostri ragazzi al loro posto, per quanto stupidi o insignificanti possano sembrarci, quand’è che impareranno a risolverseli da soli, loro?

Eh, che dice, signora mia?

Portiamo i più grandi in mezzo alle montagne, in quello che potrebbe apparire un insensato nulla e invece è la meraviglia del Creato: arriviamo sfiniti come loro alla meta di ogni giorno ma, quando il corpo non ce la fa più o quasi, l’anima prende il sopravvento e vien fuori il meglio. Provare per credere, alcuni la chiamano magia della Strada.

Oppure prendiamo i più piccoli e gradualmente, con amore (sì, con amore) insegniamo loro che possono farcela da soli, anche a superare ostacoli immensi come… Riuscire ad allacciarsi le scarpe. E che – guarda guarda – con gli altri bambini e le altre bambine si può pure giocare, divertirsi, imparare.

Sempre facendo.

Lo so bene, signora mia, i tempi sono cambiati, i ragazzi hanno una o più vite virtuali su Instagram, Facebook, Twitter e via dicendo, sono impegnatissimi in mille e una attività eppure, sotto sotto, sempre ragazzi sono, se l’immagina?

Le piazze sono virtuali, ci si può nascondere dietro i monitor, gli smartphone, profili falsi, ma tutto questo non è altro che l’armamentario fornito dalla nostra epoca frenetica. Sono utensili, strumenti, che di per sé non hanno proprio niente di perverso o demoniaco. Dipende esclusivamente dall’uso – o abuso – che se ne fa: un martello può essere usato per piantare un chiodo o fracassare un cranio, scusi la brutalità, signora mia, ma la colpa non sarà mai del martello.

Così noi ci crediamo e proviamo a fare del nostro meglio, signora mia, perciò se anche lei, quando glielo chiediamo con la massima gentilezza e ricordandole la fiducia che c’ha accordato, facesse un passettino indietro sempre per il bene e nell’interesse di suo figlio, non sarebbe malissimo, uh?

Grazie, sapevo di incontrare la sua comprensione, signora mia.

Conclusione: l’ho buttata un po’ sull’ironia (beh, lo spero!), ci sono tantissimi genitori, padri e madri, che ci danno ben più di una mano d’aiuto e hanno compreso fino in fondo il nostro spirito e il nostro modo di fare ma come si dice, ridendo e scherzando Arlecchino si confessava…

Questo pezzo è dedicato a tutti gli scout d’Italia ed in particolar modo a tutti quelli della Zona Agesci del Sulcis Iglesiente.

Davide De Vita