Il peso delle parole.

corteo fascista e ritirata di russia

Buongiorno, buona domenica e chiediamoci un perché.

Quello di oggi in un primo momento pensavo di non scriverlo, non ne ero convinto, poi le parole si sono messe in fila da sole, chiedendomi di essere mostrate.

Citando Nanni Moretti (che non mi piace, ma questo non significa che non sia bravo), perché << le parole sono importanti >>.

Così m’è venuto in mente che sono proprio le parole – con il loro uso ed abuso – il filo conduttore degli accadimenti di questi giorni, a livello locale, nazionale, internazionale.

Qui,  ad Iglesias,  hanno fatto clamore quelle scritte su un muro, minacciose, contro il sindaco; da molte altre parti, in Italia, non fanno quasi più notizia quelle di chi afferma che il fascismo << ha fatto anche cose buone >>, per arrivare a Washington, D.C., dove l’attuale primo inquilino della Casa Bianca ha affermato (le successive smentite o presunte tali non reggono) di non volere più

<< migranti provenienti da paesi di merda >> così, per amor di metafora.

Non è giusto, non si deve fare, è sbagliato.

Stiamo perdendo – se già non l’abbiamo persa – la percezione di cos’è giusto e cos’è sbagliato, del bene e del male; anche nelle piccole cose, anzi cominciando dalle piccole cose (che poi tanto piccole non sono) come appunto le parole.

Ci siamo sempre detti che pensiero e parola ci distinguono dal resto del regno animale: a vedere quel che abbiamo combinato da quando abbiamo raddrizzato la schiena, giusto uno o due milioni di anni fa, al pianeta e ai nostri simili beh…

Non si direbbe.

In tutto questo tempo però abbiamo inventato parole magiche, strane, offensive, pesanti, amorevoli, trasformate in preghiera e liturgia, canzoni, romanzi, ne abbiamo creato poetiche, fantasiose e così via…

Le abbiamo dotate di regole così come altre regole abbiamo inventate per noi stessi e, magari, per non spararci addosso ad ogni respiro ma…

C’è sempre un << ma >>.

Il << ma >> è che pare oggi molte di quelle regole non valgano più, che il peso delle parole non sia conosciuto, non ci si renda conto di quanto possano ferire, far male, uccidere.

Se avete avuto occasione di sentire ragazzine – sì, ragazzine – anche dai dodici anni in su, se non di meno, che parlano tra loro sicure di non avere adulti intorno, ebbene – è proprio ora che ci si svegli, noi adulti – avrete udito che si danno della << troia >> ( non ci giriamo intorno, è così ) l’una con l’altra con estrema leggerezza, ridendoci su, disinnescando – forse nella loro mente – l’estrema aggressività del termine che invece, finendo addosso a coetanee più fragili, fanno male, molto male.

Stessa cosa per i ragazzini, quei maschietti che individuano il bersaglio e cominciano ad attaccarlo prima, appunto, con le parole, per poi magari buttarlo giù da una rupe << per scherzo >> o dargli fuoco dopo avergli fatto scoppiare addosso dei petardi; purtroppo non ho inventato niente, è cronaca di questi giorni.

Beh, sarò all’antica, retrogrado, però credo si sia davvero oltrepassato un limite enorme e da tempo.

La responsabilità è ancora una volta prima di tutto nostra: quando siamo stati chiamati noi, a provare a cambiare o quanto meno migliorare il mondo, dov’eravamo?

Da quale altra parte ci siamo girati?

Viviamo le conseguenze delle nostre scelte, o non scelte.

Troppo facile, belle parole, scaricare tutte le colpe o alle generazioni che ci hanno preceduto o alle nuove: in mezzo c’eravamo noi, potevamo fare e non abbiamo fatto, o abbiamo fatto e abbiamo sbagliato, tanto.

Le parole dunque sono importanti e hanno il loro peso: pensate soltanto a quanto, da genitori, con trepidazione, attendiamo la prima parola di nostro figlio o nostra figlia.

Sono importanti anche quelle non dette, per esempio le tante non dette a proposito di una nuova << marcia su Roma >> che stavolta ha visto incolonnate seimila (secondo gli organizzatori, ma ad un esame più attento si capisce, anche dalle foto, che più realisticamente erano circa mille) persone…

Seimila o mille, ricordo che all’avvento del fascismo, quello storico italiano, ce n’erano davvero molte di meno e…

Bastarono.

In merito, ricordo anche che alle cose buone (si fa per dire…) del fascismo  (che so, l’abolizione di ogni tipo di libertà, le purghe, i pestaggi, le leggi razziali, lo scellerato ingresso in guerra, il delitto Matteotti, le nefandezze compiute nell’ “Africa Imperiale”, proprio quella casa loro che il regime contribuì a depauperare e dove ora in tanti vorrebbero rispedire i migranti che non hanno più nulla, per finire con la disastrosa ritirata di Russia, ma sto tralasciando molto altro) qualcuno sopravvisse,  magari riuscì in qualche modo a tornare a casa dal gelo russo e raccontò ( … le parole sono importanti … ) ciò che aveva vissuto a figli e nipoti, che sono a loro volta ancora in vita e tengono accesa la fiamma della memoria storica, quella impossibile da cancellare in quanto impressa a fuoco sulla pelle.

Davide De Vita

 

 

 

Incendi perché: verità scomode.

Buongiorno e chiediamoci un perché: stavolta è uno bello grosso, al quale si cerca di rispondere da decenni, con alterne fortune, cioè perché divampano gli incendi in Sardegna, soprattutto nel Sud Italia, ma non solo?

Scrivo mentre in tv scorrono le immagini dei disastrosi roghi siciliani di Messina, ma anche qui ad Iglesias sarà veramente difficile dimenticare il disastro di Monteponi dello scorso ventisei giugno.

Chi scrive ammette di saperne poco o nulla, per cui cede la parola ad una persona esperta, un addetto ai lavori di lungo corso che ha scelto di mantenere l’anonimato, nonostante la sua comprovata competenza in materia ed esperienza “sul campo”.

<< Non c’è un solo motivo, ma tanti e differenti tra loro. Una volta era la pastorizia transumante che si allargava i pascoli eliminando il sottobosco e la macchia. Poi fu la speculazione edilizia. Entrambe disincentivate da leggi che vietarono qualsiasi modifica d’uso delle zone percorse dal fuoco e da qualche migliaio di forestali che resero effettivi questi divieti. Dopo furono le spinte occupazionali degli stessi operai stagionali che appiccavano il fuoco per allungare la campagna antincendio. Più avanti comparve sulla scena il volontariato forte e organizzato che fece perdere motivazione a quella causa.  Ad oggi >> prosegue l’addetto ai lavori << gli incendi si dividono in tre gruppi: il primo è quello delle cause colpose, come abbruciamenti e arrosti fuori controllo, fiamme libere (saldatrici, smerigli, cannelli adoperati vicino ad erba secca; oppure marmitte arroventate o, come abbiamo visto poche settimane fa, cavi elettrici).

Il secondo gruppo è quello doloso, spesso “giustificato” da vendette e/o truffe assicurative.

Il terzo è quello che comprende il vandalismo, il boicottaggio, la malattia mentale. >>

<< A questi tre gruppi principali >> prosegue l’esperto << Dobbiamo aggiungere i danni causati dalla mancata manutenzione dei boschi, delle cunette, delle fasce antincendio e dalla insufficiente attività di bonifica degli incendi, per non parlare della maleducazione tutta italiana da ripartire cominciando dal piccolo proprietario risalendo fino ai più grandi enti pubblici. >>

Afferma sempre l’esperto (mentre un’inchiesta è in corso, riguardo all’incendio del 26 giugno, per stabilire a norma di legge le responsabilità dell’accaduto, N.d.A.):

<< Il caso Igea è emblematico: duecentoventi persone dotate di mezzi e attrezzature non sono state capaci di scongiurare un disastro abbondantemente prevedibile; vanno fatte qui alcune premesse: sotto le linee di alta tensione, semplicemente, alberi non ce ne devono essere.

L’ENEL ha in organico dei “verificatori” che percorrono regolarmente tutte le linee per controllare la permanenza delle zone di rispetto; addirittura quest’operazione si fa in elicottero, dal quale si filma per poi mostrare i filmati a tecnici esperti.

Attenzione alla cronologia degli eventi: nonostante in casi come questo prima tagli l’albero (che comunque non è nato il 14 giugno …) e poi chiedi il permesso, questo stesso permesso viene chiesto il 15. La Forestale, per rispondere che in caso di messa in sicurezza il permesso o l’autorizzazione non sono necessari, lo fa il 21.

Si decide di effettuare il taglio il 23, poi lo si sposta al 26 e lo stesso giorno scoppia l’incendio. Non basta ancora: la Forestale ha dato prescrizioni in merito? Ha avvisato il Sindaco e il Prefetto? Ha fatto creare un’area tagliafuoco? E Igea? Ha messo una squadra a presidio? Ha fatto passare una ruspa? E quanti abitano lì, hanno avvisato del pericolo? Hanno tagliato l’erba intorno alla casa e alle case come previsto dalla legge? >>

Sono tutte domande scomode e quasi dolorose, ma che bisogna avere il coraggio di fare e porsi, per capire, altrimenti da questo pericolosissimo circolo vizioso non usciremo mai.

C’è un altro aspetto legato a questa vicenda che spesso è volutamente ignorato o comunque passato sotto silenzio; l’esperto ne parla con amarezza ma, appunto, ne parla.

<< All’interno di un’organizzazione fortemente organizzata, ben strutturata e specializzata nonostante nata e composta da volontari che, in quanto senza etichette di alcun genere, dava “fastidio” anche agli stessi Vigili del Fuoco o ai cacciatori, ai barracelli, ai pastori, per non parlare dei politici di turno che assumevano amici e parenti (spesso tossici, etilisti o semplici fannulloni), un anno furono assegnati una decina di queste persone. Cominciarono col chiedere equipaggiamenti spaziali per stare in base radio o in vedetta; poi a domandare ai volontari chi glielo facesse fare, quindi a marcare visita, chiudersi in bagno per ore o “farsi venire” attacchi di claustrofobia. Dopo una decina di giorni queste persone furono rispedite al mittente. >>

Si conclude qui quest’amara ma schietta e sincera analisi di un addetto ai lavori che in mezzo alle fiamme c’è stato tante volte, per scelta e amore verso il territorio e la città, nei fatti e non a chiacchiere.

Nel frattempo, oggi undici luglio alle ore tredici e cinquanta arrivano notizie, foto e video di un nuovo rogo a Gonnesa, mentre anche in troppe altre zone d’Italia il fuoco divampa e distrugge.

Davide De VitaIncendio a Gonnesa undici luglio