Scrivere di giorni intensi

scrivere di giorni intensi

Buonasera e chiediamoci un perché.

Al momento è quasi mezzanotte, domattina dovrò alzarmi presto come tutti i giorni e come milioni di altre persone, ma devo scrivere: se non lo facessi avrei molto meno rispetto di me stesso.

Perché scrivere è la mia passione, sto male quando non ci riesco: non pretendo lo comprendiate ma è così.

Avevo già scritto questo pezzo, ma come mi ha fatto notare l’amico Mauro Ennas, amministratore del gruppo Facebook “Dal basso” (che saluto e ringrazio) postarlo direttamente lì sarebbe stato fuori contesto.

Aveva, ha ragione.

Questa è una delle tante lezioni che ho appreso oggi, un giorno intenso per molti aspetti.

Per questo ne sto scrivendo.

Ho appena finito di vedere “The great debaters – il potere della parola”; “debaters” significa “argomentatori”; è la storia di tre ragazzi di colore di un piccolo college del Texas, il Wiley, che nel 1935, costituendo una squadra appunto di “argomentatori” (affrontano dibattiti sui temi più svariati, sulla falsariga delle sfide oratorie dell’Antica Grecia) sfidano – e battono – uno dopo l’altro tutti i college neri dell’epoca, finché la grande fama acquisita consente loro di sfidare nientemeno che la prestigiosa università bianca di Harvard, battendo anche quella. Questo l’adattamento cinematografico, diretto e interpretato da Denzel Washington nel 2007.

Per correttezza verso la realtà storica riporto quanto precisa Wikipedia:

la finale del torneo non  contro la squadra di Harvard ma contro quella dell’università del Sud della California. Anche dopo la storica vittoria con i campioni in carica il gruppo non poté mai fregiarsi del titolo di vincitori, agli afroamericani infatti non era permesso partecipare ufficialmente ai dibattiti, fino a dopo la seconda guerra mondiale.

Ancora: la settimana scorsa ho visto al cinema “Il diritto di opporsi”, la storia di un condannato a morte, nero, innocente, del cui caso si occupa un giovane avvocato, sempre nero, a titolo gratuito. Anche questo avvocato era laureato ad Harvard col massimo dei voti e dopo innumerevoli ostacoli ed umiliazioni anche personali riuscirà a dimostrare l’innocenza del suo cliente.

Sono entrambi film tratti o ispirati a storie vere che cito per cominciare a rispondere alla signora o signorina (non ricordo e me ne scuso) Licia Serra, che ringrazio per i complimenti che mi ha rivolto e spero di meritare.

Cito queste due storie perché sono esempi di persone che hanno lottato con tutte le loro forze per ciò in cui credevano.

I problemi legati al razzismo sia negli Stati Uniti sia in molte altre parti del mondo, compresa l’Italia, esistono ancora, ma senza quelle lotte, quella semina di idee, non ci sarebbe mai stato, per esempio, il primo presidente afroamericano della Storia.

Dove voglio andare a parare?

Dentro il cassetto dove – parole sue, signora Licia – ha riposto i suoi racconti.

Perché si tratta di decidere se lasciarli lì dove – perdoni la franchezza – non li leggerà mai nessuno, oppure darli in pasto ai leoni, cioè al pubblico.

Questo si può fare, per esempio, iscrivendone uno o più ad un qualsiasi concorso letterario tra gli innumerevoli presenti ogni anno nel nostro paese, da quelli locali fino a quelli di levatura internazionale.

Si tratta di capire se ci si vuole mettere in gioco e confrontarsi con altre persone che amano scrivere e prepararsi alle inevitabili delusioni e sconfitte che arriveranno inesorabili.

Si sarà però rotto il ghiaccio e se si avrà la forza di non buttarsi giù e continuare a provare, ancora e ancora, studiando e cercando ogni volta di migliorare, almeno avremo coltivato davvero la nostra passione, se di questa veramente si tratta.

Non basterà, ahimè.

Sì, perché per scrivere, ma scrivere in un certo modo, avendo l’ambizione di essere letti ed apprezzati dal maggior numero di persone possibile, sono necessarie molte altre cose.

Leggere moltissimo, prima di tutto, preferibilmente le opere dei maestri del genere letterario che si intende trattare, ma va bene qualsiasi libro, c’è sempre qualcosa da imparare.

Cercare, tra i tanti corsi – anche in formato video e gratuiti – di scrittura creativa quello che sembra più confacente alle nostre esigenze.

Capire se lo vogliamo fare davvero o giusto così una tantum per “sfogo terapeutico” (che va bene lo stesso, per carità, ma son cose diverse).

Se si vuole fare sul serio allora dovremmo fare un bel bagno di umiltà e capire che talento e passione da soli non bastano, servono gli strumenti e la tecnica, come per qualsiasi altro lavoro o professione e qualcuno che ci spieghi come usarli, “come si fa”.

Non basteranno ancora: serviranno tempo, dedizione, costanza, applicazione, studio, sacrificio.

Come per qualsiasi lavoro che si voglia fare bene.

Molti anni fa ebbi la fortuna di partecipare e seguire uno dei primissimi corsi di scrittura creativa realizzati in Italia da una piccola casa editrice che divenne poi la prima per la quale pubblicai.

Aveva indetto un concorso al quale partecipai con un racconto nel quale credevo moltissimo ma che – ora posso dirlo serenamente – non valeva nulla.

Ci fu però qualcuno che “PERSE TEMPO” a leggerlo e correggerlo: incontrai questa persona ad un convegno a Courmayeur se non ricordo male nel 1990; molto amareggiato, gli chiesi perché mi aveva reso il manoscritto con un sacco di correzioni e cancellature con la penna rossa proprio come facevano le maestre di un tempo.

C’era un’enorme sala congressi gremita di pubblico; lui senza scomporsi mi disse di andare sul palco col mio testo e leggerlo A VOCE ALTA al microfono.

Dopo poche righe di quella imbarazzante lettura, appresi la dura lezione: il racconto non solo non funzionava per niente, ma i dialoghi suonavano assurdi e fuori luogo, c’erano veramente molti errori che avevo ignorato più innumerevoli ingenuità.

Perché?

Perché come tutti i principianti ero molto presuntuoso e storcevo il naso davanti a qualcosa di fondamentale per qualsiasi testo: la REVISIONE.

Se avete la fortuna di avere qualche amico o amica che ha dei gusti diversi dai vostri, fate leggere a lui o a lei ciò che avete scritto: voi siete troppo di parte per scovare incongruenze, errori, stonature.

Dopo, passato un po’ di tempo, riprendete il racconto o il romanzo, armatevi di coraggio e TAGLIATE.

Uno dei segreti, oltre a “correggere”, “ricucire” è TOGLIERE.

Ci sono sempre un sacco di frasi, parole, addirittura personaggi che s’insinuano nella storia che avreste voluto raccontare e la conducono dove vogliono loro, non dove volete voi.

Vanno eliminati senza pietà.

Ci vuole coraggio e fa male, però si fa così, non perché lo dico io, ma la tecnica, il metodo è questo.

Questi sono alcuni dei concetti fondamentali che imparai a suo tempo e ho cercato di fare miei.

Scrivere non mi dà da mangiare, per vivere faccio altro, però mi ha dato e continua a darmi molte soddisfazioni, gratificazioni, ultimamente più di quanto mi aspettassi.

Ho parlato dei concorsi perché ho partecipato a diversi di questi, vincendone qualcuno ma dopo tantissimi tentativi.

Sono uno scrittore?

Non lo so, non credo spetti a me dirlo, mi considero un artigiano delle parole, questo sì.

Al momento lavoro – da un anno e mezzo, ma ci vorrà ancora lo stesso tempo almeno prima di arrivare ad una stesura più o meno definitiva – al mio quinto romanzo, il terzo della serie o saga di “Emme”, del commissario Spiga e del suo gruppo, tutti thriller ambientati qui ad Iglesias e dintorni e ai giorni nostri.

Ci sono persone che mi stanno dando una mano enorme per questo, ma a tempo debito saranno ringraziate come meritano, prima di tutto per la loro pazienza!

Ne parlo perché un altro aspetto della preparazione di un racconto o di un romanzo è la DOCUMENTAZIONE: qualunque cosa vogliate scrivere, informatevi sull’argomento e fate in modo che la vostra storia sia quanto più possibile verosimile.

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma sono stato forse fin troppo lungo.

Se avete avuto la pazienza di seguirmi fin qui vi ringrazio tanto, spero di essere stato utile.

Davide De Vita

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché scrivere?

Buonasera e chiediamoci un perché: questo è un blog, quindi mi concedo anche qualche passaggscrivere-libroio – come dire – un po’ più personale.

La domanda è molto cara ai miei amici e colleghi dell’Associazione Liberi di Volare – Scrittori Iglesienti, di cui faccio parte e che saluto, ma qui esporrò il mio punto di vista, che potrebbe anche divergere dal loro almeno sotto alcuni aspetti.

Da dove cominciamo?

Per me scrivere è un’esigenza, quasi fisica: se non lo faccio, a causa dei motivi più diversi, dopo un po’ mi rendo conto di non stare bene, mi manca qualcosa, fingo che non sia quello ma… Lo è.

Non è vero che si scrive per sé stessi: o meglio, lo si fa anche per quello, ma anche la persona più introversa del mondo, quella che tiene chiuso a chiave in un cassetto il proprio diario o quaderno dei sogni proibiti, desidera che prima o poi qualcuno legga ciò che ha scritto.

E’ stato dimostrato da innumerevoli studi psicologici e psichiatrici, non è più il caso di negarlo.

In questo esatto momento, per esempio, sto scrivendo per te, gentile lettrice, o per te, gentile lettore; a volte provo ad immaginarvi, sconosciuti dall’altra parte dello schermo che perdono il loro tempo per star dietro alle mie scempiaggini…

Il tempo è un fattore determinante, nello scrivere: è necessario averne, la passione brucia, consuma, si rinuncia ad altro, per essa, quindi si crea il tempo che magari, prima, si pensava di non avere.

Si conferma perciò l’antico adagio secondo il quale se si vuole, si può.

Credeteci o meno, ma stamattina, preso com’ero dalla realizzazione di un nuovo video pubblicitario per il mio ultimo romanzo, beh… Mi sono letteralmente dimenticato di mangiare; dovevo andare a lavoro, tempo non ne avevo più, amen.

Non sono esattamente un fuscello, chi mi conosce lo sa, quindi magari mi ha anche fatto bene!

Proseguendo “a braccio”: scrivo, falsa modestia a parte, perché lo so fare. Non è una forma di presunzione, ma un dato di fatto. Può darsi che sia tra le poche cose che so fare, ma è così.

Lo faccio da quand’ero bambino, per me è terapeutico, gratificante, necessario.

In tanti anni ho avuto la fortuna di seguire uno dei primi corsi di scrittura creativa, ho commesso un’infinità di errori e probabilmente ne commetterò molti altri, ma sempre meno.

Mi sono messo in gioco sempre, ho partecipato a concorsi e premi letterari, mi sono sentito umiliato e sconfitto molte volte, ma ho anche salito i gradini del podio, fino a quello più alto, una volta.

Persone molto più brave di me mi hanno insegnato la tecnica e i trucchi del mestiere, come costruire un dialogo efficace o dipingere con pochi tratti il carattere psicologico dei vari personaggi, giusto per citarne alcuni, ma preponderante, debordante, impossibile per me da fermare se la ritengo buona, è la storia.

Non so se può essere chiamata ispirazione, gli antichi si rifacevano alle Muse, ma forse, davvero, esiste una sorta di “coscienza cosmica” alla quale in pochi riusciamo ad attingere e da lì peschiamo le storie, per metterci sopra, dopo, il “cappello” della nostra firma.

Lo so, è un concetto da filosofia orientale che piacerebbe al mio amico Pietro e/o al suo compare Cris ( ciao Immorali! ) ma chi sono io per dire che non è così?

Ancora, chi scrive gioca ad essere e fare Dio ( con rispetto parlando, s’intende), creando per ogni storia un universo a parte, dove sue sono le regole, sue le anime dei personaggi, suo il tutto.

Il migliore, insuperabile, “videogioco” possibile, gratis, ecologico ( ormai si scrive quasi esclusivamente sul pc e anche i libri sono di carta riciclata, o almeno ci si sta muovendo in quella direzione) e – più o meno – alla portata di tutti.

Altra regola, condizione indispensabile per scrivere, prima di scrivere: leggere, leggere, leggere, leggere tantissimo fin quasi a consumarsi la vista… Va beh, è un eccesso da evitare, ma… Per capirci.

In conclusione, questi sono alcuni dei motivi per i quali io scrivo, ma chissà quanti altri ce ne saranno e… Non finiranno mai.

Scusate il disturbo, la lunghezza del post ma… Mi andava di scriverlo!

Davide De Vita