INRI 2018

Gesù crocifisso

Buongiorno e chiediamoci un perché.

Beh, quello di oggi è proprio impegnativo, visto che da circa due millenni ce lo stiamo chiedendo.

Per un credente cristiano la risposta è facile: Gesù è morto in croce e poi risorto per la nostra salvezza.

Paradossale, fuori dalla logica umana come tutto ciò che ne sta al di sopra, ma in questo caso si parla di fede e qui non vado oltre, ognuno conosce o prova a conoscere il proprio io più nascosto e con quello farà i conti, oppure, se come si diceva prima si è credenti, col Capo in testa quando giungerà il momento.

Fatto sta che comunque uno la pensi questa figura, quest’uomo vissuto in Medio Oriente grosso modo duemila anni fa e finito così tragicamente, tutto fa tranne lasciare indifferenti.

Nella cultura occidentale, di matrice giudaico – cristiana, il tempo stesso parte, comincia dall’esistenza di quell’uomo, c’è un prima e un dopo, quella breve vita fa da spartiacque.

Non c’è nessun altro personaggio, se mi si passa il termine, sul quale si sia scritto tanto e non si finirà mai di scrivere.

L’attuale Chiesa Cattolica è davvero ciò che quell’uomo immaginava?

Non lo so, non sono nessuno per rispondere a questa domanda: mi sono sempre risposto che anche la Chiesa è fatta di uomini (e donne) e per questo gli errori commessi, anche gravi, gravissimi, compresi i peggiori sono così tanti.

Ci sono però anche tante (tantissime) cose positive, ma quelle hanno sempre fatto molto meno rumore, sapete, come il vecchio detto, no?

Fa molto più chiasso un albero che cade, rispetto ai miliardi di foglie che crescono…

Così, io ultimo, peccatore, lontanissimo dalla santità, mi sono concentrato su quella figura errante nel deserto, che non ha mai lasciato nulla di scritto, i cui detti e le sue opere sono però state prima tramandate e poi raccolte in quei quattro libretti che chiamiamo Vangeli.

Certo, ce n’erano altri, tantissimi, ma quelli che per alterne vicende sono giunti fino a noi sono quelli che conosciamo tutti.

E che ci troviamo, in sintesi?

Che l’uomo, qualsiasi uomo, può amare e compiere il bene, non solo essere buono, che quello non basta, non è mai bastato e mai basterà.

Una follia ancora oggi, dove tutto il pianeta sanguina e urla di disperazione.

Pure, quel messaggio, quella vita, sono un esempio, un “guardate che si può vivere anche diversamente, in pace, amando non solo il prossimo ma anche il proprio nemico”.

Follia, appunto, però dopo duemila anni siamo ancora qui a parlarne, a scriverne io e a leggerne, se vi aggrada, voi.

Perché in quella follia c’è la speranza, spesso l’unica che ci consente di andare avanti tra i tormenti, i problemi, le angosce della nostra vita quotidiana.

La speranza e la preghiera, quell’alzare imploranti lo sguardo al cielo in cerca d’aiuto, conforto, vie d’uscita.

Ripeto, non sono nessuno, tanto meno un sacerdote, però lo voglio scrivere lo stesso che tante volte la preghiera mi ha aiutato, eccome se mi ha aiutato, non c’è niente di cui vergognarsi, con tutti i miei enormi limiti e difetti sono un cristiano.

Sì, lo sono.

Con un oceano di dubbi, cadute e momenti in cui faticosamente mi sono alzato, ma lo sono e da tempo non ho alcuna remora a dirmi tale.

Non lo impongo agli altri però, questo no.

Quella vita là, quella di cui parlavamo prima e di cui parleremo ancora per chissà quanto altro tempo, quella è la proposta: folle, fuori dal nostro vissuto quotidiano?

Forse, o forse no.

Forse, se proprio oggi riuscissimo a spegnere tutti gli aggeggi elettronici diventati le nostre protesi irrinunciabili e – tacendo – ascoltassimo un po’ di più quell’io profondo di cui anche parlavamo prima, chi lo sa, magari davvero potremmo anche riuscire a trovare la … Sintonia del Cielo.

Perdonate lo sfogo del vostro umile scrivano, ma oggi è Venerdì Santo e mi andava così.

Amen.

Davide De Vita.

Il passato, il presente e il futuro attraverso il caso Moro.

Aldo_Moro_br

 

 

Buongiorno e chiediamoci un perché.  

Perché, per esempio, risulta così difficile leggere – nel senso di comprendere – il periodo storico che stiamo vivendo, da qualunque angolazione lo si voglia osservare.  

Abbiamo appena commemorato, ieri sedici marzo, il quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro e della strage di via Fani, un tragico episodio della storia italiana sul quale gravano ancora, dopo tanto tempo, innumerevoli “lati oscuri”, a discapito – tanto per cambiare – di quella verità agognata prima di tutto dai familiari delle vittime.  

Non entro in merito alla polemica sulla presenza in tv di alcuni ex brigatisti rossi, ripetendo invece – come faccio da anni – che preferisco sperare piuttosto che sparare, onde per cui non potrò mai accettare la lotta armata come strumento di cambiamento.  

Non è sempre stato così però: nel ’78 ero un ragazzino – anche piuttosto antipatico, a rivedermi ora – di sedici anni che, volendo primeggiare in italiano e avendo come professore uno che si dichiarava apertamente marxista – leninista (in classe, allora non era inconsueto), mi ritrovai a difendere durante un’assemblea d’istituto prontamente indetta (anche questa molto frequente in quegli anni estremamente politicizzati) a poche ore, se non minuti, dal sequestro, l’operato delle BR.  

Nulla sapevo, poco me ne importava – bisogna dirlo, altrimenti se nessuno ha colpa non se ne esce – delle vittime, dei loro familiari, del sangue versato.  

Poliziotti e carabinieri sottopagati immolati in un sacrificio che, alla luce della Storia successiva, non portò a nulla.  

Se non alla coesione delle forze politiche contro le BR e alla loro sconfitta, da attribuire in prima persona alla mente del generale Dalla Chiesa, poi comodamente fatto fuori dalla mafia…  

Cose italiane, come sempre…  

Se vogliamo, possiamo cogliere anche la vicinanza – che strana coincidenza! – della data del sedici marzo col quindici, tradizionalmente ricordata come le << idi di marzo >, giorno in cui fu ucciso Cesare.  

Non è il caso qui di elencare tutti gli omicidi politici – o le stragi – di cui è costellata la Storia italiana, ma di quel sangue siamo eredi.  

Lo dimentichiamo spesso, ma è così.  

Per quanto riguarda il presente – o se vogliamo il futuro, dove timorosi ci stiamo affacciando – non è affatto semplice. 

Sappiamo tutti che, nonostante due siano chiaramente i vincitori delle elezioni (Di Maio e Salvini), da soli non possono avere la maggioranza.  

Col PD fortemente all’opposizione dopo essere finito ai minimi storici, gli scenari sempre più probabili, mentre l’orologio ticchetta inesorabilmente, sono un governo Cinque Stelle – Lega o un governo di scopo, cioè con l’unico obiettivo di modificare la legge elettorale e tornare quindi al voto; qui come al solito gli immancabili analisti danno nuovamente trionfanti i Cinque Stelle e, modestamente, sono d’accordo con loro, la fase storica è quella e non può cambiare in poche settimane o mesi.  

Come legare l’Italia del sequestro Moro a quella di oggi?  

Non si può, o… Quasi.

Sono due pianeti infinitamente distanti, non sovrapponibili, nonostante quella di oggi sia nipote di quella del 1978.  

Allora – non dobbiamo dimenticarlo – esistevano ancora, prepotentemente da entrambe le parti, i due blocchi contrapposti USA – URSS e, per quanto paradossale potesse sembrare, il deterrente nucleare teneva il mondo non in pace (non lo è MAI stato, purtroppo… ) ma almeno lontano da una Terza Guerra Mondiale.

Le due superpotenze si erano spartite le diverse aree di influenza, dove agivano con mezzi leciti e/o illeciti, con una prevalenza neanche troppo occulta dei secondi… Questa è la Storia, ragazzi, santi ce ne sono davvero pochi … 

Anche se non soprattutto in questo contesto va letta la vicenda Moro e la decisione di sacrificare la sua vita in nome del bene superiore dello Stato.

Pure, a rileggere la Storia senza la pretesa di riscriverla secondo il proprio orientamento politico (cosa assai difficile se non impossibile), dovremmo almeno riflettere sullo spessore – e la serietà – degli uomini dello Stato di allora e quelli di oggi.  

Nel bene e nel male, naturalmente.  

Non solo.  

Forse un legame lo si può trovare, anche se in negativo.  

Abbiamo perso, tutti, quell’abitudine al riconoscimento dei nostri errori – quindi all’ammissione delle nostre responsabilità – che forse prima avevamo e che, indubbiamente, ci faceva crescere.  

Oggi conta solo il vincente, che sfiora la sopraffazione.  

Mi riferisco anche – come potrei farne a meno? – ai ragazzi e quindi alla scuola, dove pare che, per tanti genitori – non tutti, grazie al Cielo… – sia fondamentale la promozione a tutti i costi, a discapito della reale preparazione dei propri figli.  

Non mi risultano miei coetanei morti per essere stati rimandati o essere stati bocciati, mentre moltissimi di loro sono persone validissime che godono, per quello che conta, del mio massimo rispetto e della mia stima.  

Oggi, forse anche per ciò che ho appena scritto, c’è il rischio reale che un o una adolescente si suicidi (purtroppo è già successo) per un brutto voto o una nota.  

Non credo questo aiuti a formare donne e uomini nuovi…  

Il futuro, quindi? 

Una grande nebulosa, dove tutto e il contrario di tutto è ahimè possibile.  

Alla prossima, grazie per avermi letto fin qui, chiunque siate e comunque la pensiate.  

Davide De Vita 

Il peso delle parole.

corteo fascista e ritirata di russia

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Quello di oggi in un primo momento pensavo di non scriverlo, non ne ero convinto, poi le parole si sono messe in fila da sole, chiedendomi di essere mostrate.

Citando Nanni Moretti (che non mi piace, ma questo non significa che non sia bravo), perché << le parole sono importanti >>.

Così m’è venuto in mente che sono proprio le parole – con il loro uso ed abuso – il filo conduttore degli accadimenti di questi giorni, a livello locale, nazionale, internazionale.

Qui,  ad Iglesias,  hanno fatto clamore quelle scritte su un muro, minacciose, contro il sindaco; da molte altre parti, in Italia, non fanno quasi più notizia quelle di chi afferma che il fascismo << ha fatto anche cose buone >>, per arrivare a Washington, D.C., dove l’attuale primo inquilino della Casa Bianca ha affermato (le successive smentite o presunte tali non reggono) di non volere più

<< migranti provenienti da paesi di merda >> così, per amor di metafora.

Non è giusto, non si deve fare, è sbagliato.

Stiamo perdendo – se già non l’abbiamo persa – la percezione di cos’è giusto e cos’è sbagliato, del bene e del male; anche nelle piccole cose, anzi cominciando dalle piccole cose (che poi tanto piccole non sono) come appunto le parole.

Ci siamo sempre detti che pensiero e parola ci distinguono dal resto del regno animale: a vedere quel che abbiamo combinato da quando abbiamo raddrizzato la schiena, giusto uno o due milioni di anni fa, al pianeta e ai nostri simili beh…

Non si direbbe.

In tutto questo tempo però abbiamo inventato parole magiche, strane, offensive, pesanti, amorevoli, trasformate in preghiera e liturgia, canzoni, romanzi, ne abbiamo creato poetiche, fantasiose e così via…

Le abbiamo dotate di regole così come altre regole abbiamo inventate per noi stessi e, magari, per non spararci addosso ad ogni respiro ma…

C’è sempre un << ma >>.

Il << ma >> è che pare oggi molte di quelle regole non valgano più, che il peso delle parole non sia conosciuto, non ci si renda conto di quanto possano ferire, far male, uccidere.

Se avete avuto occasione di sentire ragazzine – sì, ragazzine – anche dai dodici anni in su, se non di meno, che parlano tra loro sicure di non avere adulti intorno, ebbene – è proprio ora che ci si svegli, noi adulti – avrete udito che si danno della << troia >> ( non ci giriamo intorno, è così ) l’una con l’altra con estrema leggerezza, ridendoci su, disinnescando – forse nella loro mente – l’estrema aggressività del termine che invece, finendo addosso a coetanee più fragili, fanno male, molto male.

Stessa cosa per i ragazzini, quei maschietti che individuano il bersaglio e cominciano ad attaccarlo prima, appunto, con le parole, per poi magari buttarlo giù da una rupe << per scherzo >> o dargli fuoco dopo avergli fatto scoppiare addosso dei petardi; purtroppo non ho inventato niente, è cronaca di questi giorni.

Beh, sarò all’antica, retrogrado, però credo si sia davvero oltrepassato un limite enorme e da tempo.

La responsabilità è ancora una volta prima di tutto nostra: quando siamo stati chiamati noi, a provare a cambiare o quanto meno migliorare il mondo, dov’eravamo?

Da quale altra parte ci siamo girati?

Viviamo le conseguenze delle nostre scelte, o non scelte.

Troppo facile, belle parole, scaricare tutte le colpe o alle generazioni che ci hanno preceduto o alle nuove: in mezzo c’eravamo noi, potevamo fare e non abbiamo fatto, o abbiamo fatto e abbiamo sbagliato, tanto.

Le parole dunque sono importanti e hanno il loro peso: pensate soltanto a quanto, da genitori, con trepidazione, attendiamo la prima parola di nostro figlio o nostra figlia.

Sono importanti anche quelle non dette, per esempio le tante non dette a proposito di una nuova << marcia su Roma >> che stavolta ha visto incolonnate seimila (secondo gli organizzatori, ma ad un esame più attento si capisce, anche dalle foto, che più realisticamente erano circa mille) persone…

Seimila o mille, ricordo che all’avvento del fascismo, quello storico italiano, ce n’erano davvero molte di meno e…

Bastarono.

In merito, ricordo anche che alle cose buone (si fa per dire…) del fascismo  (che so, l’abolizione di ogni tipo di libertà, le purghe, i pestaggi, le leggi razziali, lo scellerato ingresso in guerra, il delitto Matteotti, le nefandezze compiute nell’ “Africa Imperiale”, proprio quella casa loro che il regime contribuì a depauperare e dove ora in tanti vorrebbero rispedire i migranti che non hanno più nulla, per finire con la disastrosa ritirata di Russia, ma sto tralasciando molto altro) qualcuno sopravvisse,  magari riuscì in qualche modo a tornare a casa dal gelo russo e raccontò ( … le parole sono importanti … ) ciò che aveva vissuto a figli e nipoti, che sono a loro volta ancora in vita e tengono accesa la fiamma della memoria storica, quella impossibile da cancellare in quanto impressa a fuoco sulla pelle.

Davide De Vita

 

 

 

Storia 4: la ruota, perché.

ruota

Buongiorno e chiediamoci un perché. Quello di oggi è ancora una volta legato alla Storia, per cui se l’argomento non vi va… Fate altro, non mi offendo 😉

Il perché odierno è legato al nevrotico modo di vivere che abbiamo soprattutto noi fortunatissimi abitanti del cosiddetto primo mondo, ipocritamente tendenti ad ignorare i privilegi che, chissà per quale scherzo del destino, ci sono stati concessi a dispetto degli abitanti degli altri mondi, detti il secondo, il terzo e anche il quarto

Nel nostro, nel nostro opulento (vuol dire ricchissimo, che vive nell’abbondanza, fatte salve le debite eccezioni…) primo mondo, corriamo, corriamo sempre e sempre più veloci, a volte senza sapere bene dove stiamo andando, ma corriamo lo stesso…

Non abbiamo più tempo per avere tempo.

Tutto questo potrebbe avere, appunto, antiche origini e ci porta al quesito odierno: in sostanza, il perché di oggi è legato ad uno degli oggetti che sostanzialmente è rimasto (almeno come forma e concetto) identico attraverso i millenni: la ruota.

Perché è stata inventata?

Sicuramente per necessità: il primo o i primi che si son trovati di fronte al problema di dover trasportare – con una certa fretta – un carico troppo pesante per i muscoli umani e magari avevano già qualche precedente esperienza con i tronchi d’albero fatti rotolare da un luogo ad un altro, probabilmente hanno anche inventato e costruito quest’oggetto fondamentale nella Storia dell’Uomo, rivoluzionandola e compiendo – o facendo compiere al loro carico – il primo viaggio meccanico.

Abbiamo la presunzione di immaginare gli antichi come semi deficienti o del tutto impreparati ad affrontare problemi e/o situazioni difficili: dovremmo invece essere molto più umili e grati a loro che, se ci pensiamo, hanno invece affrontato qualunque situazione coi mezzi a disposizione nella loro epoca, inventandoli e costruendoli quando questi ancora non esistevano.

La ruota è uno di questi mezzi, forse il più importante, paragonabile come portata rivoluzionaria (inquadrata ovviamente nel proprio contesto storico) a quella del computer.

La ruota fu il primo strumento ad accelerare gli spostamenti di carichi e persone, il primo ad alleggerire la fatica umana e a modificare per sempre il concetto stesso del viaggio su terra (del mare ci occuperemo un’altra volta).

Purtroppo se ne scoprì presto anche l’utilità nei campi di battaglia, così come testimoniano antichissimi dipinti che raffigurano i primi carri da guerra.

Come sempre, non è l’oggetto o lo strumento che deve essere demonizzato, ma l’uso o l’abuso che se ne fa, sia che si parli della ruota sia che si parli del computer o dello smartphone e via dicendo…

Cos’è dunque la ruota, nella sostanza?

Una ruota è un oggetto circolare in grado di ruotare attorno ad un asse centrale: ancora oggi, nel ventunesimo secolo, le caratteristiche essenziali di questo incredibile manufatto, di qualunque ruota, sono le stesse di migliaia di anni fa.  

Viste le sue molteplici applicazioni, dalla meccanica all’idraulica o ai trasporti, è considerata – come abbiamo visto – una delle invenzioni più rivoluzionarie della storia e del progresso dell’umanità.

La teoria più accreditata è che sia stata inventata (anche quella!) nell’antica Mesopotamia dai Sumeri (ancora loro!) nel V millennio a.C. per la lavorazione del vasellame, ma studi più recenti non escludono che possa essere comparsa, più o meno nello stesso periodo, anche in Cina; determinante in entrambi i casi la presenza nelle aree di animali selvatici di grossa e media taglia addomesticati in precedenza, unici in grado di trasportare, una volta assicurati ai primissimi carri, la forza motrice necessaria.

In conclusione, la prossima volta che abbiamo fretta, siamo in auto davanti ad un semaforo e non scatta il verde, o dobbiamo andare di corsa da qualche parte, non scarichiamo la colpa di tutto ciò su quell’oscuro Sumero o Cinese o chissà chi che ebbe la malaugurata idea di…

Cambiare per sempre il corso della Storia, rotolando verso Sud come cantavano i Negrita qualche anno fa!

Quegli uomini (e se fosse stata una donna ad avere l’idea? Non possiamo escluderlo, non lo sapremo mai) di certo non potevano immaginare le conseguenze della loro invenzione: stavano soltanto – e non è per niente poco – risolvendo un grosso problema, con la potenza della loro mente le cui rotelle, evidentemente, giravano benissimo anche loro.

Davide De Vita

Fonti: 

https://www.studenti.it/foto/le-50-date-piu-importanti-della-storia/ruota.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Ruota

 

 

Storia (2): la scrittura, alba della Storia

dalla tavoletta alla tastiera

Buongiorno e chiediamoci un perché. Perché, ad esempio, in molte aree geografiche e in tempi diversi (sì, proprio “in tutti i luoghi e in tutti i laghi”, canta quello) si avvertì l’esigenza di andare oltre la precedente tradizione orale e si cominciò a scrivere.

L’invenzione della scrittura è ormai unanimemente considerata l’alba della Storia, il suo inizio, che ha però molteplici aspetti.

Occhei, ma cos’è, scrivendo difficile, ma preciso, la scrittura?

Recita al solito mamma Wikipedia:

La scrittura è la fissazione di un significato in una forma esterna durevole, che nelle scritture alfabetiche diventa rappresentazione grafica della lingua parlata, per mezzo di un insieme di segni detti grafemi che compongono un sistema di scrittura e di lettura. I grafemi denotano sovente suoni o gruppi di suoni. Come il linguaggio parlato, la scrittura è un modo fondamentale di comunicazione umana, ed è il mezzo finora più efficace per la conservazione e la trasmissione della memoria.

In un senso più ampio, si definisce dunque scrittura ogni mezzo che permette la trasmissione durevole di informazioni, che sia o no rappresentazione grafica del parlato, come accade nelle scritture della musica, dell’algebra, della chimica e altri.

Allo stato attuale delle ricerche, gli studiosi concordano sulla data, piuttosto approssimativa, il 3400 a.C. mentre il luogo è abbastanza preciso, la Mesopotamia (celebre “valle tra due fiumi”) così come il popolo, i Sumeri.

Proviamo insieme a capire meglio: “a.C.”  (“avanti Cristo”) è un concetto tutto occidentale, secondo il quale la Storia si divide in un prima e in un dopo la nascita di Gesù Cristo, fatta risalire ad un ipotetico “anno zero” (questione anche questa parecchio dibattuta, ma che affronteremo appunto a suo tempo) utilizzato, appunto, come “spartiacque temporale”.

La Mesopotamia non era altro che l’attuale Iraq o Irak, che non tanto tempo fa (vedi “Guerre del Golfo”), dopo le nefandezze commesse da Saddam Hussein & suoi accoliti, le “Forze Occidentali” hanno quasi raso al suolo, lasciando purtroppo un caos politico, tribale ed etnico che ha favorito moltissimo lo svilupparsi dell’Isis; questo, giusto per ricollegarci al presente, nonostante la “liberazione” di Raqqa, (Siria) avvenuta giusto pochi giorni fa in uno dei Paesi che con l’Iraq confina.

Ah già: si contano oltre tremila morti “ufficiali”, solo nell’ultima battaglia, ma noi siamo evoluti, siamo civili, mica arretrati come cinque millenni e passa fa…

Torniamo a noi e ai Sumeri: chi erano ‘sti signori?

Sumeri (abitanti di Šumer, egiziano Sangar, biblico Shinar, nativo ki-en-gir, da ki = terra, en = titolo usualmente tradotto come Signore, gir = colto, civilizzato, quindi “luogo dei signori civilizzati”) sono considerati la prima civiltà urbana assieme a quella dell’antico Egitto. Si trattava di un’etnia della Mesopotamia meridionale (l’odierno Iraq sud-orientale), autoctona o stanziatasi in quella regione dal tempo in cui vi migrò (attorno al 4000 a.C.) fino all’ascesa di Babilonia (attorno al 1500 a.C.). Preceduta da una scrittura fondamentalmente figurativa, a base di pittogrammi, la successiva stilizzazione condusse alla scrittura cuneiforme che sembra aver preceduto ogni altra forma di scrittura codificata, comparendo attorno alla fine del IV millennio a.C.

Roba antica, antichissima, lontanissima da noi e dal nostro vivere quotidiano, giusto? Babilonia! Se ne parla anche nella Bibbia! Ma dai, cosa ce ne può importare…

Molto, moltissimo: se ora sto scrivendo, non importa che lo stia facendo con la tastiera di un portatile o con uno stiletto su una tavoletta d’argilla, mentre voi leggete (o leggerete) questi strani segni sullo schermo, comprendendo ciò che significano con una certa precisione, beh, ragazzi, lo si deve a questi oscuri “signori” di quasi cinquemila anni fa.

Attenzione però, in quanto il merito non è tutto loro: sempre secondo le ultimissime ricerche e scoperte, non solo si è cercato di rintracciare nel contesto del Vicino Oriente antico le premesse forti della scrittura cuneiforme, ma si è anche indagato su altri centri dove la scrittura si sia potuta sviluppare indipendentemente. Sul fatto che l’America centrale, culla delle civiltà mesoamericane a partire dal 600 a.C., possa essere annoverato tra questi centri c’è un ampio consenso nella comunità scientifica, molto più dubbia è invece la natura delle incisioni Rongorongo rinvenute sull’Isola di Pasqua. Particolarmente fruttuose sono state le intuizioni di Marija Gimbutas e le sue indagini sui sistemi di registrazione su terrecotte in uso nei Balcani già tra il 6000 e il 5000 a.C. (cultura di Vinča), dove però, a differenza che nel Vicino Oriente, la scrittura si sarebbe sviluppata a scopi cultuali, in particolare per i riti legati alla Dea Madre. Tali scritture, precedenti il primo apparire delle cosiddette popolazioni indoeuropee, sono datate tra il 5400 e il 4000 a.C. Sono state avanzate ipotesi secondo cui le forme di registrazione di Vinča avrebbero influenzato la scrittura cuneiforme, mentre più probabile sembra un’influenza diretta sulla Lineare A cretese (II millennio a.C.) e la scrittura sillabica di Cipro.

Perché, dunque, in più parti del pianeta si cominciò a scrivere?

Per ragioni di amministrazione, contabilità, commercio. Motivi molto pratici, insomma, in quanto si comprese che i soli numeri (nati molto prima per le stesse ragioni) non erano sufficienti a “tenere memoria” dei fatti, degli scambi, degli avvenimenti più importanti.

L’alba della Storia, appunto, come scrivevo in apertura.

Con la speranza di non avervi annoiato, ci rileggiamo alla prossima… Puntata!

Davide De Vita

Fonti:  

https://it.wikipedia.org/wiki/Scrittura

http://www.corriere.it/esteri/17_ottobre_17/siria-raqqa-stata-liberata-cade-capitalo-stato-islamico-058eaca0-b328-11e7-9cef-7c546dada489.shtml

 

[1] Attributo di quelle popolazioni che, stanziate da epoca remota in un determinato territorio, si ritenevano nate dalla terra stessa; per estensione aborigeno, indigeno.

La Catalogna, la Storia e i perché di quest’ultima.

Puigdemont annuncia l'indipendenza a tappe della Catalogna

Buongiorno e chiediamoci un perché. Quello di oggi sarà contemporaneamente attuale e antico, cronaca e… Storia.

O almeno questa sarebbe la mia intenzione, a voi… L’ardua sentenza.

Bene: perché la Storia è spesso considerata indigesta (per usare un eufemismo) e quasi inutile da tante persone, in particolar modo studentesse e studenti?

Perché, suppongo, gliela si fa odiare, come l’hanno fatta odiare a me (che ora, invece,  da decenni la amo) a suo tempo.

Solita doverosa premessa: ci sono tantissimi insegnanti di entrambi i sessi che invece la insegnano con passione, dedizione, impegno; a loro va tutta la mia riconoscenza, ammirazione, stima; questo anche perché lo fanno nonostante i mille mila problemi della scuola italiana.

Conclusa la premessa, ne aggiungo subito un’altra: non sono un insegnante anche se mi sarebbe tanto piaciuto esserlo; parlo di Storia e racconto storie per puro diletto e senza alcuna pretesa: lo faccio perché mi piace.

Non so se andrò avanti con questa nuova idea, ma intanto comincio, poi si vedrà.

L’idea sarebbe quella di affrontarla, la Storia, a modo mio e, se possibile, con un pizzico di ironia.

Cominciamo perciò dal principio, quindi…

Da un titolo di giornale di oggi.

Sì, avete capito benissimo: per parlare di ieri, dell’altro ieri, di diecimila anni fa, credo sia non solo utile ma necessario – quando non indispensabile – partire da ciò che ci accade intorno adesso, nel nostro mondo.

I titoli dei giornali, la tv, la rete, riportano tutti la notizia del discorso di Puigdemont, presidente della Catalogna, sull’indipendenza della stessa, congelata per favorire il dialogo.

Bene, fermiamoci qui, perché questa è ancora cronaca, anche se fra un istante – se già non lo è – sarà Storia.

Ci serve, ci servirà sempre, un altro strumento, per capire la Storia: un planisfero del mondo, una mappa geo-politica del pianeta.

Di tutto il pianeta.

Perché (giusto per inserirne un altro ancora), il pianeta è sferico, non presenta un punto più importante di un altro (già questa dovrebbe essere una lezione che invece, purtroppo, non abbiamo ancora imparato) mentre le vicende umane accadono – sono accadute e accadranno – ovunque su quella superficie, quando non sotto o sopra.

Speriamo tutti che non accada nulla di grave – il rischio è altissimo – in Catalogna e in Spagna, ma di cosa si parla, in definitiva?

(lascio ad analisti ed esperti, infinitamente più preparati di me, l’esame delle motivazioni politiche ed economiche della vicenda)

Di confini, né più né meno.  

Li abbiamo inventati noi, da millenni, i confini: tant’è vero che, come scrivevo sia poche righe fa, sia tante altre volte su queste pagine, dallo spazio non si vedono, non se ne scorge uno.

La tradizione, che arriva prima della Storia, ci ricorda per esempio quello tracciato da Romolo per definire il perimetro di Roma; ci racconta anche che – giusto per essere sicuro – subito dopo ammazzò il fratello, Remo, ma aveva un precedente, Caino, forse ancora più famoso.

Oggi sappiamo che le cose non andarono letteralmente così, ma tanto tanto tempo fa qualcuno quei confini li tracciò davvero, sulle sponde del Tevere, così come accadde in tantissime altre parti del mondo.

Ci siamo evoluti?

Forse.

Perché, stringi stringi, stiamo ancora al “questo è mio, quindi non è tuo, se lo tocchi ti ammazzo”.

Non ci credete?

Che mi dite di Donald Trump e di Kim Jong Un?

Siria? Libia? Afhganistan? Yemen? Israele? Palestina?

Okay?

La Storia, dunque.

Cos’è e perché è così importante conoscerla e studiarla?

Cos’è.

Recita il dizionario Google:

indagine o ricerca critica relativa a una ricostruzione ordinata di eventi umani reciprocamente collegati secondo una linea unitaria di sviluppo (che trascende la mera successione cronologica propria per es. della cronaca).

Mamma Wikipedia riporta invece quanto segue:

La storia (dal greco antico ἱστορία, historìa, “ispezione [visiva]”) è la disciplina che si occupa dello studio del passato tramite l’uso di fonti, cioè di documenti, testimonianze e racconti che possano trasmettere il sapere. Più precisamente, la storia è la ricerca sui fatti del passato e il tentativo di una narrazione continua e sistematica degli stessi fatti, in quanto considerati di importanza per la specie umana.

Perché è così importante il suo studio?

Qui riporto il testo integrale di un post di masteruniversity.org/blog, in quanto rispecchia fedelmente il mio pensiero.

La storia non è tra le materie più amate dagli studenti. Ricordarsi tutte quelle date, quella successioni di eventi e cause è per molti ragazzi un incubo. Eppure, esiste più di un motivo per cui studiare la storia è non solo utile ma anche essenziale. Forse non per trovare lavoro – (non è detto, N.d.A.) – ma per imparare a stare al mondo sì.

Storia magistra vitae” (storia maestra di vita) recita un detto. È proprio così. Ecco perché.

Aiuta a comprendere il presente.

A meno che non vogliate vivere da eremiti, è bene che ogni persona impari a comprendere ciò che accade intorno a sé, sia dal punto di vista economico sia politico e sociale. Solo una conoscenza della storia può aiutare a capire il senso di ciò che ci circonda. Questo per un motivo molto banale: è una raccolta estremamente vasta di precedenti. La maggior parte di ciò che vediamo oggi è riconducibile a qualcosa che è accaduto dieci, cento o mille anni fa. E dal momento che qualsiasi evento ha presentato delle conseguenze, e queste sono state analizzati dai contemporanei e dai posteri, studiare la storia offre strumenti di inestimabile valore per la comprensione del presente.

Aiuta a capire chi siamo.

L’identità di ognuno di noi dipende dal contesto culturale nel quale è cresciuto. Capire il contesto nel quale ci si è formati vuol dire capire sé stessi. Ebbene, questo contesto è frutto di un percorso storico, di avvenimenti che si sono susseguiti e di conseguenze che si sono intrecciate tra di loro. Solo studiando la storia si comprende il contesto, e se solo studiando il contesto si prende consapevolezza della propria identità.

Aiuta a costruire il futuro.

A qualsiasi livello, ma soprattutto a livello politico, lo studio della storia rappresenta una risorsa fondamentale. E non solo perché contribuisce alla comprensione del presente (vedi il punto 1) ma perché offre la risposta alla domanda: “quali conseguenze porterà questa o quella azione?”.

Tutto ciò che si pensa di poter fare per costruire il futuro è, in un certo senso, stato già provato in diecimila anni di storia dell’uomo. Sì, occorre un certo lavoro di adattamento e interpretazione, ma la base per rispondere c’è e la dà solo lo studio della storia.

La vita dell’umanità è una serie di corsi e ricorsi storici. Lo è perché l’animo umano è sempre lo stesso, e quindi si tendono a ripetere gli stessi errori. Probabilmente, perché i governanti di ieri e di oggi tengono in scarsa considerazione l’importanza dello studio della storia – o fanno fatica a recepirne gli insegnamenti.

È divertente.

Meglio di un romanzo. Al netto delle date, la storia è il teatro in cui le vicende dell’uomo si sono sviluppate attraverso la forza degli ideali (spesso negativi) e delle passioni. Ma, soprattutto, attraverso il caso.

È imprevedibile.

Ovviamente dipende da come la si racconta, ma è innegabile che il migliore autore di romanzi della storia sia….

La Storia.

Con la speranza di non avervi annoiato troppo, arrivederci al prossimo…

Capitolo.

Davide De Vita

Fonti:

http://www.repubblica.it/esteri/2017/10/10/news/catalogna_puigdemont_pronuncia_il_suo_discorso_sul_futuro_della_catalogna-177896918/

https://it.wikipedia.org/wiki/Storia

https://www.masteruniversity.org/blog/storia/cosa-serve-studiare-storia/345